Editura Ratio et Revelatio, in Amici di Emanuele Severino | Facebook

Editura Ratio et Revelatio

 motivato/a.

În curînd, o carte ai cărei autori iluștri – Friedrich von Herrmann, ultimul asistent al lui Martin Heidegger, și cercetătorul Francesco Alfieri – își propun nu doar să convingă prin argumente trainice, ci să și risipească încrîncenările față de marele filozof contemporan.
Traducere din limba germană, de Paul Gabriel Sandu, Alexandru Bejinariu, Dragoș Grusea.
Presto un libro i cui autori illustri – Friedrich von Herrmann, l’ultimo assistente di Martin Heidegger, e il ricercatore Francesco Alfieri – si propongono non solo di convincere con argomentazioni durevoli, ma anche di sprecare le incarnazioni verso il grande filosofo contemporaneo.
Traduzione dal tedesco di Paul Gabriel Sandu Alessandro Bejinariu Dragoș Grusea

via Amici di Emanuele Severino | Facebook

L’essere in Heidegger e Severino, di Vasco Ursini

Per Heidegger l’essere differisce dall’essente.
Questo differire è la “differenza ontologica”, alla quale è opportuno dare un senso preciso: per Heidegger l’essere non è il “nihil absolutum”, ma è “das Nichts” (il nulla) inteso come il nulla dell’ “essente” e non come l’ “assolutamente nulla”.
Quindi per Heidegger l’essente, ad esempio una pietra, nell’atto in cui è, non è un assolutamente nulla, non è un “nihil absolutum”.
Rispetto a questa posizione heideggeriana, Emanuele Severino osserva che i termini della differenza ontologica – essere, ente – , che nelle intenzioni di Heidegger dovrebbero essere gli assolutamente differenti e incommensurabili, in realtà sono invece identici, e lo dovrebbeto essere anche per lui in questo tratto essenziale: quello di essere entrambi non un “nihil absolutum”, di essere cioè negazione del nulla assoluto.

PENSIERI DI JUNGER E HEIDEGGER SU “OLTRE LA LINEA DEL NICHILISMO”

“Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del Niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca”. (Junger)
“La pietra di paragone più dura, ma anche meno ingannevole, per saggiare il carattere genuino e la forza di un filosofo è se egli esperisca subito e dalle fondamenta, nell’essere dell’ente, la vicinanza del Niente. Colui al quale questa esperienza rimane preclusa sta definitivamente e senza speranza fuori dalla filosofia”.
(Heidegger)
“L’attraversamento della linea, il passaggio del punto zero ‘divide’ lo spettacolo; esso indica il punto mediano, non la fine. La sicurezza è ancora molto lontana”.
(Junger)
“Il tentativo di attraversare la linea resta in balìa di un rappresentare che appartiene all’ambito in cui domina la dimenticanza dell’essere. Ed è per questo che esso si esprime ancora con i concetti fondamentali della metafisica (forma, valore, trascendenza)”.
(Heidegger)
“Se chiudo gli occhi, scorgo a volte un paesaggio tetro ai margini dell’infinito, con pietre, scogliere e montagne. Sullo sfondo, ai bordi di un mare nero, riconosco me stesso, una figura minuscola, quasi tratteggiata a gesso. Quello è il mio avamposto, prossimo al Nulla, – laggiù, nell’abisso, io conduco da solo la mia lotta”.
(Junger)
“Il proprio petto: qui sta un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il Nulla si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso”.
(Junger)

da   Amici di Emanuele Severino | Facebook

Il filo rosso tra Heidegger e Severino – Friedrich-Wilhem Von Herrmann – YouTube

Vasco Ursini:

Nessuna paura per il tedesco parlato da Von Hermann perché di tanto in tanto una gentile interprete traduce in italiano le sue comunicazioni, tutte importantissime.

via (463) Il filo rosso tra Heidegger e Severino – Friedrich-Wilhem Von Herrmann – YouTube

Martin Heidegger sulla “questione del pensare” dal gruppo facebook Amici di Emanuele Severino

 

Il compito del pensiero oggi, come lo vedo io, è in qualche modo tanto nuovo da esigere un metodo anch’esso assolutamente nuovo e questo modo può essere ottenuto solo attraverso il dialogo diretto da persona a persona e attraverso un lungo apprendistato ed in una certa misura attraverso l’esercizio della visione nel pensare. In altre parole questa modalità del pensare è concepibile solo per pochi uomini, inizialmente; può però in seguito essere comunicato agli altri tramite diversi ambiti dell’educazione. Le faccio un esempio: oggi ognuno di noi può agire con una radio e con una televisione senza per questo conoscere le leggi fisiche soggiacenti, senza per questo conoscere i metodi necessari alla loro scoperta, metodi che solo cinque o sei fisici (!) comprendono realmente. In un primo tempo, sarà cosi anche per questo pensare”.

Il concetto di linguaggio come strumento di informazione si sta spingendo ai nostri giorni fino all’estremo. La relazione tra l’essere umano e il linguaggio sta subendo una trasformazione, le cui conseguenze noi non siamo ancora in grado di misurare. Lo sviluppo di questo processo non può essere arrestato in modo diretto. E inoltre sta procedendo nel più profondo dei silenzi. Evidentemente dobbiamo affermare che il linguaggio nella vita di tutti i giorni appare come un mezzo per comprenderci ed è usato nelle questioni ordinarie della vita come un mezzo. Ma ci sono altre relazioni con il linguaggio oltre a quella comune. Goethe chiama queste relazioni “le più profonde” e dice a proposito del linguaggio: “Nella vita ordinaria il linguaggio è appena sufficiente per capirsi perché con esso indichiamo solo relazioni superficiali. Non appena si parla di relazioni più profonde, allora emerge improvvisamente un altro linguaggio, quello poetico”.

via (1) Amici di Emanuele Severino

Vasco Ursini: Ho tra le mani questo libro arrivato ieri tramite corriere: Martin Heidegger trent’anni dopo, a cura di Carlo Gentili, Friedrich Wilhelm Von Herrmann, Aldo Venturelli, il melangolo, Genova 2009

Ho tra le mani questo libro arrivato ieri tramite corriere: Martin Heidegger trent’anni dopo, a cura di Carlo Gentili, Friedrich Wilhelm Von Herrmann, Aldo Venturelli, il melangolo, Genova 2009.
Il volume raccoglie le relazioni tenute in occasione del convegno “Martin Heidegger trent’anni dopo”, svoltosi a Bologna nei giorni 13-15 dicembre 2006 e organizzato dal Dipartimento di Filosofia dell’Università e dal Centro Italo-Tedesco di Villa Vigoni, con il patrocinio dell’AISE (Associazione Italiana degli Studiosi di Estetica). L’occasione del trentennale della morte di Heidegger (26 maggio 1976) ha fornito lo spunto per una riflessione che si è tuttavia tenuta lontana dalla tentazione di un bilancio, arricolandosi piuttosto secondo le molteplici prospettive aperte dal pensiero heideggeriano: dal versante fenomenologico-ontologico al piano della riflessione etica, della filosofia del linguaggio e dell’estetica, fino all’analisi dei rapporti di Heidegger con i pensatori della tradizione europea.
Il libro è estremamente interessante e utile per un’attenta rivisitazione delle questioni più essenziali della filosofia di Heidegger

da (2) Amici di Emanuele Severino

Novant’anni dopo la pubblicazione di ‘Essere e Tempo’ cosa resta di Heidegger, di marco Pacini in l’Espresso, segnalato in Amici di Emanuele Severino

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https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2017/04/26/news/novant-anni-dopo-la-pubblicazione-di-essere-e-tempo-cosa-resta-di-heidegger-1.300305?fbclid=IwAR2LKatr5p38KI5GcC_NIR7xb3-Rbr4-r71zXawuZ4knjtaRrH1cNlW8Jmo

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(2) Amici di Emanuele Severino

Intorno a Nietzsche, Gentile, Heidegger (Emanuele Severino)

 

Persiste il silenzio su uno dei tratti più importanti della cultura contemporanea. Da parte mia continuo a richiamare quanto sia decisivo il ‘nucleo essenziale’ del pensiero filosofico del nostro tempo. Sebbene possa sembrare inverosimile, tale nucleo è infatti ciò che ‘fa diventare reale’ la dominazione del mondo da parte della tecnica – destinata a questo dominio nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica, religiosa, anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado di prestare autenticamente ascolto alla filosofia. Quel ‘nucleo’ mette in luce che ogni Limite assoluto all’agire dell’uomo, cioè ogni Essere e ogni Verità immutabile della tradizione metafisica, è ‘impossibile’; e dicendo questo non solo ‘autorizza’ la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale autorizzazione le conferisce la ‘reale’ capacità di superarlo. Non si salta un fosso se non si sa di esserne capaci; questo nucleo dice alla tecnica che essa ne è capace.
Tra i pochi abitatori del ‘nucleo essenziale’ c’è sicuramente il pensiero di Nietzsche. Ma anche quello di Giovanni Gentile, la cui radicalità è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il ‘silenzio’, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in qualle ‘continentale’, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome. La cosa è interessante, soprattutto in relazione al tema filosofia-tecnica a cui accennavo. Infatti, nonostante i luoghi comuni, la filosofia gentiliana è un potente ‘alleato’ della tecnica, sì che il silenzio su Gentile è un elemento ‘frenante’, “reazionario”, rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della tecno-scienza. […] Qui vorrei però limitarmi – come ho cominciato a ire – al tema, molto più modesto, riguardante alcune conferme di tale silenzio e alcune implicazioni.
Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una scoperta di Heidegger (Della realtà, Garzanti, 2012, p. 100). Si tratta della critica alla definizione di “verità” come “corrispondenza” tra ‘intellectus e res’, tra l'”intelletto” e “la cosa”. In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma ben prima di Heidegger, e con maggiore nitore, Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava – per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come “esterna” alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il ‘pensiero’ confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa: la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere ‘conosaciuta’, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna”. […] Per mostrare l’impossibilità di ‘ogni’ limite al divenire delle cose, occorre altro, che, ripeto, è sì presente in Nietzsche e Gentile (e in pochi altri, come Leopardi), ma non in Heidegger. […]
L’idealismo assoluto di Gentile è poi un assoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma la realtà in sé stessa. […] Per questo Gentile afferma che il pensiero non può essere trasceso e che è esso a ‘trascendere’ tutto ciò che si vorrebbe porre al di là di esso e come indipendente da esso. Questo trascendimento è la verità.

Heidegger, Bontadini e Severino, testo di Vasco Ursini

 

Dopo il suo “Ritornare a Parmenide” (1964, con un “Poscritto”, 1965) che produsse un’intensa discussione con il suo maestro Bontadini (il quale dalla contraddittorietà del divenire ricavava l’esistenza di un essere trascendente che non diviene, mentre Severino invece che postulare un principio trascendente che non diviene e che è assolutamente diverso dal divenire stesso, affermava che tutto ciò che è deve essere pensato come eterno e necessario), ma anche scalpore e scandalo e un “processo” da parte della Chiesa, Severino sviluppa con coerenza e vigore la sua posizione filosofica che è stata, non so quanto giustamente, delineata come un’ontologia neoparmenidea. Dopo la condanna del suo pensiero da parte della Chiesa, Severino ha continuato a svilupparlo in modo sempre più rigoroso e radicale. Particolare importanza ha assunto la sua diagnosi della civiltà condotta all’insegna del nichilismo. Questo suo insistere sul nichilismo e sulla tecnica quali snodi caratteristici dell’attuale epoca del mondo hanno spinto ad associare quasta sua analisi alla celebre tesi heideggeriana del compimento della metafisica nel nichilismo e nell’essenza della tecnica moderna. Va detto subito che è del tutto fuorviante giudicare il pensiero severiniano come una sorta di heideggerismo all’italiana. Infatti, Severino fa filosofia in termini assolutamente contrapposti a quelli di Heidegger, giungendo a una conclusione nettamente diversa. Heidegger ha teorizzato una visione storico-epocale dell’essere, mentre Severino sostiene che l’essere non può essere contaminato dal tempo.

LO SAPEVI CHE … Negli anni Sessanta Martin Heidegger si recava privatamente a Roma, dove in più di un’occasione ha incontrato il teologo Cornelio Fabro

LO SAPEVI CHE …
Negli anni Sessanta Martin Heidegger si recava privatamente a Roma, dove in più di un’occasione ha incontrato il teologo Cornelio Fabro. Durante una mangiata in trattoria, Fabro gli parlò del controverso articolo di Emanuele Severino “Ritornare a Parmenide” (1964), che in quegli anni stava sconvolgendo il panorama filosofico italiano. Interessato e sorpreso di fronte al contenuto dell’articolo, Heidegger esclamò: «Severino ha immobilizzato il mio Dasein!»

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