Heidegger dice che il linguaggio mostra le cose. Invece, le cose – tra cui il linguaggio – si mostrano’, e il linguaggio le indica … in E. Severino, Educare al pensiero, editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 127

Heidegger dice che il linguaggio mostra le cose. Invece, le cose – tra cui il linguaggio – si mostrano’, e il linguaggio le indica. Quando la cosa scompare e non scompare la parola, la parola indica il ricordo della cosa.
Una delle correnti principali del pensiero filosofico contemporaneo è l’ermeneutica (che si rifà sopratutto a Heidegger e Gadamer). E al centro dell’ermeneutica sta l’affermazione della linguisticità della realtà. Un tema largamente presente anche nella filosofia analitica. Anche filosofi come Wittgenstein, Davidson, Putnam, Rorty Searle, affermano l’impossibilità di districare la cosa dalla parola in modo che da un lato la cosa sia pura cosa, dall’altro ci sia la parola che la indica. Nel mio ‘Oltre il linguaggio’ (Adelphi, 1992) l’atteggiamento della filosofia del linguaggio viene radicalizzato, si mostra dove è destinato a finire.

(E. Severino, Educare al pensiero, editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 127)

Cosa è l’ “essere” per Heidegger, secondo Severino, citazione da Heidegger e la metafisica, Adelphi, 1994, p. 25

 

“L’essere”, per Heidegger, è il ‘trascendens’; cioè “trascende l’ente”, pur essendo sempre l’essere dell’ente; ma questa trascendenza tende a costituirsi, in Heidegger, come separazione dell’essere rispetto alla totalità dell’ente; ,sì che l’ “essere”, così separato, non è più qualcosa che possa essere colto fenomenologicamente, ma qualcosa che deve essere raggiunto da un’inferenza metafisico-metaempirica”.
(Emanuele Severino, Heidegger e la metafisica, Adelphi, 1994, p. 25)

« Non è la bomba atomica, di cui tanto si parla …, in Martin Heidegger, “Perché i poeti?”, in “Sentieri interrotti”

« Non è la bomba atomica, di cui tanto si parla, a costituire, in quanto ordigno di morte, il mortifero. Ciò che da tempo minaccia l’uomo di morte – e di una morte che concerne la sua stessa essenza – è l’incondizionatezza del puro volere, nel senso dell’autoimposizione deliberata e globale. Ciò che minaccia l’uomo nella sua essenza è l’ingannevole convinzione che, attraverso la produzione, la trasformazione, l’accumulazione e il governo delle energie naturali, l’uomo possa rendere agevole a tutti e in genere felice la situazione umana. Ma la pace di questa pacificità è null’altro che l’agitazione ininterrotta della più sfrenata autoimposizione, orientata ormai su se stessa. Ciò che minaccia l’uomo nella sua essenza è la convinzione che la realizzazione della produzione assoluta possa aver luogo senza pericolo alcuno, purché restino in vigore anche altri interessi, ad esempio quelli della fede; come se questo rapporto essenziale in cui l’uomo si è contrapposto al tutto dell’ente in conseguenza del volere tecnico permettesse un soggiorno a sé stante in un luogo adiacente, tale da costituire qualcosa di più della fuga nel mondo delle illusioni (di cui fa parte anche la fuga verso gli Dei della Grecia). Ciò che minaccia l’uomo nella sua essenza è la convinzione che la produzione tecnica metterà in ordine il mondo; mentre, al contrario, questo genere di ordine livella ogni ordo, cioè ogni rango, nella uniformità della produzione, dissolvendo così, sin dall’inizio, la possibile provenienza di ogni rango e di ogni riconoscimento dal fondamento dell’essere. »

Martin Heidegger, “Perché i poeti?”, in “Sentieri interrotti”