EMANUELE SEVERINO: In Italia alcuni fisici e qualche filosofo hanno notato l’affinità tra la “tesi” centrale del mio discorso filosofico – l’eternità di ogni ente e pertanto di ogni stato del mondo – e la “tesi” di Einstein che “per noi fisici, la distinzione tra passato, presente e futuro non è che una testarda illusione”

 

In Italia alcuni fisici e qualche filosofo hanno notato l’affinità tra la “tesi” centrale del mio discorso filosofico – l’eternità di ogni ente e pertanto di ogni stato del mondo – e la “tesi” di Einstein che “per noi fisici, la distinzione tra passato, presente e futuro non è che una testarda illusione”.

Ho messo tra virgolette la parola “tesi”, per sottolinere che quando le “logiche” che conducono alla “stessa” tesi sono diverse, sono diverse anche le tesi che suonano apparentemente identiche. E la logica della fisica einsteniana è essenzialmente diversa da quella secondo cui si manifesta la necessità dell’eternità di ogni essente a cui si rivolgono i miei scritti.


Ciò non vuol dire che ci si debba disinteressare del rapporto tra le due “tesi”, soprattutto ora che molti fisici mettono in questione il concetto di “tempo”, che sta in piedi solo se il presente differisce dal passato, ossia dall'”ormai nulla”.

L’esempio più recente e tra i più rilevanti di questa crisi del tempo nel mondo della fisica è il libro del fisico Julian Barbour, ‘La fine del tempo. La risoluzione fisica prossima ventura’ (Einaudi 2003). […]
Barbour scrive: “Da una quindicina d’anni un numero esiguo ma crescente di fisici, me compreso, comincia a considerare l’idea che il tempo non esista veramente. E lo stesso vale per il movimento”

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Posso invitarlo a tener presente che la riflessione sull’eternità di ogni essente e di ogni evento è presente nei miei scritti sin dalla metà degli anni Cinquanta e che a metà degli anni Sessanta la discussione su questo tema è stato un non trascurabile evento della filosofia italiana, che continua tuttora a essere vivo? Egli non è uno di quegli sprovveduti che non vedono relazioni tra fisica e filosofia: nella prima pagina del suo libro (di grande interesse e avvincente) scrive che “ben pochi pensatori, nelle epoche successive, hanno preso sul serio le idee di Parmende; io invece sosterrò che l’eterno fluire eracliteo… non è che una radicata illusione”.
Dirò allora al professor Barbour che qui in Italia, da mezzo secolo, quelle idee sono state prese molto sul serio non solo da me,ma anche da chi ha creduto di dover dissentire. E sono certo che al professore non interessa favorire quella sorta di incompetenza che c’è all’estero intorno alla filosofia italiana.

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 Emanuele Severino  risponde ad Heidegger (e al pensiero debole che ne segue le orme)  in Oltrepassare, Adelphi, 2007, pp. 319-320. Citazione estratta e proposta da Vasco Ursini

Un confronto tra Heidegger e Severino

Da uno studio comparato tra il pensiero di Heidegger e Severino si ricava l’obiezione che Heidegger rivolgerebbe a Severino (che è la stessa obiezione del pensiero contemporaneo che segue quello di Heidegger). L’obiezione può essere così formulata: il pensiero di Severino permane nella “logica” dell’ente e del ‘sub-stratum’, del significato e non del significare, della ‘ratio’ nel senso “moderno” del termine.
Severino ad Heidegger (e al pensiero debole che ne segue le orme) risponde così:

“L’ “ente” e l’ “essere” – inteso quest’ultimo come “percipi”, “apparire” – ( che per Heidegger costituiscono la differenza ontologica) hanno in comune l’essere dei ‘significati’, giacché se per Heidegger il significato “ontico” differisce dal “senso” dell’ “essere”, tuttavia “significato” e “senso” hanno in comune quel più ampio senso del significare che si oppone all’assoluta assenza di significato o di senso, cioè al niente, al ‘nihil absolutum’. Ma questo più ampio senso del significare, che anche Heidegger ha lasciato sullo sfondo, non può essere l'”apparire” ( che è appunto una dimensione parziale di quel senso – tanto che per Heidegger l’ “essere” è finitezza) -, e nemmeno l'”ente” in quanto contrapposto all’ “apparire”, ma è l’essente in quanto essente, e pertanto la totalità dell’essente, che nel cerchio dell’apparire del destino è l’ ‘esser sé dell’essente’, e pertanto è il non contraddicentesi esser sé dell’essente in quanto apparire della totalità infinita degli essenti”.
(Emanuele Severino, Oltrepassare, Adelphi, 2007, pp. 319-320).

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Emanuele Severino: “L’Europa è nata vecchia. Il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente” – di Antonio Gnoli, in Repubblica.it 19 marzo 2017

“Tutte le grandi figure della storia europea – da Alessandro Magno, passando per l’Impero romano, e via via per il cristianesimo e il cattolicesimo – sono dei tentativi di unificazione. Mostrano la volontà di superare la separatezza delle cose. La stessa filosofia, quando si allontana dal mito, intende indicare un principio unitario. Anche la scienza nasce come volontà di unificazione del mondo fisico. Lo stesso capitalismo intende abbattere le barriere e i confini e porsi come visione globale del mondo”.

Cosa non funziona in questi tentativi?
“Non funziona l’idea che ci possa essere una forma storica così persuasiva e forte da impedire la dissoluzione delle cose del mondo. A un certo punto della storia del pensiero filosofico qualcuno si renderà conto di questa impossibilità”.

Chi?
“Ho usato spesso un’immagine: il “sottosuolo filosofico dell’Occidente”. Un luogo abitato da pochissimi pensatori. Tra questi il nostro Leopardi, Nietzsche, Dostoevskij. Essi mostrano l’impossibilità di ogni eterno, di ogni unità definitiva del mondo”.

tutta l’intervista qui:

Sorgente: Emanuele Severino: “L’Europa è nata vecchia. Il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente” – Repubblica.it

citazione da Emanuele Severino, ‘Ancora sul senso del discutere’, in ‘La potenza dell’errare, Rizzoli, 2013, pp.178-180

Di ‘tutti’ i miei possibili critici, (dunque, oltre che di quelli passati e presenti, anche di quelli futuri) va detto che ‘tutti’, con maggiore o minore potenza sviluppano il Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti. Questa affermazione non suona paradossale se si tiene presente […] che ‘tutte’ le possibili critiche al Contenuto dei miei scritti sono, tutte, sviluppi, più o meno rilevanti, di quel Contenuto (una parola, questa, che va con la maiuscola, “miei scritti” andando invece con le minuscole).

Quel Contenuto è infatti la verità, il ‘destino della verità’. Immodesto non sono “io”, immodesta è la verità che ne ha il diritto perché non è cosa modesta e attira a sé il linguaggio imponendogli di testimoniarla. Ritorniamo brevemente su questi temi.
La verità è sola in quanto nega l’errore. Senza errore non c’è verità. L’errore con-ferma, la verità la rende ferma, nel senso che essa ha “il cuore che non trema” – per usare una espressione di Parmenide – solo in quanto mostra che essa è e significa “errore” e la necessità di negarlo. Essa vive, eterna (e l’uomo ne è l’eterno apparire), solo in quanto l’errore vive; ed è tanto più concreta quanto più l’errore è concreto e fiorisce ed è robusto, coerente, razionale, suggestivo, cioè quanto più sviluppa la ricchezza che gli compete. […]
In questo senso va detto che tutti i critici e tutte le possibili critiche al Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti, sono, di quegli scritti, sviluppi, e spesso originali. Anche tutte le critiche che possono essere mosse a proposito del discorso che qui si è appena fatto intorno al rapporto tra verità e errore, agli escavatori dell’errore e della verità, e alla loro indispensabilità. La magnificenza dell’Occidente, che ormai conquista la terra, è il tempo dell’errore, della sua fioritura e del suo trionfo. Ma la verità non abbandona a sé stesso l’errore; esso cresce secondo le leggi della verità.
L’errore cresce secondo le leggi della verità anche perché ogni obbiezione che si possa fare a quel Contenuto (e ignorarlo è la forma preminente della negazione di esso) è convinta di affermare qualcosa che ‘differisce’ da tale Contenuto. Non solo, ma crede anche che il fatto di ‘differire’ non sia cosa di poco conto. E infatti è di tantissimo conto. Il Contenuto di cui si sta parlando è infatti la manifestazione del senso autentico e della necessità del differire dei differenti. E’ il punto infinitamente più stabile di quello che ad Archimede sarebbe bastato per sollevare la terra. Ben vengano dunque, daccapo, le obbiezioni, purché intendano essere per davvero obbiezioni; ossia intendano ‘differire’ da ciò contro cui obbiettano e tengano quindi in gran conto la ‘differenza’ dei differenti e l’impossibilità di negarla. E, una volta che avranno fatto tutto questo, capiranno di tenere in gran conto proprio quel Contenuto contro il quale essi vorrebbero andare.
Gli scavatori dell’errore sono gli erranti – e come individui tutti sono erranti, anche quelli che scavano la verità. Nel tempo dell’errore – un tempo che coincide con il tempo dell’ “uomo”, cioè con l’uomo quale è inteso all’interno della terra isolata dal destino della verità -, l’errore crede di conoscere ciò che ai propri occhi appare come errore; e si crede capace di distinguere questo, che gli appare come l’errore, dall’errante. Ma là dove domina l’errore che è tale agli occhi della verità, ed esso dice di voler combattere e distruggere ciò che ai suoi occhi è errore, ma non l’errante, là è inevitabile che ci si convinca che il fiorire degli erranti finisce con l’essere il fiorire dell’errore ai danni di ciò che è ritenuto verità, e si finisca col condannare, e punire e distruggere anche gli erranti.

Questa confusione tra l’errore e l’errante attraversa tutta la storia del mortale. Eppure anch’essa contribuisce alla costituzione della concretezza dell’errore. Tutta la storia della sofferenza umana è richiesta da tale concretezza. Il destino della verità è destinato a oltrepassarla (cfr. ‘La Gloria’, Adelphi 2001; ‘Oltrepassare’, Adelphi 2007; ‘La morte e la terra’, Adelphi, 2011).
(Lo scritto è tratto da: Emanuele Severino, ‘Ancora sul senso del discutere’, in ‘La potenza dell’errare, Rizzoli, 2013, pp.178-180).Sorgente: (7) Amici a cui piace Emanuele Severino

Vasco Ursini,”Vivere” è credere: citazioni da Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, p. 114

Per vivere è necessario credere, ma credere è restare isolati dal destino della verità e, dunque, credere è errare. Non c’è via d’uscita da questa triste condizione?

Sì che c’è una via d’uscita, perché – scrive Severino – “l’uomo non è soltanto “vita”, cioè credere ed errare. E’, nel finito, l’eterno apparire del destino. La vita, cioè la fede, appare all’interno della verità”. (Cfr. Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, p. 114).

Severino aggiunge: “Se l’esser uomo coincidesse col credere, sarebbe soltanto un credere anche l’affermazione che vivere è credere – l’affermazione nella quale si riconosce peraltro gran parte della cultura non solo filosofica del nostro tempo. E invece, nell’apparire della verità non smentibile del destino, tale affermazione non è un credere, ma una verità non smentibile” (Ibidem).

Ed ecco la conclusione di Emanuele Severino di questo suo essenziale pensiero:

“Lungo la storia dell’Occidente la “verità” non è riuscita ad essere la verità non smentibile del destino, che appare peraltro nel fondo più nascosto di ogni uomo. A volte il linguaggio la testimonia; la chiama, appunto, “destino della verità”. E come la vita crede che l’uomo esista e agisca nel mondo e sia l'”autore” dei linguaggi che parlano del mondo, così crede anche, a volte, che quella testimonianza sia l’agire di “qualcuno”, che qualcuno ne sia L'”autore” (Ibidem).

PENSARE IL PRESENTE. La filosofia e le sfide del nostro tempo, a cura di Massimo Carbone e Damiano Cavallin – pubblicato da Diogene Multimedia. Il libro raccoglie gli interventi presentati nella prima edizione del Festival Pensare il presente

Indice

  1. Introduzione (di Massimo Carbone e Damiano Cavallin)
  2. Pensare la filosofia
    1. Filosofia e tempo presente (di Luigi Vero Tarca)
    2. Il piacere della filosofia (di Enrico Berti)
    3. A cosa serve la filosofia oggi? (di Emanuele Severino)
  3. Pensare le donne
    1. Filosofia della differenza (di Laura Candiotto)
    2. Sull’uso del corpo delle donne (di Lorella Zanardo)
  4. Pensare il potere
    1. Filosofia, menzogna e potere (di Igor Cannonieri)
    2. Politica e menzogna (di Franca D’Agostini)
  5. Pensare il nichilismo
    1. Introduzione al nichilismo (di Antonio Sansone)
    2. Leopardi e il nichilismo (di Massimo Donà)
  6. Pensare il dolore
    1. La filosofia e il dolore (di Damiano Cavallin)
    2. Il Nulla e l’Oriente (di Marcello Ghilardi)
    3. La pienezza del Nulla in Schopenhauer (di Michele Falaschi)
    4. Psichiatria fenomenologica e dolore dell’anima (di Massimo Carbone)
  7. Pensare l’economia
    1. Filosofia, economia e alienazione (di Damiano Cavallin)
    2. La crisi economica e la sua origine (di Andrea Baranes)
  8. Pensare la natura
    1. Come sopravvivere allo sviluppo? (di Gianni Tamino)
  9. Pensare la musica
    1. Filosofia e musica (di Daniele Goldoni e Attilio Pisarri)

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La filosofia, se vuole rimanere viva, non può che guardare al presente, rifiutando di rinchiudersi in una torre d’avorio lontana dal mondo. Con una metafora platonica, potremmo dire che il filosofo deve, come Socrate, essere simile al tafano, capace cioè di punzecchiare i suoi concittadini ponendo domande radicali e indiscrete.
Pensare il presente è, probabilmente, l’impresa più difficile, perché ci obbliga a riflettere, aperti al dialogo tra molte discipline e punti di vista, sulle questioni che appaiono oggi più urgenti: dalla crisi economica al disagio interiore, dal ruolo delle donne all’emergenza ambientale, dalla manipolazione della verità ad opera del potere alle trasformazioni, non sempre indolori, del nostro orizzonte culturale.
Ma è anche un’impresa necessaria, se si vuole essere attori del proprio futuro e non pedine di un gioco che non riusciamo a comprendere.

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Massimo Carbone insegna filosofia e scienze umane nella scuola secondaria superiore. Ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove si è laureato con il Prof. Mario Ruggenini, al cui insegnamento deve principalmente la propria formazione.
È membro dei Direttivi dell’AISUM (Associazione per l’insegnamento delle scienze umane), dell’Associazione Pensare il Presente e collabora con la Sezione trevigiana della SFI. I suoi principali interessi sono la filosofia contemporanea, la tradizione ermeneutico-fenomenologica, lo Storicismo tedesco, la revisione critica del marxismo (a partire dall’interpretazione di G. Della Volpe e L. Colletti) e la psichiatria di orientamento fenomenologico-esistenziale. È autore di un breve saggio intitolato Psichiatria e fenomenologia (2014), in cui è indagata in particolare la prospettiva di Eugenio Borgna, reperibile in prismi.wordpress.com a cura di Alessandro Bellan.

Damiano Cavallin è docente di filosofia, storia, scienze umane e sostegno nella scuola secondaria superiore. Affianca all’attività scolastica numerose iniziative per la divulgazione della filosofia, attraverso conferenze, corsi serali ed altri eventi culturali. Sin dalla sua fondazione è Direttore del Festival filosofico Pensare il presente, Presidente dell’AISUM e della Sezione Trevigiana della SFI. Si occupa in particolare di logica e teoria dell’argomentazione, filosofia dell’arte, pensiero buddhista e psicanalisi. Ha realizzato numerosi materiali didattici, rendendoli disponibili gratuitamente in rete. È autore di Logica aristotelica: un percorso di esercizi (2007) e, assieme a Roberta Gaion, di I perché di Arturo: giochi filosofici per bambini curiosi (2016).

Sorgente: Pensare il presentePensare il presente – Libro con Download gratuito

Emanuele Severino, L’attualità di Parmenide, l’illusione del divenire, gli orizzonti della scienza moderna – intervista di Gianluca Barbera in IlGiornale.it, 15.3.2017

L’attualità di Parmenide, l’illusione del divenire, gli orizzonti della scienza moderna: il filosofo spiega i fondamenti del suo pensiero e come le convinzioni false che dominano la storia siano alla base della crisi di oggi

vai al seguente articolo:

Sorgente: “Tecnica e follia Vi racconto l’eterno tramonto dell’Occidente” – IlGiornale.it

Emanuele Severino, Il contrasto tra l’Io del destino e l’io dell’individuo, da Intorno al senso del nulla, Adelphi, MIlano 2013, pp. 2010-2011. Citazione proposta da Vasco Ursini

Anche se “io” sono una volontà di testimoniare il destino, io credo ‘di più’ e ‘più spesso’ nelle cose in cui comunemente si crede che non nel “destino della verità” – credo di più nelle cose in cui ‘credo’ che comunemente si creda, cioè nel “senso comune” (ossia in ciò che credo che sia il “senso comune”, e che non ha eccessive difficoltà a credere nella scienza), nella “vita quotidiana”: credo di più e più spesso nei contenuti della terra isolata, dalla quale sono spesso completamente avvolto: sono spesso assalito dal dubbio che il “destino”, che peraltro voglio affermare, non sia altro che una mia costruzione arbitraria e che alla fine il nulla non risparmierà nessuno e nessuna cosa; ciò che, nel linguaggio con cui intendo testimoniare il destino, viene chiamato “terra isolata” e “nichilismo” è una grande sebbene disperante tentazione – anche se a volte, invece, la letizia mi invade per ciò che in quella testimonianza si dice.
Ma questa lunga frase (che potrebbe essere arricchita indefinitamente nella direzione da essa tracciata) non smentisce tutto quanto è affermato nei miei scritti?
Per nulla; anzi ne è la piena conferma.
Perché nel destino – cioè nel mio esser Io del destino – appare con necessità che chi è convinto del contenuto di questa frase è il mio esser io empirico nella sua appartenenza alla terra isolata e nel suo essere in vario modo avvolto dalle forme sapienziali in essa presenti.
“Io credo di più nella vita quotidiana che non nel destino della verità”. E infatti l’io empirico è fede, e non può che “credere”. E “crede” non solo quando crede di più in quel che comunemente si crede, ma anche quando “crede” (con o senza la “letizia” a cui sopra si è accennato) nel destino e non nei contenuti della terra isolata. In entrambi i casi questo io è nella non verità della fede, nella non verità in cui egli consiste.
Invece il mio esser Io del destino – la struttura originaria del destino – non crede di essere l’apparire del destino della verità, non crede in nessuno dei contenuti del destino che il linguaggio testimoniante il destino va indicando, non crede in nulla. E nemmeno questa è una smentita di quanto viene affermato nei miei scritti, ma ne è una conferma. Perché il destino (il mio, come ogni altro, esser Io del destino) è tale proprio perché è essenzialmente al di là e al di sopra della fede. Non crede in nulla perché è l’apparire della verità. Esso, che è il più vicino perché è ciò rispetto a cui si istituisce ogni vicinanza e lontananza, è l’autentico “Altro” dagli umani e dai divini della terra isolata.
(Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, MIlano 2013, pp. 2010-2011).

Emanuele Severino, .. accade, in ampi settori della nostra cultura, che prima si dichiari il proprio rifiuto di ogni verità assoluta e poi si pretenda che la democrazia abbia una verità assoluta …, in “Studi di filosofia della prassi” (1984), p. 379

“Dobbiamo guardarci in faccia: viviamo in un’epoca in cui non si crede più in Dio: non facciamo allora i bigotti della democrazia! Gli dèi sono morti e si può ben pensare anche alla malattia e alla morte della democrazia! Da questo punto di vista, se al di sotto delle parole «valore formale» e «valore sostanziale» della democrazia va rintracciata la vecchia espressione «verità assoluta», allora nemmeno la democrazia, come ogni «valore assoluto» appartenente alla storia dell’Occidente, può avere un «valore formale» o «sostanziale». Invece accade, in ampi settori della nostra cultura, che prima si dichiari il proprio rifiuto di ogni verità assoluta e poi si pretenda che la democrazia abbia una verità assoluta.”

Emanuele Severino, “Studi di filosofia della prassi” (1984), p. 379