“Che cos’è che noi incontriamo nella nostra vita? Sempre e solamente il non essente”, citazione di Mario Ciattoni, proposta alla lettura da Vasco Ursini

“Che cos’è che noi incontriamo nella nostra vita? Sempre e solamente il non essente”.
Queste parole le ha pronunciate Massimo Donà, il prof Massimo Donà, professore di Metafisica e ontologia dell’arte presso l’università Vita-salute San Raffaele di Milano, e le ha pronunciate nel corso della quinta edizione della festa di scienza e filosofia a Foligno del 2015. Che cosa c’è di strano? Il fatto è che Donà è stato uno degli allievi più brillanti di Severino, egli conosce molto bene gli scritti del filosofo bresciano. Donà, sulla scia di Sant’Agostino, ritiene che il presente, l’istante (hic et nunc), non sia esteso, altrimenti sarebbe una durata: il presente è inesteso, è il semplicissimo, l’istante è il confine che separa il passato dal presente. Nessuno può afferrare l’istante; se cerchi di afferrarlo, passa immediatamente (“non c’è mai, non consiste”). Ancora: “Abbiamo il passato in cui ad esser presente è ciò che non è più. Il passato è presente come memoria”. Continua Donà: “Quando il futuro appare come futuro? Quando non è ancora”. “Nel tempo appare il non esserci di ciò che è”. Ma allora che cosa esiste per Donà? “Quel che è…È ciò che non è ancora (il futuro), ciò che non è più (il passato) e ciò che non è (il presente). “Il non essere è ciò che sempre è in virtù della potenza trascendentale del tempo che porta all’essere ciò che non è”. Di più: “Ciò che è non esclude il non essere ma lo manifesta”.
Di che cosa è fatta la mia vita? “La mia vita è fatta di tutto ciò di cui ho memoria e poi ci sono le speranze, le attese”. E dopo? “Basta”, sostiene Donà, non c’è altro. “Io sono ciò che non sono” afferma Donà citando le parole che Shakespeare mette in bocca a Iago nell’Otello. Bene. “Abbiamo il passato in cui ad esser presente è ciò che non è più” afferma Donà, ma che cosa egli voglia dire con “non è più” non è dato sapere. Egli si guarda bene dal fornirci qualche barlume intorno a quel nido di vipere costituito da due espressioni apparentemente innocenti come “ciò che non è più” e “ciò che non è ancora”. Non c’è verso, tu puoi sfogliare tutte le pagine dei suoi libri, ma non salta mai fuori uno straccio di spiegazione né intorno al significato del “non è più” né intorno al significato del “non è ancora”. Sembra che per Donà siano parole il cui significato è autoevidente. Poiché, ripeto, Donà è allievo di Severino, egli, da bravo teoreta qual è, non dovrebbe forse gettare luce anche sul significato di un’espressione cruciale come “portare all’essere ciò che non è”?

via Amici a cui piace Emanuele Severino

Un pensiero riguardo ““Che cos’è che noi incontriamo nella nostra vita? Sempre e solamente il non essente”, citazione di Mario Ciattoni, proposta alla lettura da Vasco Ursini

  1. Non credo che Massimo Donà voglia dire che incontriamo solo il nulla -il che dovrebbe significare che non incontriamo niente, che non esiste neppure l’incontro- ma che intenda rilevare che l’incontro ha sempre con sè la forma dell’astrattezza: pur incontrando ciò che è necessario, esso appare nella finitezza. L’incontro è l’apparire e l’apparire non è vuoto, ma avvolto dalla necessità della sua negazione in quanto è finito, e tale negazione è sempre oltrepassamento. Trovo, in questo senso, le parole di Donà cariche di un pathos non retorico.

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