Lo voglio dire con convinzione assoluta: dire, come ha detto Heidegger, che “solo Dio ci può salvare” è una verità assoluta , specialmente se si corregge il verbo in “ci potrebbe salvare” … di Vasco Ursini

Vasco Ursini

Lo voglio dire con convinzione assoluta: dire, come ha detto Heidegger, che “solo Dio ci può salvare” è una verità assoluta, specialmente se si corregge il verbo in “ci potrebbe salvare”, per il fatto che il Dio personale e trascendente che abbiamo immaginato non c’è, né c’è mai stato. Dunque i “sacerdoti della verità innegabile, che bollano come contraddizione quell’espressione heideggeriana e come impedimento della sua collocazione nel famigerato “sottosuolo del pensiero filosofico”, devono cambiare mestiere.

Vasco Ursini: Nel 2013 pubblicai il mio saggio “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni … Ho risposto ai rilievi critici di Emanuele Severino …

Ecco qui di seguito ciò che ho preannunciato qualche ora fa

Nel 2013 pubblicai il mio saggio “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, a cui rinvio.

Nel suo “Dispute sulla verità e la morte”, Rizzoli, 2018, p. 74, ed anche nel n. 02/2014 della rivista “La filosofia futura”, pp. 144-145, Emanuele Severino nel recensire quel mio saggio scrive:

“C’è anche la situazione in cui si crede di trovarsi a dover scegliere tra il destino della verità e le convinzioni che si fondano sulla terra isolata da esso. Di tale situazione è un paradigma significativo il saggio di Vasco Ursini ‘Il dilemma verità dell’essere o nichilismo? (Book Sprint Edizioni 2013). Chiedo anche qui: perché è necessario scegliere ‘o’ tale verità (che è la negazione del nichilismo) ‘o’ il nichilismo e non ‘entrambi’? Perché si rifiuta la contraddizione! (E il destino è la forma autentica della negazione della contraddizione – la forma che si mantiene al di là del modo in cui il “principio di non contraddizione” si presenta nella terra isolata.) D’altra parte, trovarsi nel “dilemma” (o nel “problema”) rispetto al destino è un modo di ‘negare’ il destino e pertanto è un ‘aver già scelto’ la terra isolata dal destino e le convinzioni che su di essa si fondano – un aver già scelto, anche se si crede di trovarsi ancora al di qua della scelta”.

Ho risposto a questi rilievi critici di Emanuele Severino nel n. 03/2014 della medesima rivista “La filosofia futura” alle pagine 123-125, ove scrivo:

“Dico subito che sono infinitamente grato a Emanuele Severino di essersi ‘piegato’ a discutere il mio saggio. Alla gratitudine si unisce un sentimento di viva soddisfazione per l’attenzione ricevuta da lui che io reputo degno di essere collocato tra i più grandi pensatori dell’umanità, tra coloro cioè che hanno preso posizione su ciò che è e significa “verità”, non su questa o quella verità, ma sulla ‘verità’ che è il mostrarsi dell’assolutamente incontrovertibile. Soltanto così,a parer mio, si fa autentica filosofia.

Premesso ciò, provo a rispondere ai rilievi critici di Severino. Nulla da osservare sulla necessità di scegliere una delle alternative del dilemma. Non mi pare invece condivisibile l’affermazione che porsi il problema di scegliere tra la verità del destino e il nichilismo “è un modo di ‘negare’ il destino e pertanto è un ‘aver già scelto la terra isolata dal destino e le convinzioni che su di essa si fondano, anche se si crede di trovarsi ancora al di qua della scelta”. No. Tentare di scegliere tra le due alternative non può essere un ‘aver già scelto’, ma è verificare se si riesce a scegliere. Nel mio caso si è cercato di verificare se è possibile ‘uscire’ dall’isolamento della terra e dal nichilismo che la pervade, partendo, da un lato, dalla consapevolezza che l’isolamento della terra non è una colpa dell’uomo ma è l’accadimento della decisione originaria, un ‘eterno, che sopraggiunge con necessità nel cerchio dell’apparire, dall’altro lato, dalla consapevolezza che due anime in perenne contrasto tra loro abitano nel nostro petto, una nascosta (l’Io del destino) e l’altra manifesta (l’io della terra isolata); due dunque sogno gli ‘inconsci’ dell’Occidente: quello, più profondo, del ‘destino della verità’ e quello, più superficiale, del ‘nichilismo’, che dunque non è esplicito e intenzionale ma completamente inconscio, nel senso che l’Occidente crede di pensare e di vivere l’ente come qualcosa che è, mentre lo pensa e lo vive come niente.

Questo insanabile contrasto dura da sempre e durerà sin quando non accadranno, se accadranno, il tramonto dell’isolamento della terra dal destino della verità e l’avvento della terra che salva. Non ci resta dunque che attendere. Ma questa “Attesa” è così lunga da sembrare eterna. Un’Attesa che comunque va al di là della dimensione temporale della vita degli uomini, mentre intanto su questa nostra vita incombe continuamente la ‘morte’ che ci terrorizza e ci angoscia. Un’Attesa infinita che giorno dopo giorno ci sfibra. A questo punto occorre chiedersi: in tali condizioni è possibile tentare di raggiungere quel primo inconscio?. Severino lo ha raggiunto ed espresso nei ‘cosiddetti’ suoi scritti. Io ho tentato e tento ancora di raggiungerlo seguendo le indicazioni che egli ci fornisce:

Quel primo inconscio “può essere raggiunto solo se non ci si mette in cammino in compagnia delle ricostruzioni storiche avanzate dalla nostra cultura. Anzi, solo se non ci si mette affatto “in cammino”, ma si lascia che i luogo della necessità (ossia la struttura originaria della Necessità) già da sempre aperto ‘al di fuori’ della struttura dell’Occidente, consenta al linguaggio di testimoniarlo e di testimoniarlo come qualcosa di abissalmente estraneo a quell’altro luogo che è appunto la struttura in cui cresce la storia dell’Occidente, Se questa struttura continua a rimanere l’inconscio essenziale della nostra civiltà, quell’altra – il luogo della necessità – è l’inconscio di questo inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente” (La struttura originaria, p. 14).

Queste indicazioni ho cercato di seguire nel mio saggio senza riuscire a compiere una scelta definitiva tra le alternative del dilemma, verità dell’essere o nichilismo. La “verità” che talvolta mi sembra di scorgere torna presto a vacillare.Non mi resta dunque che richiamare quanto ho scritto nel mio saggio: “Come Kierkegaard mi riduco a vivere in un perenne ‘forse’. Resto fuori dalle ‘Chiese’ che si fondano su granitiche certezze, disgiunto dalle fedi che muovono la turba, vittima di un pensiero vivo e lucido”, che però non rinuncia a tentare di compiere quella scelta.

Vasco Ursini: La verità non illumina l’individuo …

La verità non illumina l’individuo che è soltanto il contenuto del sogno dell’errare.Sono molti, moltissimi coloro che si illudono che per scorgere il destino della verità basta leggere, capire e condividere, fino a possederlo, il contenuto degli scritti di Emanulee Severino, che danno testimonianza del “destino della verità”. Costoro devono convincersi che almeno due eventi devono accadere nella terra isolata perché si riesca a porsi nello sguardo del destino: che accadano il dono del destino a se stesso, cioè al nostro esser “Io del destino” e il ritrarsi, dai vari cerchi dell’apparire, dell’isolamento della terra di quel tanto che consente al linguaggio di indicare il (già da sempre manifesto) destino della verità.

ELISABETTA CESARI È CON VASCO URSINI: “Seminai la speranza che non muore”

Elisabetta Cesari è con Vasco Ursini.

“Seminai la speranza che non muore”

Un semidio, un titano, Prometeo, mosso a pietà delle miserevoli sorti degli uomini, osa ribellarsi a Zeus e trafugare il fuoco, proprietà degli dei, per donarlo ai mortali e riscattarli dallo stato selvaggio in cui fino ad allora erano vissuti. Con il suo dono essi sarebbero usciti dalla cecità dell’ignoranza e avrebbero scoperto la via del progresso e della civiltà. Incatenato per la sua colpa e inchiodato ad una rupe a precipizio sul mare, il suo grido risuona nel silenzio della solitudine della natura non come un lamento, ma come un inno di trionfo.e se la fantasia greca è arrivata a tanto da immaginare che il progresso sia nato da un atto di amore, non meno straordinaria è la sua forza quando riconosce che tutte le arti create dalla civiltà non riusciranno mai ad appagare l’infinito desiderio dell’uomo di essere felice.Non c’è nella stessa disperazione anche il presagio di un nuovo modo di “essere uomini” che consenta di superare la sventura?A così ardue domande una risposta la trovo ancora nella solennità della poesia del Prometeo: è l’amore per l’uomo il fine del “progresso”. E al coro che fa notare al titano come il suo sacrificio non abbia liberato gli uomini dalla morte, egli dà una risposta sublime: “Seminai la speranza che non muore”. Emanuele Severino ha seminato in me l’eternità di tutte le cose. Grazie, maestro.

Vasco Ursini: Giacomo Danesi mi ha regalato questo secondo prezioso ricordo

Giacomo Danesi mi ha regalato questo secondo prezioso ricordo

Ultimo incredibile ricordo. Siamo alla fine degli anni ’80. La rivista mensile “Astra”, quella che si interessa di astrologia ed è ancora oggi in auge, organizza un convegno a Riva del Garda. Non ricordo esattamente il tema, che era di alto spessore. Oltre a Severino c’erano Franco Accame, Padre Balducci e tanti altri della cultura italiana.

Io ebbi l’onore di cenare al tavolo di Emanuele Severino, e ognuno di noi aveva un personale menu in base al proprio segno zodiacale!

Gli organizzatori avevano anche invitato un complesso che andava per la maggior in Italia: I Gatti di Vicolo Miracoli!

Questi e metà serata cominciarono a strimpellare un paio di canzoni. Le lascio immaginare con quale entusiamo gli esimi personaggi presenti alla cena seguirono le note…Ma a un certo punto avvenne un fatto stranissimo. I quattro scesero dal paco, si avviarono oguno verso un tavolo diverso verso gli ospiti e chiesero se potevano, invece di suonare, sedersi a cena con loro!

Tutti accettarono con entusiamo. E così scoprimmo che i quattro suonatori non erano degli sprovveduti ma delle persone di ottima cultura che colloquiarano tranquillamente con gli importanti personaggi.

Di quel due giorni ecco una foto ricordo. Io sono a fianco al Professor Severino. Davanti un altro collega.

Ora professore non la tormento più. Felice Pasqua.Giacomo Danesi

Un ricordo di Vasco Ursini

In uno dei tanti colloqui telefonici che per anni ho avuto con Emanuele Severino gli dissi:

“Non so se accadrà ancora che riappaia su questa terra isolata un pensatore della tua potenza speculativa, che non riscontro in nessun altro pensatore, del passato e del presente”.

E lui:

” Sei troppo buono.Tranquillo, Vasco, accadrà quello che deve accadere. Inevitabilmente”.

Vasco Ursini: Se non fosse per quella preziosa propensione dei mortali a non pensare quasi mai alle terrificanti modalità della condizione esistenziale in cui sono “gettati”

Se non fosse per quella preziosa propensione dei mortali a non pensare quasi mai alle terrificanti modalità della condizione esistenziale in cui sono “gettati”, essi non potrebbero farcela a vivere nemmeno un attimo e porrebbero fine, uno dopo l’altro, a questo stare sulla terra a patire o ad assistere al susseguirsi di eventi di dolore e di morte che colpiscono loro stessi e gli altri, in attesa della propria morte. I rari momenti di serenità e di benessere che di tanto in tanto possono accadere sono, sostanzialmente, delle mere fugaci “pause” nel vortice infinito ed eterno di dolore e di morte.

Vasco Ursini: Penso alla “verità” e precisamente alla definizione che ne dà Emanuele Severino …

Penso alla “verità” e precisamente alla definizione che ne dà Emanuele Severino nello splendido articolo sul Natale pubblicato su Il Corriere della Sera del 23 dicembre 2018: “Nel suo senso autentico, la verità illumina i focolari degli uomini. Essi si rifugiano presso i loro focolari e li trovano caldi e luminosi e dinanzi ad essi fan festa. Ma la pura gioia della festa ha altra provenienza: non si spegne quando il ceppo è finito e la fiamma ha lasciato il posto alla cenere”.Emanuele Severino ed io auguriamo a tutti prescindendo dal colore della pelle e dalle loro fedi di arrivare prima o poi a comprendere nei suoi fondamenti filosofici incontrovertibili il senso profondo di quella definizione di “verità”.

Vasco Ursini: Severino, imperterrito, insiste sull”eternità di ogni cosa e soprattutto su quella dei mortali. Ascoltiamolo con grande attenzione, comprendiamolo e riflettiamo

“Ma l’eternità del nostro corpo non vuol dire che noi continueremo ad apparire così come ora noi siamo, così, cristallizzati in questa nostra posizione; significa invece che questa nostra situazione, anche se sarà raggiunta da altre condizioni, è ed è impossibile che non sia, e che siamo destinati a infinite altre posizioni del nostro corpo.

Quindi non si confonda l’eternità di ogni istante del contenuto dell’apparire con la perpetuazione di quell’istante, quasi che noi fossimo fissati alla nostra situazione attuale, come se essa dovesse risultare insuperabile.

“E.S. (Identità del destino – lezioni veneziane

Vasco Ursini su: EMANUELE SEVERINO, L’APPARIRE DELLA MORTE, Il brano è tratto da: Emanuele Severino, Sul divenire Dialogo con Biagio de Giovanni, Mucchi Editore, Napoli, 2014, pp. 22-28

Come per tutti i mortali anche per Biagio de Giovanni c’è “qualcosa di ineluttabile” “nella condizione mortale dell’uomo”, cioè la morte, “la prova inconfutabile”, “l’irrefutabile cogenza” che “l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla” – con l’inaccettabile risultato che ciò che chiamo ‘destino’ “si scontra con il fatto che l’uomo muore” (Biagio de Giovanni, Disputa sul divenire Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, Napoli 2013, pp, 83-84), sì che ad esser follia, alienazione non è l’affermazione del divenire, ma il destino.

Ho mostrato i presupposti arbitrari di questo tipo di obbiezioni sin da quando me le sono poste a metà degli anni ’60 (Cfr. Essenza del nichilismo, 1971, II ed., Adelphi, 1981). Richiamo qui la direzione complessiva della risposta che ad esse va data.

Il destino della verità non nega ma è anzi l’apparire incontrovertibile della morte dell’uomo che muore, e di come muore, e del suo cadavere che resta dopo che la “vita” di quel corpo ha avuto compimento e non continua.

Ma questo compimento e non continuare, che incontrovertibilmente appaiono (e ogni loro affermazione compiuta al di fuori del destino è solo fede, errare, ipotesi) non sono l’annientamento di ciò che ha avuto compimento e non continua.

Testimoniando il destino, i miei scritti hanno ‘sempre’ negato che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal nulla e che la morte sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che ‘questo’ andare e venire ‘ non è un “fatto”, come invece il linguaggio di de Giovanni afferma nel suo trovarsi inscritto nella fede dei “mortali” (il “mortale” essendo appunto chi ha questa fede e vive conformemente ad essa).Infatti, cosa significa che il dolore, l’agonia, la morte dell’uomo (e il perire dei viventi e delle cose) sia un “fatto”? Significa che ‘se ne fa esperienza’, cioè che si manifestano, appaiono, si mostrano, (E il destino mostra – anche qui rinvio ai miei scritti – ‘perché’ ciò che appare non può essere negato; il perchè che manca alla fenomenologia, nella quale questa innegabilità rimane un dogma).

E’ incontrovertibile che appaia l’orrore della morte – che è sempre la morte altrui – e che, esso manifestandosi, si faccia esperienza della radicalità del processo (che i mortali chiamano “distruzione”, “annientamento”) nel quale, dopo la legna che brucia, appare la cenere e della legna appare solo il ricordo. (E ogni vivente e ogni cosa del mondo è legna che brucia).

Ma, detto questo, la convinzione dei mortali che la morte sia un andare nel nulla ‘non è, insieme’, convinzione (‘è impossibile’ che sia, insieme, convinzione) che l’uomo vada nel nulla ‘ma’ che, insieme, continui ad essere un “fatto” che appare e appartenga al contenuto dell’esperienza – che gli appartenga nello stesso modo in cui gli apparteneva prima di annientarsi.

E’ impossibile che il credere che le cose vanno nel nulla sia unito al credere che, ciononostante, esse, pur annullandosi e diventate nulla, continuino ad apparire come apparivano prima di annullarsi – continuino ad essere un “fatto”.

Secondo la stessa convinzione che le cose vanno nel nulla, nell’esperienza può rimanere, sì, il ricordo di coloro che sono andati nel nulla (appare il loro ricordo; il ricordo è un “fatto”), ma non rimane, non continua a d apparire il “fatto” costituito dal loro esser stati vivi: non si fa più esperienza della loro vita annientata.

La convinzione, dunque, che la morte sia annientamento è insieme (necessariamente, anche se non sempre consapevolmente) la convinzione che – pur essendoci stata esperienza dell’agonia e del restare lì del cadavere – ciò che è diventato niente è diventato anche qualcosa che non appartiene più all’esperienza, non è più un fatto. [ … ]

La conseguenza di quanto si è rilevato – ed è conseguenza che è innanzitutto il destino a trarre con necessità (anche se il mortale può a sua volta ‘credere’ che questa sia la conseguenza che deve essere tratta) – è che, dunque, è impossibile che l’esperienza mostri alcunché di ciò che, se è diventato nulla, è necessario che sia insieme uscito dall’esperienza.

E’ impossibile che l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è uscito dall’esperienza.Ma se ciò che si crede che sia andato nel niente è insieme uscito dall’esperienza, allora è anche impossibile che l’esperienza mostri che esso è diventato niente. Della sua sorte l’esperienza non può che tacere: Cioè l’annientamento non può essere un “fatto”. se poi il cadavere viene bruciato e, come si dice, “diventa cenere”, allora anch’esso, ‘come tutta la vita passata di chi è morto’, che è vita altrui, esce dall’esperienza – sebbene ne rimamga il ricordo.

E, daccapo, che il cadavere stesso,diventando cenere, sia diventato niente, nemmeno questo può essere l’esperienza ad attestarlo: come essa attesta che prima appariva la vita altrui e poi è apparso il suo compimento,il suo non proseguire e il suo cadavere, così l’esperienza attesta che prima appariva il cadavere – o l’ultimo residuo di legna – e poi la cenere.

E quel compimento e non proseguimento non sono l’annientamento di ciò che è stato, ma il completamento dell’apparire di un certo ‘insieme’ di eventi (essenti) che è andato via via manifestandosi, e che è un passato non in quanto sia diventato niente, ma in quanto, appunto, è un che di completato, un ‘perfectum’. ( Ad esempio, la legna nel camino prima che la si accenda, quando incomincia a bruciare, quando è completamente avvolta dalle fiamme, quando appare più cenere che legna che brucia, quando appare solo la cenere sono l’ ‘insieme’ il cui apparire ha avuto compimento quando non appare più legna ma solo cenere – quando non appare più vita ma solo il cadavere).

Dunque la convinzione che la morte sia annientamento non ha come base il contenuto che si mostra nell’esperienza, ma, anche senza rendersene conto, si fonda su su costruzioni più o meno consistenti, più o meno complesse: costruzioni terico-concettuali, cioe ‘teorie’ costituite da interpretazioni, ipotesi, abitudini,fedi, inferenze, deduzioni e costrutti ìa priori’.

Qualunque sia, il loro fondamento non è l’esperienza, l’apparire degli essenti.Qui ci si limita a rilevare che nella misura in cui – nell’esser abitata, la terra, dall’uomo – è possibile parlare delle prime forme di esperienza umana, quando in esse il morire compare, ospite sconosciuto, i vivi si fermano atterriti di fronte alle configurazioni sconcertanti e orrende della morte dei loro simili. Restano colpiti dal prolungarsi dell’assenza della loro vita. Un po’ alla volta si abituano a constatare che i morti non ritornano, vivi, non seguono l’esempio del sole che invece si convince a risplendere di nuovo, dopo la notte. Anche e forse sopratutto su questa base, quando si fa avanti la riflessione filosofica sul nulla, si pensa che ciò che non ritorna sia diventato niente e si crede di sperimentarne l’annientamento osservandone il cadavere, i resti, le ceneri.[ … ]

Da questi cenni (che andrebbero ben altrimenti esposti) si può trarre innanzitutto questa conclusione: che la sconcertante tesi che, al centro dei miei scritti, afferma l’eternità di ‘tutto’ ciò che esiste (di ogni cosa, stato, situazione, relazione, forma, materia, evento,istante, ogni essente che appare e non appare) ‘non’ è, come invece anche de Giovanni ritiene un “paradosso”, una follia che “si scontra” con l’esperienza, cioè “con il fatto che l’uomo muore”. Ma, ‘all’opposto’, a scontrarsi con l’esperienza sono coloro che – affermando la sua capacità di attestare l’annientamente degli uomini e delle cose – vedono in essa ciò che in essa non c’è e non può esserci.

( Il brano è tratto da: Emanuele Severino, Sul divenire Dialogo con Biagio de Giovanni, Mucchi Editore, Napoli, 2014, pp. 22-28).

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https://www.mucchieditore.it/

L’originario esser sé, testo di Vasco Ursini

Nella struttura originaria del destino, Severino mostra che la relazione necessaria tra l’essente e il proprio altro sta nell’originario esser sé come non esser l’altro da sé. L’essente è dunque negazione dell’altro da sé. Tale negazione è l’innegabile perché la negazione di questa negazione è “autonegazione”, è affermazione di ciò che essa negazione nega.