Vasco Ursini, Il “cuore” del pensiero filosofico di Emanuele Severino

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

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Ribadiamo qui ancora una volta i cardini essenziali del pensiero inaudito di Emanuele Severino. E subito diciamo che la sua filosofia costituisce la testimonianza della verità assolutamente innegabile, che “né dèi né uomini possono smentire”.

A testimoniare tale verità è il Contenuto dei suoi scritti, Contenuto che possiede la struttura tradizionalmente chiamata “elenctica”, la quale fornisce la fondazione ultima del valore di un discorso. Il procedimento, detto appunto elenctico, mostra l’assoluta incontrovertibile verità di ciò la cui negazione è autonegazione e quindi contraddizione.

Come si mostra in questo esempio che Severino stesso ci dà in “Ritornare a Parmenide” contenuto nel suo “Essenza del nichilismo” ( v. pp. 19-61), dove si parla della legge dell’opposizione del positivo e del negativo (p. 29), espressa solitamente da proposizioni quali “L’essere non è non-essere” e “Il positivo non è il negativo” (p. 37).

Ecco l’esempio:

l’affermazione (p) “Il positivo si oppone al negativo” è innegabile perché chi intendesse negarla – affermando per esempio “Non è vero che il positivo si oppone al negativo” (non-p) – con ciò stesso sarebbe costretto ad affermare che il positivo in cui consiste la sua affermazione (non-p) si oppone al proprio negativo, cioè a p; ma in tal modo egli stesso sarebbe costretto ad affermare proprio ciò che a parole ha inteso negare, e sarebbe quindi costretto a negare il contenuto dell’affermazione che ha pronunciato.

La “fondazione elenctica”, di cui sopra abbiamo fornito un esempio, è dunque il primo cardine del pensiero filosofico di Emanuele Severino.
Il secondo cardine del suo pensiero consiste nel rilevare che, se si tiene fermo in generale che il positivo si oppone al negativo, ossia che “l’essere non è non essere”, allora si deve dire che tutto l’essere è eterno, qualsia ente, anche il più infimo, è eterno.
Qualora se ne negasse l’eternità si affermerebbe che vi può essere un tempo in cui l’ente (che in quanto è qualcosa è essere e non niente) non è, e dunque è non essere, è niente.

Da ciò discende che il divenire, inteso come passaggio dall’essere al nulla o, viceversa, dal nulla all’essere, non esiste. Il divenire va dunque inteso – esclusivamente – come “divenire degli eterni” che appaiono e scompaiono dal cerchio dell’apparire.
E dunque non esiste nemmeno la possibilità della trasformazione degli enti. L’esser sé di ciascun ente impedisce che esso possa essere trasformato in un qualcosa d’altro da ciò che è.

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