La filosofia contemporanea, pur non essendo la forma autentica della filosofia, non funziona come rispecchiamento delle procedure scientifiche, ma è la condizione della loro possibilità, Emanuele Severino, La filosofia futura

La filosofia contemporanea, pur non essendo la forma autentica della filosofia, non funziona come rispecchiamento delle procedure scientifiche, ma è la condizione della loro possibilità, ‘sta al loro fondamento’. Ma poi: quale verità compete alla filosofia del nostro tempo? E perché la tradizione filosofica deve tramontare? E come è possibile capire il suo tramonto se non se ne capisce l’abissale profondità?. ‘A queste domande non risponde la scienza, ma la forma autentica del pensiero filosofico’.
(E. Severino, La filosofia futura)

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La filosofia mette in questione tutto, anche la scienza, la logica e la tecnica … da Emanuele Severino, La legna e la cenere

La filosofia mette in questione tutto, anche la scienza, la logica e la tecnica, non perché, vivendo, non ci si debba servire di esse, ma perché – per dirla molto alla buona – nemmeno il sapere scientifico più rigoroso si appoggia (né, ormai, vuol più appoggiarsi) a un fondamento assolutamente incontrovertibile, cioè alla “struttura originaria” del sapere.
(E. Severino, La legna e la cenere)

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Non è l'”uomo a capire il destino, ma è il destino stesso a capirsi e ad apparire nel proprio sguardo, da Emanuele Severino  Il mio ricordo degli eterni

L'”uomo” si illude di capire e perfino approvare la verità, e addirittura di capire e di farsi sostenitore del destino della verità. In questa illusione mi trovavo e tuttora mi trovo (e vi si trova qualsiasi altrui esser “uomo” che creda di capire e di approvare il Contenuto del destino). Non è l'”uomo a capire il destino, ma è il destino stesso a capirsi e ad apparire nel proprio sguardo – e questo apparire siamo Noi nel nostro essere originariamente oltre l'”uomo”.
(E. Severino, Il mio ricordo degli eterni)

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… “affermare l’identità tra l’esser nulla da parte del nulla e l’esser nulla da parte dell’ente, significa affermare quell’assoluta identità dell’ente e del nulla che il nichilismo tende invece a lasciare nascosta nel proprio inconscio” … citazione da: Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 15 – 16

In una delle sue forme più coerenti il nichilismo (cfr. ‘Essenza del nichilismo’) pensa che la ‘totalità’ degli enti abbia un inizio. Avere un inizio significa, per la totalità, avere un “prima”. Se non avesse un “prima”, se non fosse nel tempo, sarebbe eterna e non qualcosa che inizia. (O in essa vi sarebbe un eterno da cui ha avuto inizio il resto – ma questa è la prospettiva epistemico- metafisico-teologica, dove il nichilismo non ha ancora raggiunto le proprie forme più coerenti). D’altra parte essere ‘nel’ tempo, per la totalità degli enti, è non essere la totalità. Appunto per questo il nichilismo intende come ‘nulla’ il “prima” che precede l’inizio della totalità
Nell’ultimo paragrafo di ‘Fondamento della contraddizione’ si mostra che, essendo necessario che il nulla sia la possibilità di ciò che incomincia ad essere e pertanto la possibilità dell’inizio della totalità degli enti, ed essendo necessario che la possibilità sia un modo di essere, allora, ponendo il nulla come possibilità, si afferma che il nulla è essere, [ …] Va detto che il possibile non è un nulla, ma una struttura positiva, un ente, sì che intendere il nulla come la possibilità del tutto – significa affermare che il nulla è un ente.
Una contraddizione, questa, ulteriore rispetto a quella che sta al centro del nichilismo e per la quale gli enti escono dal proprio nulla e vi fanno ritorno, Infatti, quando si afferma che, prima di essere, l’ente è nulla, ‘non’ si intende affermare che è il nulla ad esser nulla, ma che è l’ente ad esser nulla. Questo, anche se il nichilismo, in modo implicito, crede di poter affermare che, quando è l’ente ad esser nulla, è il nulla ad esser nulla. Ma affermare l’identità tra l’esser nulla da parte del nulla e l’esser nulla da parte dell’ente, significa affermare quell’assoluta identità dell’ente e del nulla che il nichilismo tende invece a lasciare nascosta nel proprio inconscio.
(Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 15 – 16).

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la manipolazione dell’uomo da parte delle tecnologie genetiche non è differente, nella sua essenza, dalla manipolazione in cui consiste ogni forma di educazione e cultura, da  Emanuele Severino, “Il destino della tecnica”, 1998, pp. 35-36, tratto da gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

 

Non si comprende che la manipolazione dell’uomo da parte delle tecnologie genetiche non è differente, nella sua essenza, dalla manipolazione in cui consiste ogni forma di educazione e cultura. La coltivazione spirituale dell’uomo può trasformare l’individuo molto più radicalmente di qualsiasi manipolazione genetica; può spingerlo molto più lontano di ciò che la tradizione occidentale considera come la “condizione naturale” dell’uomo. Negando ogni inevitabilità e ogni necessità, il pensiero contemporaneo nega anche l’esistenza di quella forma di inevitabilità che è costituita dalla “natura” dell’uomo; sì che anche la trasformazione più radicale della realtà umana perde quel carattere di violenza che invece essa mantiene quando la si commisura alla “natura” più o meno profondamente trasgredita. Se non c’è pietra di paragone, non c’è trasgressione.

Emanuele Severino, “Il destino della tecnica”, 1998, pp. 35-36

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penetrare il senso di questo semplice e grande pensiero: che l’essere è e non gli è consentito di non essere, tratto da un post pubblicato nel gruppo FB  Amici a cui piace Emanuele Severino, a cura di Vasco Ursini

Per ridestare la verità dell’essere, che sin dal giorno della sua nascita giace addormentata nel pensiero occidentale, si dovrà pur sempre penetrare il senso di questo semplice e grande pensiero: che l’essere è e non gli è consentito di non essere. Il suo risveglio costituisce certo il maggior pericolo per il lungo inverno della ragione, che vede sconvolte le più antiche abitudini e si sente proporre un compito nuovo, ed il più esssenziale. Se si è capaci, bisogna soffocare questo pensiero prima che giunga a fiorire, perché altrimenti è destinato, lui solo, ad aver diritto alla fioritura. Spinge infatti lungo una via,dalla quale non è più possibile tornare indietro: se dell’essere (di ogni e di tutto l’essere) non si può pensare che non sia, allora dell’essere (di ogni e di tutto l’essere) non si può pensare che divenga, perché divenendo non sarebbe – non sarebbe cioè prima del suo nascimento e dopo la sua corruzione: Sì che ‘tutto’ l’essere è immutabile. Non esce dal nulla e non ritorna nel nulla. E’ eterno.

(Emanuele Severino, Poscritto).

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Emanuele Severino, citazione in tema di Il linguaggio e il pensiero, in ‘La legna e la cenere’, Adelphi, Milano 2000, pp. 45-48, tratto dal gruppo FB Amici di Emanuele Severino, a cura di Vasco Ursini

Il Linguaggio e il pensiero

Il linguaggio: è diventato il problema centrale di buona parte della filosofia contemporanea. Ma questo fatto non è forse un’esagerazione in un tempo come il nostro, dove ciò che conta non sono le parole, ma le operazioni con cui la tecnica trasforma e domina il mondo? No, si risponde, perché le operazioni della tecnica dipendono dalla scienza, da cui sono guidate; e la scienza è un linguaggio o un insieme di linguaggi; sì che l’indagine sul linguaggio non è qualcosa di cui scienza e tecnica possono disinteressarsi.
Ma la scienza non è innanzitutto pensiero, conoscenza, sapere?, e la riflessione sul pensiero, sulla natura e le sue forme non è forse più importante, per la scienza, dell’indagine sul linguaggio? No, si risponde, perché il pensiero non può essere separato dal linguaggio, né i concetti dalle parole. In questa risposta convergono sostanzialmente posizioni filosofiche molto diverse: neopositivismo e filosofie analitiche, e filosofi come Benedetto croce, Ludwig Wittgenstein, Martin Heidegger e quanto ad essi si ispirano.
Proprio perché afferma l’ ‘inseparabilità’ di pensiero e linguaggio, la filosofia contemporanea, anche quando non se ne rende conto, è spinta ad attribuire al linguaggio i caratteri che la filosofia moderna, da Cartesio a Hegel, ha attribuito al pensiero. Heidegger scrive che “dappertutto ci si fa incontro il linguaggio”. La grande scoperta di Cartesio, all’inizio della filosofia moderna, è che dappertutto ci si fa incontro il pensiero, giacché il “pensiero” (questa, la definizione di Cartesio) è “tutte le cose, in quanto sono in noi, accadono in noi e in noi vi è coscienza di esse”. Quel che dappertutto ci si fa incontro – anche il dolore, il piacere, le cose sensibili – sono cioè “idee”.
Aristotele non lo avrebbe mai detto, perché per lui quel che dappertutto incontriamo sono cose, “enti”: La casa, l’albero, il monte, le stelle sono cose; e le nostre idee, per Aristotele, sono la via lungo la quale le cose ci vengono incontro – sono “ciò mediante cui si conosce”, dicevano gli aristotelici medioevali.
Ma Cartesio scopre che la casa e le stelle, l’albero, il monte e tutte le cose di cui siamo coscienti sono, appunto, qualcosa di pensato, di conosciuto, e quindi non possono essere le cose e gli enti reali che esistono indipendentemente dal nostro pensiero. Case, stelle, monti, mari e tutto il resto sono cioè soltanto “idee” – sì che l’ “idea” non è più “ciò ‘mediante cui’ si conosce”, ma è “ciò ‘che’ si conosce”. Da qui prende inizio il grande sviluppo del pensiero moderno, che conduce a Kant e poi all’idealismo.
Ma quanto si è detto qui sopra a proposito dell’ “idea” di Cartesio non va forse riproposto e ripetuto a proposito della “parola”? E questa ripetizione non è forse l’argomento più solido per escludere la separazione di pensiero e linguaggio? Il rifiuto di questa separazione è continuamente ribadito dalla filosofia contemporanea. E’ perfino diventato un luogo comune. Ma nella filosofia contemporanea la ‘fondazione’ di tale rifiuto tende a restare in ombra, non ne viene in luce il carattere perentorio, tende a presentarsi come qualcosa di evidente da cui si debba partire e che dunque non sia più il caso di attardarsi a discutere e giustificare.
Intendo dire che l’inseparabilità di pensiero e linguaggio può essere mostrata con una radicalità superiore a quella messa in atto dalla stessa filosofia che oggi pone il linguaggio al centro dell’attenzione. Appunto tale radicalità si tenta di indicare in un mio libro del 1992. Che però è intitolato ‘Oltre il linguaggio’ (Adelphi). Questo titolo vuol suggerire che, anche dopo aver conferito alla tesi dell’inseparabilità di pensiero e linguaggio tutta la radicalità e la forza che sembrano mancarle nella filosofia contemporanea, ha ancora senso portarsi oltre il linguaggio. E’ anzi ‘necessario’. La “necessità” non resta cioè travolta dal divenire del linguaggio – a differenza di quanto afferma la filosofia contemporanea. […]
Ma è così indiscutibile che il linguaggio dica solo cose che vengono da esso e in esso continuamente trasformate, prodotte dal nulla e risospinte nel nulla? A partire dal pensiero greco, che l’essere sia divenire è la fede fondamentale dell’Occidente e dunque anche della riflessione contemporanea sul linguaggio, che identifica l’essere e il linguaggio (cfr. E. S., ‘Essenza del nichilismo’,Adelphi). Mettere in discussione quella fede significa dunque mettere in discussione il modo in cui è inteso dalla filosofia contemporanea. Solo scendendo ‘nel’ cuore più profondo del linguaggio dell’Occidente è possibile stare “oltre il linguaggio”.
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Emanuele Severino: “L’essere (…) non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide), ma è la totalità delle differenze, l’area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla … “, citazione proposta da Vasco Ursini in gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

LA VERITA’ DELL’ESSERE

L’essere (…) non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide), ma è la totalità delle differenze, l’area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla. L’essere è l’intero del positivo. E proprio in quanto c’è coscienza dell’intero (questo nostro discorso la testimonia), tutte le determinazioni manifeste si presentano inscritte nel perimetro dell’intero: questo foglio, questa penna, questa stanza, questi alberi e monti che vedo fuori, le cose che in passato sono state percepite, le fantasie, le attese, i desideri e tutti gli oggetti che sono presenti. Ogni determinazione è una positività determinata, un determinato imporsi sul nulla: essere determinato (ente). Questa penna, ad esempio, non è un nulla, e per questo diciamo che è un essere; ma, appunto, un essere così e così determinato: questa figura, questa lunghezza, questo peso, questo colore. Questa penna significa appunto questo. Ed eccoci al punto. Se si dice che questa penna non è, quando non è, si dice che questo positivo è negativo. “E” (esiste) significa: “non è nulla”; e quindi “non è” significa: “è nulla”. Ma questa penna non è – si ribatte – quando appunto è diventata nulla! Quando è nulla è nulla! Eppure, il linguaggio, per dire che la penna non è, non dice che il nulla non è, ma che, appunto, la “penna” non è, non esiste (…) Quando la penna è nulla, è nulla, certamente. Ma che accade quando la penna è nulla? Che cosa significa “quando la penna è nulla”?. Non significa certo “quando il nulla è nulla”, ma significa: “quando la penna – cioè quel positivo, quell’essere determinato in quel certo modo – è nulla, significa cioè “quando l’essere (questo essere) è nulla”. I metafisici – coloro cioè che pur pretendono di tutelare la positività del positivo – si sono dimenticati nientemeno che di questo: che il nulla può essere predicato solo del nulla; che il “non è” si può dire solo del nulla. (…) La verità dell’essere svelata da Parmenide resta ferma anche dopo il ‘parricidio’ platonico ( che è l’unico approfondimento del senso dell’essere compiuto dalla metafisica dopo Parmenide), anche quando cioè l’essere viene pensato non già come il ‘puro’ essere, che lascia cadere fuor di sé le determinazioni, ma come l’essere concreto, che è appunto la positività delle determinazioni.
Dunque l’essere non esce dal nulla e non ritorna nel nulla, non nasce e non muore, non c’è un tempo, una situazione in cui l’essere non sia. Se era nel nulla, non era; se ritornasse nel nulla, non sarebbe (…).
L’essere, ‘tutto’ l’essere, è; e quindi è immutabile.

(Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide).

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Emanuele Severino: “l’identità dei non identici è la contraddizione impossibile e necessariamente inesistente … da TAUTÓTĒS, IX, 5

“Non identità dell’identità”

Ma se Aristotele vede che l’identità – cioè l’esser qualcosa da parte di qualcosa – è sempre identità dei non identici, egli non avverte che l’identità dei non identici è la contraddizione impossibile e necessariamente inesistente. Giacché pensando e dicendo che qualcosa è qualcosa («A è B», «A è A») – e il pensiero e il linguaggio non possono pensare e dire altro che qualcosa è qualcosa – il pensiero e il linguaggio dell’Occidente identificano i diversi – identificano i non identici, affermano la non identità dell’identità; pensano e dicono dunque l’impossibile, ciò che è nulla.

TAUTÓTĒS, IX, 5

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Emanuele Severino, “L’idealismo è l’oltrepassamento del realismo …”

L’idealismo è l’oltrepassamento del realismo (cioè dell’affermazione che le cose sono indipendenti ed esterne rispetto al conoscere) e della coerenza della filosofia kantiana: l’essenza dell’idealismo consiste, infatti nella comprensione della contraddittorietà del concetto kantiano di “cosa in sé” e nella conseguente negazione dell’esistenza di una cosa in sé, esterna e indipendente rispetto al pensiero. Se non si cade nel presupposto che, al di là della realtà che appare alla coscienza, esista la realtà in sé stessa, si deve riconoscere che la realtà che appare alla coscienza è la stessa realtà in sé e non una semplice realtà oggetiva e fenomenica.
E’ appunto a questo risultato che perviene l’idealismo con l’affermazione che il contenuto del pensiero è l’essere. Il pensiero, in questo modo, è il ‘Tutto’. O, detto altrimenti, il Tutto è l’Essere che viene pensato dal pensiero. Inoltre, l’infinita apertura del pensiero, per la quale il pensiero coincide col Tutto, è sia l’essenza più profonda dell’uomo, sia la Realtà assoluta e divina: Dio e uomo ‘coincidono’, proprio perché Dio è l’Asssoluto, e perché l’Assoluto è pensiero.
Nelle pagine di Hegel (…) questa tematica, prefigurata già da Fichte e soprattutto da Schelling, trova la sua espressione più chiara e rigorosa.
(Emanuele Severino).

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