Emanuele Severino, Intorno a Nietzsche, Gentile, Heidegger. Testo selezionato e proposto da Vasco Ursini

Persiste il silenzio su uno dei tratti più importanti della cultura contemporanea. Da parte mia continuo a richiamare quanto sia decisivo il ‘nucleo essenziale’ del pensiero filosofico del nostro tempo. Sebbene possa sembrare inverosimile, tale nucleo è infatti ciò che ‘fa diventare reale’ la dominazione del mondo da parte della tecnica – destinata a questo dominio nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica, religiosa, anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado di prestare autenticamente ascolto alla filosofia. Quel ‘nucleo’ mette in luce che ogni Limite assoluto all’agire dell’uomo, cioè ogni Essere e ogni Verità immutabile della tradizione metafisica, è ‘impossibile’; e dicendo questo non solo ‘autorizza’ la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale autorizzazione le conferisce la ‘reale’ capacità di superarlo.

Non si salta un fosso se non si sa di esserne capaci; questo nucleo dice alla tecnica che essa ne è capace.
Tra i pochi abitatori del ‘nucleo essenziale’ c’è sicuramente il pensiero di Nietzsche. Ma anche quello di Giovanni Gentile, la cui radicalità è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il ‘silenzio’, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in qualle ‘continentale’, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome. La cosa è interessante, soprattutto in relazione al tema filosofia-tecnica a cui accennavo. Infatti, nonostante i luoghi comuni, la filosofia gentiliana è un potente ‘alleato’ della tecnica, sì che il silenzio su Gentile è un elemento ‘frenante’, “reazionario”, rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della tecno-scienza. […]

Qui vorrei però limitarmi – come ho cominciato a ire – al tema, molto più modesto, riguardante alcune conferme di tale silenzio e alcune implicazioni.
Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una scoperta di Heidegger (Della realtà, Garzanti, 2012, p. 100). Si tratta della critica alla definizione di “verità” come “corrispondenza” tra ‘intellectus e res’, tra l'”intelletto” e “la cosa”. In tutto il libro Gentile non è mai citato.

Ma ben prima di Heidegger, e con maggiore nitore, Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava – per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come “esterna” alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il ‘pensiero’ confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa: la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere ‘conosciuta’, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna”. […] Per mostrare l’impossibilità di ‘ogni’ limite al divenire delle cose, occorre altro, che, ripeto, è sì presente in Nietzsche e Gentile (e in pochi altri, come Leopardi), ma non in Heidegger. […]
L’idealismo assoluto di Gentile è poi un assoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma la realtà in sé stessa. […] Per questo Gentile afferma che il pensiero non può essere trasceso e che è esso a ‘trascendere’ tutto ciò che si vorrebbe porre al di là di esso e come indipendente da esso. Questo trascendimento è la verità.

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