IL PENSIERO IN ATTO, citazione da G. Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, p. 82

 

Affinché si possa conoscere l’essenza dell’attività trascendentale dello spirito, bisogna non considerare mai questo, che è spettatore, dal di fuori; non bisogna proporselo mai, esso stesso, come oggetto della nostra esperienza; esso stesso, spettacolo. La coscienza, in quanto oggetto di coscienza, non è più coscienza; convertita in oggetto appercepito, l’appercezione originaria cessa di essere appercezione: non è più soggetto, ma oggetto: non è più Io, ma non-io. Questo appunto l’errore di Berkeley: di qui la sua incapacità a risolvere il problema. Il suo idealismo perciò è ‘empirico’.
Il punto di vista trascendentale è quello che si coglie nella realtà del nostro pensiero quando il pensiero si consideri non come atto compiuto, ma, per così dire, quasi ‘atto in atto’. Atto, che non si può assolutamente trascendere, poiché esso è la nostra stessa soggettività, cioè noi stessi; atto, che non si potrà mai e in nessun modo oggettivare. il punto di vista nuovo, infatti, a cui conviene collocarsi, è questo dell’ ‘attualità’ dell’Io, per cui non è possibile mai che si concepisca l’Io come oggetto di se medesimo. Ogni tentativo che si faccia, si può avvertirlo sin da ora, di oggettivare l’Io, il pensare, l’attività nostra interiore, in cui consiste la nostra spiritualità, è un tentativo destinato a fallire, che lascerà sempre fuori di sé quello appunto che vorrà contenere; poiché nel definire come oggetto determinato di un nostro pensiero la nostra stessa attività pensante, dobbiamo sempre ricordare che la definizione è resa possibile dal rimanere la nostra attività pensante, non come oggetto, ma come soggetto della nostra stessa definizione, in qualunque modo noi si concepisca questo concetto della nostra attività pensante. La vera attività pensante non è quella che definiamo, ma lo stesso pensiero che definisce.
(G. Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, p. 82).

Emanuele Severino sulla filosofia gentiliana, in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 10

 

Da tanto tempo sono convinto dell’importanza eccezionale, e forse unica, della filosofia gentiliana, ma in un senso diverso da quello sostenuto da Bontadini: nel senso ‘negativo’, poiché Gentile è stato uno dei più grandi maestri del nichilismo, cioè dell’Errare estremo. Anche per spingere l”Errare all’estremo occorre stare in alto, sostenuti da una potenza concettuale che è indispensabile all’altezza che compete alla Verità.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 10).

da (4) Amici di Emanuele Severino

Realismo, attualismo, tecnica, sottosuolo del nostro tempo, in Emanuele Severino, Introduzione a Giovanni Gentile,L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 9-10

 

Il “realismo” è la prospettiva all’interno della quale scienza e tecnica anche oggi procedono. Non senza alcune spinte in direzione opposta, ad esempio la fisica quantistica di Heisenberg. Per il realismo il mondo esiste indipendentemente dalla conoscenza umana. E’ una prospettiva filosofica (in certo senso ereditata da alcune configurazioni storiche del senso comune). Adottando la quale, la tecno-scienza è oggi capace di trasformare radicalmente il mondo: più di qualsiasi altra forza che abbia tentato e tenti di farlo. Anche per questo motivo la filosofia del nostro tempo ha sempre più emarginato la prospettiva “idealistica” – per la quale, invece, il mondo, la natura, Dio stesso ‘non’sono indipendenti e separabili dalla conoscenza umana. Inoltre, per “idealismo” si è inteso soprattutto l’idealismo assoluto di Hegel, sì che il generale atteggiamento, divenuto preminente, di rifiuto della tradizione metafisica ha inteso la propria presa di distanza da Hegel, in cui la metafisica giunge al proprio culmine, come la definitiva chiusura dei conti con l’idealismo i quanto tale.
Eppure realismo e idealismo hanno in comune un tratto fondamentale: la convinzione che la realtà includa la realtà che ‘diviene’. Alle culture che precedono la filosofia non è certamente ignota la trasformazione continua e variegata del mondo: teogonie e cosmogonie e, in generale, le metamorfosi costantemente presenti nel mito, la attestano nel modo più esplicito. Ma è loro ignoto il senso che la filosofia, sin dal primo inizio, assegna al ‘divenire’ – che rimane alla base dell’intero sviluppo della civiltà occidentale, ossia della dimensione i cui tratti essenziali si sono posti ormai alla base di ogni altra civiltà.
Sin dall’inizio la filosofia intende il divenire come “unità di essere e di non essere”. Ciò che diviene, infatti, “è” sin tanto che è, ma nel proprio passato e nel proprio futuro “non è”, e quindi, come diceva Platone, di esso non si può dire, separando il suo essere dal suo non essere, né soltanto che “è”, né soltanto che “non è” (Civitas, 479 e), ma è necessario dire che “insieme è e non è” […], ossia è appunto “unità di essere e di non essere”. Anche Hegel definisce così il divenire – ma oramai è il senso comune ad esser convinto che le cose del mondo che ora “sono”, prima “non erano” ancora e poi “non saranno” più, e cioè, insieme, sono e non sono.

D’altra parte la filosofia porta alla luce un senso inaudito del divenire perché indica un senso inaudito dell'”essere” e del “non essere”, dei quali il divenire è l’unità. Ossia porta alla luce l’opposizione infinita che sussiste tra l”essere’ e il ‘nulla’ (che è appunto la forma più radicale del non essere), intendendo l’essere come ciò che ‘ogni’ cosa (e si intenda questa parola nel senso più ampio) ha in comune con ogni ‘altra’, e che pertanto costituisce e configura la totalità della realtà; e intendendo il nulla come la totale assenza di ogni forma di essere.
Orbene, per lo più non si comprende come sia proprio il senso greco del divenire, che realismo e idealismo condividono, a far sì che il realismo, nonostante il suo attuale predominio sociale, sia destinato a mostrare la propria debolezza concettuale rispetto all’idealismo; ma non rispetto all’idealismo genericamente inteso, bensì rispetto a quella forma specifica di idealismo che è l'”attualismo” di Giovanni Gentile.
Questa affermazione riesce sorprendente già nella cultura italiana; in quella internazionale, poi, può suonare come un’esagerazione fuori luogo. Ma se si riesce a raggiungere il ‘sottosuolo’ essenziale del nostro tempo, al di là cioè di quanto il nostro tempo crede di sapere di sé, ci si imbatte in qualcosa di estremamente più sorprendente e sconcertante. Innanzitutto l’essenziale ‘solidarietà’ tra attualismo e tecno-scienza.

(Emanuele Severino, Introduzione a Giovanni Gentile,L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 9-10)

NECESSITA’ DELLA METAFISICA, in U. Spirito, “Giovanni Gentile”: L’eredità dell’attualismo, p. 207-208

 

L’antimetafisica di moda, l’antimetafisica di cui si compiacciono le cosiddette scienze analitiche, nelle loro varie denominazioni, è quanto di più puerile, di più grossolano, di più inconsapevole, di più stupidamente metafisico si possa immaginare. Esse sono tutte al di qua e non al di là del problema e perciò lo lasciano affatto insoluto.
[…]
Il problema non si può eliminare e neppure ignorare, e, se si cerca di eliminarlo, ingenuamente e velleitariamente, con semplici parole, esso non solo rimane in piedi, ma vanifica tutti i tentativi speculativi che ne prescindono. Occorre convincersi che non può avere senso rifiutare ciò che della metafisica costituisce il principio essenziale: il principio dell’unità, del tutto, dell’assoluto. Gli analisti di oggi si affannano a dire ch’essi non si occupano di questi concetti astratti, anzi che non si occupano neppure della verità, bensì delle verità. Poi aggiungono che anche le verità sono propriamente fuori della loro ricerca, perché verità è termine equivoco, ed essi preferiscono parlare di validità, di verificabilità. Così essi si illudono di minimizzare ed addirittura di far scomparire il problema, e non si accorgono che il problema non può finire, perché non è solo della metafisica nel senso tradizionale, ma anche della scienza concepita come scienza particolare. Che significato, infatti, potrebbe mai avere la parte senza che in essa fosse implicito il concetto di unità e di tutto? Che significato potrebbe avere il relativo, il sistema delle relazioni, senza il concetto di assoluto?

Chi ragiona in questa maniera non si è dato mai la briga, evidentemente, di leggere Kant o Hegel o Gentile.

U. Spirito, “Giovanni Gentile”: L’eredità dell’attualismo, p. 207-208

Croce-Gentile, l’amicizia come “ideale” primario – articolo di Francesco Perfetti, in IlGiornale.it, 03/07/2019

Le lettere inedite tra i due filosofi svelano uno scontro intellettuale insanabile. Ma, anche, una grande stima

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Croce-Gentile, l’amicizia come “ideale” primario – IlGiornale.it

IL SOGGETTO COME ATTO, citazione da: Giovanni Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 90-91

 

Chi dice fatto spirituale, dice spirito. E dire spirito è dire sempre individualità concreta, storica: soggetto che non è ‘pensato’ come tale, ma ‘attuato’ come tale. Non dunque spirito e fatto spirituale è la realtà spirituale, oggetto del nostro conoscere: ma, puramente e semplicemente, spirito, come soggetto. E come tale essa non è conosciuta se non al patto che s’è detto: in quanto la sua oggettività si risolve nell’attività reale del soggetto che la conosce.

GLI ALTRI E NOI

Un mondo spirituale è concepibile soltanto in questo modo: che non si contrapponga all’attività di chi lo concepisce, se ha daconcepirlo veramente come spirituale. ‘Altri’, oltre di noi, non ci può essere, parlando a rigore, se noi lo conosciamo, e ne parliamo. Conoscere è identificare, superare l’alterità come tale. L’ ‘altro’ è semplicemente una tappa attraverso la quale dobbiamo passare, se dobbiamo obbedire alla natura immanente del nostro spirito. Passare, non fermarci. Quando ci troviamo dinanzi a quest’essere spirituale come a qualche cosa di diverso da noi, da cui ci dobbiamo distinguere, e che presupponiamo anteriore alla nostra nascita, e tale che, se anche noi non ci pensiamo più, rimanga pur sempre, possesso, almeno possibile, degli altri uomini: allora è segno che noi non siamo ancora propriamente in presenza di quest’essere come essere spirituale, e non ne scorgiamo propriamente la spiritualità.
( Giovanni Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 90-91)

Giovanni Gentile e la distruzione degli immutabili (Emanuele Severino), video a cura di in Labore Fructus, 20 novembre 2018

In queste righe (tratte dalla seconda parte di “Oltre il linguaggio”) Severino “dà una mano” (come egli suole dire) a portare alla luce il sottosuolo filosofico del pensiero di Giovanni Gentile, quel sottosuolo costituito da una struttura concettuale in grado di negare ogni significato eterno sulla base dell’evidenza del divenire ontologico. Nel caso di Gentile, il divenire ontologico s’identifica col soggetto, l’esperienza del divenire non è il divenire di una realtà esterna, ma è lo stesso divenire del soggetto, dove l’oggetto non si costituisce da sé (come indipendente, esterno ecc.) ma vien posto dal soggetto, la natura è prodotta, è creata dal soggetto secondo un processo (di creazione e distruzione) infinito.

Pubblicato il 20 nov 2018

Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una “scoperta” di Heidegger …. Citazione da: E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 217-218

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una “scoperta” di Heidegger (Della realtà, Garzanti 2012, p. 100). Si tratta della critica alla definizione di “verità” come “corrispondenza” tra ‘intellectus e res, tra “l’intelletto” e la “cosa”.

In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma ben prima di Heidegger, e con maggiore nitore,Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo hegeliano) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava – per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come “esterna” alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il ‘pensiero’ confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa; la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere ‘conosciuta’, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna”.

Solo che Vattimo si fa guidare, prendendolo alla lettera, da quell’appunto di Nietzsche in cui si annota – probabilmente per studiarne il senso – che “non ci sono fatti ma solo interpretazioni” e che “anche questa è un’interpretazione”, ossia una prospettiva che si forma storicamente e che quindi è revocabile, sostituibile. Poiché Vattimo intende tener ferma questa “sentenza” di Nietzsche dovrà dire allora che anche la critica alla concezione metafisica della verità è un’interpretazione, ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli consideri anche la propria filosofia soltanto come un'”interpretazione rischiosa”, una “scelta”, una “volontà” le cui motivazioni sono soltanto decisioni etico-politiche (p. 53): “Come Heidegger, noi vogliamo uscire dalla metafisica oggettivistica perché la sentiamo come una minaccia alla libertà e alla progettualità ‘costitutiva’ dell’esistenza” (p. 122, corsivo mio). In sostanza, come tanti altri, esclude ogni verità incontrovertibile perché altrimenti libertà e democrazia verrebbero distrutte; ma in questo modo mostra di considerare come verità incontrovertibile la difesa della libertà e della democrazia (la qual cosa è soltanto una bandiera politica o teologica). Oppure – chiedo a lui e a tanti altri – anche l’affermazione che la libertà è “costitutiva” dell’esistenza è solo un’interpretazione revocabile?

(E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 217-218)

 

EmanueleSeverino: Nietzsche, Leopardi e Gentile sono stati coloro i quali hanno mostrato, con necessità, l’inevitabile morte di Dio, video pubblicato da In Labore Fructus , 5 ottobre 2018

Nietzsche, Leopardi e Gentile sono stati coloro i quali hanno mostrato, con necessità, l’inevitabile morte di Dio.

Qui Dio vuol dire qualsiasi realtà assoluta, definitiva, eterna e immutabile. Tenendo ferma la concezione nichilistica del divenire del mondo è impossibile affermare l’esistenza di un eterno. La tradizione filosofica affermava che l’esistenza del mondo diveniente esigesse la presenza dell’eterno, il sottosuolo filosofico si accorge che l’evidenza innegabile del divenire rende impossibile l’esistenza del Dio-eterno.

Tolto di mezzo Dio l’unica realtà a rimanere in piedi è il mondo del divenire.

Realismo, attualismo, tecnica, sottosuolo del nostro tempo, citazione da: Emanuele Severino, Introduzione a Giovanni Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 9-10

Realismo, attualismo, tecnica, sottosuolo del nostro tempo

Il “realismo” è la prospettiva all’interno della quale scienza e tecnica anche oggi procedono. Non senza alcune spinte in direzione opposta, ad esempio la fisica quantistica di Heisenberg. Per il realismo il mondo esiste indipendentemente dalla conoscenza umana. E’ una prospettiva filosofica (in certo senso ereditata da alcune configurazioni storiche del senso comune). Adottando la quale, la tecno-scienza è oggi capace di trasformare radicalmente il mondo: più di qualsiasi altra forza che abbia tentato e tenti di farlo. Anche per questo motivo la filosofia del nostro tempo ha sempre più emarginato la prospettiva “idealistica” – per la quale, invece, il mondo, la natura, Dio stesso ‘non’sono indipendenti e separabili dalla conoscenza umana. Inoltre, per “idealismo” si è inteso soprattutto l’idealismo assoluto di Hegel, sì che il generale atteggiamento, divenuto preminente, di rifiuto della tradizione metafisica ha inteso la propria presa di distanza da Hegel, in cui la metafisica giunge al proprio culmine, come la definitiva chiusura dei conti con l’idealismo i quanto tale.
Eppure realismo e idealismo hanno in comune un tratto fondamentale: la convinzione che la realtà includa la realtà che ‘diviene’. Alle culture che precedono la filosofia non è certamente ignota la trasformazione continua e variegata del mondo: teogonie e cosmogonie e, in generale, le metamorfosi costantemente presenti nel mito, la attestano nel modo più esplicito. Ma è loro ignoto il senso che la filosofia, sin dal primo inizio, assegna al ‘divenire’ – che rimane alla base dell’intero sviluppo della civiltà occidentale, ossia della dimensione i cui tratti essenziali si sono posti ormai alla base di ogni altra civiltà.
Sin dall’inizio la filosofia intende il divenire come “unità di essere e di non essere”. Ciò che diviene, infatti, “è” sin tanto che è, ma nel proprio passato e nel proprio futuro “non è”, e quindi, come diceva Platone, di esso non si può dire, separando il suo essere dal suo non essere, né soltanto che “è”, né soltanto che “non è” (Civitas, 479 e), ma è necessario dire che “insieme è e non è” […], ossia è appunto “unità di essere e di non essere”. Anche Hegel definisce così il divenire – ma oramai è il senso comune ad esser convinto che le cose del mondo che ora “sono”, prima “non erano” ancora e poi “non saranno” più, e cioè, insieme, sono e non sono.

D’altra parte la filosofia porta alla luce un senso inaudito del divenire perché indica un senso inaudito dell'”essere” e del “non essere”, dei quali il divenire è l’unità. Ossia porta alla luce l’opposizione infinita che sussiste tra l”essere’ e il ‘nulla’ (che è appunto la forma più radicale del non essere), intendendo l’essere come ciò che ‘ogni’ cosa (e si intenda questa parola nel senso più ampio) ha in comune con ogni ‘altra’, e che pertanto costituisce e configura la totalità della realtà; e intendendo il nulla come la totale assenza di ogni forma di essere.
Orbene, per lo più non si comprende come sia proprio il senso greco del divenire, che realismo e idealismo condividono, a far sì che il realismo, nonostante il suo attuale predominio sociale, sia destinato a mostrare la propria debolezza concettuale rispetto all’idealismo; ma non rispetto all’idealismo genericamente inteso, bensì rispetto a quella forma specifica di idealismo che è l'”attualismo” di Giovanni Gentile.
Questa affermazione riesce sorprendente già nella cultura italiana; in quella internazionale, poi, può suonare come un’esagerazione fuori luogo. Ma se si riesce a raggiungere il ‘sottosuolo’ essenziale del nostro tempo, al di là cioè di quanto il nostro tempo crede di sapere di sé, ci si imbatte in qualcosa di estremamente più sorprendente e sconcertante. Innanzitutto l’essenziale ‘solidarietà’ tra attualismo e tecno-scienza.

(Emanuele Severino, Introduzione a Giovanni Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 9-10)

tratto da

Amici di Emanuele Severino

NECESSITA’ DELLA METAFISICA, in Ugo Spirito, “Giovanni Gentile”: L’eredità dell’attualismo, p. 207-208. Citazione proposta da Vasco Ursini

 

L’antimetafisica di moda, l’antimetafisica di cui si compiacciono le cosiddette scienze analitiche, nelle loro varie denominazioni, è quanto di più puerile, di più grossolano, di più inconsapevole, di più stupidamente metafisico si possa immaginare. Esse sono tutte al di qua e non al di là del problema e perciò lo lasciano affatto insoluto.
[…]
Il problema non si può eliminare e neppure ignorare, e, se si cerca di eliminarlo, ingenuamente e velleitariamente, con semplici parole, esso non solo rimane in piedi, ma vanifica tutti i tentativi speculativi che ne prescindono. Occorre convincersi che non può avere senso rifiutare ciò che della metafisica costituisce il principio essenziale: il principio dell’unità, del tutto, dell’assoluto. Gli analisti di oggi si affannano a dire ch’essi non si occupano di questi concetti astratti, anzi che non si occupano neppure della verità, bensì delle verità. Poi aggiungono che anche le verità sono propriamente fuori della loro ricerca, perché verità è termine equivoco, ed essi preferiscono parlare di validità, di verificabilità. Così essi si illudono di minimizzare ed addirittura di far scomparire il problema, e non si accorgono che il problema non può finire, perché non è solo della metafisica nel senso tradizionale, ma anche della scienza concepita come scienza particolare. Che significato, infatti, potrebbe mai avere la parte senza che in essa fosse implicito il concetto di unità e di tutto? Che significato potrebbe avere il relativo, il sistema delle relazioni, senza il concetto di assoluto?

Chi ragiona in questa maniera non si è dato mai la briga, evidentemente, di leggere Kant o Hegel o Gentile.

U. Spirito, “Giovanni Gentile”: L’eredità dell’attualismo, p. 207-208

DAVIDE SPANIO, Anticipare il niente. Intorno alla lettura severiniana di Gentile. In: DAVIDE SPANIO (a cura di), Il destino dell’essere. Dialogo con Emanuele Severino, Morcelliana, 2014. Volume sul Convegno: Il destino dell’essere. Dialogo con (e intorno al pensiero di) EMANUELE SEVERINO, Venezia 29-30 maggio 2012. Pagine 105-130

 

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