Vasco Ursini: La pubblicazione in lingua inglese di “Essenza del Nichilismo” di Emanuele Severino, avvenuta qualche giorno fa, è un evento di straordinaria importanza perché porta fuori dei nostri confini e precisamente nel mondo anglosassone – già era stata tradotta in lingua tedesca nel 1982 – una delle sue fondamentali opere

La pubblicazione in lingua inglese di “Essenza del Nichilismo” di Emanuele Severino, avvenuta qualche giorno fa, è un evento di straordinaria importanza perché porta fuori dei nostri confini e precisamente nel mondo anglosassone – già era stata tradotta in lingua tedesca nel 1982 – una delle sue fondamentali opere, nella quale egli tra l’altro afferma:
“Più si parla di nichilismo, più diventa indispensabile pensare ‘l’essenza’ del nichilismo. Essa continua a rimanere al di là di ‘tutto’ ciò che la nostra cultura crede di sapere intorno al nichilismo e alla sua essenza”.
Mi pare opportuno citare i saggi contenuti in questo libro che si sviluppano in 3 Parti, in una “Appendice”, in una “Parte aggiunta”.
Parte prima: contiene il saggio “Ritornare a Parmenide”, “Poscritto” e una Appendice: 1) La filosofia nel mondo d’oggi; 2) Il punto di vista comune alle relazioni; 3) Intervento alla discussione.
Parte seconda: 1) Il sentiero del Giorno; 2) La terra e l’essenza dell’uomo; 3) Sul significato della “morte di Dio”; 4) Alienazione e salvezza della verità.
Parte terza: 1) Risposta ai critici; 2) Nota; 3) Risposta alla Chiesa;
Appendice: 1) La parola di Anassimandro; 2) Nota.
Parte aggiunta: 1) AAHOEIA; 2) Nota.
Quest’ultima nota è importantissima perché vi viene considerata la relazione tra alcuni temi di “Essenza del nichilismo” e le altre opere dell’autore: soprattutto “La struttura originaria”, “Studi di filosofia della prassi”.

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Emanuele Severino

Emanuele Severino is Professor Emeritus at Venezia’s Ca’ Foscari University in Venice and Professor of Fundamental Ontology at Milan’s San Raffaele University. He is now widely considered the most important living Italian philosopher.

 

Vasco Ursini seleziona un testo: Ecco le parole che aprono in “Essenza del nichilismo” il saggio “Ritornare a Parmenide” di EMANUELE SEVERINO

Antologia del tempo che resta

Ecco le parole che aprono in “Essenza del nichilismo” il saggio “Ritornare a Parmenide”, parole inaudite e per molti versi sconcertanti, che però ben si inquadrano nel destino della verità:

“La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere”.

Non sfuggì allo sconcerto nemmeno Gustavo Bontadini, maestro di Emanuele Severino. Quando lesse…

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SPIEGARE IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO, in Luigi Vero Tarca, La rete e il mare, sta in R. Panikkar- E. Severino, Parliamo della stessa realtà?, Jaca Book, Milano 2014, pp. 47-49. Citazione proposta da Vasco Ursini

 

La filosofia di Emanuele Severino costituisce la testimonianza della verità assolutamente innegabile, quella verità – così l’ho sentito spesso esprimersi nel corso delle sue lezioni – che “né dèi né uomini possono negare”. Tale verità viene testimoniata dal discorso filosofico che possiede la struttura tradizionalmente chiamata “elenctica”, quella cioè che fornisce la fondazione ultima del valore di un discorso. Il procedimento detto elenctico, infatti, mostra l’assoluta, incontrovertibile verità di ciò la cui negazione è autonegazione, quindi contraddizione. Per esempio – per richiamarci al fondamentale scritto ‘Ritornare a Parmenide’ – l’affermazione (p) “Il positivo si oppone al negativo” è innegabile perché chi intendesse negarla – dicendo per esempio “Non è vero che il positivo si oppone al negativo” (non-p) – con ciò stesso sarebbe costretto ad affermare che quel positivo in cui consiste la sua affermazione (non-p) si oppone al proprio negativo, ovvero a (p); ma in tal modo egli stesso sarebbe costretto ad affermare proprio ciò che a parole intende negare, e sarebbe quindi costretto a negare il contenuto dell’affermazione che pronuncia. Naturalmente la questione, guardata da vicino, risulta più complessa – e per certi versi anche molto, molto più complessa – di quanto questa sintetica formulazione potrebbe lasciare intendere;
e tuttavia tale presentazione è sufficiente a farci cogliere il senso di questo fondamentale tratto dell’impostazione severiniana.
Del resto tale aspetto (cioè la fondazione che abbiamo chiamata elenctica) costituisce solo un primo, sia pur decisivo, momento della filosofia di Severino. Il secondo aspetto – altrettanto decisivo – consiste nel rilevare che, se si tiene fermo ‘in generale’ che il positivo si oppone al negativo, ovvero che “l’essere non è non essere”, allora da ciò segue immediatamente che tutto l’essere è eterno; proprio nel senso che ogni sia pur minimo aspetto dell’essere – ovvero qualsiasi ente, anche il più infimo – è eterno. Infatti negarne l’eternità equivarrebbe ad affermare che vi può essere un momento del tempo in cui esso (che in quanto è qualcosa è essere e non niente) non è, e quindi è non essere, è niente. Sempre da questo segue inesorabilmente che non vi è divenire, se con questo termine si intende il passaggio dall’essere al nulla o, viceversa, dal nulla all’essere. Ma se non vi è il divenire, allora non vi può essere nemmeno qualcosa come una trasformazione degli enti: nulla può trasformarsi in qualcosa d’altro da ciò che è (da ciò che eternamente è), perché altrimenti si realizzerebbe l’annullamento almeno di quegli aspetti il cui venir meno costituisce appunto la condizione della possibilità della trasformazione.
Questa verità consente di gettare uno sguardo nuovo e sorprendente sulla vicenda umana e la sua storia: Per esempio consente di comprendere come, all’interno della fede nichilistica che le cose possono trasformarsi e quindi in ultima istanza annullarsi, l’ultima parola spetti alla Tecnica (dal momento che questa è la rigorizzazione massima dell’illusoria persuasione di poter trasformare le cose); ma poi anche come la Tecnica stessa, costituendo una dimenticanza radicale del senso autentico dell’essere (cioè la sua eternità), sia destinata a tramontare nello sguardo della verità. La fede in cui consiste le Tecnica è – dal punto di vista della verità severiniana – una follia, appunto perché è convinta che l’agire umano possa trasformare la realtà facendola diventare altro da ciò che essa è. Attenzione, però: bisogna guardarsi dall’idea che allora il pensiero di Severino costituisca un invito a operare in modo da superare l’agire tecnico, perché invece, dal suo punto di vista, qualsia “fare” è espressione della volontà di trasformare la realtà, e quindi è espressione della follia nichilistica. In altri termini, nello sguardo della verità qualsiasi agire costituisce il problema piuttosto che la soluzione: il tramonto della Tecnica e sì destinato ad accadere, ma non come risultato di una volontà e di un conseguente agire da parte degli umani.

(Luigi Vero Tarca, La rete e il mare, sta in R. Panikkar- E. Severino, Parliamo della stessa realtà?, Jaca Book, Milano 2014, pp. 47-49).

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Realismo, attualismo, tecnica, sottosuolo del nostro tempo, Emanuele Severino, Introduzione a Giovanni Gentile,L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 9-10. Citazione proposta da Vasco Ursini

Realismo, attualismo, tecnica, sottosuolo del nostro tempo

Il “realismo” è la prospettiva all’interno della quale scienza e tecnica anche oggi procedono. Non senza alcune spinte in direzione opposta, ad esempio la fisica quantistica di Heisenberg. Per il realismo il mondo esiste indipendentemente dalla conoscenza umana. E’ una prospettiva filosofica (in certo senso ereditata da alcune configurazioni storiche del senso comune). Adottando la quale, la tecno-scienza è oggi capace di trasformare radicalmente il mondo: più di qualsiasi altra forza che abbia tentato e tenti di farlo. Anche per questo motivo la filosofia del nostro tempo ha sempre più emarginato la prospettiva “idealistica” – per la quale, invece, il mondo, la natura, Dio stesso ‘non’sono indipendenti e separabili dalla conoscenza umana. Inoltre, per “idealismo” si è inteso soprattutto l’idealismo assoluto di Hegel, sì che il generale atteggiamento, divenuto preminente, di rifiuto della tradizione metafisica ha inteso la propria presa di distanza da Hegel, in cui la metafisica giunge al proprio culmine, come la definitiva chiusura dei conti con l’idealismo i quanto tale.
Eppure realismo e idealismo hanno in comune un tratto fondamentale: la convinzione che la realtà includa la realtà che ‘diviene’. Alle culture che precedono la filosofia non è certamente ignota la trasformazione continua e variegata del mondo: teogonie e cosmogonie e, in generale, le metamorfosi costantemente presenti nel mito, la attestano nel modo più esplicito. Ma è loro ignoto il senso che la filosofia, sin dal primo inizio, assegna al ‘divenire’ – che rimane alla base dell’intero sviluppo della civiltà occidentale, ossia della dimensione i cui tratti essenziali si sono posti ormai alla base di ogni altra civiltà.
Sin dall’inizio la filosofia intende il divenire come “unità di essere e di non essere”. Ciò che diviene, infatti, “è” sin tanto che è, ma nel proprio passato e nel proprio futuro “non è”, e quindi, come diceva Platone, di esso non si può dire, separando il suo essere dal suo non essere, né soltanto che “è”, né soltanto che “non è” (Civitas, 479 e), ma è necessario dire che “insieme è e non è” […], ossia è appunto “unità di essere e di non essere”. Anche Hegel definisce così il divenire – ma oramai è il senso comune ad esser convinto che le cose del mondo che ora “sono”, prima “non erano” ancora e poi “non saranno” più, e cioè, insieme, sono e non sono.

D’altra parte la filosofia porta alla luce un senso inaudito del divenire perché indica un senso inaudito dell'”essere” e del “non essere”, dei quali il divenire è l’unità. Ossia porta alla luce l’opposizione infinita che sussiste tra l”essere’ e il ‘nulla’ (che è appunto la forma più radicale del non essere), intendendo l’essere come ciò che ‘ogni’ cosa (e si intenda questa parola nel senso più ampio) ha in comune con ogni ‘altra’, e che pertanto costituisce e configura la totalità della realtà; e intendendo il nulla come la totale assenza di ogni forma di essere.
Orbene, per lo più non si comprende come sia proprio il senso greco del divenire, che realismo e idealismo condividono, a far sì che il realismo, nonostante il suo attuale predominio sociale, sia destinato a mostrare la propria debolezza concettuale rispetto all’idealismo; ma non rispetto all’idealismo genericamente inteso, bensì rispetto a quella forma specifica di idealismo che è l'”attualismo” di Giovanni Gentile.
Questa affermazione riesce sorprendente già nella cultura italiana; in quella internazionale, poi, può suonare come un’esagerazione fuori luogo. Ma se si riesce a raggiungere il ‘sottosuolo’ essenziale del nostro tempo, al di là cioè di quanto il nostro tempo crede di sapere di sé, ci si imbatte in qualcosa di estremamente più sorprendente e sconcertante. Innanzitutto l’essenziale ‘solidarietà’ tra attualismo e tecno-scienza.

(Emanuele Severino, Introduzione a Giovanni Gentile,L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 9-10)

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il monito del “giorno” di Severino: attendono gli uomini quando sian “vivi” cose che essi non sperano né suppongono, in Renato Rizzi, La radice delle forme, introduzione a E. Severino, Scuola e tecnica, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, p. 19

“Attendono gli uomini quando sian morti cose che essi non sperano né suppongono”.

Al monito della “notte” di Eraclito rimbomba come un contraccolpo il monito del “giorno” di Severino:

attendono gli uomini quando sian “vivi” cose che essi non sperano né suppongono.

(Renato Rizzi, La radice delle forme, introduzione a E. Severino, Scuola e tecnica, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, p. 19)

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Vasco Ursini, Fare chiarezza sui rapporti filosofia-scienza e citazione da: Emanuele Severino, Cervello, mente, anima, Morcelliana, Brescia 2016

Vasco Ursini, fare chiarezza sui rapporti filosofia-scienza

Mai come oggi si fa innanzi l’esigenza di dire una parola chiara sui rapporti tra filosofia e scienza. Una parola chiara che è indirizzata soprattutto a coloro che sostengono che la filosofia oggi non ha più alcuna ragione di esistere come disciplina autonoma e che deve pertanto “risolversi “e “sciogliersi” nella scienza.
A tal fine riporto una recente dichiarazione di Emanuele Severino:

“Sono esistiti ed esistono scienziati con interessi, competenze e attitudini filosofiche rilevanti. D’altra parte non pochi scienziati dicono che in genere i filosofi non conoscono la scienza e che questa loro ignoranza rende inconsistente e superfluo il loro lavoro. E questi scienziati hanno spesso ragione. Ma, per quanto la domanda possa sembrare inutile, che significato ha l’espressione “conoscere la scienza”?. Vi sono soprattutto due modi di rispondere, Fermo restando che ormai nemmeno gli scienziati possono riconoscere l’intero contenuto delle proprie discipline, conoscere la scienza – questo, il primo modo di rispondere – significa conoscere per lo meno i metodi secondo i quali essa procede, i principali risultati ai quali è pervenuta, la sua genesi, i suoi rapporti con le altre forme di sapere e con l società, i problemi che sorgono dai rapporti tra le singole discipline scientifiche e all’interno della stessa disciplina. Se è in questo modo che i filosofi non conoscono la scienza, allora è come se essi non conoscessero l’esistenza del cielo, delle stelle, degli animali, delle piante. Non solo non sono filosofi, ma nemmeno uomini. Ma si può rispondere anche (ed è la risposta che gli scienziati molto spesso si danno) dicendo che la filosofia oramai deve porre alla propria base il sapere scientifico. Questa volta sono gli scienziati a mostrarsi ingenui. Perché questa loro risposta non esprime una prospettiva scientifica, ma filosofica, e ingenuamente filosofica. Quale disciplina scientifica, infatti, contiene la strumentazione concettuale che le consenta di affermare che la filosofia deve porre alla propria base la scienza? Nessuna. Anzi, accade qui che sia proprio la scienza a porre alla propria base una cattiva filosofia (oggi peraltro adottata da molti filosofi). Sin dal suo inizio, invece, la filosofia intende essere la forma assolutamente radicale del sapere. E per mostrare in che cosa consista il sapere radicalmente incontrovertibile si porta alle spalle di ogni altro sapere (mitico, artistico, economico, politico, tecnico, scientifico) e quindi esclude di porlo alla propria base. Inconsistente e superflua, dunque, è la filosofia che si fonda sulla scienza – giacché se, così fondandosi, è inconsistente e superflua, allora non è filosofia, ma scienza. Uno degli aspetti più importanti di quel “portarsi alle spalle” di ogni altro sapere riguarda l’esperienza umana del mondo. Non esisterebbe infatti alcun sapere, quindi nemmeno quello scientifico, se il mondo non fosse manifesto, cioè non si mostrasse, non apparisse: non se ne facesse, appunto, esperienza. Certo, la scienza è una continua critica dell’esperienza. Afferma ad esempio che il sole non si muove, come sembra. Ma è necessario che questo sembrare appaia, perché la scienza possa affermare che è illusorio. La scienza però non si interessa di quel fondo che è appunto l’esperienza da cui la scienza pur parte. Su di esso la scienza fa luce con le proprie lampade, tendendo però a dimenticare che sono sempre costruite con materiali che da quel fondo sono tratti. A quel fondo la filosofia si è invece sempre rivolta: per stabilire se, al di là delle apparenze che esso contiene, esso non custodisca in sé anche un nucleo innegabile, incontrovertibile, che stia al fondamento di ogni sapere e di ogni agire. […]. La filosofia “si porta alle spalle” di ogni sapere e agire dell’uomo anche in uno dei campi oggi più frequentati nel campo della neurofisiologia e dell’intelligenza artificiale: quello del rapporto tra mente e cervello”.

(Emanuele Severino, Cervello, mente, anima, Morcelliana, Brescia 2016).

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Vasco Ursini, Inseparabilità di pensiero e linguaggio, pubblicato in  Amici a cui piace Emanuele Severino

 

La filosofia contemporanea continuamente ribadisce la inseparabilità di pensiero e linguaggio, ma lascia piuttosto in ombra il ‘fondamento’ di tale inseparabilita’, non ne mette in luce il carattere perentorio, si limita a presentarla come qualcosa di evidente.
Emanuele Severino afferma invece che l’inseparabilità di pensiero e linguaggio può essere mostrata con una radicalità superiore a quella mostrata dalla filosofia contemporanea, tutta protesa a mettere continuamente in risalto la centralità di questa inseparabilità.

E indica in un suo libro (Oltre il linguaggio, Adelphi) che tale ‘radicalità’ non esclude di potersi portare, appunto, “oltre il linguaggio”.

 

Per lui, portarsi “oltre il linguaggio” non è soltanto possibile, ma è addirittura ‘necessario’, nel senso che il divenire del linguaggio non riesce a travolgere tale “necessità”, che dunque va intesa in un senso essenzialmente diverso da quello attribuito a questa parola dal pensiero occidentale.

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Vasco Ursini su: “quale rapporto ci sia tra metafisica, epistéme e destino (nell’accezione severiniana). Rispondo dicendo che negli scritti di Severino la parola ‘destino’ indica lo stare della verità, cioè l’incontrovertibile nel cui cerchio è accolta la terra e l’isolamento della terra. L’ ‘epistéme’ invece è il tentativo compiuto dal pensiero greco, che però è fallito, di evocare l’assolutamente stante … , dal gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

Molti amici mi hanno chiesto quale rapporto ci sia tra metafisica, epistéme e destino (nell’accezione severiniana).
Rispondo dicendo che negli scritti di Severino la parola ‘destino’ indica lo stare della verità, cioè l’incontrovertibile nel cui cerchio è accolta la terra e l’isolamento della terra.

L’ ‘epistéme’ invece è il tentativo compiuto dal pensiero greco, che però è fallito, di evocare l’assolutamente stante. Solo al di fuori della fede nel divenire può mostrarsi l’assoluta incontrovertibilità del destino, la quale è però avvolta dalla contraddizione C.
Tra metafisica e epistéme non c’è assoluta identità perché nella storia dell’Occidente c’è stata epistéme anche là dove non c’è stata metafisica.

Ad esempio, un sapere epistemico non metafisico è il criticismo kantiano che esclude la metafisica dalla scienza. Tale esclusione, e cioè la “critica della ragion pura” ha un carattere pienamente epistemico.

Un secondo esempio di sapere epistemico è il pensiero di Hume che afferma l’innegabilità del principio di non contraddizione e, dunque, dà spazio all’epistéme.

L’epistéme è metafisica perché oltre ad essere un principio innegabile è in grado di mostrare il senso stabile e divino che avvolge, fonda e guida il mondo del divenire.

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Vasco Ursini: Il nichilismo “tragico”, in Amici a cui piace Emanuele Severino

Il nichilismo “tragico””L’idea di fondo del pensiero di Emanuele Severino ruota intorno ai due opposti della follia e del destino. Il problema degli uomini è la credenza nel nulla, l’illusione che tutto ciò che esiste, l’ente, prima non ci fosse e dopo non ci sarà. Dal non essere all’essere e ancora al non essere: è il ciclo della vita che diviene. Ma questa certezza nell’esistenza del divenire è una forma estrema di “nichilismo” tragico: è nichilismo perché il divenire presuppone il non essere e dunque il nulla; ed è tragico perché di fatto riduce la vita a una corsa verso la morte (il non essere, il nulla).Ma in Severino non c’è spazio per il tragico, perché la certezza nel divenire, che sta alla base della filosofia occidentale e della religione cristiana, è un’illusione, contraddetta da ragionamenti incontrovertibili. [ ,,, ]”

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Vasco Ursini, L’idea di fondo del pensiero di Emanuele Severino ruota intorno ai due opposti della follia e del destino, in Amici a cui piace Emanuele Severino

“L’idea di fondo del pensiero di Emanuele Severino ruota intorno ai due opposti della follia e del destino. Il problema degli uomini è la credenza nel nulla, l’illusione che tutto ciò che esiste, l’ente, prima non ci fosse e dopo non ci sarà. Dal non essere all’essere e ancora al non essere: è il ciclo della vita che diviene. Ma questa certezza nell’esistenza del divenire è una forma estrema di “nichilismo” tragico: è nichilismo perché il divenire presuppone il non essere e dunque il nulla; ed è tragico perché di fatto riduce la vita a una corsa verso la morte (il non essere, il nulla).
Ma in Severino non c’è spazio per il tragico, perché la certezza nel divenire, che sta alla base della filosofia occidentale e della religione cristiana, è un’illusione, contraddetta da ragionamenti incontrovertibili. [ ,,, ]”

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