Vasco Ursini: Ho tra le mani questo libro arrivato ieri tramite corriere: Martin Heidegger trent’anni dopo, a cura di Carlo Gentili, Friedrich Wilhelm Von Herrmann, Aldo Venturelli, il melangolo, Genova 2009

Ho tra le mani questo libro arrivato ieri tramite corriere: Martin Heidegger trent’anni dopo, a cura di Carlo Gentili, Friedrich Wilhelm Von Herrmann, Aldo Venturelli, il melangolo, Genova 2009.
Il volume raccoglie le relazioni tenute in occasione del convegno “Martin Heidegger trent’anni dopo”, svoltosi a Bologna nei giorni 13-15 dicembre 2006 e organizzato dal Dipartimento di Filosofia dell’Università e dal Centro Italo-Tedesco di Villa Vigoni, con il patrocinio dell’AISE (Associazione Italiana degli Studiosi di Estetica). L’occasione del trentennale della morte di Heidegger (26 maggio 1976) ha fornito lo spunto per una riflessione che si è tuttavia tenuta lontana dalla tentazione di un bilancio, arricolandosi piuttosto secondo le molteplici prospettive aperte dal pensiero heideggeriano: dal versante fenomenologico-ontologico al piano della riflessione etica, della filosofia del linguaggio e dell’estetica, fino all’analisi dei rapporti di Heidegger con i pensatori della tradizione europea.
Il libro è estremamente interessante e utile per un’attenta rivisitazione delle questioni più essenziali della filosofia di Heidegger

da (2) Amici di Emanuele Severino

Novant’anni dopo la pubblicazione di ‘Essere e Tempo’ cosa resta di Heidegger, di marco Pacini in l’Espresso, segnalato in Amici di Emanuele Severino

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(2) Amici di Emanuele Severino

Intorno a Nietzsche, Gentile, Heidegger (Emanuele Severino)

 

Persiste il silenzio su uno dei tratti più importanti della cultura contemporanea. Da parte mia continuo a richiamare quanto sia decisivo il ‘nucleo essenziale’ del pensiero filosofico del nostro tempo. Sebbene possa sembrare inverosimile, tale nucleo è infatti ciò che ‘fa diventare reale’ la dominazione del mondo da parte della tecnica – destinata a questo dominio nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica, religiosa, anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado di prestare autenticamente ascolto alla filosofia. Quel ‘nucleo’ mette in luce che ogni Limite assoluto all’agire dell’uomo, cioè ogni Essere e ogni Verità immutabile della tradizione metafisica, è ‘impossibile’; e dicendo questo non solo ‘autorizza’ la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale autorizzazione le conferisce la ‘reale’ capacità di superarlo. Non si salta un fosso se non si sa di esserne capaci; questo nucleo dice alla tecnica che essa ne è capace.
Tra i pochi abitatori del ‘nucleo essenziale’ c’è sicuramente il pensiero di Nietzsche. Ma anche quello di Giovanni Gentile, la cui radicalità è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il ‘silenzio’, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in qualle ‘continentale’, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome. La cosa è interessante, soprattutto in relazione al tema filosofia-tecnica a cui accennavo. Infatti, nonostante i luoghi comuni, la filosofia gentiliana è un potente ‘alleato’ della tecnica, sì che il silenzio su Gentile è un elemento ‘frenante’, “reazionario”, rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della tecno-scienza. […] Qui vorrei però limitarmi – come ho cominciato a ire – al tema, molto più modesto, riguardante alcune conferme di tale silenzio e alcune implicazioni.
Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una scoperta di Heidegger (Della realtà, Garzanti, 2012, p. 100). Si tratta della critica alla definizione di “verità” come “corrispondenza” tra ‘intellectus e res’, tra l'”intelletto” e “la cosa”. In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma ben prima di Heidegger, e con maggiore nitore, Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava – per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come “esterna” alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il ‘pensiero’ confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa: la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere ‘conosaciuta’, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna”. […] Per mostrare l’impossibilità di ‘ogni’ limite al divenire delle cose, occorre altro, che, ripeto, è sì presente in Nietzsche e Gentile (e in pochi altri, come Leopardi), ma non in Heidegger. […]
L’idealismo assoluto di Gentile è poi un assoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma la realtà in sé stessa. […] Per questo Gentile afferma che il pensiero non può essere trasceso e che è esso a ‘trascendere’ tutto ciò che si vorrebbe porre al di là di esso e come indipendente da esso. Questo trascendimento è la verità.

Heidegger, Bontadini e Severino, testo di Vasco Ursini

 

Dopo il suo “Ritornare a Parmenide” (1964, con un “Poscritto”, 1965) che produsse un’intensa discussione con il suo maestro Bontadini (il quale dalla contraddittorietà del divenire ricavava l’esistenza di un essere trascendente che non diviene, mentre Severino invece che postulare un principio trascendente che non diviene e che è assolutamente diverso dal divenire stesso, affermava che tutto ciò che è deve essere pensato come eterno e necessario), ma anche scalpore e scandalo e un “processo” da parte della Chiesa, Severino sviluppa con coerenza e vigore la sua posizione filosofica che è stata, non so quanto giustamente, delineata come un’ontologia neoparmenidea. Dopo la condanna del suo pensiero da parte della Chiesa, Severino ha continuato a svilupparlo in modo sempre più rigoroso e radicale. Particolare importanza ha assunto la sua diagnosi della civiltà condotta all’insegna del nichilismo. Questo suo insistere sul nichilismo e sulla tecnica quali snodi caratteristici dell’attuale epoca del mondo hanno spinto ad associare quasta sua analisi alla celebre tesi heideggeriana del compimento della metafisica nel nichilismo e nell’essenza della tecnica moderna. Va detto subito che è del tutto fuorviante giudicare il pensiero severiniano come una sorta di heideggerismo all’italiana. Infatti, Severino fa filosofia in termini assolutamente contrapposti a quelli di Heidegger, giungendo a una conclusione nettamente diversa. Heidegger ha teorizzato una visione storico-epocale dell’essere, mentre Severino sostiene che l’essere non può essere contaminato dal tempo.

LO SAPEVI CHE … Negli anni Sessanta Martin Heidegger si recava privatamente a Roma, dove in più di un’occasione ha incontrato il teologo Cornelio Fabro

LO SAPEVI CHE …
Negli anni Sessanta Martin Heidegger si recava privatamente a Roma, dove in più di un’occasione ha incontrato il teologo Cornelio Fabro. Durante una mangiata in trattoria, Fabro gli parlò del controverso articolo di Emanuele Severino “Ritornare a Parmenide” (1964), che in quegli anni stava sconvolgendo il panorama filosofico italiano. Interessato e sorpreso di fronte al contenuto dell’articolo, Heidegger esclamò: «Severino ha immobilizzato il mio Dasein!»

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“Sarebbe altresì un errore vedere nel filosofare un modo di fare disperato …, Heidegger, “Concetti Fondamentali della Metafisica”

“Sarebbe altresì un errore vedere nel filosofare un modo di fare disperato, che logora se stesso, qualcosa di tetro, di depresso, di pessimistico, rivolto a tutto quanto c’è di oscuro e di negativo. […] Questo modo di giudicare il filosofare, che non è certo nuovo, trae la sua origine dall’atmosfera, a sua volta perfettamente riconoscibile, dell’uomo normale e delle convinzioni che lo guidano, secondo le quali ciò che è normale è l’essenziale, e ciò che è medio, e di conseguenza valido in generale, è il vero (l’eterna mediocrità). Quest’uomo normale prende i suoi miseri trastulli come misura di ciò che deve essere considerato come gioia. Quest’uomo normale prende le sue anguste pusillanimità come misura di ciò che si può considerare sgomento e angoscia. Quest’uomo normale prende la sua satolla comodità come misura di ciò che può essere considerato sicurezza e insicurezza. Ora dovrebbe perlomeno essere sorto il dubbio se il filosofare, in quanto discussione e dialogo su ciò che è ultimo ed estremo, possa venir trascinato dinanzi a tali giudici, e se siamo proprio disposti a lasciare che tali giudici ci impongano la posizione da assumere nei confronti della filosofia, o se siamo invece decisi ad altro e vogliamo rimetterci soltanto a noi stessi e al nostro essere uomini.”

Heidegger, “Concetti Fondamentali della Metafisica”

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Sergio Givone. La domanda fondamentale Per un confronto tra Severino e Heidegger (in occasione del congresso internazionale Heidegger nel pensiero di Severino. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, che si è tenuto dal 13 al 15 giugno a Brescia, 2019)- in Filosofia – Rai Cultura

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Sergio Givone. La domanda fondamentale – Filosofia – Rai Cultura

Heidegger dice che il linguaggio mostra le cose. Invece, le cose – tra cui il linguaggio – si mostrano’, e il linguaggio le indica … in E. Severino, Educare al pensiero, editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 127

Heidegger dice che il linguaggio mostra le cose. Invece, le cose – tra cui il linguaggio – si mostrano’, e il linguaggio le indica. Quando la cosa scompare e non scompare la parola, la parola indica il ricordo della cosa.
Una delle correnti principali del pensiero filosofico contemporaneo è l’ermeneutica (che si rifà sopratutto a Heidegger e Gadamer). E al centro dell’ermeneutica sta l’affermazione della linguisticità della realtà. Un tema largamente presente anche nella filosofia analitica. Anche filosofi come Wittgenstein, Davidson, Putnam, Rorty Searle, affermano l’impossibilità di districare la cosa dalla parola in modo che da un lato la cosa sia pura cosa, dall’altro ci sia la parola che la indica. Nel mio ‘Oltre il linguaggio’ (Adelphi, 1992) l’atteggiamento della filosofia del linguaggio viene radicalizzato, si mostra dove è destinato a finire.

(E. Severino, Educare al pensiero, editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 127)