Vasco Ursini: Alcuni amici mi chiedono se il termine “infinito” abbia, negli scritti di Emanuele Severino, una connotazione spazio-temporale o solo temporale …

Alcuni amici mi chiedono se il termine “infinito” abbia, negli scritti di Emanuele Severino, una connotazione spazio-temporale o solo temporale.
Rispondo che l’ “infinito” di cui parla Severino non ha nulla a che vedere né con l’una né con l’altra connotazione. Negli scritti di Severino, il termine “infinito” ha un significato ontologico che è diverso dall’uso scientifico che se ne fa, indica la “totalità”: l’infinito è tale perché non lascia alcunché al di fuori di sé; è il Tutto che, al di fuori di sé, lascia solo il nulla, cioè non lascia nulla.
Spero di essere stato chiaro

in  (1) Amici di Emanuele Severino

Coronavirus, a lezione di umiltà: siamo fragili ne usciremo uniti – di Carlo Rovelli, in Corriere della Sera 1 aprile 2020. Commento di Vasco Ursini

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Coronavirus, a lezione di umiltà: siamo fragili ne usciremo uniti – Corriere.it

 

commento di Vasco Ursini:

Carlo Rovelli fa qui anche una lezione preziosa di filosofia, quella forma di filosofia che è ora di praticare con convinzione, come mai, salvo rare eccezioni, è stato in passato: una forma di filosofia strettamente legata all’esistenza dei mortali.

 

L’essenza della filosofia contemporanea, testo di Vasco ursini

L’essenza della filosofia contemporanea

Chi sa portarsi e muoversi nel sottosuolo filosofico del nostro tempo vede l’impossibilità dell’esistenza di ogni dio immutabile e di ogni verità immutabile che lo manifesti. Perché vede che la loro esistenza comporterebbe l’inesistenza del divenire del mondo che per la stessa tradizione filosofica è l’evidenza originaria e assolutamente innegabile. Ne consegue che è innegabile che per codesta duplice negazione – del dio immutabile e di ogni verità immutabile – si manifesti un mondo che non ha più alcun stabile fondamento e alcun senso unitario e che dunque si presenti come una molteplicità di parti isolate, che uscendo dal nulla si uniscono fra di loro in modo soltanto accidentale formando una molteplicità di ‘frammenti’, che si possono conoscere soltanto in modo specialistico.
A questo, dunque, approda la filosofia del nostro tempo: che non esista alcun senso unitario e fondamentale del mondo.

via (3) Amici di Emanuele Severino

Vasco Ursini: Ho tra le mani questo libro arrivato ieri tramite corriere: Martin Heidegger trent’anni dopo, a cura di Carlo Gentili, Friedrich Wilhelm Von Herrmann, Aldo Venturelli, il melangolo, Genova 2009

Ho tra le mani questo libro arrivato ieri tramite corriere: Martin Heidegger trent’anni dopo, a cura di Carlo Gentili, Friedrich Wilhelm Von Herrmann, Aldo Venturelli, il melangolo, Genova 2009.
Il volume raccoglie le relazioni tenute in occasione del convegno “Martin Heidegger trent’anni dopo”, svoltosi a Bologna nei giorni 13-15 dicembre 2006 e organizzato dal Dipartimento di Filosofia dell’Università e dal Centro Italo-Tedesco di Villa Vigoni, con il patrocinio dell’AISE (Associazione Italiana degli Studiosi di Estetica). L’occasione del trentennale della morte di Heidegger (26 maggio 1976) ha fornito lo spunto per una riflessione che si è tuttavia tenuta lontana dalla tentazione di un bilancio, arricolandosi piuttosto secondo le molteplici prospettive aperte dal pensiero heideggeriano: dal versante fenomenologico-ontologico al piano della riflessione etica, della filosofia del linguaggio e dell’estetica, fino all’analisi dei rapporti di Heidegger con i pensatori della tradizione europea.
Il libro è estremamente interessante e utile per un’attenta rivisitazione delle questioni più essenziali della filosofia di Heidegger

da (2) Amici di Emanuele Severino

Emanuele Severino risponde ai critici che gli attribuiscono la colpa di aver sostenuto che il suo “io empirico” sia l’unico a capire e conoscere il destino della verità

Emanuele Severino risponde ai critici che gli attribuiscono la colpa di aver sostenuto che il suo “io empirico” sia l’unico a capire e conoscere il destino della verità.

Ecco la sua risposta: ” Ogni “dialogo” che qualsiasi io della terra isolata voglia instaurare con la verità è un equivoco. È un malinteso anche la buona volontà con cui l’io empirico vuole conoscere la verità. In quanto l’io empirico non è l’apparire della verità, tale io non può “conoscere” la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”. Se ira “io” ne sono l’apparire (la conosco) – cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino. Ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e gli “altri”.”
( Questa risposta sta in: Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità).

Le due anime dell’Occidente, i suoi due inconsci, in Amici di Emanuele Severino

Vasco Ursini
31 marzo 2018
Le due anime dell’Occidente, i suoi due inconsci:
“Noi siamo la Gioia. Questa parola non indica un sentimento psicologico: indica il gioire del Tutto per il suo essere il Tutto: appagamento di ogni bisogno, liberazione di ogni dolore, il colmarsi di ogni lacuna. Ma noi siamo anche la fede di essere circondati e penetrati dal dolore, dalla morte, dal niente. E facciamo presto ad allontanare dalla serietà della nostra esistenza la fola secondo cui noi siamo il gioire del Tutto. Noi siamo la Gioia e, insieme, la fede di essere tutt’altro. Due anime abitano nel nostro petto: una nascosta, e l’altra manifesta” (La strada, la follia, la gioia, p. 87)
Va ribadito qui che anche l’anima manifesta è manifesta solo parzialmente in quanto non sa, non può sapere, che la nientità dell’ente non è verità ma il frutto di un’interpretazione. L’inconscio nichilistico non è dunque il fondo ultimo dell’Occidente. Al fondo di quell’inconscio c’è un altro inconscio, un “inconscio dell’inconscio”, che consiste nella verità originaria dell’essere e che è presente nel profondo dell’anima di ogni abitatore del tempo.

in (19) Amici di Emanuele Severino

testo rielaborato del colloquio tra il prof. Zaccaria e Emanuele Severino, Brescia 13 gennaio 2003. A cura di Vasco Ursini

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

 

Mi pare assai utile pubblicare, a puntate, il testo rielaborato del colloquio tra il prof. Zaccaria e Emanuele Severino, avvenuto a Brescia il 13 gennaio 2003. Indicherò con Z: il prof Zaccaria e con S: Severino.

Z: Professore Severino, ho raccolto in tre tracce le questioni che Le porrò: 1) le posizioni guida sul nichilismo. 2) l’essere e il divenire. 3) l’interpretazione heideggeriana della filosofia,
S: D’accordo. Se vuole, possiamo incominciare.
Z: Ecco la prima traccia.
Quando pensiamo alla questione del nichilismo europeo-occidentale, si prospettano due posizioni guida che costituiscono anche due diagnosi dell’ora mondiale cui, fin dall’inizio greco, che lo vogliamo o meno, apparteniamo: la posizione di Nietzsche e quella di Heidegger. Le seguenti citazioni possono forse aiutare il lettore: “Che cosa vuol dire “nichilismo”? Che i più alti valori si svalutano. Viene meno lo scopo; viene meno la risposta al “perché?” (1887-88)
Heidegger: “Il nichilismo consiste in quella ‘Geschichte’ nella quale dell’essere stesso non è niente” [dal ‘Nietzsche’)
Ora però leggiamo quello che Lei scrive, a tale proposito, ad esempio in ‘Essenza del nichilismo?:

L’Occidente è la civiltà che cresce all’interno dell’orizzonte aperto dal senso che il pensiero greco assegna all’esser-cosa delle cose. Questo senso unifica progressivamente, e ormai interamente, la molteplicità sterminata di eventi che chiamiamo “storia dell’Occidente”; e domina ormai tutta la terra: l’intera storia dell’Oriente è così diventata anch’essa preistoria dell’Occidente. Da tempo i miei scritti indicano il senso occidentale – e ormai planetario – della cosa: la cosa (una cosa, ogni cosa) è, in quanto cosa, niente; il non-niente (un, ogni non-niente) è, in quanto non-niente, niente. La persuasione che l’ente sia niente è il nichilismo: In un senso abissalmente diverso da quello di Nietzsche e di Heidegger, il nichilismo è l’essenza dell’Occidente.

Le chiedo: dal punto di vista dello sguardo del Destino, ha un qualche senso tener conto del fatto che Heidegger interpreta la propria determinazione essenziale del nichilismo che, a sua volta, abissalmente diversa da quella di Nietzsche? Che genere di differenze – o di abilità – vengono evocate sia in Heidegger sia nel Suo discorso?

S: Bene. Intanto è chiaro che, nella definizione di “nichilismo” data da Heidegger, è dell'”essere” che si pensa l’esser niente; mentre nel mio discorso filosofico, “nichilismo significa che è dell’essente in quanto essente che si pensa e si vive l’esser niente. E l’essente in quanto tale, nel proprio significato più ampio (ossia in quanto non niente) ‘include’ sia i “valori” di cui parla Nietzsche, sia l'”essere” di cui parla Heidegger. Heidegger vede certamente una differenza abissale fra la propria definizione di nichilismo e quella di Nietzsche, perché l'”essere” di cui egli parla non è l’essere di cui parla Nietzsche (così come non è l’essere di cui parla l’intero pensiero occidentale). Heidegger pensa l'”essere” come “differente” dall’ente. Se vogliamo una indicazione provvisoria. l'”essere” è, per Heidegger, la manifestazione o l’apparire in cui l'”ente” esce dal nascondimento e si pone nella luce. Husserl – come maestro di Heidegger – avrebbe detto che questo “essere” è l'”Io trascendentale” (l’Io come apparire dell’ente). L’oblio dell'”essere” di cui parla Heidegger, è allora (stando a Husserl) l’oblio della luce in cui si manifestano le determinazioni del mondo. Questo oblio ha come corrispettivo, in Husserl, il tema della crisi della scienza occidentale, dove la scienza ha occhi per le cose ma non per il ‘vedere’ le cose. Si tratta di una crisi molto vicina all’alienazione di cui parla l’idealismo, l’alienazione che è propria della concezione ingenuamente realistica, dove si hanno occhi solo per l'”essere” – e in questo caso “essere” significa le “mere cose”. Certo, Heidegger ha ragione nel sottolineare la differenza fra la propria determinazione del nichilismo e quella di Nietzsche. Con una metafora: in Heidegger l'”essere” è la ‘luce’ come distinta o addirittura separata dai colori (gli enti) che essa illumina. L'”essere” è l’apparire; nella metafora, l'”essere” è l’analogo della luce; gli enti sono l’analogo dei colori. La dimenticanza dell'”essere” è la dimenticanza della luce. Non credo che in Heidegger, questo, si discosti dalla diagnosi di fondo di Husserl e di Gentile ( con tutti i “distinguo” del caso).
Per Heidegger il “nichilismo” è che dell'”essere” non è più niente. Questo “essere” non è alcun ente, ossia: non è riducibile a nessuno degli enti che, invece, assorbono l’attenzione di chi ha obliato l'”essere”. L'”essere” di cui non è niente è l'”essere” che è stato dimenticato, la luce in cui si illuminano gli enti. Dimenticato, è come non ne sia più niente. Quando invece Nietzsche definisce il nichilismo nel modo che Lei ha ricordato – il quale peraltro non è l’unico (altrove il filosofo chiama “nichilismo” il Cristianesimo) – egli pone l’accento sul “venir meno” di quegli enti che sono i “valori.

Il mortale non può portare al tramonto l’isolamento della terra, in Emanuele Severino, Destino della necessità, pp. 448-449

 

Nessuna decisione (dei mortali o dei divini) può condurre al tramonto dell’isolamento. Ogni decisione si fonda infatti sull’isolamento della terra. Nessun salvatore (artefice di salvezza) è possibile.Ma ogni decisione appartiene al destino dell’isolamento. Se il tramonto dell’isolamento della terra è destinato ad accadere. allora è necessità che tutte le decisioni siano prese e il decidere portato al suo compimento.

(Emanuele Severino, Destino della necessità, pp. 448-449)

Sulla essenza linguistica della struttura originaria, in Emanuele Severino,La Gloria, p. 189

 

L’essenza linguistica della struttura originaria si contraddice – e tuttavia è l’incontrovertibile. Essa è l’incontrovertibile, non per il suo significato esplicito, ma per il suo significato ‘implicito’, ossia per la totalità delle determinazioni della struttura originaria che sono originariamente e necessariamente implicate dal significato esplicito, ma che appaiono originariamente, già prima di mostrarsi nello sviluppo del linguaggio (cioè nello sviluppo dell’esplicito) – già prima del loro andirivieni nel linguaggio: L'”implicito” del linguaggio che parla dell’originario è l’ ‘apparire’ della totalità dell’originario. Questa totalità è il ‘sottinteso’ della definizione, ossia dell’essenza linguistica dell’originario.

(Emanuele Severino,La Gloria, p. 189)

La rete e il mare, di Vasco Ursini,

La rete e il mare
Con questa metafora ci si intende riferire alla dibattuta questione relativa alla possibilità di una esperienza di pensiero che vada “oltre la ragione” per verificare se la “rete” della ragione può arrivare a cogliere la verità del grande “mare” dell’essere sul quale essa continua a riflettere per tentare di agguantare la verità originaria.

È questa la questione assolutamente centrale nell’ambito della millenaria fatica filosofica, sia per coloro che pensano che la verità sia davanti a noi e che possiamo afferrarla alla fine di un percorso fitto di sfibranti tentativi di ricerca, sia per coloro che invece ritengono che essa – la verità originaria – sta dentro noi, è già manifesta in ciascuno di noi.
La questione resta aperta, anche dopo la testimonianza severiniana della “verità del destino”, che però non è riconosciuta come verità incontrovertibile dal pensiero filosofico contemporaneo.
La riflessione su di essa va ripresa con forza senza mettere nessuno in “epoché”.