Emanuele Severino, “ Ogni giorno, la violenza fa il suo giro sulla terra. E ogni giorno si levano contro di essa le voci della civiltà. Per quanto diversamente intonate – dallo sdegno al cinismo – esse hanno tutte un tratto in comune. Credono che la loro condanna della violenza sia sostenuta da «ragioni», in “La strada”, Rizzoli, Milano 1983 (I ed.), Capitolo primo ‘La condanna della violenza’, p. 15, ripreso da Amici a cui piace Emanuele Severino

Emanuele Severino.
– La civiltà è priva di ragioni –
“ Ogni giorno, la violenza fa il suo giro sulla terra. E ogni giorno si levano contro di essa le voci della civiltà. Per quanto diversamente intonate – dallo sdegno al cinismo – esse hanno tutte un tratto in comune. Credono che la loro condanna della violenza sia sostenuta da «ragioni».
Credono, cioè, non solo che le «ragioni» della loro condanna siano qualcosa di diverso e di autonomo rispetto alla capacità della condanna di divenire sanzione e punizione dei violenti, ma credono anche che la sanzione abbia in tali «ragioni» il proprio fondamento e la propria giustificazione.
Ma quelle voci dimenticano che la civiltà è del tutto priva di «ragioni» contro la violenza. È la civiltà stessa, oggi, ad avvertire di essere completamente priva di «ragioni». Si trova quindi nella condizione si sapere che l’unico senso del suo «aver ragione» contro la violenza non può essere altro che la ‹forza› di arrestarla e distruggerla.
La civiltà «ha ragione contro» la violenza, ‹solo› se riesce a essere violenza più potente, cioè se riesce ad «aver ragione della» violenza. L’espressione italiana «aver ragione di uno» indica con chiarezza il senso che le «ragioni» della condanna della violenza possono avere nella nostra civiltà.”
EMANUELE SEVERINO (1929), “La strada”, Rizzoli, Milano 1983 (I ed.), Capitolo primo ‘La condanna della violenza’, p. 15.

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Emanuele Severino. – La contraddizione essenziale che compete alla tradizione dell’Occidente, in “Storia, gioia”, Adelphi, Milano 2016 (I edizione), Parte prima ‘Sulla storia’, II. ‘Storia autentica e inautentica del mortale’, 4, pp. 30 – 31 – ripreso dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino

 

“ L’innegabilità autentica della negazione della tradizione occidentale – mentre la negazione inautenticamente innegabile di tale tradizione tende, ancora, a risuonare soltanto nel sottosuolo filosofico del nostro tempo – è il fondamento dell’accadimento ‹necessario› della civiltà della tecnica.
Senza questa negazione autenticamente innegabile il prender piede di tale civiltà rimane un processo che, per quanto imponente, potrebbe ritornare sui propri passi lasciando prevalere le forze della tradizione. Ma la negazione autenticamente innegabile della tradizione rende impossibile tale regressione. Nello sguardo del destino, dove appare la storia autentica del mortale, la situazione storica che si libera necessariamente della contraddizione essenziale che compete alla tradizione dell’Occidente è pertanto la ‹sintesi› in cui la negazione autenticamente innegabile della contraddizione di tale tradizione sta al fondamento della necessità che la dominazione della tecnica abbia ad accadere. (Qualcosa come tradizione dell’Occidente e civiltà della tecnica, si è detto, appare nella terra isolata; ma la ‹sintesi› che unisce questi due eventi è la necessità autentica che, nella terra isolata, in quanto appare nel destino, conduce dalla tradizione al dominio della tecnica. Una sintesi, questa, essenzialmente diversa dalla sintesi che appare all’interno della terra isolata dal destino, costituendo la storia inautentica del mortale. In quest’ultima la negazione inautenticamente innegabile della tradizione esce dal sottosuolo filosofico del nostro tempo e facendosi sentire dalla tecnica guidata dalla scienza moderna fonda la necessità inautentica del suo accadimento).”

EMANUELE SEVERINO (1929), “Storia, gioia”, Adelphi, Milano 2016 (I edizione), Parte prima ‘Sulla storia’, II. ‘Storia autentica e inautentica del mortale’, 4, pp. 30 – 31.

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SCETTICISMO DELLA FILOSOFIA CONTEMPORANEA , in E. Severino, La follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, p. 187, da Amici a cui piace Emanuele Severino

 

La filosofia contemporanea, a parte qualche nobile eccezione, è riconducibile allo scetticismo. “Ma non allo scetticismo ‘ingenuo’ che si confuta da solo e che spesso è l’aspetto più visibile della cultura filosofica contemporanea, ma allo scetticismo inconfutabile che tien ferma, come unica e suprema verità, l’esistenza del divenire.
Lo scetticismo della filosofia contemporanea è inconfutabile, all’interno della cultura occidentale, perché consiste nel dire che, poiché la vera realtà è il pensiero, o linguaggio, o storia, o impulso, o volontà di potenza, e ‘dunque’ divenire, non può esistere alcuna verità definitiva che abbia la pretesa di porsi al di sopra della verità del ‘divenire’. Lo scetticismo autentico sostiene la ‘verità’ del divenire. Anche le filosofie della cosiddetta “svolta linguistica” appartengono al fenomeno della “distruzione degli immutabili” (come Rorty rileva a Proposito di Derrida)”.

(E. Severino, La follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, p. 187).

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Capire Nietzsche, citazione da:  Emanuele Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, già pubblicata in Amici a cui piace Emanuele Severino

Capire Nietzsche

Non ci si è mai resi conto (a parte qualche spunto, nemmeno nei miei scritti) che anche la dottrina dell’eterno ritorno di tutte le cose ha lo stesso intento della dottrina della morte di Dio: escludere, in nome dell’evidenza della creatività dell’uomo e del divenire, ogni Essere immutabile che, con la sua esistenza, smentirebbe e ridurrebbe a semplice apparenza tale evidenza. Una dottrina dell’eterno ritorno che, lungi dall’essere un corpo estraneo nel pensiero di Nietzsche, appartiene alla voce essenziale dell’Occidente e anzi le aggiunge un timbro di straordinaria potenza. Riguarda il tempo; e propriamente il passato.

(Emanuele Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999).

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A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n. d. s.) Emanuele Severino scrive:

 

“Ah, due anime abitano nel mio petto”, dice Faust [J. W. Goethe, Faust, v. 112}. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma la “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti [ … ]. Per stare alla metafora di Goethe, il petto appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra [ … ]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. [ … ]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione come negata.

(E.Severino, L’identità del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329 – 330)

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Emanuele Severino, Entro la dimensione nichilistica dell’Occidente non si può non essere “leopardiani”. Ma qual’è in Leopardi la forma del rapporto tra filosofia e poesia?

Entro la dimensione nichilistica dell’Occidente non si può non essere “leopardiani”. Ma qual’è in Leopardi la forma del rapporto tra filosofia e poesia?

Negli iniziali “pensieri” dello ‘Zibaldone’ poesia e filosofia sono due cose essenzialmente diverse. “La filosofia è la visone della verità, cioè della nullità delle cose; la poesia è l’illusione che volta le spalle alla verità e unisce l’uomo all'”infinito”. Ma successivamente Leopardi capisce che, nell’età della scienza e della tecnica, all’uomo non è più consentita alcuna illusione in relazione al nulla che sempre più incombente gli sta davanti e lo attraversa.
Rimane però, nel ‘genio’, la ‘forza’, la grandezza, la potenza con cui egli esprime lo spettacolo terribile del nulla e questa forza è la poesia – che dunque non è un sogno ozioso e separato da quello della filosofia, ma è la potenza stessa del linguaggio filosofico.
Ben presto, cioè, poesia e filosofia diventano in Leopardi una unità grandiosamente potente.
La ‘forza’ con la quale il genio esprime la nullità delle cose gli consente di sporgere ancora per un poco al di sopra del nulla e di sollevare in alto con sé gli uomini, ancora per un poco. Solo l’unità di filosofia e poesia consente un’ultima provvisoria salvezza dal nulla.
[…]
Dunque Leopardi è un pensatore “epocale”?
“Raccoglie in sé l’intera epoca dell’Occidente”.
Come va visto il cosiddetto “pessimismo” del Leopardi?
“Se il “pessimismo” è la vocazione per il nulla – e dunque è la fede nel divenire, cioè nel nichilismo -, il pessimismo appartiene all’essenza dell’uomo occidentale: ai Padri della Chiesa, a Leibniz, a Goethe non meno che a Leopardi.
Tutta la cultura dell’Occidente, e dunque tutta la cultura “ottimistica” dell’Occidente, ha al proprio fondamento il “pessimismo”, la fede nell’oscillazione delle cose tra l’essere e il nulla e, nonostante ogni suo tentativo di mascherarsi, è questa fede la matrice dell’angoscia che avvolge l’Occidente”.
(Emanuele Severino)

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Emanuele Severino, Fino a quando ci si limita ad enunciare delle tesi, si ha a che fare con delle fedi …

Fino a quando ci si limita ad enunciare delle tesi, si ha a che fare con delle fedi. Come si può andare oltre le fedi? Se ciò che si dice non ha una “fondazione“, vale tanto la tua fede quanto la mia. Le varie fedi finiscono per scontrarsi tentando di escludersi a vicenda. La potenza (violenza) di una fede diventa l’estremo criterio del suo valore (Emanuele Severino).

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Emanuele Severino si pronuncia sulla teoria della relatività di Einstein (Emanuele Severino, La Follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 52-53)

 

Anche Einstein, nella teoria della relatività, sostiene la compresenza di tutti gli eventi, passati, presenti e futuri, come incisi su una pellicola cinematografica, Ma la logica che nel suo discorso conduce a questo risultato è la logica fondamentale dell’Occidente: la persuasione che gli enti escono dal nulla e vi ritornano. Lo spettacolo della ‘variazione’ del mondo ‘non può’ essere negato, Esso appare. Ma l’Occidente interpreta la variazione del mondo come creazione e annientamento degli eventi. La Follia dell’occidente è appunto questa interpretazione.
La variazione non va intesa come il gioco delle cose tra l’essere e il niente, ma come il progressivo apparire e sparire dell’Eterno. Einstein non solo ignora (come tutto il pensiero occidentale) l’impossibilità che l’essente in quanto essente non sia, ma ignora anche il senso autentico del rapporto tra l’essente e l’apparire. Per questo motivo Popper poteva obiettargli che, ammesso che tutti gli eventi siano eternamente incisi sulla pellicola cosmica, tuttavia deve esistere almeno quel movimento reale che è la proiezione della pellicola.
Certamente, questi tratti fondamentali della struttura originaria dell’essere possono essere ‘orecchiati’ e quindi fraintesi. E’ d’altra parte inevitabile che si equivochi quando si intende l’eternità dell’essere in funzione consolatoria.

(Emanuele Severino, La Follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 52-53)

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“permangono, anzi sembrano rafforzarsi, molte delle forme della tradizione occidentale, ma come vengono rafforzate le abitazioni sopravvissute di fronte all’uragano che sta spazzando via tutto quanto incontra sul suo cammino. In questo uragano consiste la tendenza fondamentale del nostro tempo” , in Emanuele Severino, Tecnica e architettura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, pp. 111 – 112 

Qual è l’anima del nostro tempo? Oggi si pensa che i discorsi seri siano quelli specialistici e che si sia già fuori strada a voler parlare del “significato di fondo del nostro tempo”, in cui inscrivere le considerazioni specifiche intorno a un campo particolare di oggetti. Eppure, da circa due secoli va manifestandosi un insieme di fenomeni analoghi in tutti i campi della cultura e della prassi: la progressiva distruzione delle forme e delle strutture stabili, dei fondamenti, centri, principi, dei valori e delle verità assolute, degli immutabili, la progressiva distruzione del “divino”.
Indubbiamente permangono, anzi sembrano rafforzarsi, molte delle forme della tradizione occidentale, ma come vengono rafforzate le abitazioni sopravvissute di fronte all’uragano che sta spazzando via tutto quanto incontra sul suo cammino.
In questo uragano consiste la tendenza fondamentale del nostro tempo.
In politica, la democrazia è la distruzione dello Stato assolutistico, che intende essere la struttura immutabile a cui deve adeguarsi la vita dei cittadini. L’arte contemporanea è la distruzione dei modelli immutabili la cui imitazione determina ciò che per la tradizione è il “bello”. La scienza non intende più se stessa come un sapere assoluto e incontrovertibile, ma come conoscenza ipotetico-deduttiva. Il capitalismo non considera più se stesso come “legge naturale eterna”.
Il “diritto naturale” sta scomparendo di fronte alla tendenziale onnipresenza del “diritto positivo”. Le leggi morali si presentano non più come norme inviolabili, ma come consuetudini storiche. La filosofia contemporanea è la radice e la coscienza esplicita del significato essenziale di tutti questi fenomeni, ne mostra l’inevitabilità.

(E. Severino, Tecnica e architettura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, pp. 111 – 112)

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Il divenire del mondo non è la creazione e l’annientamento dell’essere, ma è la vicenda del comparire e dello scomparire dell’eterno, citazione ripresa da  Amici a cui piace Emanuele Severino

Il divenire del mondo non è la creazione e l’annientamento dell’essere, ma è la vicenda del comparire e dello scomparire dell’eterno. Appunto per questo noi (e ogni cosa) siamo ‘eterni’ e ‘mortali’: perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno.

(E. Severino)

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