Emanuele Severino, “Il paradiso della scienza”, citazione da: La filosofia dai greci al nostro tempo. La filosofia contemporanea, BUR, pp. 495-497

 

Proprio quando il paradiso della scienza potrà realizzarsi, si farà innanzi e diventerà incombente una ‘privazione’, tanto più angosciosa quanto più essa tenterà a restare l’ ‘unica’ privazione nella vita dell’uomo.
Il paradiso della scienza è infatti fondato sulla logica della scienza, cioè su una logica ‘ipotetica’, che ha rinunciato a presentarsi come verità definitiva e incontrovertibile.Questo vuol dire che, per quanto elevata e crescente, la felicità del paradiso della scienza è ipotetica, ossia può presentarsi da u momento all’altro come illusoria, ed è inevitabilmente accompagnata dalla consapevolezza di questa possibilità.
Ma un paradiso in cui è possibile chiedersi se esso non sia un’illusione è un inferno. Quanto più si è felici, tanto più il terrore di perdere la felicità rende infelici.
Nietzsche ha rilevato che, nella società moderna, le migliori condizioni di vita e la sicurezza raggiunta riducono o eliminano l’angoscia per l’imprevedibilità del divenire e danno il piacere dell’imprevisto e dell’avventura. E si può pensare che questo fenomeno raggiunga il culmine con le condizioni di vita rese possibili con il paradiso della scienza e della tecnica.. Ma quando – come accade in questo paradiso – la sicurezza della vita è così sviluppata da rendere desiderabile l’imprevisto e l’avventura, è anche inevitabile che divenga sempre più lucida e pressante la consapevolezza che tale sicurezza, per quanto confermata dalle procedure scientifiche più raffinate, ha pur sempre un valore ipotetico che può essere improvvisamente smentito. Si ama l’avventura e l’imprevisto se si è sostanzialmente sicuri; ma non li si ama più quando la felicità è così alta da crescere sempre e tuttavia ci si rende conto che la sicurezza del suo possesso rimane nonostante tutto un’ipotesi e che quindi il paradiso può essere improvvisamente perduto.
Il paradiso della scienza è inevitabilmente privo di verità, perché la nostra cultura ha abbandonato da tempo la pretesa di conoscere la verità. E ‘l’ha dovuta abbandonare’, perché la verità, come evocazione degli immutabili è stata “un rimedio peggiore del male”. Tuttavia, una volta che l’uomo ha attraversato l’epoca che lo separa dal paradiso della scienza – l’epoca in cui ha ancora senso il piacere dell’avventura e dell’imprevisto, perché tale piacere può riuscire superiore al dolore del naufragio -, l’imprevedibilità del divenire torna a farsi angosciosa e anzi spinge al punto più alto dell’angoscia, perché ora ciò che il divenire può tenere in serbo è il naufragio del paradiso. Anche il rimedio della scienza fallisce.
‘E’ a questo punto che la filosofia potrà avere un futuro’.

(Emanuele Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo. La filosofia contemporanea, BUR, pp. 495-497)

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