Elisabetta Cesari: Se dovessi scegliere “le” parole ….

Elisabetta Cesari:

Se dovessi scegliere “le” parole per dire la mia visione… queste sarebbero tra le più importanti
Grazie, maestro Severino e grazie anche a te, Vasco che con tanto amore, passione e continuità le diffondi anche attraverso fb

in

(1) Vasco Ursini – Elisabetta Cesari: Se dovessi scegliere “le”…

 

A un certo punto della vita dell’uomo …, testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini

A un certo punto della vita dell’uomo l’estrema precarietà dell’esserci si avverte con drammatica continuità giorno dopo giorno, e gli ungarettiani versi “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” si insinuano nel pensiero stabilmente

Come atteggiarsi di fronte al pensiero filosofico di Emanuele Severino?, testo di Vasco ursini

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

 

Luigi Vero Tarca, professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e allievo di Emanuele Severino, nell’introduzione al volume a più voci intitolato A partire da Severino Sentieri aperti nella filosofia contemporanea (Aracne editrice, 2016), solleva alcune domande importanti.

Egli si chiede se sia possibile allontanarsi dal pensiero di Severino pur riconoscendone il magistero: “È possibile – in altri termini – dire qualcosa di diverso da quello che egli dice senza che ciò ne costituisca automaticamente una sconfessione?”
Ancora: “Se “partire da” significa anche prendere le distanze, come si possono prendere le distanze dal discorso che testimonia la verità assolutamente innegabile, e nello stesso tempo pretendere di restare fedeli a questa? Per uno che sia convinto della verità del discorso filosofico di Severino, è ancora possibile fare filosofia, e come?”

Per Tarca a questo punto si danno almeno due possibilità:
1 “È possibile ripetere il discorso di Severino. Ma la ripetizione deve essere alla lettera; e allora, in questo caso, si può ancora parlare di un fare filosofia?”

2 “Oppure la prosecuzione del pensiero di Severino, se non vuole costituirne una semplice ripetizione letterale, può essere un’applicazione delle sue “verità” ai vari autori e ai vari campi del sapere sui quali egli non ha potuto applicarsi come invece ha fatto, per esempio, con Nietzsche, con Leopardi ecc. Questo è già un modo più interessante di raccoglierne l’eredità, ma si tratta comunque di una maniera di fare filosofia molto parziale, che lascia fuori di sé alcuni tratti essenziali dell’autentico filosofare, a cominciare da quello che vede nella capacità di testimoniare in prima persona la verità ultima il compito primario del filosofo.
Del resto, lo stesso itinerario speculativo di Severino – pur essendo definito, certo, da un’implacabile coerenza – è caratterizzato pure da correzioni e revisioni anche su punti essenziali”.

Infine: “Da questo punto di vista si tratterebbe allora, per così dire, di distinguere, all’interno del discorso severiniano, ciò che è immutabile, e quindi permanente, da ciò che invece è variabile e quindi incrementabile: ciò che è “vivo” da ciò che è “morto”. Ma si tratta di cosa fattibile? Il solo porre tale questione apre questioni filosofiche straordinariamente difficili. Vi può essere un progresso nella verità? E come distinguere, all’interno del discorso che testimonia la verità innegabile, ciò che è immodificabile da ciò che invece è rivedibile? Come distinguere ciò che è incrementabile da ciò che permane perennemente e stabilmente?”

Sono tutti interrogativi legittimi che “aprono questioni filosofiche straordinariamente difficili”. Però filosofare significa mettere in discussione tutto, partendo non dal dubbio ma dalla verità (questo è uno degli insegnamenti fondamentali del filosofo bresciano). E Tarca sa che il nucleo inaggirabile del “destino della necessità” è racchiuso nella formula “l’esser sé dell’essente la cui negazione è autonegazione”, ossia l’essente non diventa mai altro da se stesso (e per essente Severino intende tutto ciò che non è nihil absolutum).
Le “correzioni e revisioni” di cui parla Tarca, correzioni presenti nell’itinerario filosofico di Severino, sì, ci sono, ma sono revisioni che sono state inserite per ripulire il linguaggio delle prime opere da alcune tracce di inquinamento nichilistico.
Tarca ritiene che il compito primario del filosofo sia quello di “testimoniare in prima persona la verità ultima”, ebbene anche tale affermazione apre una questione filosofica impegnativa: chi è il testimone della verità? È forse pensabile che il testimone della verità sia altro dalla verità stessa? Ma, a rifletterci bene, qui si spalanca un ulteriore interrogativo: il linguaggio è in grado di indicare la verità?
Ma allora è possibile testimoniare in prima persona la verità? Una cosa è certa: se “l’esser sé dell’essente la cui negazione è autonegazione”, ossia il destino dell’essere, non è il prodotto di un certo individuo (Severino lo ha ripetuto ad abundantiam) ma è la verità che appare in ogni uomo (anche nel pazzo, anche negli uomini più stupidi), allora le parole inaudite “di Severino” che ci spiazzano, che stravolgono le nostre abitudini concettuali, parole che “assumono il volto di un giudice inflessibile che nega tutte quelle che sono le nostre anche più ovvie e consolidate convinzioni”, ossia le parole che indicano l’impossibilità del diventar altro da parte di ogni determinazione del mondo, sono le
parole che spiazzano e mettono a disagio soltanto l’ “io empirico”, perché tali parole testimoniano ciò che in qualche modo “noi” già conosciamo, ossia testimoniano ciò che ci sta da sempre dinanzi. Ecco perché ad una domanda di Alain Elknan: “Chi la pensa come lei, professore? Severino aveva risposto: “Tutti gli esseri nel profondo del loro cuore”.

Abbiamo deciso noi di venire al mondo?, testo di Vasco Ursini

Abbiamo deciso noi di venire al mondo? No. Vi siamo stati “gettati”. Possiamo decidere noi quando ce ne andremo? No.
Come si fa allora a dire che “siamo liberi”? E quando si è di fronte a un “aut – aut”, come si fa a pensare che avremmo potuto prendere una decisione diversa da quella effettivamente presa?

Alle molte domande che mi sono pervenute sulla questione se “l’uomo sia libero o no”, rispondo con questo illuminante scritto di Emanuele Severino, “Libertà e destino”, che io pienamente condivido, testo di Vasco Ursini

Alle molte domande che mi sono pervenute sulla questione se “l’uomo sia libero o no”, rispondo con questo illuminante scritto di Emanuele Severino, “Libertà e destino”, che io pienamente condivido.

Sarebbe potuto esistere un mondo più felice, invece di quello che conosciamo? diverso da quello che è esistito? E anche per il futuro: la vita cui andiamo incontro è l’unica che ci attende? Quella che vivremo è l’unica che avremmo potuto vivere? Oppure la vita che vivremo è una delle molte, forse infinite, vie possibili che avremmo potuto vivere? L’uomo è in cammino: la via che egli percorre è l’unica che gli era aperta? o altre egli avrebbe potuto imboccare?
Queste domande riguardano sia gli eventi più semplici e più umili della vita, sia quelli più complessi e più grandi. Sta venendo sera e accendiamo la lampada. Avremmo potuto lasciarla spenta? Invece di questa lampada. che ora è accesa, sarebbe potuta stare ora dinanzi a noi questa lampada, spenta? Adamo ha peccato, rendendo “massa dannata” l’umanità intera. Avrebbe potuto non peccare, o la sua caduta era inevitabile?
A seconda della risposta, si afferma o si nega la “libertà” dell’uomo. Lungo la storia della cultura occidentale, la negazione della libertà ha ricevuto molti nomi. “Destino” è uno dei più noti. Il destino è la necessità che il divenire del mondo e della vita si sviluppi così come effettivamente si sviluppa: se ora si accende la lampada o si pensa alla giornata trascorsa, era inevitabile che questo gesto e questo pensiero accadessero; se Adamo ha peccato e un uomo chiamato Gesù è stato crocifisso in Palestina, se tutti i grandi imperi sono crollati, era inevitabile che tutto questo accadesse.
Lungo la storia della nostra cultura i sostenitori del destino si scontrano con i sostenitori della libertà. Per Zarathustra, il cristianesimo (o gran parte di esso), il buddismo e l’intero pensiero contemporaneo l’uomo è libero; per Makhali Gosala, il grande rivale di Budda, per lo stoicismo e Spinoza l’uomo è sottoposto a un destino ineludibile. Da un lato si dice che non tutto, o addirittura nulla, accade necessariamente; dall’altro lato si afferma che tutto accade necessariamente. L’opposizione non può essere più frontale.
Ma è proprio così? Non hanno proprio nulla in comune questi due opposti schieramenti? Non c’è proprio nulla in comune tra chi afferma e chi nega che gli eventi accadono necessariamente?
Qualcosa di comune c’è, ed è ben visibile; anche se può sembrare di poca importanza. Sia gli uni, sia gli altri affermano che ‘gli eventi accadono’. Per il cristianesimo, come per gli stoici, Nietzsche e la scienza moderna, gli eventi accadono. Ma è così importante rilevarlo? O non piuttosto qualcosa di così ovvio che non vale la pena di perderci altro tempo? Non vogliamo nemmeno ricordare che le parole “evento” e “accadere”, nel pensiero dell’Occidente, hanno un significato profondamente costante, per il quale ciò che accade è ciò che giunge ad essere – accade, nel senso che, appunto, cade sull’essere – e, cadendo, proviene dal suo non essere stato, cioè dal suo essere stato nulla? e che il cadere sull’essere è un provenire, e quindi ciò che accade è un evento che viene dal non essere e che dopo esser caduto sull’essere ricade nel non essere, ricade nel nulla?
Per il pensiero dell’Occidente, dunque, ciò che accade non è indissolubilmente legato né al suo non essere (in cui si trova prima di esistere), né al suo essere, giacché prima o poi ricade nel nulla. Per sciogliersi e liberarsi da entrambi. E’ ibero dal nulla, perché entra nell’essere; è libero dall’essere perché ricade nel nulla. Il potersi liberare sia dall’essere sia dal nulla è il significato più profondo che, nella storia del pensiero occidentale, viene conferito alla libertà. E’ la ‘libertà originaria’. Per il pensiero occidentale l’accadere è la libertà originaria degli eventi. (E poiché, per il pensiero dell’Occidente, essere una ‘cosa’ significa oscillare tra l’essere e il nulla, la cosa è la libertà originaria – è l’essere originariamente libera – e la libertà originaria è di diritto l’unica cosa possibile.)
Ma qui sopra avevamo detto che ‘sia’ i sostenitori, ‘sia’ i negatori della libertà – sia coloro che negano sia coloro che affermano che gli eventi accadono necessariamente – hanno in comune la persuasione che ‘gli eventi accadono’. Ora possiamo dunque dire: ‘sia’ gli uni ‘sia’ gli altri hanno in comune la persuasione che gli eventi siano quella libertà originaria che consiste nel loro esser liberi dall’essere e dal nulla. Sia i sostenitori del destino, sia i sostenitori della libertà hanno in comune una libertà più profonda: l’oscillazione in cui gli eventi si liberano e dall’essere e dal nulla. Per i primi gli eventi oscillano tra l’essere e il nulla seguendo un ordine inevitabile e insostituibile, per i secondi l’ordine secondo cui gli eventi del mondo oscillano effettivamente tra l’essere e il nulla è uno dei molti (e forse infiniti) ordini che gli eventi avrebbero potuto seguire invece di quello effettivamente seguito.
La contrapposizione libertà-destino si costituisce dunque all’interno della libertà originaria di ciò che, venendo nell’essere e andando nel nulla, è libero sia dall’essere sia dal nulla, Anche lo stoicismo, anche Spinoza, cioè anche le forme più radicali del fatalismo occidentale sono forme della libertà originaria dell’evento. La persuasione che l’evento sia libertà originaria guida e domina l’intera storia dell’Occidente.
Ma nello sguardo della verità – che non è lo guardo di uno di noi, ma l’apertura che rende possibile ogni guardare – appare che quella persuasione è l’alienazione estrema della verità. Credendo che le cose escono dal niente e vi ritornano – credendo che le cose sono libertà originaria – si crede che le cose sono niente: è l’estrema follia che identifica le cose e il niente.
[…]
Il pensiero che non è guidato e dominato dall’alienazione della verità si mantiene quindi al di là della contrapposizione di libertà e destino: quando parla di ‘destino’ pensa dunque “la negazione della libertà originaria’ degli eventi dell’Occidente, cioè intende qualcosa di abissalmente diverso dal destino in quanto forma della libertà originaria dell’evento […]
Il cammino degli eterni nella volta dell’apparire è unico, non lascia ai margini della via gli eterni che sarebbero potuti apparire e che invece non sono apparsi (cfr. E. S., Destino della necessità,capp. III-IV). Tutto ciò che si manifesta è necessario che si manifesti. Anche per questo motivo è opportuno usare la parola “destino”. Nel suo significato autentico, e sconosciuto all’intera civiltà occidentale, il destino no è il Giogo che opprime il divenire delle cose (cfr. E. S., Il giogo, Adelphi, 1989), non è il Padrone, il Signore, la Legge che ha sotto si sé e domina la libertà originaria delle cose Le cose stesse sono il destino. La libertà originaria è il sogno compiuto da una di esse. L’eternità non sta al di fuori e al di sopra delle cose, ma è la loro anima: la loro vocazione più profonda e, insieme, ciò che da sempre esse hanno ottenuto.

(Emanuele Severino, Libertà e destino, in Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, 1995, pp. 200-204)

da

(21) Amici di Emanuele Severino

Sofferenza atroce è quella che ci lacera quando ci si accorge che tutti gli amici, uno dopo l’altro, sono morti …, di Vasco Ursini

Vasco Ursini

Sofferenza atroce è quella che ci lacera quando ci si accorge che tutti gli amici, uno dopo l’altro, sono morti. Improvvisamente ci si ritrova soli e si è spinti inevitabilmente ad avvertire l’approssimarsi della nostra uguale sorte.

Terrificante situazione.

Il destino, secondo Severino, testo di Vasco Ursini

 

Il destino, in quanto apparire dell’esser sé dell’essente, è coscienza di autocoscienza e cioè “io”: ”

Soltanto un apparire può rivolgersi a sé e vedere nel veduto lo stesso vedere, e dire “io” (La Gloria p. 60).

L’Io del destino è cioè ‘l’apparire autocosciente dell”esser sé dell’essente’; “l’apparire originario del destino è apparire di sé, autocoscienza e in questo senso “Io”; l’io del destino è la stessa verità originaria (ibi, p. 59).
Tralascio qui la circostanza che l’essere umano è anche il luogo in cui questa coscienza, nella sua verità, viene negata. In questo senso, per Severino, l’essere umano è il “mortale” quale luogo in cui questi due momenti stanno on contrasto tra loro.

Sono in molti a chiedermi come ha fatto Emanuele Severino a dare testimonianza, per più di sessanta anni, del “destino della verità”?, testo di Vasco Ursini e citazione in Emanuele Severino, il mio ricordo degli eterni – Autobiografia, Rizzoli, 2011, p. 95

Sono in molti a chiedermi come ha fatto Emanuele Severino a dare testimonianza, per più di sessanta anni, del “destino della verità”?

Rispondo che non è certamente l’ “individuo” Emanuele Severino ( che, in quanto individuo, è, come tutti gli altri individui, un errore) a dare quella testimonianza.

A darla è stato il suo “essere Io destino”. Come ciò è avvenuto ce lo dice lui stesso:

“Quel periodo (quello del processo presso il Sant’Uffizio avvenuto all’inizio del 1970 – n. d. s ) fu tra i più belli” significa: “Si mostrò la fede, il sogno, che fosse tra i più belli”. Inoltre era venuto il dono del linguaggio che testimonia il destino. Che non è espressione scioccamente immodesta, perché non è il mio esser “uomo” a ricevere il dono. Il donante è il destino ed è ancora il destino – il mio esser Io del destino – ad aver ricevuto quel dono. (Che non è una “grazia”, perché è necessità che il destino doni tutto ciò che egli dona.) (Emanuele Severino, il mio ricordo degli eterni – Autobiografia, Rizzoli, 2011, p. 95)

Capirsi tra “individui” è un’insanabile utopia, di Vasco Ursini in Amici di Emanuele Severino

Capirsi tra “individui” è un’insanabile utopia

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

Sono molti coloro che mi scrivono che “i miei scritti sono bellissimi ma talvolta non andiamo d’accordo”.

Costoro devono ancora convincersi che “capirsi tra “individui” è una insanabile utopia”.

Aggiungo che la verità non illumina l’individuo perché l’individuo è il contenuto del sogno dell’errare.

 

via (4) Amici di Emanuele Severino

Quale filosofia è da farsi secondo Franco Volpi?

 

“La filosofia non è soltanto la costruzione di un edificio teorico indifferente alla vita, ma è anche comprensione pratica della vita che le dà forma e la orienta. È saggezza e cura di sé: una dimensione del sapere filosofico, questa, che la tradizione accademico-universitaria ha trascurato, ma che si tratta di ritrovare e rinnovare”.
( Ricordando Franco Volpi, Atti dell’incontro internazionale d 24 aprile 2010, Lavarone, Centro Congressi, Comune di Lavarone, Introduzione, p. 7).

Vasco Ursini: Ancora un ricordo di Franco Volpi

Vasco Ursini

Ancora un ricordo di Franco Volpi

“Essendo noi esseri radicalmente finiti, cioè tali che, fintanto che siamo, ancora non siamo, per essere felici nel trascorrere distruttivo del tempo dobbiamo cercare di dare alla nostra vita una forma compiuta e bella prima che la morte ci sorprenda. Come ammonisce Epitteto, la morte sorprende il calzolaio mentre cuce le sue scarpe, la morte sorprende l’artigiano mentre dà forma alla sua opera, la morte sorprende il marinaio durante la navigazione; e tu, in quale attività vuoi che la morte ti sorprenda? Cercala, e se la trovi avrai il criterio della tua felicità”.

( Franco Volpi)

Ho tratto questo pensiero di Franco Volpi dal retro di copertina di questo libro che consiglio a tutti: Ricordando Franco Volpi – Filosofo 04.10.1952 – 14.04.2009 – Atti dell’incontro internazionale del 24 aprile 2010 – Lavarone Centro Congressi – Comune di Lavarone.

L’ho detto tanta volte. Lo voglio ripetere qui:
Non mi stancherò mai di partecipare a tutti, amici e persone che non conosco, la mia ferma volontà di tenere in vita il ricordo di Franco Volpi, persona preziosa e filosofo autentico.

Ancora sul concetto di tempo, di Vasco Ursini

 

Vasco Ursini

Il presente non si ferma che per uno sfuggente frazione di tempo dunque non si lascia guardare, toccare.

È inafferrabile.

Sprofonda nel passato attimo dopo attimo.

Si può soltanto ricordarlo e riviverlo.

Ma nel ricordo esso non è più ciò che era quando è apparso, ma è intriso e in qualche modo sfigurato da un reticolato di elementi soggettivi di chi lo ricorda

I silenzi, di Vasco Ursini

I silenzi

Se non fossimo spinti dalla irrefrenabile volontà dì potenza, dopo tanto parlare senza soluzione di continuità, potremmo rifugiarci nei “silenzi” tentando di non indugiare troppo sui sentimenti che dal profondo dell’anima inevitabilmente vanno a depositarsi nel pensiero, così che si deve prendere atto che il “silenzio assoluto” non esiste.

Il tacere, tuttavia, lo smettere di sciorinare parole e parole e il chiudere i canali uditivi degli altri ci consente almeno di rifugiarci nei “silenzi relativi”, ascoltando e riflettendo sugli impulsi che salgono dal profondo dell’anima.

Proprio questi “impulsi” possono porci, molto più della sequela di parole che continuamente ci diciamo peraltro senza capirci, nella condizione di arrivare a comprendere come stanno effettivamente le cose.

A tal fine, proprio quando siamo bombardati da messaggi o da segni linguistici, cerchiamo di accertare da quale pulpito essi provengono, di comprendere quale delle due anime che sono nel petto dei mortali ci sta parlando e, infine, predisponiamo la nostra risposta.

Un ricordo che non mi stanco mai di richiamare e di rivivere: è il ricordo di Franco Volpi, testo di Vasco Ursini

 

Questa volta voglio che a rivivere con me il ricordo del grande filosofo Franco Volpi siano, anzitutto, tutti i membri del mio gruppo, ” Amici di Emanuele Severino”, e del mio blog, “Il pensiero filosofico di Emanuele Severino nella sua regale solitudine rispetto all’intero pensiero contemporaneo”, ma poi anche tutti coloro che in qualche modo sentono la straordinaria dimensione umana e filosofica del pensatore vicentino.
A tutti dico che sono stati pubblicati in questo 2019 molti libri che ricordano la sua persona e il suo pensiero. Qui mi limito a segnalarne due, che mi sono stati donati dalla sorella di Franco, architetto Enrica Volpi:

1) Franco Volpi filosofo e amico, a cura di Nicola Curcio, Ronzani Editore, 2019.
2) Giovanni Gurisatti – Antonio Gnoli, Franco Volpi – Il pudore del pensiero, Morcelliana, 2919

Con l’ affetto di sempre

Vasco Ursin

da

(5) Amici di Emanuele Severino

Anche coloro che sono ritenuti, magari per lunghi decenni, uomini eccezionali possono rivelarsi, ad un tratto, per quello che sono in realtà, Vasco Ursini, 11 ottobre 2019

Vasco Ursini

Anche coloro che sono ritenuti, magari per lunghi decenni, uomini eccezionali possono rivelarsi, ad un tratto, per quello che sono in realtà: autentici cazzabubboli.

A coloro che avessero fatto questa amara esperienza diciamo di non prendersela troppo perché “il peggio può sempre accadere”

 

da  Amici di Emanuele Severino

Il sole continua ad “abbagliare” e la “muraglia” si fa sempre più “invalicabile”. Ma è necessario “insistere”, Vasco Ursini in Amici di Emanuele Severino

Il sole continua ad “abbagliare” e la “muraglia” si fa sempre più “invalicabile”.

Ma è necessario “insistere”

da

(6) Amici di Emanuele Severino

Vasco Ursini , Criticare è segno di vivacità mentale e culturale. Ma …, 2 ottobre 2017

Vasco Ursini

Criticare è segno di vivacità mentale e culturale. Ma per criticare occorre conoscere pienamente e approfonditamente il pensiero sottoposto a critica. Altrimenti ci si parla addosso e si dicono cose senza capo né coda