Oggi il pensiero filosofico tende semplicemente a sedersi sulle tombe in cui la grande filosofia del nostro tempo è riuscita a rinchiudere il senso greco-tradizionale della verità e di Dio …, Emanuele Severino, Tecnica e architettura, Raffaele Cortina Editore, Milano 2003, pp. 36-38

Oggi il pensiero filosofico tende semplicemente a sedersi sulle tombe in cui la grande filosofia del nostro tempo è riuscita a rinchiudere il senso greco-tradizionale della verità e di Dio. E raramente la grande filosofia del nostro tempo coincide con i pensatori che oggi riempiono gli scritti filosofici. Grande filosofia del nostro tempo è innanzitutto quella di Nietzsche, di Gentile e, ancor più originariamente, quella di Leopardi. Certo, con l’espressione “innanzitutto” non si intende dire “esclusivamente”, ma si intende indicare la dimensione storica da cui si è sviluppata la grande ricchezza del pensiero contemporaneo, che dal campo filosofico si è poi riversata in ogni altro ambito della civiltà del nostro tempo. Ma nella cultura filosofica oggi dominante nel mondo chi conosce la potenza del pensiero di Gentile? E, per tale cultura, non è forse del tutto inconcepibile e scandaloso considerare decisivi i pensieri di un poeta italiano dei primi decenni del XIX secolo?
La potenza invincibile della filosofia contemporanea ha dunque il carattere del sottosuolo. E’ una potenza in cui non si inciampa camminando, ma va scoperta lungo un cammino difficile. Qui limitiamoci ad affermare che verso i primi passi di questo cammino ci fa rivolgere Nietzsche, quando in ‘Così parlò Zarathustra (“Sulle isole beate”) scrive: “Ma, affinché vi apra tutto il mio cuore, amici: se vi fossero degli dei, come potrei sopportare di non essere dio! ‘Dunque’ non vi sono dei”.
Scendere nel sottosuolo della filosofia contemporanea e scorgere la potenza che da lì si sprigiona sino a scuotere e a distruggere tutti gli dei della tradizione occidentale e di ogni altra tradizione, significa comprendere il senso autentico e l’inevitabilità di quel “dunque”. Sino a che non ci si incammina in questa direzione, si perde di vista l’inevitabilità della morte delle verità e di Dio, e la tradizione può legittimamente avanzare ancora una volta la pretesa di guidare il mondo. [ … ]
Qui possiamo solo richiamare che l’avvento della civiltà della tecnica – ossia della civiltà che porta al tramonto la tradizione – non è un semplice fatto, ma è qualcosa di inevitabile, proprio e soltanto perché è inevitabile la morte della verità e degli dei della tradizione. Il che significa che il rapporto tra tecnica e filosofia è ben più profondo di quanto comunemente si crede da parte del pensiero scientifico e dello stesso sapere filosofico. Così profondo che non si tratta semplicemente di comprendere i presupposti filosofici della scienza e della tecnica, ma si tratta addirittura di rendersi conto che la stessa efficacia operativa della tecnica è dovuta al suo rapporto con il pensiero filosofico, sia con quello della tradizione sia con quello del nostro tempo.

(E: Severino, Tecnica e architettura, Raffaele Cortina Editore, Milano 2003, pp. 36-38).

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