Ho suggerito più volte a Gianni Vattimo di ricordarsi e di tenere in maggiore considerazione il modo in cui l’attualismo di Giovanni Gentile si trasforma nel problematicismo di Ugo Spirito. (Un suggerimento che può essere rivolto a gran parte dei filosofi contemporanei). Mi sembra che, a modo suo, Vattimo mi stia dando ascolto,  in Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 79 – 83

Ho suggerito più volte a Gianni Vattimo di ricordarsi e di tenere in maggiore considerazione il modo in cui l’attualismo di Giovanni Gentile si trasforma nel problematicismo di Ugo Spirito. (Un suggerimento che può essere rivolto a gran parte dei filosofi contemporanei). Mi sembra che, a modo suo, Vattimo mi stia dando ascolto. Il problema di Spirito e di Vattimo è il problema di tutta la filosofia contemporanea: come evitare che la negazione di ogni verità immutabile e oggettiva (in tale negazione la filosofia contemporanea è, appunto, sostanzialmente impegnata) finisca col diventare essa stessa, contraddittoriamente, una verità immutabile e oggettiva. Come evitare lo scetticismo ingenuo, che si macchia della stessa colpa che esso condanna.
Per Ugo Spirito l’attualismo gentiliano è la forma più radicale di negazione di ogni immutabilità e oggettività, ed è insieme il punto più alto raggiunto dal pensiero occidentale. E Spirito aveva creduto, spronato da Gustavo Bontadini, che l’attualismo non poteva essere daccapo inteso come una verità immutabile e oggettiva, ma come coscienza di una situazione in cui ci si è venuti a trovare in seguito allo sviluppo storico del pensiero, la quale non pretende avere alcun valore assoluto, ma dalla quale non si sa ancora come uscire. [ …]
La filosofia del nostro tempo, infatti, nella sua essenza, non è uno scetticismo assoluto (e quindi ingenuo che probabilmente non è stato mai sostenuto da nessuno); essa è la fede estrema e più rigorosa al principio fondamentale di tutto il pensiero dell’Occidente, ossia alla persuasione che l’ “evidenza” suprema e la “verità” assolutamente non smentibile è l’instabilità e il divenire del mondo in cui viviamo. Questo riconoscimento dell’esistenza del divenire è lo stesso riconoscimento che l’unica verità immutabile è la negazione (ossia il divenire) di ogni verità immutabile.
Non si tratta dunque di uno scetticismo assoluto che, per non trovarsi a smentire se stesso, debba presentare se stesso come una convinzione sprovvista di valore assoluto, Quando Rorty scrive di non possedere alcun “argomento decisivo” per sostenere la propria posizione, mostra di ignorare l’argomento decisivo che cova sotto la cenere del suo discorso: appunto la fede indiscutibile (che è presente a se stessa come evidenza indiscutibile) nell’esistenza del divenire: la fede che è destinata a escludere l’esistenza di ogni realtà immutabile e di ogni verità assoluta diversa da quella di cui tale fede intende essere espressione.
[ … ]
La fede nel divenire si presenta cioè come la verità assoluta in base alla quale la filosofia del nostro tempo è realmente capace di negare ogni altra verità assoluta. ‘Realmente capace’ – cioè senza diventare uno scetticismo contraddittorio, e senza quindi trovarsi a riconoscere di essere un discorso privo di valore assoluto o un semplice “gioco linguistico”.
(E. Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 79 – 83)

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IL PENSIERO IN ATTO, citazione da:  G. Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, p. 82, a cura di Vasco Ursini

IL PENSIERO IN ATTO

Affinché si possa conoscere l’essenza dell’attività trascendentale dello spirito, bisogna non considerare mai questo, che è spettatore, dal di fuori; non bisogna proporselo mai, esso stesso, come oggetto della nostra esperienza; esso stesso, spettacolo. La coscienza, in quanto oggetto di coscienza, non è più coscienza; convertita in oggetto appercepito, l’appercezione originaria cessa di essere appercezione: non è più soggetto, ma oggetto: non è più Io, ma non-io. Questo appunto l’errore di Berkeley: di qui la sua incapacità a risolvere il problema. Il suo idealismo perciò è ‘empirico’.
Il punto di vista trascendentale è quello che si coglie nella realtà del nostro pensiero quando il pensiero si consideri non come atto compiuto, ma, per così dire, quasi ‘atto in atto’. Atto, che non si può assolutamente trascendere, poiché esso è la nostra stessa soggettività, cioè noi stessi; atto, che non si potrà mai e in nessun modo oggettivare. il punto di vista nuovo, infatti, a cui conviene collocarsi, è questo dell’ ‘attualità’ dell’Io, per cui non è possibile mai che si concepisca l’Io come oggetto di se medesimo. Ogni tentativo che si faccia, si può avvertirlo sin da ora, di oggettivare l’Io, il pensare, l’attività nostra interiore, in cui consiste la nostra spiritualità, è un tentativo destinato a fallire, che lascerà sempre fuori di sé quello appunto che vorrà contenere; poiché nel definire come oggetto determinato di un nostro pensiero la nostra stessa attività pensante, dobbiamo sempre ricordare che la definizione è resa possibile dal rimanere la nostra attività pensante, non come oggetto, ma come soggetto della nostra stessa definizione, in qualunque modo noi si concepisca questo concetto della nostra attività pensante. La vera attività pensante non è quella che definiamo, ma lo stesso pensiero che definisce.
(G. Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, p. 82).

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Emanuele Severino, Intorno a Nietzsche, Gentile, Heidegger. Testo selezionato e proposto da Vasco Ursini

Persiste il silenzio su uno dei tratti più importanti della cultura contemporanea. Da parte mia continuo a richiamare quanto sia decisivo il ‘nucleo essenziale’ del pensiero filosofico del nostro tempo. Sebbene possa sembrare inverosimile, tale nucleo è infatti ciò che ‘fa diventare reale’ la dominazione del mondo da parte della tecnica – destinata a questo dominio nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica, religiosa, anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado di prestare autenticamente ascolto alla filosofia. Quel ‘nucleo’ mette in luce che ogni Limite assoluto all’agire dell’uomo, cioè ogni Essere e ogni Verità immutabile della tradizione metafisica, è ‘impossibile’; e dicendo questo non solo ‘autorizza’ la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale autorizzazione le conferisce la ‘reale’ capacità di superarlo.

Non si salta un fosso se non si sa di esserne capaci; questo nucleo dice alla tecnica che essa ne è capace.
Tra i pochi abitatori del ‘nucleo essenziale’ c’è sicuramente il pensiero di Nietzsche. Ma anche quello di Giovanni Gentile, la cui radicalità è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il ‘silenzio’, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in qualle ‘continentale’, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome. La cosa è interessante, soprattutto in relazione al tema filosofia-tecnica a cui accennavo. Infatti, nonostante i luoghi comuni, la filosofia gentiliana è un potente ‘alleato’ della tecnica, sì che il silenzio su Gentile è un elemento ‘frenante’, “reazionario”, rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della tecno-scienza. […]

Qui vorrei però limitarmi – come ho cominciato a ire – al tema, molto più modesto, riguardante alcune conferme di tale silenzio e alcune implicazioni.
Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una scoperta di Heidegger (Della realtà, Garzanti, 2012, p. 100). Si tratta della critica alla definizione di “verità” come “corrispondenza” tra ‘intellectus e res’, tra l'”intelletto” e “la cosa”. In tutto il libro Gentile non è mai citato.

Ma ben prima di Heidegger, e con maggiore nitore, Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava – per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come “esterna” alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il ‘pensiero’ confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa: la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere ‘conosciuta’, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna”. […] Per mostrare l’impossibilità di ‘ogni’ limite al divenire delle cose, occorre altro, che, ripeto, è sì presente in Nietzsche e Gentile (e in pochi altri, come Leopardi), ma non in Heidegger. […]
L’idealismo assoluto di Gentile è poi un assoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma la realtà in sé stessa. […] Per questo Gentile afferma che il pensiero non può essere trasceso e che è esso a ‘trascendere’ tutto ciò che si vorrebbe porre al di là di esso e come indipendente da esso. Questo trascendimento è la verità.

Giovanni Gentile, “Non c’è ricerca filosofica o scientifica, né c’è pensiero di nessuna sorta senza la fede del pensiero in se stesso, o nel proprio valore, senza il convincimento spontaneo e incrollabile di pensare la verità”, citazione proposta da Vasco Ursini

Non c’è ricerca filosofica o scientifica, né c’è pensiero di nessuna sorta senza la fede del pensiero in se stesso, o nel proprio valore, senza il convincimento spontaneo e incrollabile di pensare la verità. (…) Il fatto del pensare, e però della filosofia, quale che sia la soluzione a cui s’indirizzi, presuppone questa affermazione della verità del pensiero nel pensare quello che pensa attualmente.
Il pensiero, di cui si afferma la verità per la considerazione precedente, il solo pensiero di cui si possa affermare la verità, poiché infatti è il solo pensiero che realmente sia pensiero, non è il pensiero astratto, ma il pensiero concreto. (…)
Nulla, insomma, trascende il pensiero. Il pensiero è assolutamente immanenza. L'”altera res” fuori del pensiero attuale non c’è, né attualmente né potenzialmente.
(Giovanni Gentile)


P.S. Il pensiero, perciò, è la totalità onnicomprensiva, al di fuori della quale non sussiste alcuna cosa in sé.