EPISTOLARIO LEOPARDIANO: A Pietro Giordani Recanati, 19 novembre 1819

 

Sono così stordito dal niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prender la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questi momenti impazzissi io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre con gli occhi attoniti, con la bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere, né muovermi altro che per forza dal luogo dove mi trovassi: Non ho più lena di concepire nessun desiderio, né anche della morte, non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo; e sono così spaventato dalla vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni,, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione.
Gli studi che tu mi solleciti amorosamente a continuare, trovandomi i nervi degli occhi e della testa indeboliti in maniera che non posso non solamente leggere né prestare attenzione a chi mi legga checché si voglia, ma fissar la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo.
Mio caro, bench’io non intenda più i nomi d’amicizia e d’amore, pur ti prego a volermi bene come fai, ed a ricordarti di me, e credere ch’io, come posso, ti amo, e ti amerò sempre, e desidero che tu mi scriva. Addio.

POETI PER l’INFINITO, a cura di Vincenzo Guarracino, Di Felice edizioni (collana Il Gabbiere, 2019) – rimando al sito IDIOTWIND

libro:

POETI PER L’INFINITO (collana Il gabbiere, Di Felice edizioni), a cura di Vincenzo Guarracino

Duecent’anni sono niente se comparati all’Infinito, soprattutto se è quello di Giacomo Leopardi: le stesure definitive datano 1818-1819.

Tra le celebrazioni per la ricorrenza, spicca per originalità e pure per il piacere della lettura quella di Vincenzo Guarracino: il professore, leopardista riconosciuto, rilegge i 15 incredibili versi alla luce o all’ombra di una schiera di poeti contemporanei – una composizione per uno, da uno a cento, compreso l’indegno estensore di questa nota – che si sono confrontati in qualche modo con il capolavoro.

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Letture. POETI PER l’INFINITO, a cura di Vincenzo Guarracino – IDIOTWIND

Mattarella in visita privata a Palazzo Leopardi – 26 settembre 2019

Mattarella in visita privata a Palazzo Leopardi:

Il Capo dello Stato incontra il discendenti del poeta

Ha ricordato la sua prima visita alla Biblioteca Leopardi, quando era ragazzo in gita con la scuola, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oggi in vista privata ai conti Leopardi, discendenti di Giacomo, a Recanati, dopo avere visto il nuovo percorso leopardiano nell’Orto delle Monache sul Colle dell’Infinito

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Mattarella in visita privata a Palazzo Leopardi – Politica – ANSA

Pensiero poetante e poesia pensante in Leopardi: un saggio di Antonio Prete

“Il pensiero poetante” è il titolo di un saggio di Antonio Prete sull’opera e sul modus operandi di Giacomo Leopardi.

Il saggio compie un’analisi del laboratorio labirintico del poeta di Recanati partendo dallo Zibaldone; analisi centrale del saggio è, come suggerisce il titolo, il rapporto che sussiste tra poesia e filosofia.

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Pensiero poetante e poesia pensante in Leopardi – laCOOLtura

Emanuele Severino, Leopardi: la follia è qui davanti ed è reale. In “L’identità della follia. Lezioni veneziane”, a cura e introd. di G. Brianese, G. Goggi, I. Testoni, Rizzoli, Milano 2007, 12. ‘Il raddoppio della follia’, lezione di martedì 7 novembre 2000, pp. 264 – 265.

“ Abbiamo incominciato a definire il ‘destino’ come ‘l’apparire dell’essere sé dell’essente’, ma l’esser sé dell’essente, e l’essente che è sé, dove lo andiamo a cercare, in cielo? No! L’essente è innanzitutto questo che appare. Quando loro sentono dire che nei libri del sottoscritto si afferma l’eternità di ogni essente, non è che si affermi l’eternità di esseri angelicati. No! È l’eternità del pennarello, di questo nostro guardarci un po’ così perplesso in faccia, di ogni istante; è l’eternità di ogni istante, perché ogni istante è essere.
Allora daccapo: stiamo costruendo giochi logici che non si confrontano con la realtà? Cerchiamo di capire che cos’è il confronto con la realtà perché, a questo punto, la realtà con cui ci si deve confrontare è ciò che innanzitutto appare. E che cosa appare? Appare l’esser sé dell’essente. Ma l’esser sè dell’essente  non smentisce forse questo che andiamo dicendo sulla follia del ‘divenir-altro’? E la follia non l’abbiamo forse sotto gli occhi? Non è qui reale, la follia?
Non per questo motivo, ma per motivi intrecciati a questo, quel personaggio e pensatore straordinario che è Leopardi arrivò a dire che la follia l’abbiamo qui davanti e che è reale. Intendiamo porci anche noi in questa direzione qui e riconoscere la realtà della follia? Ma per niente! Si tratta – con calma – di guardare che cosa autenticamente si manifesta, prima di aver fretta e dire: <Ma stai dicendo cose che urtano contro ciò che si manifesta>. Noi apriamo gli occhi e vediamo un mondo in cui la legna brucia; noi tra poco ce ne andremo, siamo in continuo movimento. E non è questo quel ‘divenir-altro’ che qui stiamo dicendo che è impossibile? Se le cose fossero semplicemente così, perderemmo tutti il nostro tempo, prima di tutto voi, e poi anch’io, a parlare di queste cose. No. Bisogna considerare qual è la struttura, il senso dell’apparire degli essenti. L’apparire degli essenti smentisce – ecco la questione nuova che abbiamo davanti l’impossibilità del ‘divenir altro’?”
EMANUELE SEVERINO, “L’identità della follia. Lezioni veneziane”, a cura e introd. di G. Brianese, G. Goggi, I. Testoni, Rizzoli, Milano 2007, 12. ‘Il raddoppio della follia’, lezione di martedì 7 novembre 2000, pp. 264 – 265.

da (8) Amici di Emanuele Severino

Il pensiero di Leopardi passa vicinissimo alla “cosa che non è cosa” che è implicata dal divenire, la nomina, ma la nomina senza trasalire, senza scorgere, appunto, che “cosa che non è cosa” è l’assolutamente impossibile, necessariamente implicato dal divenire … in Emanuele severino, In viaggio con Leopardi. La partita del destino dell’uomo, Rizzoli, Milano 2015, pp. 219-221

Il pensiero di Leopardi passa vicinissimo alla “cosa che non è cosa” che è implicata dal divenire, la nomina, ma la nomina senza trasalire, senza scorgere, appunto, che “cosa che non è cosa” è l’assolutamente impossibile, necessariamente implicato dal divenire. Afferma invece che “il non essere” inteso come “cosa che non è cosa”, è l’unico bene (“non v’è altro bene”). A trattenerlo e a chiuderlo in questa cecità vi sono due millenni e mezzo di filosofia e di civiltà, e dietro a essi v’è l’intera storia dell’uomo. E ancora: come pretendere che , dopo la partita vinta col Giocatore Bianco (che è la ‘tradizione’ della civiltà occidentale. E’ cioè il pensiero e le opere di tale tradizione). E ancora: come pretendere che, dopo la grande partita vinta col Giocatore Bianco, il Giocatore Nero (in queste pagine è Leopardi) abbia ancora la forza di trasformarsi nel Terzo Giocatore ( in sintesi il pensiero di Severino) e giungere a riveder le stelle e dire che proprio il diventar altro implica l’esser “cosa che non è cosa”, cioè l’assolutamente impossibile, che proprio per questo tutte le cose sono eterne? (Il Terzo Giocatore indica lo ‘Sguardo’ che vede qualcosa di mai visto dalla sapienza dei mortali: lo ‘Sguardo’ che vede la grande e potente scacchiera sbriciolarsi, cadere a pezzi).
Tuttavia Leopardi, identificando il non essere (delle cose) e l’esser “cosa che non è cosa”, è in qualche modo in procinto di voltare il capo verso le stelle. Ma senza saperlo. Il Terzo Giocatore, infatti, ha già mostrato che il risultato dell’annullamento non è il puro nulla, il nulla in quanto tale, ma è l’esser nulla ‘da parte della cosa che è diventata nulla’. Questo risultato non è il ‘nulla’ che è nulla, bensì la ‘cosa’ che è nulla, Il ‘non-nulla’ che è nulla: è appunto ‘la cosa che non è cosa’, il non essere ‘della cosa’. La contraddizione abissale del divenire sta sotto agli occhi di Leopardi, in qualche modo egli l’ha snidata, ma senza saperlo, quindi non la vede. Crede anzi che sia l’unico “bene”.
Non la può vedere, carico com’è della fede che l’annullamento delle cose uscite dal nulla sia l’evidenza assolutamente non smentibile. Egli è ‘in qualche modo’ in procinto di voltare il capo verso le stelle, perché questa imminenza rimane congelata. Non volta il capo perché non gli è possibile negare l’evidenza del diventar altro e affermare l’eternità di tutto. E d’altra parte è ‘in procinto’ di voltarlo: sia perché le contraddizioni dell’esistenza, che egli scorge, le intende come conseguenza dell’andare nel nulla da cui l’esistenza proviene; sia perché, lo si è appena rilevato – vede che il nulla in cui le cose vanno e da cui vengono è il ‘loro’ nulla, vede che il non essere, implicato dal divenire, è identico all’esser “cosa che non è cosa”.
Pensare l’assurdo ‘come esistente’ e il nulla ‘delle cose’ significa portarsi in uno degli estremi avamposti fino ai quali l’essenza del nichilismo può spingersi rimanendo tale: oltre di essi questa essenza entrerebbe in un territorio dove sarebbe costretta a svanire. Non potrebbe nemmeno riconoscere la propria Follia, perché sarebbe il destino a mostrarla, giacché solo il destino potrebbe mostrarla come verità.
Per questo si può dire che se il Giocatore Nero è infinitamente lontano dal Terzo Giocatore, del Terzo Giocatore egli è anche un interlocutore privilegiato. Gli è in qualche modo vicino. Chi è sceso nelle estreme profondità della Terra si è allontanato dal Cielo. Ma, se avesse proseguito ancora, e avesse quindi rovesciato il capo, le stelle avrebbe infine potuto giungere a rivederle, lasciando cadere a terra le sue vesti nere e lasciando apparire il destino della verità, che eternamente appare.
(Emanuele severino, In viaggio con Leopardi. La partita del destino dell’uomo, Rizzoli, Milano 2015, pp. 219-221).

Che fummo? Che fu quel punto acerbo che di vita ebbe nome? … G. Leopardi, Il “Coro dei morti”

Che fummo?
Che fu quel punto acerbo
che di vita ebbe nome?
Cosa arcana e stupenda
oggi è la vita al pensier nostro, e tale
qual de’ vivi al pensiero
l’ignota morte appar. Come da morte
vivendo rifuggìa, così rifugge
dalla fiamma vitale
nostra ignuda natura;
lieta no ma sicura,
però ch’esser beato
nega ai mortali e nega a’ morti il fato.

(G. Leopardi, Il “Coro dei morti”).

G. Leopardi, nonostante “l’infinita vanità del tutto”, la notte, si porta alle falde del Vesuvio e sedendo sul “flutto indurato” della lava si volge alle stelle

Vasco Ursini

9 agosto 2017 · 

G. Leopardi, nonostante “l’infinita vanità del tutto”, la notte, si porta alle falde del Vesuvio e sedendo sul “flutto indurato” della lava si volge alle stelle:

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.

(G. Leopardi, La ginestra, vv. 158-166).

Umberto Piersanti: L’infinito, il Bicentenario e non solo

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Recanati, Colle dell’infinito, venerdì 12 luglio 2019. Intervento di Umberto Piersanti, presidente del Centro Mondiale della Poesia e della Cultura “Giacomo …

Il “Canto notturno” di Leopardi, una struggente invocazione alla Luna, in LIBRERIAMO.IT

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LIBRERIAMO.IT
‘Che fai tu Luna in ciel?’ Con questa domanda comincia il ‘Canto notturno’ di Leopardi, un lungo dialogo con la Luna sul senso dell’esistenza

Emanuele Severino. La filosofia di Leopardi. La distruzione della tradizione occidentale – video lezione in Rai Cultura/storia della filosofia

Emanuele Severino spiega la rilevanza filosofica della poetica leopardiana. Mentre Platone era convinto che “i poeti mentono molto”, e ciò costituiva per lui motivo per scacciarli dalla città, Leopardi, pur nutrendo la stessa convinzione, è persuaso che non ci può essere vita senza poesia. La poesia è l’erede della festa arcaica, cioè del momento in cui l’uomo respira al di sopra dell’oppressione del dolore della vita. È il momento in cui l’uomo si raccoglie, raggiungendo così uno stato paradisiaco.
È dall’anima della festa, dalla danza, dal canto primordiale, che nasce la poesia: il rimedio originario da cui poi prendono origine la filosofia, la scienza e la tecnica. Un’ultima sponda prima dell’annientamento definitivo dell’uomo.

Leopardi può ben considerarsi uno dei maggiori pensatori della filosofia contemporanea. Ha infatti posto anticipatamente le basi di quella distruzione della tradizione occidentale che sarà poi continuata e sviluppata – ma non resa più radicale – da Nietzsche, Wittgenstein ed Heidegger.

per ascoltare la video lezione vai a

Emanuele Severino. La filosofia di Leopardi – Filosofia – Rai Cultura