Vasco Ursini, SEVERINO E L’ETERNO

E’ solo con la nascita della Filosofia che il ‘nulla’ assume quella radicalità che non aveva con il Mito. Il ‘nulla’ diventa l’assolutamente altro dall’Essere. Appunto ‘diviene’. Fatta eccezione per l’Ente privilegiato coincidente con il concetto di Dio, ogni cosa, dalla più effimera alla più grande, proviene dal nulla, si trattiene per un certo tempo nell’essere e ritorna nel nulla. Nel corso di tutta la storia della filosofia questo aspetto delle cose appare come l’evidenza suprema, indiscussa ed indiscutibile. E’ con Severino che tale evidenza appare però discutibile, anzi erronea. In vero, né nella pratica dell’esperienza né nella teoria del pensiero si testimonia l’annientamento delle cose: ad esempio, la dissoluzione del cadavere dice solo la morte dell’io empirico e in realtà nulla circa il destino dell’essere umano.

Così anche la più umile delle cose è eterna ed il divenire si costituisce non più dalla prossimità con il nulla ma dall’estrema lontananza da esso: in tal senso il divenire si concepisce come l’apparire e lo scomparire di ogni cosa, che rimane ferma nella sua eternità.

Una fermezza data dalla affermazione della identità attraverso la quale l’ente è ciò che è e non può essere altro da sé. Unita in sé, ogni cosa è unita con ogni altra in una connessione inviolabile.

Una inviolabilità che rimanda al superamento della violenza, la cui essenza si esprime in quel ‘decidersi’ dell’ente nel diventare altro da sé. E’ proprio in ciò che appare come l’evento più innocuo ed evidente che si conserva infatti la radice della violenza: Severino lo chiama ‘enticidio’.

Quando non sia al di fuori di ogni alterità, anche il richiamo alla pace, all’amore, al piacere e così via è una forma di violenza. La volontà stessa che, volendo dominare la realtà, vuole la sua trasformazione, è violenza.

Tuttavia questo processo alienante della volontà risulta essere impotente: quanto più si vuole tanto più l’oggetto della volontà si allontana. Nonostante ogni fede contraria, lo scuotimento dell’eterno è impossibile.

Ma tutto questo discorso sull’Eterno è forse anch’esso una fede? No, non lo è, dal momento che si configura quale testimonianza del Destino. Qui il Destino non ha a che vedere con il fato, con l’imprevedibilità e casualità degli eventi. All’opposto, è ciò che sta, meglio con il rafforzamento (de) dello stare (steme). Vero che questo stare è anche presente, all’inizio della filosofia, con l’episteme (tradotto comunemente con scienza, sapere incontrovertibile) ma questo sapere incontrovertibile non ha saputo difendersi dall’irrompere sempre più forte del nichilismo diveniente.

Che poi è quel divenire che la filosofia degli ultimi due secoli crede essere la sola e vera realtà.

Ed invece, ecco che proprio qui ci troviamo di fronte alla fede il cui contenuto è sempre l’Errore. E’ l’errore che pervade la Terra dei mortali, quella Terra che i mortali considerano come il luogo più sicuro.

La Terra che, nello sguardo del Destino, è isolata dal Destino stesso. L’isolamento e l’alienazione dalla Verità costituendo dunque il tratto comune di una vita avvolta dal dolore e dalla morte. Quel tratto possibile attraverso la negazione dell’eternità di ogni cosa. Che, essendo parimenti negazione del Destino, è autonegazione.

L’implicazione dell’eternità nel Destino dell’uomo è più di una rivoluzione copernicana. E’ la condizione, misconosciuta, ma già da sempre in atto della Gioia eterna.

Quella Gioia dell’Eterno che si inoltra con la Terra che Salva superante il contrasto con la Terra isolata dal Destino, che è la Terra degli abitatori del tempo.

L’ineluttabilità della Terra che Salva dice che l’uomo non ha bisogno di salvatori, perché è già salvo da sempre.

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