Emanuele Severino: i miei 60 anni con Parmenide, intervista di Simona Maggiorelli, 2009

«Severino novello o (eterno) Parmenide?» recita non troppo scherzosamente il depliant che invita alle Vacances de l’esprit. Ovvero, sulle Dolomiti, sette giorni di full immersion nel pensiero di quello che è considerato il maggior filosofo italiano dei nostri giorni. E se al greco Parmenide, obliato dalla riflessione metafisica dell’Occidente, il professore ha dedicato l’opera di una vita (al punto da dire oggi «chiedermi del mio interesse per Parmenide sarebbe come chiedere a un matematico perché si dedica alla matematica»), nei tre suoi nuovi libri, usciti nell’arco di sei mesi, Emanuele Severino torna a declinare in orchestrazioni nuove alcuni dei suoi temi di sempre: il nihilismo moderno fondato sulla cieca fede nel divenire delle cose. La riflessione sul senso dell’essere e del nulla. La tecnocrazia e i suoi rischi. E ancora Immortalità e destino, per dirla con il titolo del libro appena uscito per Rizzoli che si collega strettamente al precedente: L’identità della follia, nel declinare quel concetto di “follia” a cui Severino contrappone un concetto di «non follia», intesa come «necessità dell’essere sé, presente nel profondo di ogni uomo». Quasi che una qualche forma follia abitasse da sempre e irrimediabilmente l’uomo e un’immagine di sanità mentale non fosse nemmeno pienamente enunciabile. Su alcuni di questi temi, di cui la filosofia si va sempre più appropriando, denunciando il fallimento della psicoanalisi, abbiamo rivolto a Severino alcune domande.

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Parmenide e Severino, citazione da La Follia dell’Angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 82-83, proposta da Vasco Ursini nel gruppo   Amici a cui piace Emanuele Severino

Parmenide e Severino

Ritornare a Parmenide non significa riproporre il passato. Ripensare Parmenide significa piuttosto ritornare al bivio da cui si dipartono il sentiero dell’Occidente e il sentiero non percorso dove la verità non è potenza sul divenire.
Nei miei scritti, ritornare a Parmenide significa oltrepassarlo in modo diverso da come è stato oltrepassato nel “parricidio” compiuto da Platone.
“Neoparmenidismo”? E’ un termine usato dai miei critici, non da me. Innanzitutto, l’essere a cui si riferiscono i miei scritti è la negazione dell’ “Essere” di Parmenide, perché non è l'”Essere” vuoto e astratto ma è la totalità concreta degli essenti.
Certo, della totalità concreta delle cose bisogna dire ciò che Parmenide dice dell’Essere, cioè che è eterna. Ma, affermando che gli essenti sono nulla, il pensiero di Parmenide (quello che è stato tramandato dalla tradizione filosofica) è la prima gigantesca forma di nichilismo.

(Emanuele Severino, La Follia dell’Angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 82-83)

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Vasco Ursini seleziona un testo: Ecco le parole che aprono in “Essenza del nichilismo” il saggio “Ritornare a Parmenide” di EMANUELE SEVERINO

Antologia del tempo che resta

Ecco le parole che aprono in “Essenza del nichilismo” il saggio “Ritornare a Parmenide”, parole inaudite e per molti versi sconcertanti, che però ben si inquadrano nel destino della verità:

“La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere”.

Non sfuggì allo sconcerto nemmeno Gustavo Bontadini, maestro di Emanuele Severino. Quando lesse…

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“Al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, appare che ‘ ogni ‘ ente (cose, eventi , funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagini, processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘ l’eternità di ogni ente ‘” Emanuele Severino, citazione ripresa da Amici a cui piace Emanuele Severino

Al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, appare che ‘ ogni ‘ ente (cose, eventi , funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagini, processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘ l’eternità di ogni ente ‘. Questa affermazione esprime un ritorno a Parmenide, che è insieme la ripetizione del ” parricidio ” compiuto da Platone rispetto a Parmenide. Parmenide distrugge il mondo: afferma i’illusorietà delle differenze del mondo. Col ” parricidio “, Platone intende salvare il mondo – e l’Occidente cresce al riparo di Platone. Ma il ” parricidio ” deve essere ripetuto, perché Platone, riportando le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida insieme al divenire, ossia le vede con l’occhio del nichilismo. Il riparo delle differenze le abbandona al niente e alla volontà di potenza che si propone di strapparle al niente e di risospingervele. Si tratta allora, per il pensiero che riesce a mantenersi al di fuori del nichilismo, di salvare il mondo da Parmenide, senza affidarlo alla fede del divenire.
L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica una comprensione dell’esperienza, radicalmente diversa dall’interpretazione nichilistica del divenire, dell’esperienza, dell’apparire. Al di fuori del nichilismo, la variazione del contenuto dell’esperienza non è la produzione e l’annientamento delle cose, ma il loro entrare ed uscire – eterne – dalla dimensione dell’apparire. Questo significa che solo l’eterno può divenire: appunto perché il divenire è il processo in cui gli eterni entrano ed escono dalla luce dell’apparire (e l’apparire stesso è un eterno). La plurimillenaria interpretazione nichilistica del divenire lo rende impensabile.

(Emanuele Severino)

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Leonardo Marcato, Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino | da Filosofia e nuovi sentieri

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1.

Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte prima | Filosofia e nuovi sentieri

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Leonardo Marcato (Camposampiero 1987), laureato in Filosofia presso l’Università di Siena ed in Scienze delle Religioni presso gli atenei di Padova e Ca’ Foscari di Venezia, è attualmente dottorando in Filosofia Teoretica presso l’università veneziana. Nel 2011 cura Riflessioni di un laico, scritti filosofici di Ascanio Pagello, accademico olimpico vicentino. Studia il pensiero di Raimon Panikkar e si interessa di filosofia della religione e digital philosophy

Emanuele Severino: “L’essere (…) non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide), ma è la totalità delle differenze, l’area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla … “, citazione proposta da Vasco Ursini in gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

LA VERITA’ DELL’ESSERE

L’essere (…) non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide), ma è la totalità delle differenze, l’area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla. L’essere è l’intero del positivo. E proprio in quanto c’è coscienza dell’intero (questo nostro discorso la testimonia), tutte le determinazioni manifeste si presentano inscritte nel perimetro dell’intero: questo foglio, questa penna, questa stanza, questi alberi e monti che vedo fuori, le cose che in passato sono state percepite, le fantasie, le attese, i desideri e tutti gli oggetti che sono presenti. Ogni determinazione è una positività determinata, un determinato imporsi sul nulla: essere determinato (ente). Questa penna, ad esempio, non è un nulla, e per questo diciamo che è un essere; ma, appunto, un essere così e così determinato: questa figura, questa lunghezza, questo peso, questo colore. Questa penna significa appunto questo. Ed eccoci al punto. Se si dice che questa penna non è, quando non è, si dice che questo positivo è negativo. “E” (esiste) significa: “non è nulla”; e quindi “non è” significa: “è nulla”. Ma questa penna non è – si ribatte – quando appunto è diventata nulla! Quando è nulla è nulla! Eppure, il linguaggio, per dire che la penna non è, non dice che il nulla non è, ma che, appunto, la “penna” non è, non esiste (…) Quando la penna è nulla, è nulla, certamente. Ma che accade quando la penna è nulla? Che cosa significa “quando la penna è nulla”?. Non significa certo “quando il nulla è nulla”, ma significa: “quando la penna – cioè quel positivo, quell’essere determinato in quel certo modo – è nulla, significa cioè “quando l’essere (questo essere) è nulla”. I metafisici – coloro cioè che pur pretendono di tutelare la positività del positivo – si sono dimenticati nientemeno che di questo: che il nulla può essere predicato solo del nulla; che il “non è” si può dire solo del nulla. (…) La verità dell’essere svelata da Parmenide resta ferma anche dopo il ‘parricidio’ platonico ( che è l’unico approfondimento del senso dell’essere compiuto dalla metafisica dopo Parmenide), anche quando cioè l’essere viene pensato non già come il ‘puro’ essere, che lascia cadere fuor di sé le determinazioni, ma come l’essere concreto, che è appunto la positività delle determinazioni.
Dunque l’essere non esce dal nulla e non ritorna nel nulla, non nasce e non muore, non c’è un tempo, una situazione in cui l’essere non sia. Se era nel nulla, non era; se ritornasse nel nulla, non sarebbe (…).
L’essere, ‘tutto’ l’essere, è; e quindi è immutabile.

(Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide).

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Intervista a Luigi Vero Tarca su “Ritornare a Parmenide” di Emanuele Severino, in diogenemagazine.it

un estratto:

In quale contesto storico-culturale nacque l’articolo Ritornare a Parmenide?
Va detto innanzitutto che affrontare la filosofia di Severino in termini di ricordi, contesti storico-culturali, momenti storici e simili significa collocarsi all’interno di un’ottica che, dal punto di vista del contenuto della sua filosofia, costituisce fondamentalmente un errare, dunque qualcosa che tradisce quella verità che il suo linguaggio cerca di testimoniare. «Ricordare è errare», si legge infatti a pagina 13 del libro di Severino intitolato Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia (Rizzoli, Milano 2011). Questo punto egli lo ribadisce ripetutamente nel suo scritto e – vorrei aggiungere un po’ scherzosamente – se è un errare il suo ricordo di quel periodo e di ciò che di esso lo ha riguardato, figuriamoci il mio di ricordo! Tanto più che, a quel tempo, io ero ancora davvero un ragazzino, e che oltre tutto non sono nemmeno uno “storico” in grado di dare risposte autorevoli almeno dal punto di vista “scientifico”. Tuttavia, proprio tenendo presente da un lato che anche astenermi dal rispondere alle domande sarebbe un errare nello stesso senso in cui lo è il partecipare a questo “gioco del ricordo” e dall’altro che nel destino della verità anche ogni “erramento” viene conservato e vi appare in una luce nuova, mi presto volentieri a questa conversazione.
Nel 1964 – questo l’anno di pubblicazione di Ritornare a Parmenide – eravamo alle soglie di quello che sarebbe poi stato chiamato “il Sessantotto”, cioè di un movimento che evocava una “rivoluzione radicale”, capace di investire tutti gli aspetti dell’esistenza, da quelli più generali e politici a quelli più personali e sentimentali. Ripensando al termine “movimento”, alla sua vitalità giovanile, e al suo fondere insieme (a rischio anche di con‑fonderli) tutti gli aspetti dell’esistenza (compresi sentimenti, emozioni e commozioni), mi verrebbe da dire – concedendomi il lusso di un neologismo – che allora si respirava un’aria di grande “commovimento”.

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Sorgente: Intervista a Luigi Vero Tarca su “Ritornare a Parmenide” di Severino

Parmenide: l’essere e il non essere,  Emanuele Severino e Vittorio Hösle – dal sito Rai Cultura Filosofia

Quali sono i segni che permettono di riconoscere l`essere?

Che cosa consegue dall`assoluta opposizione dell`essere e del non essere?

E, infine, come considerare l`asserzione di Parmenide (Elea, 510 a.C. ca. – 450 a.C.) secondo cui l`essere è e il non essere non è? Come una mera tautologia?

A queste domande rispondono Emanuele Severino (Brescia, 1929), professore di filosofia teoretica all`Università di Venezia,

e Vittorio Hösle (Milano, 1960), professore di filosofia all`Università di Essen.

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http://www.filosofia.rai.it/embed/parmenide-lessere-e-il-non-essere/3467/default.aspx

Sorgente: Parmenide: l`essere e il non essere. – Rai Filosofia