Edoardo Camurri a Brescia conversa con il filosofo Emanuele Severino fino a toccare i temi della morte e dell’eternità – in Rai Storia

Edoardo Camurri a Brescia conversa con il filosofo Emanuele Severino fino a toccare i temi della morte e dell’eternità

vai a:

Sorgente: Emanuele Severino – Brescia – Rai Storia

«I disastri naturali sono il farsi avanti degli eterni orrendi. Ma la nostra angoscia è soprattutto effetto della persuasione che le cose vengano dal nulla e vadano nel nulla», Emanuele Severino: da «Cogito perché soffro» FILOSOFIA E CATASTROFI. COME PUÒ AIUTARCI IL PENSIERO IN UN MONDO SEGNATO DA GUERRE, ATTENTATI, EPIDEMIE, TERREMOTI di Mario Baudino, in La Stampa 08 Febbraio 2005, ricordato da Mario Ciattoni in Amici a cui piace Emanuele Severino

Sisma di magnitudo 6.7 tra Grecia a Turchia.
Mi torna in mente un’intervista del 2005 a Emanuele Severino. Eccola.
buona lettura.

La Stampa 08 Febbraio 2005
SEVERINO: «Cogito perché soffro»
FILOSOFIA E CATASTROFI. COME PUÒ AIUTARCI IL PENSIERO IN UN MONDO SEGNATO DA GUERRE, ATTENTATI, EPIDEMIE, TERREMOTI
di Mario Baudino
inviato a BRESCIA
«Tutto nasce dallo stupore di fronte al dolore e alla morte
La riflessione filosofica è un tentativo di porre rimedio all’aspetto tragico della vita umana»

«I disastri naturali sono il farsi avanti degli eterni orrendi. Ma la nostra angoscia è soprattutto effetto della persuasione che le cose vengano dal nulla e vadano nel nulla»

Che cosa ci dice la filosofia nell’era delle catastrofi? A che cosa ci serve? Il maremoto che ha colpito le coste dell’Asia è solo l’evento più recente, e date le sue caratteristiche anche il primo totalmente «globalizzato», che si è imposto istantaneamente, attraverso i media, in tutto il mondo. Ma la serie di terremoti, magari dimenticati in fretta, è lunga e fitta negli ultimi anni, per non parlare delle malattie, della strage silenziosa dei morti per Aids soprattutto in Africa. La natura riacquista nel mondo della comunicazione il suo aspetto spaventoso, antico, smentendo una società evoluta il cui senso comune tendeva a ritenerla ormai qualcosa di domato da tempo, al più da proteggere proprio nei confronti dei pericoli rappresentati dall’attività umana. Non era così, o almeno non era solo così. La natura sembra essersi risvegliata come un antico Dio, furibondo e minaccioso.
Di fronte al terrore, se non vogliamo risolvere il problema rivolgendoci a questa o quella fede religiosa, restano le «consolazioni della filosofia», cui almeno in Italia la gente sembra da anni rivolgersi con interesse sempre maggiore. I filosofi sono tornati a occupare un ruolo centrale almeno per l’opinione pubblica più colta. E a loro abbiamo rivolto domande semplici, forse brutali, cominciando da Emanuele Severino; in questi giorni ha pubblicato due libri, Nascere per Rizzoli e Fondamento della contraddizione per Adelphi, che affrontano i temi della bioetica da una parte e del pensiero aristotelico dall’altra. Proprio al filosofo greco, al precettore di Alessandro Magno, il filosofo bresciano affida la premessa di una risposta che è certamente di netta chiarezza. «Aristotele diceva: la filosofia non serve perché non è una serva. La filosofia “si serve”. È un po’ come chiedere a che cosa serve l’uomo».

Professore, abbiamo sbagliato tutto?

«No; al di là della battuta, va osservato che la filosofia nasce proprio in relazione al carattere costantemente catastrofico del mondo. I primi scritti erano definiti infatti come perì physeos, che andrebbe tradotto non come si fa abitualmente con “intorno alla natura”, ma “intorno all’essere” che si manifesta come natura. Da Platone a Aristotele la filosofia nasce da ciò che chiamiamo erroneamente la “meraviglia”, il tháuma greco, ovvero l’angosciato stupore di fronte al dolore e alla morte, dove ciò che signoreggia è la catastrofe naturale, non meno della morte apportata dagli uomini».

Quindi l’era delle catastrofi corrisponde all’era dell’umanità, è antica quanto la nostra cultura, è la nostra stessa storia?

«Lo stupore viene dall’aspetto tragico della vita. Le catastrofi naturali hanno un ruolo importante: pensi ai terremoti, alle pestilenze. La più conosciuta, quella di Milano raccontata dal Manzoni, ridusse una popolazione di 250 mila persone a 60 mila sopravvissuti. Il pensiero filosofico è un tentativo di porre rimedio al dolore che sta al centro dell’esistenza umana».

Si può allora dire, contrariamente a Aristotele, che in un altro senso la filosofia è ciò che più serve?

«Si può dire. Se esaminiamo un altro tentativo di rimedio, e cioè il mito, vediamo che nasce anch’esso per rendere sopportabile il dolore attraverso l’affermazione che il mondo ha un senso. Ma il senso mitico del mondo non resiste al dubbio. Il mito è la prima forma di rimedio perché dà un senso al dolore, lo rende in qualche modo prevedibile, contenibile, e quindi comprensibile, ma la posta in gioco è troppo alta. Il dubbio esige che il senso del mondo non sia il prodotto di una volontà umana, ma qualcosa che si impone alla coscienza dell’uomo e perciò in qualche modo sia vero. Aristotele osserva infatti che l’amante del mito è un po’ filosofo, ma non del tutto».

Solo il filosofo, quindi, può guardare con spavento ma anche lucidità alla catastrofe?

«La filosofia, sotto questo aspetto, conosce persino il concetto di distruzione totale del mondo. Eraclito definisce il mondo una fiamma viva che si accende e si spegne. È un’idea presente in tutta la filosofia greca, e passa in quella cristiana con l’Apocalisse. Anche Aristotele crede in una catastrofe ciclica, e tuttavia ritiene il mondo eterno, nel susseguirsi di queste fasi di rinascita e distruzione. Si arriva fino a Giacomo Leopardi, dove però il “rimedio” filosofico appare schiacciato dalla consapevolezza dell’impossibilità di assolvere al suo compito».

Ma allora, se tutto questo fa parte intimamente della nostra cultura, lo sconcerto e lo spavento, l’idea di vivere in un’età della catastrofe sono solo un effetto di smemoratezza?

«No, perché qualcosa è mutato. Non la natura, ma la filosofia moderna, che negli ultimi due secoli ha portato alle estreme conseguenze ciò che era già nei greci. Ha scosso le sicurezze delle élite intellettuali, che non ne sono uscite indenni: la loro certezza è che non c’è alcuna salvezza dal nulla, perché il mondo viene dal niente e finisce nel niente. E la situazione non cambia molto se ci aggiungiamo un Dio creatore e distruttore. L’ateo e il credente credono, appunto, alla stessa cosa. Oggi è questo il senso che diamo al mondo. E determina lo sbandamento della gente».

Che non ha mai letto un filosofo, ma è comunque impregnata indirettamente da queste riflessioni, perché fanno parte della cultura in cui viviamo.

«Direi proprio che sono le masse a perdere l’aggancio al grande passato rassicurante, senza però potersi abituare facilmente alle promesse della tecnica, che dice loro: tutto è possibile».

Lei però non propone un ritorno al passato.

«Si riferisce al titolo del mio libro Ritorno a Parmenide? No, nel passato c’è già tutto quello che la tecnica avrebbe portato ai suoi esiti d’oggi. Se invece vogliamo parlare del “mio” pensiero, e lo metta tra virgolette quel mio, allora parliamo di eternità. Nel senso però che non solo il mondo è eterno, ma ogni istante, ogni sentimento, la mia voce che parla in questa stanza, lei che scrive, tutto lo è. È presente in ognuno di noi, risplende nell’inconscio più profondo, l’eternità di ogni cosa, che resta per lo più non testimoniata dal linguaggio. È una teoria, e non un’esperienza, dire che le cose sparite sono diventate niente».

Ma che risponderebbe a chi le parlasse della propria paura per il terremoto? Di non preoccuparsi perché è eterno?

«No, sarebbe una battuta inutile e anzi dannosa. Che provocherebbe credo anche un giusto risentimento. Le catastrofi sono il farsi avanti degli eterni orrendi, come le agonie, le morti. Ma l’angoscia umana per il dolore e la morte è soprattutto conseguenza della persuasione che le cose vengano dal nulla e vadano nel nulla.

Quindi non direbbe niente?

«Spinoza, una volta che da una donna gli fu chiesto consiglio sul fatto se cambiare o meno la propria religione, rispose: tienitela cara. Kant, invece, si prodigò per una signora che gli aveva confidato un problema famigliare, e lei poco dopo si uccise. Se si cede alla tentazione di andare incontro al prossimo con una battuta, non si fa il bene del prossimo».

Sorgente: (21) Amici a cui piace Emanuele Severino

Il dominio della tecnica? Inevitabile: a colloquio con Emanuele Severino – articolo di Luca Taddio , l’Espresso, 14 luglio 2017

“Il dominio della tecnica? Inevitabile”: a colloquio con Emanuele SeverinoL’uomo. Le macchine. La filosofia. In un dialogo a ruota libera col filosofo. “L’incremento senza fine della potenza è destinato a diventare lo scopo del Pianeta”

DI LUCA TADDIO

vai a:

Sorgente: Il dominio della tecnica? Inevitabile: a colloquio con Emanuele Severino – l’Espresso

Intervista di Emanuela Zanotti a Severino, in Giornale di Sicilia 1983, segnalata da Mario Ciattoni al gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

Ripropongo l’Intervista di Emanuela Zanotti a Severino.
Giornale di Sicilia 1983

D. In che cosa crede il filosofo e in che cosa crede l’uomo?

R. Le convinzioni di questi due contano poco; ci si dovrebbe chiedere qual è il contenuto della filosofia che viene qualificata come la mia e qual è il contenuto delle mie certezze; poiché, filosofo o uomo credono nelle stesse cose. Sono contrario a trattare in pochi minuti il contenuto della filosofia perché dovrei formulare delle tesi non avendo la possibilità di giustificarle, e le tesi che non appaiono motiviate, in questo caso, sono come un bel volto bendato, perciò enunciandole isolate se ne altera il significato.

D Ci sarà pure un credo nella sua vita.

R. Certo, anch’io credo in qualcosa – come credono tutti gli altri – ma quello in cui si crede è proprio ciò di cui val meno la pena di interessarsi. È la fede.

D. Ma come uomo in che cosa crede?

R. Qui sento di doverla deludere fortemente. Come le ho detto le mie convinzioni sono comuni a quelle di tutti. C’è una sola differenza; una specie di ombra che si leva su quello che realizzo e per la quale so di non fare niente di giusto. Ecco perché sono in una condizione un po’ diversa dagli altri, soprattutto di coloro che sono sicuri di non sbagliare mai. Comunque se dovessi scegliere direi che l’amore rimane una realtà molto importante.

D. Che cos’è l’amore?

R. È interessante considerare l’etimo di questa parola costituita da ar. Come la polis è il luogo originario di ogni metropoli, così l’eros platonico è il luogo originario di ogni forma dell’amore occidentale. Platone quando parla di eros ne parla come di una mechané, cioè di una macchina, quindi di una techne, l’eros è una forma di techne, è un modo di impadronirsi delle cose. Anche l’amore però, come nella filosofia, appartiene ad un’alienazione di fondo della nostra civiltà. Ciononostante anch’io amo, ma con quell’ombra data dalla consapevolezza che ciò che faccio è qualcosa di distorto. Non sto, badi, peccando di modestia, lo direi di qualsiasi altra persona, del papa, di Gesù e di le; perché si illude di essere padrone delle cose. Tutto l’operare dell’uomo è un errare in senso forte. Le realtà belle, grandi e divertenti appartengono a questo errare.

D. Fra giustizia, saggezza e temperanza quali virtù predilige?

R. Preferirei ce ne fosse una quarta: la serenità. Mi piace di più, perché sottintende che anche quei termini siano stati acquietati, risolti. Serenità è una grande cosa.

D. Lei è sereno?

R. Penso di no. Intravedo affinità tra il significato di questa parola e la verità. Quando parlo di serenità penso a una giornata di sole, col cielo terso, cioè a quella condizione di luce che permette di vedere le cose, di percepire i colori. È la serenità che ci consente di guardare in faccia cos’è la giustizia, la temperanza, concetti peraltro ombrosi. Solo quando c’è luce si può andare per i cammini oscuri. Come individuo sono poco sereno, però la filosofia è il luogo della serenità e della chiarezza. Un uomo che vuole essere se stesso stabilisce una differenza tra sé e le altre cose gettando un’ombra. Il portarsi verso se stessi è l’opposto dell’apertura della serenità. Proprio in quanto esseri pensanti non ci è data la possibilità di sentirci sereni.
Così come, proprio in quanto siamo individui, non ci è data la possibilità di stare al di fuori dell’errore.

D. A che cosa servono i filosofi?

R. Si potrebbe dire che la nostra cultura è il risultato del loro servizio, contrariamente a tutte le stupidaggini che si dicono di solito in proposito. Non c’è stato nulla che è più servito della filosofia. Essa ha infatti preparato il terreno su cui si è sviluppata la nostra civiltà. C’è da augurarsi che si arrivi al non servizio della filosofia. Già Aristotele diceva che la filosofia “non serve perché non è una seva”. E tuttavia egli è stato un gran servitore. Ancora non ci rendiamo conto di quanto il nostro modo di produrre sia dovuto a ciò che i filosofi hanno pensato. La filosofia storica ha creato le basi di quello che noi oggi siamo. Servire significa instaurare un rapporto mezzo-fine, quindi capacità di ottenere uno scopo; capacità di dominare, quindi volontà di potenza, dominio, quindi scontro tra le volontà di potenza, per arrivare infine a quell’orrore che è oggi la tecnica, risultante del fatto che la filosofia è riuscita a servire parecchio.

D. Che ruolo svolgono gli intellettuali nella società?

R. Quando mi definiscono così mi offendo. Ma parlando seriamente, oggi, nel mondo, è colui che rivolge alla civiltà una critica basata su quella stessa forza che la civiltà dalla tecnica ha portato a radicale compimento. E’ un critico che non si avvede, quando attacca la civiltà della tecnica, che il terreno su cui la sviluppa e i fondamenti da cui essa si diparte sono quelli stessi che la civiltà della tecnica ha realizzato nel modo più rigoroso. Potremmo dire che l’intellettuale è una volontà di potenza debole rispetto alla volontà di potenza vincente della scienza.

D. La genialità è un terreno su cui quasi tutti arrivano in ritardo, tranne lei. Le è mai pesato questo destino?

R. Lasciamo stare la mia genialità. Rimane che il frutto delle mie meditazioni mi piace moltissimo e non sarei disposto a barattarlo con gli altri pensieri. Sono appagato di ciò che faccio e non ho nessuna sensazione di peso. Anzi se in me, povero diavolo, irrompe a volte la serenità, essa proviene dai pensieri oggettivi che solo il pensiero può suscitare.

D. Da dove nascerà a suo avviso una nuova cultura?

R. L’America senz’altro è il luogo possibile per una svolta epocale. Beninteso per America intendo Stati Uniti e con più precisione parlo di un nord ben definito, che è il trionfo della tecnica che non è semplice macchinismo e che non è semplice cultura scientifica contrapposta alla civiltà dei valori umanistici.

D. Che cos’è la fede per l’uomo?

R. La condizione della vita. La fede è dunque la forma più icastica dell’errare. Il problema che ne deriva è quello della verità. Quindi ritorniamo al problema dell’individuo. La vita è la forma più icastica dell’errare quindi, se la fede è la condizione della vita, la fede è la condizione più icastica dell’errare. Quando l’uomo dà un senso alla vita, proprio perché lo dà e lo dà alla vita, commette un duplice errore. Il senso è un prevaricare sul farsi innanzi delle cose. Per di più lo si vorrebbe fare nei confronti della vita. In greco vita si dice “bios” che è parente di “bia”; violenza. In questa frase apparentemente bella come “dare un senso alla vita” si nascondono le cose più orrende di questo mondo. La morte è la manifestazione più vistosa della violenza che c’è nella vita: ma non è in antitesi, non c’è conflitto con la vita.

emanuela zanotti intervista a emanuele severino

Intervista a Luigi Vero Tarca su “Ritornare a Parmenide” di Emanuele Severino, in diogenemagazine.it

un estratto:

In quale contesto storico-culturale nacque l’articolo Ritornare a Parmenide?
Va detto innanzitutto che affrontare la filosofia di Severino in termini di ricordi, contesti storico-culturali, momenti storici e simili significa collocarsi all’interno di un’ottica che, dal punto di vista del contenuto della sua filosofia, costituisce fondamentalmente un errare, dunque qualcosa che tradisce quella verità che il suo linguaggio cerca di testimoniare. «Ricordare è errare», si legge infatti a pagina 13 del libro di Severino intitolato Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia (Rizzoli, Milano 2011). Questo punto egli lo ribadisce ripetutamente nel suo scritto e – vorrei aggiungere un po’ scherzosamente – se è un errare il suo ricordo di quel periodo e di ciò che di esso lo ha riguardato, figuriamoci il mio di ricordo! Tanto più che, a quel tempo, io ero ancora davvero un ragazzino, e che oltre tutto non sono nemmeno uno “storico” in grado di dare risposte autorevoli almeno dal punto di vista “scientifico”. Tuttavia, proprio tenendo presente da un lato che anche astenermi dal rispondere alle domande sarebbe un errare nello stesso senso in cui lo è il partecipare a questo “gioco del ricordo” e dall’altro che nel destino della verità anche ogni “erramento” viene conservato e vi appare in una luce nuova, mi presto volentieri a questa conversazione.
Nel 1964 – questo l’anno di pubblicazione di Ritornare a Parmenide – eravamo alle soglie di quello che sarebbe poi stato chiamato “il Sessantotto”, cioè di un movimento che evocava una “rivoluzione radicale”, capace di investire tutti gli aspetti dell’esistenza, da quelli più generali e politici a quelli più personali e sentimentali. Ripensando al termine “movimento”, alla sua vitalità giovanile, e al suo fondere insieme (a rischio anche di con‑fonderli) tutti gli aspetti dell’esistenza (compresi sentimenti, emozioni e commozioni), mi verrebbe da dire – concedendomi il lusso di un neologismo – che allora si respirava un’aria di grande “commovimento”.

segue

vai alla intervista completa:

Sorgente: Intervista a Luigi Vero Tarca su “Ritornare a Parmenide” di Severino

LA TERRA, L’UOMO, LA VERITA’ ( discussione tra Severino e un gruppo di giovani svoltasi il 19 novembre 1988 e pubblicata dalla rivista “Palomar” nel 1990) , tratta dal gruppo Facebook Amici a cui piace Emanuele Severino

.

Tra le tante domande che i giovani gli rivolsero ne riporto qui
una particolarmente significativa. Indicherò con D la domanda del giovane e con R. la risposta di Severino.

D. Non solo nel suo lavoro, ‘La tendenza fondamentale del nostro tempo’, ma nella sua opera intesa complessivamente, anche nei vari ritorni tematici, ci si trova quasi costantemente di fronte al concetto di “volontà di potenza”. [ … ] E’ possibile dare una definizione della volontà di potenza?
R. Devo fare riferimento agli altri miei scritti, perché la tematica alla quale si riferisce la domanda, in quest’ultimo scritto non è presente. Visto che nella domanda lei non mette in questione l’impostazione di fondo del discorso, allora la richiamo in modo semplicemente asseverativo. Dopo, eventualmente, potremo discutere queste asserzioni iniziali.
Diciamo allora che quanto si ritiene il prodotto ultimo della riflessione culturale, cioè la struttura della verità, sta invece all’origine. Si pensi ad Hegel, al percorso della ‘Fenomenologia’: dalla “caverna” della sensibilità fino alla verità come un ‘ad quem’, un termine o un risultato. E invece no: la verità non è solo originaria, ma ciò che è originariamente manifesto nella coscienza in quanto tale, quindi anche nelle coscienze che supponiamo “inferiori”: la coscienza del bambino,dell’idiota, del folle, del primitivo. Se in una coscienza si apre un mondo, si apre la struttura originaria della verità. Questo è un grosso presupposto del nostro discorso, ma, qui, lei non lo mette in questione. Quindi: se qualcosa è presente, è manifesto, allora è manifesta la verità. La verità nella determinatezza del suo significato, nella struttura del suo significato.
Questo vuol dire innanzitutto che il mondo è estremamente più ricco di quanto non appaia. Davanti a me non stanno semplicemente il tavolo, le persone, le luci, e così via, ma sta il rapporto tra gli oggetti quotidiani, tra le cose della vita comune e l’apparire della verità. Questo vuol dire allora … mi interrompa se non mi so spiegare … questo vuol dire che la fenomenologia non è mai stata in pari col proprio assunto.”Fenomenologia” vuol dire: descrivere ciò che appare. Ma ciò che appare è infinitamente più ricco di ciò che dal punto di vista fenomenologico si crede che appaia: appare la tensione fra la struttura della verità è ciò che noi crediamo di avere dinanzi.
Per avvicinarmi un po’ alla sua domanda: l’atteggiamento comune è quello che ritiene che il contenuto della struttura originaria della verità sia una fola. Dunque, il modo in cui noi comunemente viviamo – con la persuasione che i problemi autentici, reali siano quelli di tutti i giorni – problemi economici, politici, religiosi: i miei problemi, la mia sopravvivenza – questo atteggiamento ha come propria scaturigine ciò che nei miei scritti chiamo “isolamento della terra”. L’espressione “terra” è molto determinata: “terra” vuol dire: tutto ciò che sopraggiunge nell’orizzonte della totalità di ciò che appare: tutto ciò che sopraggiunge nell’ambito dell’apparire. Si pensi,per così dire, ad una dimensione stabile, ferma, che accoglie la totalità del sopraggiungente: chiamo “terra” la totalità di ciò che sopraggiunge: la totalità di ciò che ‘incomincia’ ad apparire, e ‘cessa’di apparire. Allora, “terra” è ciò che cominciamo a sentir dire dai nostri genitori, sono gli dèi di cui cominciamo a sentir parlare in famiglia, è l’insieme di ‘avvenimenti’ da cui è costituita la nostra vita.
L’isolamento della terra è l’atteggiamento “normale” dell’uomo. E’ l’atteggiamento in cui domina la persuasione che la terra sia la dimensione sicura. Questa persuasione è appunto connessa, anzi è il significato di ciò che nella sua domanda compare come “volontà di potenza. Quindi stabilisco un’equazione tra persuasione che la terra sia la regione sicura – insomma la dimensione “seria” con cui noi avremmo a che fare (senza, poniamo, le chiacchiere di Severino, tanto per intenderci) e la volontà di potenza.
L’atteggiamento “normale” non è quello di chi conosce il contenuto a cui si rivolgono i miei scritti: è quello di chi pone come dimensione indubitabile questa, in cui credono tutti.E’ la dimensione che consente il costituirsi dei problemi e delle soluzioni dei problemi che “ci stanno a cuore”. Se ci ricordiamo quanto dicevamo all’inizio, cioè che se qualcosa appare, appare la verità, allora la verità è proprio ciò a cui si voltano le spalle quando ci si persuade che la terra è la regione sicura. Se qualcosa appare, appare la verità. Ma noi siamo formalmente convinti che il “sicuro” è qualcosa che non ha nulla a che fare con ciò che ora stiamo chiamando “verità”: “il sicuro” è la terra, il quotidiano, i problemi della nostra vita. Allora: l’atto che qualifica la terra come “il sicuro” è l’atto che isola la terra dalla verità. E’ l’isolamento della terra. L’isolamento della terra è l’errore. L’errore è la volontà di potenza… L’uomo è il ‘risultato’ dell’atto con cui la volontà di potenza è cosciente di sé. l’atto che dice: io son qui, con una certa potenza sulle cose, io sono “uomo”.
(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 221 – 224)

Sorgente: (16) Amici a cui piace Emanuele Severino

Tra laicità e filosofia. Intervista di Luca Taddio e Giovanni Perazzoli, a cura di Silvia Capodivacca. Questo testo è ripreso da: G. Miligi, G. Perazzoli (a cura di), Laicità e filosofia, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2010, pp. 53-64

Da un lato, possiamo dire che c’è ben altro che la distinzione ovvia tra laicismo e laicità, così come c’è ben altro anche oltre alla laicità. Sembra che tutto sia stato risolto nel momento in cui si abbandona il fanatismo del laicismo e si imbocca la strada della “sana laicità”. La stessa Chiesa cattolica compie l’errore, ma lo compiono anche i laici, di credere che una volta lasciato da parte il laicismo si debba tenere ferma la laicità con l’atteggiamento di tolleranza delle diverse posizioni culturali e, fino a un certo punto, pratiche. Al contrario, in queste affermazioni c’è di mezzo tutta la grande cultura moderna e contemporanea che non può essere ricondotta al mero tema della laicità. La laicità è una delle figure dell’enorme fiume che porta al di fuori della tradizione occidentale e che coinvolge la scienza, le nuove istituzioni economiche, ma anche e soprattutto il pensiero filosofico nuovo. Papa Giovanni Paolo II riconduceva grandi fenomeni non solo culturali, ma anche pratici, come nazismo e comunismo, a Cartesio, riconoscendo alla filosofia la funzione motrice del concreto sviluppo dell’Occidente moderno. In un quadro del genere, la polemica così insistita della distinzione tra laicismo e laicità è un semplice episodio che riguarda importanti capitoli dell’Ottocento e del Novecento, ma che non fai conti, e qui giungiamo al punto cruciale, con l’inarrestabilità del processo che conduce al di fuori della tradizione occidentale. Dopodiché, si tratta di capire in cosa consista questa “inarrestabilità”.

segue

per tutta l’intervista vai a:

vai a:

Sorgente: Scenari / Tra laicità e filosofia. Intervista a Emanuele Severino