“NIETZSCHE Ora si scopre che plagiava Burckhardt. In Repubblica, FRANCO VOLPI, 17 giugno 1999

“NIETZSCHE Ora si scopre che plagiava Burckhardt
In uno dei suoi corsi universitari più stimolanti, tenuto in piena guerra nel semestre invernale 1942/43, Heidegger prendeva spunto da Parmenide – questo il titolo delle lezioni, che usciranno tra breve da Adelphi – per parlare in realtà di ciò che il grande pensatore di Elea rappresenta: il pensiero aurorale dei Greci, l’ inizio e il fondamento della civiltà occidentale. Il poema parmenideo Sulla natura diventa così il pre- testo per orchestrare uno scenario speculativo in cui far vedere non solo come il pensiero greco, con le sue parole fondamentali, inauguri la tradizione occidentale, ma anche come in seguito il vocabolario filosofico delle origini trapassi nella terminologia latina; come concetti cardine quali aletheia, mythos, logos, polis, dike ecc. siano stati “romanizzati” nei corrispondenti termini latini veritas, ratio, civitas, imperium, iustitia ecc., con profonde perdite e trasformazioni. Una tesi, questa, in sinistra sintonia con la svalutazione della latinità filosofica e dell’ umanesimo italiano sostenuta in quegli anni dall’ ideologia pangermanica. In tale contesto Heidegger si sofferma anche sul ruolo svolto da Nietzsche nella formazione della nostra immagine della grecità, avanzando una ipotesi a prima vista sorprendente: Nietzsche avrebbe interpretato “l’ essenza della grecità e della polis in un’ ottica romana”. Ci si chiede: ma l’ intento della Nascita della tragedia, la prima grande opera di Nietzsche, non è di riscoprire l’ originario senso greco dell’ esistenza espresso dalla tragedia classica, contro la posteriore ed esangue immagine della grecità trasmessaci dall’ ellenismo, dai latini e dai padri della Chiesa? A sostegno della sua interpretazione Heidegger esibisce tuttavia buone ragioni. Ricorda che Nietzsche possedeva gli appunti delle lezioni sulla grecità di Jacob Burckhardt e li “conservava come il suo tesoro più prezioso”. (Essi si trovano ancor oggi a Weimar, tra i volumi della sua biblioteca, coll. 0483). Dal grande storico, suo amico, Nietzsche avrebbe preso a prestito concetti storiografici fondamentali, come “spirito” e “civiltà”. Ad essi – dichiara Heidegger – “Burckhardt diede un’ impronta particolare, che risente dell’ influenza del “Rinascimento italiano” da lui scoperto, sicché nel suo pensiero storico si infiltrano concetti essenzialmente romani, romanici e moderni. Egli pensa l’ intera storia in base a tre potenze: Stato, religione e civiltà”. Una importante scoperta fatta da Giuliano Campioni conferma l’ intuizione di Heidegger e vi aggiunge una serie di riscontri sorprendenti. In appendice al suo saggio Il Rinascimento in Wagner e nel giovane Nietzsche, che esce nel fascicolo n. 38 della rivista Rinascimento, diretta da Michele Ciliberto e Cesare Vasoli (Olschki), Campioni offre l’ edizione delle lezioni sulla Scoperta dell’ antichità presso gli Italiani, tenute dal giovane Nietzsche a Basilea nel 1871 e 1872/73. Nel documentatissimo apparato filologico egli mostra che il testo è un vero e proprio collage di citazioni tratte dal celebre La civiltà del Rinascimento in Italia di Burckhardt, in particolare dal terzo capitolo su “Il risveglio dell’ antichità”. Nietzsche non fu dunque solo influenzato da Burckhardt, ma ne sfruttò l’ opera riprendendone bellamente interi brani. Lo scenario che si apre sull’ attività del giovane filologo è, a dir poco, sconcertante. Tutti sapevamo che Nietzsche aveva ottenuto la cattedra universitaria prima ancora di conseguire il dottorato. Ora apprendiamo che il giovane professore, fresco di nomina, non trovò nulla di meglio che inaugurare la sua docenza “plagiando” l’ opera più importante del suo più importante collega nell’ Università di Basilea. Il plagio fu comunque geniale, perché bastano a Nietzsche le poche considerazioni con cui raccorda una citazione di Burckhardt all’ altra per configurare un disegno grandioso, e perfino originale, in cui assegna alla filologia un ruolo chiave nella fondazione di una nuova civiltà. Finora, a dispetto dei molti studi sull’ argomento, questa dipendenza che spinse il giovane filologo al plagio era passata inosservata. La tendenza storiografica dominante, inaugurata da Delio Cantimori, era anzi quella di separare Burckhardt da Nietzsche. Si preferiva svincolare l’ opera dello storico basileese da ogni compromissione con la filosofia della storia e il pessimismo nichilistico di Nietzsche. Ma la schiacciante serie di corrispondenze e concordanze stabilite da Campioni costringono ora a rivedere questa posizione e a riconsiderare tutto il rapporto di Nietzsche con Burckhardt e il Rinascimento. Da promotore di una riscoperta della grecità autentica, Nietzsche non poteva non confrontarsi con il Rinascimento italiano. Ma in un primo momento, nella scia di Wagner, vi riconosce solo un modello negativo. Imbozzolato entro la visione pessimistica del mondo mutuata da Schopenhauer, il giovane Nietzsche ritrova nella tragedia, nei misteri, nella filosofia di Eraclito ed Empedocle il fondo tragico dell’ esistenza senza il quale la categoria della “serenità greca”, esaltata dagli umanisti, appare vuota e priva di radici. Vuole affrancarsi dalle edificanti mistificazioni degli umanisti, che gli appaiono “educatori in senso evirato e bugiardo”, così come la loro erudizione gli sembra una corazza che schiaccia gli spiriti deboli. Da Wagner, gran sprezzatore dell’ opera italiana e critico della civiltà rinascimentale in genere, riprende il modello di un Rinascimento pagano e immoralista, latore di una estetizzazione individualistica condotta “sul fondamento di un mondo immorale”. Sarebbe però fuorviante ridurre a questa prima reazione negativa la sua interpretazione del Rinascimento, sottolineandone magari i motivi più vistosi, per esempio il concetto di “uomo forte”, il Gewaltmensch, esemplato su Cesare Borgia. Dalle carte postume, già da quelle coeve alla Nascita della tragedia, risulta che Nietzsche matura assai presto una valutazione indipendente, più libera e aperta, del mondo umanistico neolatino. E qui interviene l’ influenza decisiva di Burckhardt. Nietzsche si rende conto che l’ opposizione wagneriana al Rinascimento è soprattutto opposizione all’ immanentismo e al “paganesimo” di quella cultura, e che per Wagner la rinascita è sempre più imperniata sul mito di un cristianesimo purificato. Per Nietzsche, invece, il cristianesimo indebolisce e svuota l’ espressione artistica. Manifesta una “ostilità verso l’ arte”, che esso limita “entro i confini del simbolo”. Grazie a Burckhardt, Nietzsche passa a scoprire nel Rinascimento elementi e intuizioni che gli risultano congeniali. Per esempio la valorizzazione dell’ individuo, traboccante di forza ed energia, capace di “una vasta visione d’ insieme del mondo” e di ridestare a nuova vita il passato, in una “nuova meravigliosa risonanza dell’ antichissimo arpeggio”. Ma la figura rinascimentale più simpatetica a Nietzsche è quella del “poeta-filologo” – altro termine ripreso da Burckhardt – che racchiude in sé la possibilità di una nuova forma di vita e al tempo stesso di un rapporto, non ripetitivo ma critico e produttivo, con l’ antico. Il poeta-filologo afferma in sé l’ ideale che corrisponde allo sviluppo dell’ individuo rinascimentale: la gloria. “Il suo sapere”, scrive Burckhardt, seguito da Nietzsche, “non era semplicemente la conoscenza oggettiva della classicità antica, ma un’ arte che trovava applicazione continua nella vita”. La stirpe dei poeti-filologi si trasfigura allora per Nietzsche in “una nuova classe di uomini”, nella “schiera degli uomini” capaci di fare la storia: non nel senso dei condottieri tronfi della loro volontà di potenza, ma nel senso che essi con la loro arte, consapevoli “di essere un elemento nuovo nella vita civile”, fanno presa sulla nuova realtà. Tale nobile stirpe, che fu annientata quando “i gesuiti si impossessarono dell’ istruzione”, ha per Nietzsche gli ultimi grandi epigoni in Goethe, capace di “un agone con l’ antichità”, e in Leopardi, “l’ ideale moderno del filologo, mentre i filologi tedeschi non sanno fare nulla”. Nonostante Burchkardt, la sintonia dura poco. Nietzsche non vuole “la fuga dalla realtà verso gli antichi”, perché ciò implica in sé una comprensione falsata degli antichi. La volontà di recuperare il mondo classico è vana: “La venerazione dell’ antichità classica, quale si rivela negli italiani, cioè l’ unica venerazione seria disinteressata e piena di abnegazione… è un grandioso esempio di donchisciottismo… Si imita qualcosa di puramente chimerico, si corre dietro a un mondo miracolo che non è mai esistito… Bisogna opporsi a questo: non può sussistere alcuna imitazione… Una cultura che corra dietro a quella greca non può produrre nulla”. La costruzione del nuovo intrapresa da Nietzsche può ormai fare a meno dell’ antico. Comunque sia, il “plagio” di Burckhardt conferma un avvertimento lanciato da Montinari poco prima della sua scomparsa: chi cita Nietzsche senza tenere conto degli apparati critici che documentano la provenienza delle sue frasi, rischia di citare qualche altro autore cui il grande pensatore di Rocken, nelle sue scorribande speculative, attingeva con la massima disinvoltura e libertà.”

(Repubblica-FRANCO VOLPI-17 giugno 1999)

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