un interessante scritto di MARIO CIATTONI segnalato da Vasco Ursini in Amici di Emanuele Severino, 30 gennaio 2018

Ad avviso di Salvatore Natoli “Severino è calmante, perché non c’è la perdita” (“Omaggio a Emanuele Severino”, Teatro Franco Parenti di Milano il 17 dicembre 2017).

In effetti nulla si perde: noi siamo qui; adesso, ma questo “adesso” non si consuma mai, non scivola nel niente, l’essere non si spegne mai; tutto è conservato per sempre, tutto, ma proprio tutto, anche l’ombra che appare qui accanto al mio computer.

Ed è errato pensare che tanto gli eventi futuri quanto gli eventi passati godano di uno statuto ontologico di serie B rispetto al nostro. Ora, mi viene in mente un video, un interessante video postato su YouTube, in cui Ines Testoni dialoga con il filosofo bresciano: “A me”, afferma Severino, “come individuo errante, il linguaggio che parla del destino rallegra. Però ci sono anche dei momenti che mi preoccupa” (Il mio ricordo degli eterni – dialogo con il Prof. Emanuele Severino, Death Studies Master).

Sì, avete letto bene, “mi preoccupa”. Non si tratta di tirare una riga dritta su un’affermazione così confessionale, diaristica, da parte di Severino; così lontana dal piano speculativo, ma si tratta di riconoscerne la sua importanza sul piano storico e documentario.

Del resto, non ci si accosta agli scritti di Severino per strappare qualche brandello, quello che più fa comodo. Ancora: sapere dell’eternità vuol dire che la totalità delle esperienze altrui è destinata a tornare in ognuno (certo, in ognuno vuol dire in ogni Io in quanto Io del destino). Di più: il destino dell’essere non è come un albergo dalle porte sempre aperte, a qualsiasi ora del giorno e della notte, dove chiunque può entrare ed uscire in completa libertà.
Mi viene in mente anche un breve saggio di Nicola Abbagnano intorno alla filosofia di Severino.
Scrive, nel volume Ricordi di un filosofo, Rizzoli (pagg. 107 e 108), Abbagnano:
Una lezione di umiltà scaturisce e dalla filosofia di Severino: umiltà che fa dell’uomo più uno spettatore che un attore. (…) E il secondo insegnamento che può derivare da questa filosofia è il rispetto per il mondo e per le cose del mondo che, se sono realtà autentiche, non possono essere dall’opera umana ridotti al niente. Infine, la filosofia che Severino difende pone come valore supremo il riconoscimento della verità, qualunque essa sia, anche se per l’uomo dolorosa e spiacevole”.
Certo, Nicola Abbagnano (Salerno, 15 luglio 1901 – Milano, 9 settembre 1990) aveva letto il famoso volume intitolato Destino della necessità, ma egli aveva conosciuto soltanto due fasi di Severino: la fase milanese, che si collega all’insegnamento presso l’Università Cattolica; e quella veneziana, che corrisponde all’insegnamento presso l’Università Ca’ Foscari.

Però, dal 2001 in poi, si è spalancata la terza fase, la fase che ha aperto nuovi e sconcertanti orizzonti: la fase milanese, che coincide con l’insegnamento al San Raffaele, periodo che corrisponde a tre opere fondamentali: La Gloria, 2001 (la sinfonia dell’infinito, per dirla con le parole di Giulio Goggi), Oltrepassare, 2007 e La morte e la terra, 2011. E qui viene fuori un’immagine inaudita dell’uomo: “L’uomo non è solo l’eterno apparire degli eterni, ma è una luce che si allarga senza fine sulla distesa degli eterni”…

 

da Amici di Emanuele Severino

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