Alessandro ha letto il mio saggio: Vasco Ursini, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, BookSprint Edizioni, 2013

Alessandro ha letto il mio saggio: Vasco Ursini, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, BookSprint Edizioni, 2013

Ho terminato il suo stupendissimo libro-compendio filosofico. Le cose da dire sarebbero talmente tante e talmente difficile per me da esprimere che è molto meglio mi astenga del tutto, tranne dal dirle la mia gratitudine per alcuni fatti certi: è la prima panoramica esaustiva della filolosofia contemporanea ‘onesta’, nel senso che mostra tutto ciò che c’è da sapere in modo semplice (perciò il più chiaro ed essenziale) e non tergiversa mai sui punti nodali, anche quando dichiara la posizione del “forse” oppure il propendere per una versione maggiormente che per un’altra. Sul pensiero di Severino si à scritto relativamente tanto ma quasi mai permettendo una parafrasi degli aspetti più ostici senza tradirli. Prima di lei, a mio personale parere, solo Vero Tarca si era cimentato in questo compito esemplificativo ma non riduttivo. Soprattutto credo che molte persone si riconosceranno in aspetti laceranti di questa diatriba interiore, su cui non riescono mai del tutto a trarsi fuori con sicurezza definitiva, a quanto pare neppure la persona (io empirico) di Severino ci riuscì del tutto. Quindi saremo assolti! Avendola letta più con calma ho potuto apprezzare quella stessa immediatezza antimanieristica di presentare il pensiero del Maestro e dell’altro maestro Heidegger, che avevo colto nella sua relazione. E’ mia convinzione che questo approccio alla materia permetta di espandere grandemente la diffusione nelle generazioni successive alla sua, come lo sono io, e quella che viene dopo la mia, della immensa ricchezza di pensiero insito nel Discorso sul Destino. Sarà un ponte formidabile che eviterà tra l’altro alle correnti neo(realistico-positivistico-materialistiche-postmoderniste) di liquidare quella teoresi a prezzo ribassato. Costituirà il suo scritto un ostacolo al giudizio approssimativo che spesso si dà nell’accostare Severino poco più cha a un trombone arzigogolante postcattolico e neoscolastico postmetafisico. Senza dirle nulla di personale in merito al mio modo di aver accolto in me (almeno in parte) la Verità del Destino, e restando in superficie della questione ultima, porto un enorme rammarico rispetto al vuoto speculativo (serio però) che si è prodotto anche per volontà di Severino stesso, sulle comparazioni in senso radicale col pensiero del misticismo orientale ed iniziatico in genere. So cosa ne ha detto Lui, ma è l’unica cosa che per me resta da compiere per la vera comprensione sul Destino è andare a cercare le coincidenze e le divergenze in modo approfondito non tanto e non solo con il monumentale Sapere pratico teorico di alcune di quelle metafisiche-nonmetafiche, ma soprattuto con l’esperienza diretta testimoniata da migliaia di anni di esseri umani che hanno attraversato stati coscienziali quasi identici a quelli indicati in quelle Scritture, testimoniandoli come ricorrenti e progressivi in un ordine invariato, e che – mio modesto parere – solo e proprio negli Scritti di Severino trovano la spiegazione più completa e corrispondete, ancor più che nelle loro stesse scritture. Tale convergenza de facto, seppur respinta per ragioni note sul piano teoeretico, è l’anello mancante vero per trasformare quel “forse” in un sì. Per portarsi fuori dal Nichilismo non solo in senso filosofico ma esistenziale, per sentire che lo sdoppiamento io-Io non è tale come appare. Che siamo già quell’eterno apparire degli eterni, ma in modo consapevole possiamo esserlo. Posso solo dirle che il suo libro mi ha finito di convincere proprio su questo tema, che ancora non riuscivo a rappresentarmi in modo chiaro nel senso di escludere ed emendare le interferenze depistanti. A me la verità del Destino non mi è giunta tramite studio dei testi, nei testi ho trovato la spiegazione di esperienze avute in stati non ordinari di Coscienza, o intuizioni sconvolgenti in momenti di estremo dolore, e solo poi dopo molti anni e tanto frequentare il sapere orientale e le sue pratiche, ho trovato che il Destino era l’unica descrizione appropriata e coerente di quelle stesse percezioni divenute stabili modi di fruire il senso della cosiddetta esistenza. Scusi la lungaggine ma volevo almeno darle un paio di motivi per farle sentire quanto e perchè ho così apprezzato questa lettura. Buon lavoro, in attesa di altre sue meditazioni pubbliche.
Alessandro
La suddetta recensione è dell’amico Alessandro Rossi che recentemente, dopo aver letto con grande attenzione e forte interesse il mio saggio, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, ha voluto manifestarmi tutto ciò che ne ha ricavato in termini di acquisizione e/o problematizzazione delle questioni filosofiche in esso affrontate”. Non nascondo il piacere e la gratitudine che questa sua robusta recensione mi procura.
Anzi ho deciso di trasferirla nel mio blog.
Vasco Ursini

Vasco Ursini: Risposta agli amici che mi hanno chiesto come acquistare il mio libro “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo ?

Amministratore

10 maggio alle ore 22:11Tutti

Risposta agli amici che mi hanno chiesto come acquistare il mio libro “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo ?” e la rivista “La filosofia futura” n.03/2014 della Mimesis, dove c’è la mia “Risposta a Emanuele Severino, che lo aveva recensito sia nel suo “Dispute sulla verità e la morte”, Rizzoli sia nel n. O2 della suddetta rivista: TELEFONATE PER IL LIBRO A MIO NOME ALLA CASA EDITRICE BOOKSPRINT EDIZIONI A QUESTO NUMERO: 3299224923. TELEFONATE PER LA RIVISTA A MIMESIS, LA SUA CASA EDITRICE. Vi ringrazio del vostro interesse per queste mie pubblicazioni e vi abbraccio affettuosamente.

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L’ETERNITÀ DI OGNI ENTE, testo di Vasco Ursini con riferimento a: Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 32 – 33

Questa è indubbiamente la più inaudita e sconcertante affermazione di Emanuele Severino, che però, a ben guardare, è innegabile, al di fuori dell’alienazione dell’Occidente.
Al di fuori di tale alienazione, infatti, “appare che ‘ogni’ ente (cose, eventi, funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagini,processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘l’eternità di ogni ente’.
Questa affermazione esprime un ritorno a Parmenide, che è insieme la ripetizione del “parricidio” compiuto da Platone rispetto a Parmenide. Parmenide distrugge il mondo: afferma l’illusorietà delle differenze del mondo. Col “parricidio”, Platone intende salvare il mondo – e l’Occidente cresce al riparo di Platone. Ma il “parricidio” deve essere ripetuto, perché Platone, riportando le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida insieme al divenire, ossia le vede con l’occhio del nichilismo. Il riparo delle differenze le abbandona al niente e alla volontà di potenza che si propone di strapparle al niente e di risospingervele. Si tratta allora, per il pensiero che riesce a mantenersi al di fuori del nichilismo, di salvare il mondo da Parmenide, senza affidarlo alla fede del divenire.
L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica una comprensione dell’esperienza, radicalmente diversa dall’interpretazione nichilistica del divenire, dell’esperienza, dell’apparire. Al di fuori del nichilismo, la variazione del contenuto dell’esperienza non è la produzione e l’annientamento delle cose, ma il loro entrare ed uscire – eterne – dalla dimensione dell’apparire. Questo significa che solo l’eterno può divenire: appunto perché il divenire è il processo in cui gli eterni entrano ed escono dalla luce dell’apparire ( e l’apparire stesso è un eterno). La plurimillenaria interpretazione nichilistica del divenire lo rende impensabile.
L’alienazione – il nichilismo – non è un fenomeno limitato al pensiero filosofico, ma si allarga alla prassi e alle forme sociali dell’Occidente. La storia concreta dell’Occidente cresce all’interno della fede nichilistica che l’essere è tempo. Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola la terra – ossia la totalità di ciò che entra ed esce dall’apparire – dal destino della verità e che assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto. L’isolamento della terra dal destino della verità è la forma originaria della volontà di potenza. E l’accadimento della volontà di potenza è lo stesso accadimento dell’essere mortale del mortale. Il “mortale” è il contrasto tra l’apparire del destino della verità e l’apparire della terra isolata.
Il “tramonto” del nichilismo non è quindi la semplice correzione di un errore della coscienza filosofica,per quanto profondo ed esteso possa essere. Nel tramonto del nichilismo tramontano le opere del nichilismo – tramonta l’Occidente -. e innanzitutto tramonta l’isolamento della terra e quindi il contrasto in cui consiste l’essenza del mortale. Col tramonto del nichilismo l’uomo appare come ciò che egli è da sempre: l’eterno apparire del destino della verità”.
(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 32 – 33).

RIPRESA E CONCLUSIONE DELLA NOTA SULLA VITA, LE OPERE E IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO, testo di Vasco Ursni

Nel 1971 Severino trasmigra all’Università Ca Foscari di Venezia e nel 1972 pubblica “Essenza del nichilismo” (Op. cit.) che è una provvidenziale raccolta di molti scritti pubblicati precedentemente e tutti di assoluto valore.
Nella “Avvertenza alla seconda edizione” (Autunno 1981) Severino scrive: “Più si parla di nichilismo, più diventa indispensabile pensare l’essenza del nichilismo. Essa continua a rimanere al di là di tutto ciò che la nostra cultura crede di sapere intorno al nichilismo e alla sua essenza.
La seconda edizione di questo libro, che esce quasi contemporaneamente all’edizione tedesca (Klett-Cotta, Stuttgart), contiene il testo della prima edizione (salvo alcuni ritocchi di carattere formale e due brevi note fuori testo), e una “Parte aggiunta”, costituita da un saggio dedicato al senso della distinzione tra il “fenomeno” e l’ “insé” del Nichilismo e da una “Nota” dove viene considerata la relazione tra alcuni temi di “Essenza del nichilismo” e le altre opere dell’autore: soprattutto “La struttura originaria” (1958; seconda edizione, Adelphi, 1981), “Studi di filosofia della prassi” (1962) e “Destino della ncecessità” (Adelphi, 1980)”.
In “Essenza del nichilismo” la dimensione del nichilismo è affermata per tutti gli aspetti di fondo del mondo occidentale. In particolare si pone in luce che l’Occidente si appoggia su una convinzione alienata del senso dell’essere perché ammette l’evidenza del divenire come passaggio contraddittorio ed alienato dell’ente tra l’essere e il non essere. Da tale convinzione scaturisce l’esplosone della volontà di potenza che dispone della libertà dell’ente ad essere e non essere. In tale senso il sapere tecnico-scientifico si pone come l’ultima defintiva e perentoria manifestazione dell’alienazione metafisica, poichè persegue la produzione e distruzione dell’ente facendolo nascere dal niente e respingendolo nel niente.
Nel 1980 Severino pubblica “Destino della necessità” che dopo “La struttura originaria” costituisce un altro asse portante del suo sistematico rigoroso e poderoso pensiero. Qui emerge chiaramente che la sua ontologia è un grandioso tentativo di critica all’intera civiltà occidentale e ormai del Pianeta, che continua ad aver fede nel dominio metafisico e tecnico dell’ente. In tale prospettiva assume un’importanza fondamentale il concetto di “destino” che, nell’essere l’apparire dell’esser sé dell’essente, costituisce la matrice originaria della verità ontologica. Conformemente alle tesi sviluppate ne “La struttura originaria”, il Destino è l’affermazione perentoria della connessione tra l’dentità dell’ente e la sua eternità. Il nichilismo occidentale rappresenta la massima contrarietà alla verità perchè esso, inconsciamente, separando irrimediabilmente l’essere dal niente, lo destina al nulla, all’alterità impossibile del divenire garantendosene il dominio.
Inoltre in quest’opera Severino analizza anche la presenza del nichilismo nelle forme arcaiche del linguaggio occidentale e nel modo di concepire filosoficamente la prassi. La prassi per Severino è l’emblema della capacità organizzata ed articolata di isolare l’ente dall’essere manovrandolo come un nulla.
Infine in “Destino della necessità” Severino espone una autentica concezione del tempo inteso come l’apparire e lo scomparire degli eterni.
Molte altre opere Severino pubblicherà di qui in avanti.
Noi ne citiamo quattro: 1) La Gloria (Adelphi, 2001); 2) Oltrepassare (Adelphi, 2007; 3) La morte e la terra (Adelphi, 2011); 4) Dike (Adelphi, 2015).
E ci fermiamo qui.

Vorrei dire tutto ciò su cui anche io so che si deve tacere, Vasco Ursini , 7 maggio 2019

Vorrei dire tutto ciò su cui anche io so che si deve tacere, perché avverto che proprio lì sta un insieme di verità innegabili, ora sepolte dai silenzi, dalle paure, dalle ipocrisie.
Ma ancora non ci riesco.
Forse un giorno non lontano riuscirò a dare voce a quei silenzi, entro i quali, per ora, tutti, ma proprio “tutti”, continuano a rifugiarsi.

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Il pensiero di Emanuele Severino, da ‘La struttura originaria’ (1958) a ‘Dike’ è assolutamente fedele alle sue premesse, del tutto lineare e il suo linguaggio del tutto compatto. E tuttavia …

Il pensiero di Emanuele Severino, da ‘La struttura originaria’ (1958) a ‘Dike’ è assolutamente fedele alle sue premesse, del tutto lineare e il suo linguaggio del tutto compatto.
E tuttavia, a ben guardare, si possono cogliere nel suo discorso, soprattutto a livello di stile compositivo, profonde variazioni. Anche nello sviluppo del suo pensiero Severino è andato incontro a progressi ed aggiustamenti significativi di direzione. Si pensi ai tratti “nichilistici” presenti ne ‘La struttura originaria’ e al loro graduale superamento in ‘Ritornare a Parmenide’ e in tutte le successive opere.
Va però detto, a chiare note che queste “variazioni” che caratterizzano il suo itinerario di pensiero non sono mai delle ritrattazioni.
Severino, imboccata la strada della verità del destino, non è più tornato indietro e ha proseguito senza tentennamenti e ripensamenti in quella direzione compiendo ovviamente dei “passi in avanti” nell’arco di una riflessione filosofica che dura da 58 anni. “Passi in avanti” che egli stesso ci dice come vanno interpretati: “Il passo innanzi è possibile perché si appoggia al primo passo; ma non come nell’andatura dove ogni passo sembra anche cancellare quello precedente, ma [ … ] come una scala, dove i gradini più bassi rimangono sebbene ci siano quelli più alti, e li sostengono; anche se, stando su quelli più alti, si può vedere qualcosa che non si riusciva a vedere rimanendo su quelli più bassi. I gradini della scala sono infiniti.
Il linguaggio non potrà mai percorrerli tutti. Ma l’intera scala infinita appare già da sempre in ognuno di noi. Il nostro esser Io del destino è il mostrarsi di questa scala – la scala del destino della verità”.

Vasco Ursini, Il primo Wittgenstein, uno dei fari più luminosi della filosofia del nostro tempo …

Il primo Wittgenstein, uno dei fari più luminosi della filosofia del nostro tempo. Il Wittgenstein del “Tractatus logico-philosophicus”.
In questa sua prima opera, per me la più importante, Wittgenstein cerca di determinare, attraverso uno studio della struttura logica del linguaggio, che cosa si possa sensatamente dire, al fine di determinare in tal modo l’ambito del dicibile e del pensabile rispetto all’indicibile. L’opera è suddivisa in sette tesi principali, che (fino alla tesi 7: “Di ciò di cui non si può parlare bisogna tacere”) sono spiegate in base al loro “peso logico” con sottotesi numerate tramite cifre decimali. Il linguaggio è la “fotografia” della realtà. Lui dice testualmente che ” il linguaggio “dipinge” la realtà”. Con la forma universale della proposizione, cioè con l’essenza della proposizione, si indica l’essenza del mondo. Tutto il dicibile, secondo la teoria della proposizione come raffigurazione, deve soddisfare la struttura logica che il linguaggio e la realtà hanno in comune. Per questo deve essere nel mondo, deve stare ne mondo, immanente nel mondo.
Sul mondo come intero, sui valori e sul senso del mondo e della vita, sulla morte, che non è un evento della vita, su Dio, che non si manifesta nel mondo, non si può dire letteralmente nulla.
Se dunque la filosofia viene intesa come dottrina, cioè come disciplina che mira a dire qualcosa che non si può dire, essa va accantonata. La filosofia deve dunque essere concepita come un’attività il cui scopo è la chiarificazione logica dei pensieri.

Vasco Ursini, Residuo nichilista in Severino

‘’La totalità dell’essere F.immediato, e in generale, la totalità del divenire NON APPARTIENE NECESSARIAMENTE ALL’INTERO ( inteso quest’ultimo, come ciò che, DI FATTO, include il divenire’’[…]PERCHE’ LA REALTA’DIVENIENTE NON CONTIENE ALCUNA POSITIVITA’, che non sia contenuta nell’intero immutabile, NON E’ AUTOCONTRADDITTORIO SUPPORRE O PROGETTARE LA INIZIALE NULLITA’ O L’ANNULLAMENTO DELLA REALTA’ DIVENIENTE ; OSSIA NON E’ AUTOCONTRADDITTORIO AFFERMARE CHE QUESTA REALTA’ E’ COME CIO’ CHE AVREBBE POTUTO NON ESSERE’’ (S.O. pag 407, maiuscolo e grassetto miei)
’non solo non è contraddittorio affermare che la realtà diveniente non appartiene necessariamente all’intero, ma è autocontraddittorio affermare la necessità di quella appartenenza’’.
E ancora : ‘’L’immutabile non è semplicemente ciò senza di cui la verità diveniente non è, ma è CIO’ PER CUI quella realtà è.[…]all’opposto l’intero immutabile è ANCHE SE LA TOTALITA’ DEL DIVENIRE NON E’. E ‘’CHE LA TOTALITA’ DEL DIVENIRE SIA E’ DECISIONE DELL’IMMUTABILE (S.O. pag 409, maiuscolo mio)

Stai quasi sempre con me, nel mio pensiero … Ci sei nel mio pensiero, caro Giacomo Leopardi

Stai quasi sempre con me, nel mio pensiero. Ma da quando circola questo maledetto virus, ci sei in continuazione, ci sei sempre.

Ci sei nel mio pensiero, caro Giacomo Leopardi, con tutta la tua opera in versi e in prosa. Il tuo “Zibaldone di pensieri” è per me come il “breviario” per i preti. L’unico problema è che al di là della fisica non si riesce proprio ad andare. Ma la spinta a tentare di andarci non si attenua. La tua “ginestra” rimane il nostro “appiglio” più resistente e ci consola.

 

via (5) Amici di Emanuele Severino

Una delle questioni filosofiche del pensiero contemporaneo …. , Vasco Ursini

Una delle questioni filosofiche del pensiero contemporaneo è la seguente:
La figura di Dio, o dell’immobile, è incompatibile con il “divenire”, che per l’intero pensiero filosofico di ieri e di oggi è l’evidenza suprema. Detto più chiaramente: se vi è l’immutabile non vi può essere il divenire. Per questo la filosofia contemporanea, soprattutto da Nietzsche in poi, deve dichiarare che “Dio è morto”, perché altrimenti dovrebbe ammettere che il “divenire” non è possibile. Ma se si vuole che il “divenire” ( vocabolo con il quale si indica il passaggio delle cose dall’essere al nulla e viceversa) rimanga la fede suprema dell’Occidente, bisogna dichiarare che “Dio è morto”, cioè bisogna “liberarsi di Dio”.

da Amici di Emanuele Severino

Molti parlano di “eternità” inesistenti …, Vasco Ursini

 

C’è l’eternità del sapere metafisico e religioso dell’Occidente e c’è anche l’eternità del sapere religioso-sapienzale preontologico dell’Oriente.
Va detto subito però che esse sono tutte forme dell’isolamento della terra dal destino della verità ed hanno il compito di “fondare” l’esistenza dell’eterno e di non limitarsi ad affermarla. Compito peraltro destinato a non cogliere l’obiettivo e a fallire perché la filosofia contemporanea, o meglio il sottosuolo della filosofia contemporanea è la distruzione inevitabile dell’ “episteme”, cioè di ogni eterno.

da(4) Amici di Emanuele Severino

L’uomo è, essenzialmente debolezza assoluta rispetto alla Natura – Vasco Ursini

L’uomo è, essenzialmente, debolezza assoluta rispetto alla Natura.

Eppure nei momenti di relativa mancanza di eventi tragici, rieccolo a credersi onnipotente sulla natura e su tutto, rieccolo a pensare di essere onnipotente.

Stupidità assoluta la sua, che si ripete, da sempre, con insopportabile monotonia.

via (3) L”uomo è, essenzialmente debolezza assoluta rispetto alla Natura – Ricerca di Facebook

Vasco Ursini: Alcuni amici mi chiedono se il termine “infinito” abbia, negli scritti di Emanuele Severino, una connotazione spazio-temporale o solo temporale …

Alcuni amici mi chiedono se il termine “infinito” abbia, negli scritti di Emanuele Severino, una connotazione spazio-temporale o solo temporale.
Rispondo che l’ “infinito” di cui parla Severino non ha nulla a che vedere né con l’una né con l’altra connotazione. Negli scritti di Severino, il termine “infinito” ha un significato ontologico che è diverso dall’uso scientifico che se ne fa, indica la “totalità”: l’infinito è tale perché non lascia alcunché al di fuori di sé; è il Tutto che, al di fuori di sé, lascia solo il nulla, cioè non lascia nulla.
Spero di essere stato chiaro

in  (1) Amici di Emanuele Severino

L’essenza della filosofia contemporanea, testo di Vasco ursini

L’essenza della filosofia contemporanea

Chi sa portarsi e muoversi nel sottosuolo filosofico del nostro tempo vede l’impossibilità dell’esistenza di ogni dio immutabile e di ogni verità immutabile che lo manifesti. Perché vede che la loro esistenza comporterebbe l’inesistenza del divenire del mondo che per la stessa tradizione filosofica è l’evidenza originaria e assolutamente innegabile. Ne consegue che è innegabile che per codesta duplice negazione – del dio immutabile e di ogni verità immutabile – si manifesti un mondo che non ha più alcun stabile fondamento e alcun senso unitario e che dunque si presenti come una molteplicità di parti isolate, che uscendo dal nulla si uniscono fra di loro in modo soltanto accidentale formando una molteplicità di ‘frammenti’, che si possono conoscere soltanto in modo specialistico.
A questo, dunque, approda la filosofia del nostro tempo: che non esista alcun senso unitario e fondamentale del mondo.

via (3) Amici di Emanuele Severino

testo rielaborato del colloquio tra il prof. Zaccaria e Emanuele Severino, Brescia 13 gennaio 2003. A cura di Vasco Ursini

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

 

Mi pare assai utile pubblicare, a puntate, il testo rielaborato del colloquio tra il prof. Zaccaria e Emanuele Severino, avvenuto a Brescia il 13 gennaio 2003. Indicherò con Z: il prof Zaccaria e con S: Severino.

Z: Professore Severino, ho raccolto in tre tracce le questioni che Le porrò: 1) le posizioni guida sul nichilismo. 2) l’essere e il divenire. 3) l’interpretazione heideggeriana della filosofia,
S: D’accordo. Se vuole, possiamo incominciare.
Z: Ecco la prima traccia.
Quando pensiamo alla questione del nichilismo europeo-occidentale, si prospettano due posizioni guida che costituiscono anche due diagnosi dell’ora mondiale cui, fin dall’inizio greco, che lo vogliamo o meno, apparteniamo: la posizione di Nietzsche e quella di Heidegger. Le seguenti citazioni possono forse aiutare il lettore: “Che cosa vuol dire “nichilismo”? Che i più alti valori si svalutano. Viene meno lo scopo; viene meno la risposta al “perché?” (1887-88)
Heidegger: “Il nichilismo consiste in quella ‘Geschichte’ nella quale dell’essere stesso non è niente” [dal ‘Nietzsche’)
Ora però leggiamo quello che Lei scrive, a tale proposito, ad esempio in ‘Essenza del nichilismo?:

L’Occidente è la civiltà che cresce all’interno dell’orizzonte aperto dal senso che il pensiero greco assegna all’esser-cosa delle cose. Questo senso unifica progressivamente, e ormai interamente, la molteplicità sterminata di eventi che chiamiamo “storia dell’Occidente”; e domina ormai tutta la terra: l’intera storia dell’Oriente è così diventata anch’essa preistoria dell’Occidente. Da tempo i miei scritti indicano il senso occidentale – e ormai planetario – della cosa: la cosa (una cosa, ogni cosa) è, in quanto cosa, niente; il non-niente (un, ogni non-niente) è, in quanto non-niente, niente. La persuasione che l’ente sia niente è il nichilismo: In un senso abissalmente diverso da quello di Nietzsche e di Heidegger, il nichilismo è l’essenza dell’Occidente.

Le chiedo: dal punto di vista dello sguardo del Destino, ha un qualche senso tener conto del fatto che Heidegger interpreta la propria determinazione essenziale del nichilismo che, a sua volta, abissalmente diversa da quella di Nietzsche? Che genere di differenze – o di abilità – vengono evocate sia in Heidegger sia nel Suo discorso?

S: Bene. Intanto è chiaro che, nella definizione di “nichilismo” data da Heidegger, è dell'”essere” che si pensa l’esser niente; mentre nel mio discorso filosofico, “nichilismo significa che è dell’essente in quanto essente che si pensa e si vive l’esser niente. E l’essente in quanto tale, nel proprio significato più ampio (ossia in quanto non niente) ‘include’ sia i “valori” di cui parla Nietzsche, sia l'”essere” di cui parla Heidegger. Heidegger vede certamente una differenza abissale fra la propria definizione di nichilismo e quella di Nietzsche, perché l'”essere” di cui egli parla non è l’essere di cui parla Nietzsche (così come non è l’essere di cui parla l’intero pensiero occidentale). Heidegger pensa l'”essere” come “differente” dall’ente. Se vogliamo una indicazione provvisoria. l'”essere” è, per Heidegger, la manifestazione o l’apparire in cui l'”ente” esce dal nascondimento e si pone nella luce. Husserl – come maestro di Heidegger – avrebbe detto che questo “essere” è l'”Io trascendentale” (l’Io come apparire dell’ente). L’oblio dell'”essere” di cui parla Heidegger, è allora (stando a Husserl) l’oblio della luce in cui si manifestano le determinazioni del mondo. Questo oblio ha come corrispettivo, in Husserl, il tema della crisi della scienza occidentale, dove la scienza ha occhi per le cose ma non per il ‘vedere’ le cose. Si tratta di una crisi molto vicina all’alienazione di cui parla l’idealismo, l’alienazione che è propria della concezione ingenuamente realistica, dove si hanno occhi solo per l'”essere” – e in questo caso “essere” significa le “mere cose”. Certo, Heidegger ha ragione nel sottolineare la differenza fra la propria determinazione del nichilismo e quella di Nietzsche. Con una metafora: in Heidegger l'”essere” è la ‘luce’ come distinta o addirittura separata dai colori (gli enti) che essa illumina. L'”essere” è l’apparire; nella metafora, l'”essere” è l’analogo della luce; gli enti sono l’analogo dei colori. La dimenticanza dell'”essere” è la dimenticanza della luce. Non credo che in Heidegger, questo, si discosti dalla diagnosi di fondo di Husserl e di Gentile ( con tutti i “distinguo” del caso).
Per Heidegger il “nichilismo” è che dell'”essere” non è più niente. Questo “essere” non è alcun ente, ossia: non è riducibile a nessuno degli enti che, invece, assorbono l’attenzione di chi ha obliato l'”essere”. L'”essere” di cui non è niente è l'”essere” che è stato dimenticato, la luce in cui si illuminano gli enti. Dimenticato, è come non ne sia più niente. Quando invece Nietzsche definisce il nichilismo nel modo che Lei ha ricordato – il quale peraltro non è l’unico (altrove il filosofo chiama “nichilismo” il Cristianesimo) – egli pone l’accento sul “venir meno” di quegli enti che sono i “valori.

La rete e il mare, di Vasco Ursini,

La rete e il mare
Con questa metafora ci si intende riferire alla dibattuta questione relativa alla possibilità di una esperienza di pensiero che vada “oltre la ragione” per verificare se la “rete” della ragione può arrivare a cogliere la verità del grande “mare” dell’essere sul quale essa continua a riflettere per tentare di agguantare la verità originaria.

È questa la questione assolutamente centrale nell’ambito della millenaria fatica filosofica, sia per coloro che pensano che la verità sia davanti a noi e che possiamo afferrarla alla fine di un percorso fitto di sfibranti tentativi di ricerca, sia per coloro che invece ritengono che essa – la verità originaria – sta dentro noi, è già manifesta in ciascuno di noi.
La questione resta aperta, anche dopo la testimonianza severiniana della “verità del destino”, che però non è riconosciuta come verità incontrovertibile dal pensiero filosofico contemporaneo.
La riflessione su di essa va ripresa con forza senza mettere nessuno in “epoché”.

A coloro che sostengono che l’espressione “apparire dell’apparire” sembra un’ulteriorita’ riflessiva …, di Vasco Ursini 25 marzo 2018

Vasco Ursini

A coloro che sostengono che l’espressione “apparire dell’apparire” sembra un’ulteriorita’ riflessiva, cioè qualcosa che si aggiunge al puro e già perfetto apparire, rispondiamo che questo loro convincimento è errato: infatti va sottolineato che un ente può apparire solo in quanto appare il suo apparire: l’ente appare, ossia è presente, in quanto questo suo essere presente è presente; se non lo fosse, il suo essere presente sarebbe un essere presente che “non è presente”, cioè l’ente non apparirebbe. Dunque, dire che un ente appare significa dire che appare il suo apparire, apparire che è un essente, che, in quanto tale, è eterno ed è presente come tale