Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “nichilismo” e su alcuni altri aspetti che tale concetto richiama. citazione segnalata da Vasco Ursini in Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 83-87

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “nichilismo” e su alcuni altri aspetti che tale concetto richiama

Vattimo – Si è parlato, e si parla spesso, nella cultura contemporanea, del problema del nichilismo, che almeno in prima approssimazione, potremmo definire come il problema della presenza del nulla, o, addirittura, del trionfo del nulla nella nostra esperienza. Friedrich Nietzsche, uno dei pensatori che più profondamente hanno meditato questo tema, ha definito il nichilismo come una situazione in cui l’uomo rotola via dal centro verso la X: verso l’assenza di fondamenti, la mancanza di certezze, valori e verità stabili e date una volta per tutte, Con nichilismo si intende anche, in un senso vicino a questo, il fatto che la scienza e la tecnica riducono tutto ciò che è, tutto l’essere,a “manipolabilità”, a essere manipolabile: ogni cosa, ogni essere, ‘è’ in quanto è utilizzabile per qualche scopo, sottoposto all’azione dell’uomo. Nichilismo sarebbe allora, come lo ha definito Martin Heidegger, quel processo storico e filosofico che si inizia col filosofare dei Greci e al termine del quale dell’essere come tale “non ne è più nulla”. Noi, oggi, viviamo effettivamente in un’epoca che può definirsi nichilistica, o no? E se sì, perché? Con quali conseguenze?

Vogliamo discutere di questo problema con Emanuele Severino, uno tra i più noti filosofi italiani, che ha dedicato molte opere proprio allo studio del concetto di nichilismo, e alla riproposizione, in forme molto originali e persino provocatorie, del problema dell’essere.

Prima di lasciargli la parola, desidero proporre alcune considerazioni per la discussione. Anzitutto non deve stupire che ci si ponga il problema dell’essere e del nulla, che potrebbe sembrare un problema molto astratto. Si potrebbe effettivamente obiettare che oggi, anche in filosofia, si dovrebbe parlare di cose più concrete, più determinate. E tuttavia io credo che quando ci si chiede in che cosa consista la nostra esperienza della realtà, il concetto, se lo si può chiamare concetto, con cui ci si trova a fare i conti è proprio quello di ‘essere’.. Se non sappiamo di che cosa parliamo quando diciamo “essere”, la nostra esperienza del mondo e del reale rimane circondata da una sorta di alone oscuro. Un filosofo che ha proposto in termini reali tale questione, e al quale, credo, anche Severino si richiama in qualche maniera, è Heidegger, il quale nella sua opera principale, ?Essere e tempo?, del 1927, ha sostenuto che un carattere del pensiero moderno è proprio quello di aver dimenticato l’essere, e di non sapere più che cosa significa “essere”, in senso pieno e autentico.

Ricordare il problema dell’essere, a mio parere, non conduce necessariamente a caratterizzare la nostra civiltà come nichilista in senso negativo. In altre parole, si può riconoscere in qualche senso che dell’essere come tale la filosofia della modernità si sia occupata troppo poco, e che vi sia, come c’è effettivamente, una certa tendenza dell’essere a dissolversi, a scomparire, ad esempio nella manipolabilità tecnologica, senza per questo dover accettare che ne derivino conseguenze catastrofiche e distruttive come talvolta sostiene chi parla di nichilismo. La nostra è una civiltà nichilistica, ed è per questo che proviamo quello che Sigmund Freud chiamava il “disagio della civiltà”: nel mondo moderno, che è il mondo della scienza e, soprattutto, della tecnica dispiegata, l’uomo ha perduto punti di riferimento, sicurezze, valori stabili, e si trova in quella situazione che nel vocabolario del pensiero di derivazione hegeliana e marxista è stata definita di “alienazione”. La mia tesi sarà in generale che oggi noi non siamo a disagio perché siamo nichilisti, ma piuttosto perché siamo ancora troppo poco nichilisti, perché non sappiamo vivere sino in fondo l’esperienza della dissoluzione dell’essere: da qui quell’insieme di sensazioni di frustrazione e di disagio che si chiama alienazione. Anche se non credo che su questo il mio interlocutore sarà d’accordo:

Severino – Certamente non sono d’accordo; anche se il mio disaccordo si accompagna a molti aspetti che sono convergenti con quello che hai detto. Qui mi sembra opportuno accentuare gli aspetti del disaccordo.

Non sono d’accordo, anzitutto, a proposito della diagnosi del nichilismo. Penso che, ancora, la “nostra” cultura non sappia che cos’è il nichilismo – e che quindi ne sia completamente dominata. Dicevi poco fa che le parole “essere” e “niente” sono astratte e indeterminate. A me pare che potremmo essere anche un po’ più ottimisti: sono parole, ormai, non più così estranee al pensare comune. Tutti, più o meno, oggi sono convinti che nascere significhi venire all’ ‘esistenza’, e morire significhi andarsene dall’esistenza, cadendo nel ‘niente’. Da millenni la religione cristiana ha abituato l’uomo occidentale a pensare queste grandi categorie del pensiero greco: l’essere (l’esistenza) e il niente. Direi che si è molto imprudenti quando si crede di poter parlare – in qualsiasi forma di linguaggio, anche in quello scientifico, – indipendentemente da queste categorie. La gente sa che vivere vuol dire essere sospesi tra un niente iniziale e un niente finale. La cultura cristiana parla di “creazione dal nulla”. Queste cose le abbiamo sentite da bambini. (In un certo senso si potrebbe dire che le cose più importanti le abbiamo sentite da bambini). Ma il nulla non è il nichilismo. Altro è parlate del nulla, e altro è parlare di nichilismo. E’ vero che oggi i parla molto anche di nichilismo, ma la “nostra” cultura non è ancora in grado di intendere il senso autentico della parola “nichilismo”. ?Nichilismo’ – e non so se a questo punto ti vorrai ancora dichiarare nichilista – significa pensare che le cose del mondo e le cose concrete, e questa stanza e le stelle e le piante e gli uomini sono niente. Ecco, questo è nichilismo, pensare che le cose sono niente.

Sostengo da molto tempo che la storia dell’Occidente – e ormai di tutta la terra – è la storia del nichilismo. La civiltà occidentale, che pure ha orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente. Pensa questo, nel proprio inconscio, perché, alla superficie, pensa che le cose sorgono dal niente e vi ritornano.

Vattimo – Io proporrei una definizione di nichilista diversa da questa, una definizione in cui mi riconosco quando mi dichiaro nichilista e sostengo che dobbiamo diventare nichilisti in maniera più profonda. Con ciò non mi riferisco certamente ai nichilisti russi, o alla gioia anarchica della distruzione, lo schianto detentore della dinamite; né d’altra parte mi ritengo nichilista nel senso di chi crede o pensa che le cose siano niente. Penso invece che una concezione praticabile, ed anche positiva, di nichilismo nella nostra cultura sia quella secondo cui, affinché l’esistenza abbia un senso, l’essere non deve avere quei caratteri di stabilità, immutabilità, definitività che, a parer mio, e a parere di autorità filosofiche maggiori di me, il tradizionale pensiero metafisico gli ha conferito, dalla filosofia dei Greci in avanti..

Che l’essere possa non avere quei caratteri, è indispensabile per capire l’esistenza come storia.. Detto altrimenti: se pensiamo l’essere come stabile, immutabile, definitivo, non siamo in grado di dare un senso alla nostra esistenza, cioè non siamo in grado di pensare la nostra esistenza come ciò che essa è, vale a dire come ‘storia’. Tu hai ricordato la nostra visione da bambini e l’idea di essere come creazione dal nulla; ma allo stesso titolo si potrebbe sostenere che che è una cosa da bambini, oppure da antichi, una visione in qualche modo “ingenua” (ammesso che esista un senso in cui gli antichi si possano dire ingenui), pensare che siamo sospesi tra l’essere e il niente. Questo è un modo di vedere le cose totalmente privo della dimensione della storicità, che non tiene conto della dimensione dell’esistenza.

Siamo sempre sospesi tra un prima e un dopo: chi parla di sé racconta il proprio “prima”; che va dall’analista va a raccontare il suo “niente” – le sue insicurezze, il suo disagio, va a raccontare la sua infanzia e progetta non il niente che lo attende dopo la morte, ma il proprio “dopo”, la propria vita futura. La nostra storicità non corrisponde a questa secca alternativa metafisica tra essere e niente, corrisponde piuttosto ad un modo di esistere nel tempo che comporta una complicità di essere e niente – ciò che Heidegger aveva descritto nei termini di essere e tempo. Muovendo dalla constatazione che la tradizione metafisica, che oppone seccamente essere e nulla, non riesce a pensare l’esistenza umana in maniera adeguata, Heidegger teorizza l’esistenza di un rapporto, di una complicità fondamentale tra l’essere e il tempo: l’essere è in quanto è prima e dopo, è tempo.

Severino – Quando poco fa parlavo, a titolo di esempio, della visione dell’essere propria della cultura cristiana mi riferivo a un fatto storico: pensare la vita come creazione dal nulla (ci sia o non ci sia un creatore) non è una mia invenzione, è il modo in cui tutta la nostra cultura pensa la vita.

E’ vero che perlopiù si hanno dinanzi i piccoli momenti dell’esistenza e non il rapporto della nostra vita intera con il niente, ma anche l’uomo comune pensa alla morte. E vi pensa conformemente agli atteggiamenti di fondo della nostra cultura, che si riferiscono costantemente alla minaccia che il niente esercita sul nostro vivere. In psicoanalisi c’è una forma tipica di malattia mentale che consiste nella convinzione, da parte del malato, di essere un niente. Non è semplicemente una malattia “colta”, da intellettuale; è anche una malattia degli ignoranti. Questo sentire che la vita è minacciata dal niente non è solo un disturbo della psiche: è un atteggiamento onnipresente nella cultura occidentale. Credo sia difficile negarlo.

Ebbene, chi è convinto che l’esistenza, la vita, sia minacciata dal niente – e questa convinzione nasce col pensiero greco, e domina il cristianesimo, la scienza moderna, l’intero sviluppo della cultura e delle istituzioni occidentali – chi è convinto di questo, nel proprio inconscio è anche convinto che ‘le cose sono niente’. Questa è l’affermazione decisiva. Prima, in qualche modo sollecitato, rispondevi dicendo: “No, non si può dire che questa stanza sia niente”. Però sei convinto che questa stanza (parlo della sua caratteristica specifica, non della “energia” che, secondo la scienza, la costituisce) prima o poi diventerà un niente, ritornerà nel niente da cui è uscita quando questo edificio è stato costruito. Credi che le cose si annientino. Cioè credi che siano niente e le vivi come un niente. Questa fede sorregge l’intera civiltà occidentale, ma è l’estrema follia.

(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 83-87).

(Il discorso seguiterà in un prossimo post).

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “eternità” degli essenti in quanto essenti (segnalato da Vasco Ursini)

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Vasco Ursini

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “eternità” degli essenti in quanto essenti

Vattimo – Tu dici che siamo eterni, e di questo complimento i nostri lettori ed io ti potremmo essere grati, fermo restando comunque che siamo mortali. Nel quadro che hai tracciato resta da spiegare questo piccolo problema: siamo eterni ma mortali.
Tu puoi dire che siamo mortali pur essendo eterni perché l’eternità che ci conferisci è fondata, come accennavo prima, sul principio di non contraddizione. E’ un principio logico trasferito sul piano metafisico con una mossa molto azzardata.
Ipotizziamo che ‘logos’ non voglia dire puramente e semplicemente la ragione del mondo, ma che, come insegna un altro dei filosofi cui mi richiamo spesso, Hans Georg Gadamer, voglia dire ‘linguaggio’. Supponiamo quindi che quando Aristotele parla dell’uomo come animale ‘logon echòn – Aristotele qui sta parlando degli animali e dice che gli uccelli fischiano, cantano, mentre l’uomo ha qualcosa in più, il ‘logos’ – non si riferisca alla ragione; che ‘logos’ quindi non sia la ragione, ma il linguaggio articolato. Ora, se il principio di non contraddizione è un principio logico, e se, come non è inverosimile, un principio logico è innanzitutto un principio di funzionamento del linguaggio, sarà davvero così ovvio che chi lo nega, neghi anche ogni caratterizzazione positiva dell’essere? O meglio, che tale principio possa effettivamente valere come dimostrazione incontrovertibile che l’essere è e non può non essere?
Un a tale conclusione non mi pare affatto accettabile, e non credo che il principio di non contraddizione possa fungere da fondazione. Né sono interessato a questo tipo di fondazione. Sono consapevole di muovermi nell’ambito dell’argomentazione, cioè di argomenti soltanto verosimili; nel ‘logos’ – se il ‘logos’ è prima di tutto linguaggio, parola, discorso, e non razionalità del mondo – l’argomentazione non è fondazione incontrovertibile, ma è persuasione reciproca, interamente umana. Non necessariamente però l’argomentazione si fonda sull’astuzia, sull’inganno o la truffa. Al contrario, io ti persuado in base ad argomenti che so che valgono anche per te, che so: “non vivere in maniera sregolata, perché hai figli” – e questo è un argomento che vale per chi ha figli, chi non ne ha potrebbe infischiarsene. E’ un tipo di argomento ipotetico, contingente, ma tuttavia valido; nel nostro mondo storico procediamo così.
In questo senso credo che tutto il discorso sull’assurdità dell’essere del divenire, della storicità, ecc., sia legato ad una ipostatizzazione idealistica, piuttosto che greca – una metafisicizzazione di regole logiche, che sono anzitutto e soltanto regole del ‘logos’ inteso come linguaggio che si parla.

Severino – Sarebbe il caso di discutere questa tua concezione della logica (tua e di altri): se la logica viene intesa in questo modo, allora certamente seguono le conseguenze che hai indicato. Ma che consistenza hanno le premesse? Tu stesso dici che i tuoi argomenti sono soltanto “verosimili”. (Anche tu proponi una negazione verosimile della verità).
Comunque, quando prima dicevi: ” No, non credo che questa stanza sia niente “, enunciavi e sostenevi – anche tu – il principio di non contraddizione proprio in quei termini ‘ontologici’, che invece poi hai criticato. Anche tu opponevi un qualcosa (queste stanze) al niente. E’ appunto questa opposizione che si tratta di pensare fino in fondo. Qui siamo nel cuore di una ” logica ” che non è quella linguistica, né quella delle scienze (e l’ “essere” di cui parlo non è l’essere obiettivistico del positivismo scientifico). Per il tipo di logica che tu difendi, i principi logici non hanno “presa” sulla realtà. E’ invece la “presa” sulla realtà che caratterizza la logica in senso originario: quella logica in cui volente o nolente ti collochi tu stesso quando parli. Il pensiero ha “presa” sulla realtà, nel senso che esso è l’ ‘apparire’ dell’essere, l’apparire dove l’essere si mostra nel suo opporsi al niente (la stanza non è un niente). Non solo: quando sostieni che la logica riguarda il linguaggio e non il mondo, è chiaro che per te il linguaggio ‘non’ è il mondo, e quindi non solo escludi che un qualcosa (ad esempio la stanza) sia niente, ma escludi anche che un qualcosa (ad esempio il linguaggio) sia identico ad un altro qualcosa (ad esempio il mondo). Cioè,daccapo, fai un uso ‘ontologico’ di quel ” principio di non contraddizione ” che invece, a parole, vorresti relegare nella semplice dimensione linguistica.Tutta la civiltà occidentale dice: ” Le cose non sono un niente “. Però l’Occidente aggiunge: ” Tuttavia divengono “. Questo atteggiamento si fonda sulla fede nel divenire, la fede di fondo della nostra civiltà, la quale, pur ‘opponendo’ le cose al niente, le ‘identifica’ peraltro al niente; giacché, pensare che esse, divenendo, escono dal niente e vi ritornano significa pensare che esse sono niente.
Sin dall’inizio, la cultura occidentale ha un senso ontologico. Lo ha anche quando non sa di averlo. Ma è l’ontologia che identifica l’essere al niente. Questa identificazione è l’essenza stessa della Follia. La Non-Follia è l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Il divenire del mondo non è la creazione e l’annientamento dell’essere, ma è la vicenda del comparire e dello scomparire dell’eterno. Appunto per questo noi (ogni cosa) siamo ‘eterni’ e ‘mortali’: perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno.
L’essere, quale si manifesta al di fuori e al di là della cultura dell’Occidente, lungi dal non spiegare la storia, è anche e soprattutto ciò che garantisce l’autentica trasformazione storica, la quale non è affidata all’iniziativa, ai progetti, alle scelte, alle libertà dei singoli, dei popoli o delle strutture, ma è affidata al movimento necessario secondo cui l’essere si manifesta – l’essere che è appunto la totalità delle determinazioni e delle differenze. Questo movimento necessario è in qualche modo simile all’immagine antica del tragitto del sole, che è eterno, si presenta all’inizio della giornata, ma non cessa di essere e di illuminare, nemmeno quando,al termine della giornata, scompare.

Vattimo – Bene, al momento di chiudere questa conversazione si rafforza l’impressione che non siamo d’accordo quasi su niente, neanche sul fatto che il sole non è eterno. Ma queste nostre differenze sono eterne? Ci sono? Fanno parte dell’essere?

Severino – Fuori testo. Alle domande di Vattimo rispondo certamente di sì.

(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 92-94)

Giuseppina Catone, Vattimo e Severino sulle tracce del nichilismo nietzscheano, tesi, 282 pagine

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https://www.tesisenred.net/bitstream/handle/10803/399923/GIUSEPPINA%20CATONE_TESI.pdf?sequence=1&isAllowed=y&fbclid=IwAR1G_cDsbo48os2aLNGky7oph-lp4_2Bwy5Npe2TVkNnOdr3BjtAnXk7XZ0

Vattimo contra Severino e Ferraris

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STORIADELLAFILOSOFIA.JIMDO.COM
dal Corriere della Sera del 21.9.2012 QUANDO I FILOSOFI SI CONFRONTANO CON LO SCETTICISMO di Gianni Vattimo Caro direttore, i «nuovi» realisti, a cui Emanuele Severino («la Lettura», 16 settembre) fa l’immeritata gentilezza di prenderli sul serio, saranno «in sé» o «fuori di sé»? Essi (Mau…

Emanuele Severino: Caro Vattimo ti stimo ma ti critico – in La Stampa 21.3.2007

Caro Vattimo ti stimo ma ti critico
Provo ammirazione per il suo pensiero e la lucidità con la quale è sempre riuscito ad esprimerlo. Siamo in disaccordo sui contenuti: vi spiego perché

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Caro Vattimo ti stimo ma ti critico – La Stampa

Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una “scoperta” di Heidegger …. Citazione da: E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 217-218

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una “scoperta” di Heidegger (Della realtà, Garzanti 2012, p. 100). Si tratta della critica alla definizione di “verità” come “corrispondenza” tra ‘intellectus e res, tra “l’intelletto” e la “cosa”.

In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma ben prima di Heidegger, e con maggiore nitore,Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo hegeliano) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava – per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come “esterna” alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il ‘pensiero’ confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa; la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere ‘conosciuta’, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna”.

Solo che Vattimo si fa guidare, prendendolo alla lettera, da quell’appunto di Nietzsche in cui si annota – probabilmente per studiarne il senso – che “non ci sono fatti ma solo interpretazioni” e che “anche questa è un’interpretazione”, ossia una prospettiva che si forma storicamente e che quindi è revocabile, sostituibile. Poiché Vattimo intende tener ferma questa “sentenza” di Nietzsche dovrà dire allora che anche la critica alla concezione metafisica della verità è un’interpretazione, ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli consideri anche la propria filosofia soltanto come un'”interpretazione rischiosa”, una “scelta”, una “volontà” le cui motivazioni sono soltanto decisioni etico-politiche (p. 53): “Come Heidegger, noi vogliamo uscire dalla metafisica oggettivistica perché la sentiamo come una minaccia alla libertà e alla progettualità ‘costitutiva’ dell’esistenza” (p. 122, corsivo mio). In sostanza, come tanti altri, esclude ogni verità incontrovertibile perché altrimenti libertà e democrazia verrebbero distrutte; ma in questo modo mostra di considerare come verità incontrovertibile la difesa della libertà e della democrazia (la qual cosa è soltanto una bandiera politica o teologica). Oppure – chiedo a lui e a tanti altri – anche l’affermazione che la libertà è “costitutiva” dell’esistenza è solo un’interpretazione revocabile?

(E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 217-218)

 

“Poiché Vattimo intende tener ferma questa “sentenza” di Nietzsche dovrà dire allora che anche la critica alla concezione metafisica della verità è un’interpretazione, ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli consideri anche la propria filosofia soltanto come un'”interpretazione rischiosa”, una “scelta”, una “volontà” le cui motivazioni sono soltanto decisioni etico-politiche … , Emanuele Severino in  La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 217-218

Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una “scoperta” di Heidegger (Della realtà, Garzanti 2012, p. 100). Si tratta della critica alla definizione di “verità” come “corrispondenza” tra ‘intellectus e res, tra “l’intelletto” e la “cosa”. In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma ben prima di Heidegger, e con maggiore nitore, Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo hegeliano) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava – per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come “esterna” alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il ‘pensiero’ confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa; la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere ‘conosciuta’, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna”.
Solo che Vattimo si fa guidare, prendendolo alla lettera, da quell’appunto di Nietzsche in cui si annota – probabilmente per studiarne il senso – che “non ci sono fatti ma solo interpretazioni” e che “anche questa è un’interpretazione”, ossia una prospettiva che si forma storicamente e che quindi è revocabile, sostituibile. Poiché Vattimo intende tener ferma questa “sentenza” di Nietzsche dovrà dire allora che anche la critica alla concezione metafisica della verità è un’interpretazione, ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli consideri anche la propria filosofia soltanto come un'”interpretazione rischiosa”, una “scelta”, una “volontà” le cui motivazioni sono soltanto decisioni etico-politiche (p. 53): “Come Heidegger, noi vogliamo uscire dalla metafisica oggettivistica perché la sentiamo come una minaccia alla libertà e alla progettualità ‘costitutiva’ dell’esistenza” (p. 122, corsivo mio). In sostanza, come tanti altri, esclude ogni verità incontrovertibile perché altrimenti libertà e democrazia verrebbero distrutte; ma in questo modo mostra di considerare come verità incontrovertibile la difesa della libertà e della democrazia (la qual cosa è soltanto una bandiera politica o teologica). Oppure – chiedo a lui e a tanti altri – anche l’affermazione che la libertà è “costitutiva” dell’esistenza è solo un’interpretazione revocabile?

(E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 217-218)

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“vado sì dialogando con Gentile, con l'”essenza del pensiero del nostro tempo”, con la storia del nichilismo, con i realisti, ma non vado “a braccetto” con loro. Dialogo anche con Vattimo … , Emanuele Severino in La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 224-225

[ … ] Gianni Vattimo (“Corriere” 21 settembre 2011) mi trova troppo affezionato “al vecchio argomento antiscettico” (se uno dice che non c’è verità sostiene peraltro che quel che lui dice è vero); argomento che poi non sarebbe altro, a suo avviso, che un “giochetto logico-metafisico”. Un giochetto che però (per richiamare solo due tra molti) Platone (‘Teeteto’, 171 a) e Aristotele (‘Metafisica’, IV, VIII) prendono molto sul serio. Platone scrive addirittura che quell’argomento è “raffinatissimo” (kompsòtaton). Ma poi Vattimo dimentica che quel che qui egli chiama “giochetto”, nel suo libro (‘Della realtà’, Garzanti 2012, p. 25) lo chiama invece “giusta accusa di autocontraddizione”. (Comunque nel mio articolo prendevo atto delle sue frequenti dichiarazioni di non voler dire cose vere, ma di voler solo esprimere desideri. E son d’accordo. Ma poi, non è proprio per non essere vinto dall’argomento contro lo scettico che Vattimo, per sostenere la propria negazione della verità, dichiara di non voler dire una cosa vera, ma di esprimere soltanto i suoi desideri – sì che quell’argomento ha un’importanza decisiva nel suo discorso?) Da parte mia ho scritto ‘invece’ più volte che quell’argomento ‘non’ è sufficiente contro lo scettico non ingenuo, giacché a chi gli obbietta che si contraddice egli può ancora replicare chiedendo perché mai non ci si debba contraddire – e qui il discorso prosegue in un territorio che Vattimo non sospetta neppure. (Sostiene anche che dialogare con qualcuno significa andare “a braccetto” con lui. Ora, vado sì dialogando con Gentile, con l'”essenza del pensiero del nostro tempo”, con la storia del nichilismo, con i realisti, ma non vado “a braccetto” con loro. Dialogo anche con Vattimo…).

(E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 224-225)

Sorgente: (29) Amici a cui piace Emanuele Severino

Ho suggerito più volte a Gianni Vattimo di ricordarsi e di tenere in maggiore considerazione il modo in cui l’attualismo di Giovanni Gentile si trasforma nel problematicismo di Ugo Spirito. (Un suggerimento che può essere rivolto a gran parte dei filosofi contemporanei). Mi sembra che, a modo suo, Vattimo mi stia dando ascolto,  in Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 79 – 83

Ho suggerito più volte a Gianni Vattimo di ricordarsi e di tenere in maggiore considerazione il modo in cui l’attualismo di Giovanni Gentile si trasforma nel problematicismo di Ugo Spirito. (Un suggerimento che può essere rivolto a gran parte dei filosofi contemporanei). Mi sembra che, a modo suo, Vattimo mi stia dando ascolto. Il problema di Spirito e di Vattimo è il problema di tutta la filosofia contemporanea: come evitare che la negazione di ogni verità immutabile e oggettiva (in tale negazione la filosofia contemporanea è, appunto, sostanzialmente impegnata) finisca col diventare essa stessa, contraddittoriamente, una verità immutabile e oggettiva. Come evitare lo scetticismo ingenuo, che si macchia della stessa colpa che esso condanna.
Per Ugo Spirito l’attualismo gentiliano è la forma più radicale di negazione di ogni immutabilità e oggettività, ed è insieme il punto più alto raggiunto dal pensiero occidentale. E Spirito aveva creduto, spronato da Gustavo Bontadini, che l’attualismo non poteva essere daccapo inteso come una verità immutabile e oggettiva, ma come coscienza di una situazione in cui ci si è venuti a trovare in seguito allo sviluppo storico del pensiero, la quale non pretende avere alcun valore assoluto, ma dalla quale non si sa ancora come uscire. [ …]
La filosofia del nostro tempo, infatti, nella sua essenza, non è uno scetticismo assoluto (e quindi ingenuo che probabilmente non è stato mai sostenuto da nessuno); essa è la fede estrema e più rigorosa al principio fondamentale di tutto il pensiero dell’Occidente, ossia alla persuasione che l’ “evidenza” suprema e la “verità” assolutamente non smentibile è l’instabilità e il divenire del mondo in cui viviamo. Questo riconoscimento dell’esistenza del divenire è lo stesso riconoscimento che l’unica verità immutabile è la negazione (ossia il divenire) di ogni verità immutabile.
Non si tratta dunque di uno scetticismo assoluto che, per non trovarsi a smentire se stesso, debba presentare se stesso come una convinzione sprovvista di valore assoluto, Quando Rorty scrive di non possedere alcun “argomento decisivo” per sostenere la propria posizione, mostra di ignorare l’argomento decisivo che cova sotto la cenere del suo discorso: appunto la fede indiscutibile (che è presente a se stessa come evidenza indiscutibile) nell’esistenza del divenire: la fede che è destinata a escludere l’esistenza di ogni realtà immutabile e di ogni verità assoluta diversa da quella di cui tale fede intende essere espressione.
[ … ]
La fede nel divenire si presenta cioè come la verità assoluta in base alla quale la filosofia del nostro tempo è realmente capace di negare ogni altra verità assoluta. ‘Realmente capace’ – cioè senza diventare uno scetticismo contraddittorio, e senza quindi trovarsi a riconoscere di essere un discorso privo di valore assoluto o un semplice “gioco linguistico”.
(E. Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 79 – 83)

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