ANDREOLI VITTORINO, Homo stupidus stupidus. L’agonia di una civiltà, Rizzoli editore, 2018. Indice del libro

Manzoni, il sacro e l’eternità, le riflessioni di Emanuele Severino. Testo raccolto ed elaborato da Vera FISOGNI, in occasione del Premio Alessandro Manzoni, Lecco, 26 ottobre 2012

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leggi qui:

https://docs.google.com/viewer?url=http%3A%2F%2Fantemp.files.wordpress.com%2F2012%2F10%2Fconversazione_con_severino.pdf

nel seguente link c’è l’AUDIO :

Emanuele Severino, SUL SACRO, AUDIO in occasione del Premio Alessandro Manzoni, Lecco, 26 ottobre 2012

 

Emanuele Severino, SUL SACRO, AUDIO in occasione del Premio Alessandro Manzoni, Lecco, 26 ottobre 2012

ANTOLOGIA del TEMPO che resta

Emanuele Severino sul SACRO: 

Qui la bella

DISPENSA della giornalista/filosofa  Vera Fisogni  

connessa all’articolo “Severino e Manzoni: dialogo a distanza alLa ricerca del  Sacro”, pubblicato sulla Provincia di Como e di Lecco del 26 ottobre 2012, pagg 42-43:

Questo ricordo è associato al  mio Diario dell’intero pomeriggio:

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L’oltrepassare, Emanuele Severino, Lezioni milanesi Il nichilismo e la terra, Mimesis edizioni, pp. 161-162

L’oltrepassare

Un primo senso dell’oltrepassare è il comparire e lo scomparire degli eterni. Un secondo senso dell’oltrepassare è il nostro aver già da sempre oltrepassato il nostro essere umano. Avevamo introdotto l’osservazione per cui ognuno di noi non solo è già da sempre oltre l’uomo, ma oltre qualsiasi forma che il dio ha assunto lungo la storia dei mortali. Il terzo senso dell’oltrepassare è il tema della Gloria. […]
I titoli degli ultimi due incontri sono “apparire” e “terra”. […] “Apparire”, che non è “apparenza”, è il manifestarsi di ciò che è. Non è apparenza, quindi non è neanche fenomeno. “Fenomeno”, pensiamo a Kant, è l’immagine soggettiva che non può essere confusa sulla realtà, la cosa in sé (Ding an sich), come ciò che esiste indipendentemente dall’esser uomo e dalla coscienza che può averne. L”apparire non è l’apparenza o il fenomeno, perché il fenomeno è questo che appare, questo mondo che appare. Questo mondo che appare è il ‘cogitatum’ di cui parlava Cartesio. Quando Cartesio dice “cogito” e “cogitatum”, si riferisce a ciò che appare, che si manifesta. La differenza rispetto alla filosofia premoderna è che questo che appare è, insieme, ciò che esiste indipendentemente dalla coscienza umana.
(Emanuele Severino, Lezioni milanesi Il nichilismo e la terra, Mimesis edizioni, pp. 161-162).

Il senso dell’eternità nel pensiero severiniano, Emanuele Severino, Lezioni milanesi Il nichilismo e la terra, Mimesis edizioni, pp. 124-126

Il senso dell’eternità nel pensiero severiniano

In Severino il senso dell’eternità non è più quello che compete all’eternità dell’Occidente: il senso dell’eternità è ‘l’eternità dell’essente in quanto essente’. Il contenuto del discorso che stiamo facendo è allora il contenuto del destino, la cui negazione è negazione di sé stessa. Ci troviamo nella dimensione dell’ ‘elenchos’. La negazione è negazione di sé stessa, nel senso che si fonda su ciò che essa nega. Se si nega ciò che appare, lo si nega in quanto appare. Negare ciò che appare significa, innanzitutto, avere davanti ciò che appare. E dove sta l’autonegazione? L’autonegazione sta nel fatto che la condizione di negare ciò che appare è l’apparire di ciò che si nega. Nego che quella parete sia bianca: la negazione si riferisce a quella parete o a qualche altra cosa? Si riferisce a quella parete. Allora, per poter negare la parete bianca, è necessario che la parete bianca appaia. Altrimenti la negazione non avrebbe ciò rispetto a cui esser negazione. Si nega che quella parete sia bianca; ma, per negare che quella parete sia bianca, deve apparire la parete bianca. Altrimenti non si negherebbe quella parete bianca. ‘La condizione per poter negare che quella parete sia bianca è l’apparire della parete bianca, dove l’apparire è il fondamento della negazione’. La negazione si fonda su ciò che essa nega. Fondandosi su ciò che essa nega, essa è negazione di sé stessa. È autonegazione.
‘Si tratta allora di chiedere: noi siamo o non siamo “uomini”? Tutti noi, io per primo, presumibilmente (su questo “presumibilmente” avrò da dire qualcosa) anche gli altri, siamo convinti che le cose divengano altro. Questo nostro essere convinti è il nostro essere uomini. Siamo uomini? Certamente. Ma non solo. Dicevo prima: l’essere uomo è eternamente oltrepassato. Da che cosa? Dal destino. Noi siamo l’eterno apparire del destino. Il destino, cioè l”apparire dell”esser sé dell’essente, la cui negazione è autonegazione, è un essente o un nulla? È un essente. È estremamente non nulla, è essente, quindi è eterno. […].
Quindi, che cosa siamo noi, che cos’è ognuno di noi? È ‘il contrasto tra la nostra persuasione che il mondo sia diventar altro – quindi tra il nostro essere uomo – e l’apparire del destino, cioè l’apparire della follia dell’essere uomo, dove la follia prevale sul destino.
(Emanuele Severino, Lezioni milanesi Il nichilismo e la terra, Mimesis edizioni, pp. 124-126).

Una straordinaria lacuna nella nostra cultura, Emanuele Severino, Lezioni milanesi Il nichilismo e la terra, pp. 51-52

Una straordinaria lacuna nella nostra cultura

Se oggi c’è una straordinaria lacuna nella nostra cultura, questa riguarda proprio la nascita di quella che è la categoria decisiva dell”Occidente: un sapere che né uomini né dei possono smentire. Un ‘sapere’, ovvero il ‘concetto di un sapere’ che non può essere smentito né dalla variazione dei tempi, né dalla variazione dei costumi, né dal cambiamento del modo di essere dell’uomo. Nemmeno da un dio onnipotente, tantomeno dalla potenza degli uomini. Un sapere che sia assolutamente incontrovertibile e che giustamente i Greci chiamano ‘episteme’, perché ‘episteme’ vuol dire “stare sopra” […] ciò che vorrebbe spostare lo stante, […] lo ‘stare’ in modo da controllare gli elementi destabilizzanti.
(Emanuele Severino, Lezioni milanesi Il nichilismo e la terra, pp. 51-52).

“Ciò che se ne va scompare per un poco. Ma poi, tutto ciò che è scomparso riappare” (Emanuele Severino)