Vasco Ursini: Francesco Berto, laureatosi a Venezia con una tesi su Emanuele Severino, attualmente tiene la Structural Chair of Metaphysics alla Universiteit van Amsterdam …

Francesco Berto, laureatosi a Venezia con una tesi su Emanuele Severino, attualmente tiene la Structural Chair of Metaphysics alla Universiteit van Amsterdam. In un’intervsista rilasciata a Carlo Crosato (MicroMega Il rasoio di Occam, 2015), in occasione della pubblicazione del volume intitolato Ontology e Metaontology: A Contemporary Guide, volume scritto a quattro mani con Matteo Plebani, egli ha cercato di fare il punto della situazione circa la famosa domanda aristotelica: “che cos’è l’essere?”Berto ha dichiarato che “La novità è che, mentre per qualche tempo si è avuta quasi esclusivamente una sola risposta dominante, ora ci sono diverse risposte in giro”. Vediamo.La risposta dominante “Era dovuta a persone come Frege, Quine o van Inwagen”; in particolare per Quine la nozione di essere è data dal quantificatore. Ma che cosa vuol dire “quantificatore”? “I quantificatori sono espressioni come “qualche” o “c’è””. Benissimo. Berto aggiunge che “Per Quine o van Inwagen, x è significa che qualcosa è x, ossia che c’è una cosa che è x. Niente di più e niente di meno”. In particolare, “qualche” o “c’è” possono significare una sola cosa”. Così anche “essere” deve significare una sola cosa: essere è univoco. E in questi ultimi anni come si è sviluppata la riflessione filosofica intorno al tema dell’essere? 1 “Jason Turner o Kris McDaniel, concordano sul fatto che la nozione di essere sia resa dal quantificatore, ma aggiungono che “qualche” può significare anche cose differenti. In «qualche italiano è adorabile», «qualche numero è primo», “qualche” significa cose diverse. E così, anche “essere” può avere diversi significati”.2 “Alcune persone, come Eli Hirsch, dicono che quando gli ontologi dissentono su ciò che c’è”, (esempio: io affermo che ci sono cose di un certo tipo e il mio interlocutore mi contraddice), “il loro disaccordo probabilmente è superficiale. Sembra che riguardi com’è il mondo, ma non è veramente così. Ciò che succede in un simile disaccordo è che essi intendono cose diverse con l’espressione “ci sono”, e sia A sia B hanno ragione una volta ammesso ciò che rispettivamente intendono” (esempio: io affermo che il “football” si gioca in undici contro undici e tu lo neghi, ma io intendo parlare di calcio mentre tu intendi parlare del football americano).3 “Altri, come Kit Fine e Jonathan Schaffer, affermano che ciò che davvero importa nella questione dell’essere non è cosa ci sia, ma cosa fonda cosa – cos’è più fondamentale e se qualche cosa sia assolutamente fondamentale. Questi sono chiamati grounding theorists, perché sono alla ricerca dei fondamenti ultimi della realtà. Alcuni di loro sono anche chiamati neo-aristotelici e sono chiamati così perché si avvicinano alla prospettiva aristotelica per cui, mentre l’essere ha molti sensi, uno è più importante di tutti gli altri: l’essere come ousìa o sostanza (prima). L’ousìa è il fondamento ultimo della realtà: se non ci fossero sostanze, dicono gli aristotelici, non ci sarebbe nulla. Cosa significa qui “fondamento”? I grounding theorists danno risposte molto raffinate”.4 “Altre persone (per esempio Alexius Meinong) ancora affermano che è falso che essere sia essere il valore di una variabile, dal momento che alcune cose semplicemente sono prive di essere: certe cose non esistono, come la mia sorella meramente possibile (in realtà non ho sorelle, ma naturalmente potrei averne avuta una), oppure Sherlock Holmes, oppure l’unicorno che ho sognato la scorsa notte. Alcune di queste cose, come un cerchio quadrato, non esistono e non potrebbero nemmeno esistere. La morale è: alcune cose sono prive di essere, e così è falso che “qualche” catturi la nozione di essere”.E Berto da che parte sta? “Io sono un meinonghiano”, afferma il professore di logica e metafisica presso la Universiteit van Amsterdam. E gira e rigira quella di Berto è la solita esterofilia: l’idea è che le sollecitazioni recenti più interessanti nel campo del pensiero non possono che provenire dall’estero, per fare bella figura bisogna citare nomi d’oltralpe. E l’Italia? non vale la pena di nominarla. Ovviamente uno cita chi vuole, ma, Berto, ripetiamolo, si è pur sempre laureato a Venezia con una tesi su Severino. Però la questione di fondo è un’altra: siamo in grado di comprendere che cosa sia l’essere se non volgiamo lo sguardo verso ciò che è assolutamente altro dall’essere? Nel corso dell’intervista Berto ha accuratamente evitato di accennare ad un tema capitale, il tema del nihil absolutum, ossia ciò che è assolutamente altro dall’essere (forse ne avrà parlato altrove in altre interviste oppure nelle sue opere). Certo, a proposito di Meinong, egli ha accennato a cose prive di essere, cose che non esistono come il cerchio quadrato, ma niente di più.I vari Jonathan Schaffer, i Kit Fine, ossia i grounding theorists, sono alla ricerca dei fondamenti ultimi della realtà? I grounding theorists danno risposte molto raffinate? Ma che ricerca stanno facendo, quali risultati daranno tali ricerche, di quali risposte raffinate stiamo parlando, se i grounding theorists si rifiutano di fare i conti con il nulla inteso come nihhil absolutum? Idem per i vari Alexius Meinong, i Jason Turner, i Kris McDaniel, e così via. Insomma, si tratta non di tirar dritto ma di prendere sul serio un passo di Ritornare a Parmenide, il passo in cui Severino afferma che il “il respiro del pensiero” è costituito dall’ “l’opposizione dell’essere e del nulla”.

Vasco Ursini, Significativi riconoscimenti espressi nei confronti di Emanuele Severino da Enrico Berti

Enrico Berti è professore emerito di storia della filosofia. Particolarmente interessato alla filosofia di Aristotele, ne ha intravisto le tracce nella metafisica, nell’etica e nella politica contemporanea, in particolar modo per i problemi della contraddizione e della dialettica. E’ autorevolmente dentro la dibattuta questione del rapporto tra scienza e filosofia che si incentra su una razionalità non rapportabile a quella metafisica ma piuttosto alla dialettica e alla retorica.Qui si vuole porre in evidenza i quarant’anni di discussione che Berti ha avuto con Emanuele Severino, dal convegno per assistenti universitari svoltosi all’Antonianum di Padova nel 1961 – cioè prima di ‘Ritornare a Parmenide, alla sua critica di questo rivoluzionario saggio, alla severiniana ‘Risposta ai critici’ e agli incontri avvenuti tra i due filosofi nei numerosi convegni cui hanno successivamente partecipato.E’ proprio in occasione di uno di questi convegni ed esattamente nel corso della ‘giornata’ in onore di Emanuele Severino svoltasi a Venezia nell’Auditorium di Santa Margherita il 24 gennaio 2001 che Enrico Berti espresse, nel suo intervento nella tavola rotonda prevista dal programma, questi significati riconoscimenti nei confronti di Emanuele Severino:”1. il merito di aver ridato vitalità alla grande problematica ontologica classica, quella che parla di essere e di non essere, di divenire e di apparire, d’identità e differenza, in un’epoca n cui questa problematica, a causa delle varie forme di scientismo, sociologismo e prassismo, sembrava eclissarsi (si può dire che Severino ha rilanciato quella che Aristotele chiamava la “filosofia prima”, facendola potentemente riemergere al di sopra delle varie “filosofie seconde”;2. la sua straordinaria forza argomentativa, fondata sulla valorizzazione del principio di non contraddizione e sulla riscoperta della riduzione alla contraddizione (élenchos) come forma fondamentale di argomentazione filosofica;3. La tematizzazione del sapere scientifico-tecnologico come caratteristica fondamentale del nostro tempo, e la critica al tendenziale nichilismo in esso contenuto;4. la sua chiarezza ed efficacia espositiva, quella chiarezza che Piero Martinetti giustamente considerava come “l’onestà del filosofo”, e un’efficacia di espressione che non disdegna il ricorso a immagini, spesso ricche di significato poetico;5. La fondamentale inattualità del suo pensiero e il suo sostanziale isolamento, malgrado l’esistenza di numerosi suoi allievi, tutti però – a quanto mi risulta – da lui almeno in parte dissenzienti. Queste ultime qualità non sono da considerarsi negative, perché l’inattualità è proprio ciò che rende originale, interessante e attraente il pensiero di Severino, e l’isolamento, oltre a testimoniare lo spirito di libertà che caratterizza la sua scuola, è paragonabile a quella che lo stesso Severino una volta chiamò “la regale solitudine” del principio di non contraddizione”

.(Cfr. Le parole dell’essere. Per Emanuele Severino, Bruno Mondadori, Milano 2005,pp. 75-76)

Vasco Ursini: A un certo punto della vita dell’uomo l’estrema precarietà dell’esserci si avverte con drammatica continuità giorno dopo giorno …

A un certo punto della vita dell’uomo l’estrema precarietà dell’esserci si avverte con drammatica continuità giorno dopo giorno, e gli ungarettiani versi “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” si insinuano nel pensiero stabilmente.

Vasco Ursini : Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino … (Discussioni intorno al senso della verità’, p. 80

Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino in cui si afferma che la verità incontrovertibile non è il prodotto di un individuo, cioè non è qualcosa di cui l’individuo sia l’autore, e che ogni “io” della terra isolata, in quanto non è l’apparire del destino della verità non può capire, non può conoscere la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”: “La Necessità”, (cioè l’esser sé di ogni essente nel suo mostrarsi come ciò la cui negazione è autonegazione) “che già da sempre si apre al di fuori dell’isolamento della terra e della storia dell’Occidente, non è una dottrina che passi da uno a un altro, e non è nemmeno qualcosa di “capito” da uno o da molti. In quanto “capita” da uno o da molti diventa semplicemente la “prospettiva” di uno o di molti, qualcosa che non può essere la Necessità. La testimonianza della Necessità può avere un “ascolto”. Ma, se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere “uno di noi”, un mortale o un dio, non può essere “il mio prossimo”. Se la Necessità non può essere ciò che “uno” ha scoperto, e che dunque sta entro i limiti dello sguardo di quest’uno, la Necessità non può essere nemmeno ciò che “un altro” o “altri” ascoltano. Se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere che la Necessità stessa. L’ascoltarsi è daccapo il suo apparire”.(‘La struttura originaria’, Introduzione 1979-81, p. 98). Ma allora chi può conoscere la verità? A rispondere è Severino: “Se ora “io” ne sono l’apparire (la conosco) – se cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino, ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e “gli altri”. (‘Discussioni intorno al senso della verità’, p. 80)

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Il problema del capirsi tra i mortali, Vasco Ursini

Capire è un’impresa difficilissima. Farsi capire è una smisurata ambizione. Il capirsi tra “individui” resta un’insanabile utopia. Eppure continuiamo a parlare, a parlarci, a credere di “dialogare” In realtà quello che dovrebbe essere un dialogo, di fatto quasi sempre è un “parlarsi addosso” di ciascuno dei dialoganti, senza alcuna possibilità di arrivare a capirsi. Qualche positiva eccezione ci può essere, ma assai raramente. Mi auguro che essa ci sia in questo pensiero che mi accingo a comunicare: portarsi a riflettere sulla condizione esistenziale dei mortali è così necessario come lo è la circolazione sanguigna per la loro sopravvivenza.

nei processi di istruzione e educazione ci si convinca che l’organizzazione didattica del sapere si deve fondare sulle modalità di apprendimento delle varie fasce di età, Vasco Ursini

Occorre che nei processi di istruzione e educazione ci si convinca che l’organizzazione didattica del sapere si deve fondare sulle modalità di apprendimento delle varie fasce di età. Dunque, la matetica sia posta a fondamento della didattica, sempre.

Il problema del capirsi tra i mortali, Vasco Ursini

Capire è un’impresa difficilissima. Farsi capire è una smisurata ambizione. Il capirsi tra “individui” resta un’insanabile utopia. Eppure continuiamo a parlare, a parlarci, a credere di “dialogare” In realtà quello che dovrebbe essere un dialogo, di fatto quasi sempre è un “parlarsi addosso” di ciascuno dei dialoganti, senza alcuna possibilità di arrivare a capirsi. Qualche positiva eccezione ci può essere, ma assai raramente. Mi auguro che essa ci sia in questo pensiero che mi accingo a comunicare: portarsi a riflettere sulla condizione esistenziale dei mortali è così necessario come lo è la circolazione sanguigna per la loro sopravvivenza.

Giulio Zucchelli, Wittgenstein ti risponderebbe così, in Amici di Emanuele Severino | Facebook

Giulio Zucchelli, Wittgenstein ti risponderebbe così: non è che in filosofia autentica si possa dare sfogo alle “stranezze” che gli “individui” sciorinano ogni volta che aprono bocca o agli affogamenti, ricorrenti, nel mare inesplorabile della metafisica, dove il filosofo autentico non dovrebbe mai entrare, non fosse altro perché nessuno sa ancora rispondere alla domanda che precede tutte le altre: “Perché c’è dell’essere e non piuttosto il nulla?” La stessa risoluzione della suddetta questione che ne dà il “destino della verità” affermando l’eternità di tutto ciò che appare, persino dei peli della barba, ancora non riceve il consenso da parte dell’intero pensiero contemporaneo. Ed è per lo meno strano che la verità incontrovertibile non appaia tale all’intero pensiero contemporaneo. Occorre cautela, in filosofia. Occorre prestare molta attenzione a ciò che normalmente ci viene da dire o che ci piace dire. Ma il dire è una cosa, la verità è un’altra cosa.

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Vasco Ursini, Il “mortale” nella terra isolata, in Amici di Emanuele Severino | Facebook

Vasco Ursini, Il “mortale” nella terra isolata.

Difficilissimo scorgere il luogo della verità che non è dinanzi a noi, ma alle nostre spalle. Ed è difficilissimo perché il nostro io individuale è imprigionato e fuorviato dalle mille fedi cui si aggrappa per lenire il dolore esistenziale e fronteggiare il terrore della morte.

Vivere è credere, ma credere è allontanarsi dalla verità. Lo sbocco di questa pirandelliana situazione è la poesia, è la musica di alta qualità. Lo sbocco sono le “illusioni” cui ci aggrappiamo per resistere.

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Vasco Ursini, Il “mortale” nella terra isolata

Difficilissimo scorgere il luogo della verità che non è dinanzi a noi, ma alle nostre spalle. Ed è difficilissimo perché il nostro io individuale è imprigionato e fuorviato dalle mille fedi cui si aggrappa per lenire il dolore esistenziale e fronteggiare il terrore della morte. Vivere è credere, ma credere è allontanarsi dalla verità. Lo sbocco di questa pirandelliana situazione è la poesia, è la musica di alta qualità. Lo sbocco sono le “illusioni” cui ci aggrappiamo per resistere.

Entro la dimensione nichilistica dell’Occidente non si può non essere “leopardiani”. Ma qual’è in Leopardi la forma del rapporto tra filosofia e poesia?

Entro la dimensione nichilistica dell’Occidente non si può non essere “leopardiani”. Ma qual’è in Leopardi la forma del rapporto tra filosofia e poesia? Negli iniziali “pensieri” dello ‘Zibaldone’ poesia e filosofia sono due cose essenzialmente diverse, di Vasco Ursini

“La filosofia è la visone della verità, cioè della nullità delle cose; la poesia è l’illusione che volta le spalle alla verità e unisce l’uomo all'”infinito”. Ma successivamente Leopardi capisce che, nell’età della scienza e della tecnica, all’uomo non è più consentita alcuna illusione in relazione al nulla che sempre più incombente gli sta davanti e lo attraversa. Rimane però, nel ‘genio’, la ‘forza’, la grandezza, la potenza con cui egli esprime lo spettacolo terribile del nulla e questa forza è la poesia – che dunque non è un sogno ozioso e separato da quello della filosofia, ma è la potenza stessa del linguaggio filosofico. Ben presto, cioè, poesia e filosofia diventano in Leopardi una unità grandiosamente potente. La ‘forza’ con la quale il genio esprime la nullità delle cose gli consente di sporgere ancora per un poco al di sopra del nulla e di sollevare in alto con sé gli uomini, ancora per un poco. Solo l’unità di filosofia e poesia consente un’ultima provvisoria salvezza dal nulla. […] Dunque Leopardi è un pensatore “epocale”? “Raccoglie in sé l’intera epoca dell’Occidente”. Come va visto il cosiddetto “pessimismo” del Leopardi? “Se il “pessimismo” è la vocazione per il nulla – e dunque è la fede nel divenire, cioè nel nichilismo -, il pessimismo appartiene all’essenza dell’uomo occidentale: ai Padri della Chiesa, a Leibniz, a Goethe non meno che a Leopardi. Tutta la cultura dell’Occidente, e dunque tutta la cultura “ottimistica” dell’Occidente, ha al proprio fondamento il “pessimismo”, la fede nell’oscillazione delle cose tra l’essere e il nulla e, nonostante ogni suo tentativo di mascherarsi, è questa fede la matrice dell’angoscia che avvolge l’Occidente”. (Emanuele Severino)

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Pensiero incentrato su: Il nulla e l’impossibilità di immaginarselo se non come …, di Vasco Ursini

Pensiero incentrato su: Il nulla e l’impossibilità di immaginarselo se non come ciò che contrapponiamo all’essere senza però saper dire cos’è o, meglio, come si configura questo “ciò”.

Possiamo solo ripetere con Ungaretti:”Tra un fiore colto e l’altro donato l’inesprimibile nulla”. Inesprimibile perché inimmaginabile

Molti amici mi hanno chiesto quale rapporto ci sia tra metafisica, epistéme e destino (nell’accezione severiniana), Vasco Ursini

Molti amici mi hanno chiesto quale rapporto ci sia tra metafisica, epistéme e destino (nell’accezione severiniana).Rispondo dicendo che negli scritti di Severino la parola ‘destino’ indica lo stare della verità, cioè l’incontrovertibile nel cui cerchio è accolta la terra e l’isolamento della terra. L’ ‘epistéme’ invece è il tentativo compiuto dal pensiero greco, che però è fallito, di evocare l’assolutamente stante. Solo al di fuori della fede nel divenire può mostrarsi l’assoluta incontrovertibilità del destino, la quale è però avvolta dalla contraddizione C.Tra metafisica e epistéme non c’è assoluta identità perché nella storia dell’Occidente c’è stata epistéme anche là dove non c’è stata metafisica. Ad esempio, un sapere epistemico non metafisico è il criticismo kantiano che esclude la metafisica dalla scienza. Tale esclusione, e cioè la “critica della ragion pura” ha un carattere pienamente epistemico. Un secondo esempio di sapere epistemico è il pensiero di Hume che afferma l’innegabilità del principio di non contraddizione e, dunque, dà spazio all’epistéme. L’epistéme è metafisica perché oltre ad essere un principio innegabile è in grado di mostrare il senso stabile e divino che avvolge, fonda e guida il mondo del divenire.

L’Essere va sempre tenuto distinto dall’ente e dunque anche dalla totalità degli enti … da Amici di Emanuele Severino | Facebook

L’Essere va sempre tenuto distinto dall’ente e dunque anche dalla totalità degli enti. Pertanto ridurre l’Essere alla totalità degli enti significa “errare” e tutto ciò che ne può conseguire è un insieme di errori. Significa trasformare l’Essere in altro da sé e dunque reificarlo. Certo cosa sia l’Essere ancora ce lo domandiamo dopo millenni di risposte tutte inadeguate e prive del crisma della incontrovertibilità. Resta tuttavia fuor di dubbio che per cercare di afferrarne il significato occorre trovare una risposta – che abbia il crisma della incontrovertibilità – alla domanda: “Perché c’è dell’essere e non piuttosto il nulla?” Al di fuori di questa cornice si può soltanto essere e rimanere stabilmente nell’errore, lontani dal proposito di afferrare la verità originaria e le altre verità che da essa inevitabilmente scaturiscono.

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Se fosse così staremmo a posto, da Amici di Emanuele Severino | Facebook

Se fosse così staremmo a posto: Nessuna cosa richiede un Fondamento della sua appartenenza all’essere, perché ogni cosa è, appunto e soltanto in quanto essa è una cosa, un non-niente Proprio in quanto è cosa, ogni cosa ‘é’ e non può non essere.

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