Uno studente, nel corso di un dibattito, ha rivolto a Emanuele Severino la seguente domanda: “Nella sua filosofia, insomma nella verità dell’essere, non c’è nessuno spazio per dio?”. Emanuele Severino gli ha risposto …

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Anche in “Ritornare a Parmenide” viene usata la parola dio come figura del nichilismo. Però anche questo, che è il tema dei temi, qui non l’abbiamo neanche sfiorato. La costellazione dei cerchi implica necessariamente l’ “apparire infinito”, cioè quell’apparire che non solo è eterno, ma non è nemmeno il luogo in cui qualcosa va sopraggiungendo, giacché è già tutto presente, contenuto in quel cerchio. Allora il discorso che abbiamo fatto non consiste nel dire: non c’è altro che la costellazione dei cerchi. Non consiste nel dire: c’è soltanto l’apparire finito. Non c’è soltanto l’apparire finito, secondo quanto si è voluto ricordare, che è finito in quanto accoglie il sopraggiungere della terra, ma – e questo non l’abbiamo neanche sfiorato – “l’apparire finito, la costellazione dell’apparire finito,implica necessariamente l’apparire infinito”.
Se la coscienza religiosa – e a volte accade – capisce questo, allora può instaurarsi un dialogo con la coscienza religiosa, perché l’apparire infinito non siamo noi, ma insieme (peccato che ormai è finito) siamo noi. In che senso? Noi siamo attualmente il luogo della contraddizione; la figura del contrasto tra destino e terra isolata è la “figura emergente” della contraddizione.
La figura del linguaggio che vuol designate il destino è una contraddizione. Se io chiedessi: poiché noi siamo il luogo della contraddizione, non indeterminata,, bensì quella in cui il protagonista della contraddizione sono niente di meno che il mortale (il protagonista negativo) e il destino (il protagonista positivo), allora il luogo in cui è tolta ogni contraddizione non è forse ciò che noi veramente siamo? Allora l’apparire infinito “non” è la costellazione dei cerchi finiti, “però lo” è – cioè l’infinito è il finito -, perché la contraddizione del finito è tolta nel luogo in cui il finito è ciò che esso veramente è. Quindi, in questo senso, dio è ciò che noi veramente siamo, se vogliamo chiamare dio l’apparire infinito.

(Emanuele Severino, Lezioni milanesi, Il nichilismo e la terra (2015-2016), a cura di Nicoletta Cusano, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp.191-193).

via (2) Amici di Emanuele Severino

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