il blog IL PENSIERO FILOSOFICO DI EMANUELE SEVERINO, a cura di Vasco Ursini”, è citato sulla voce “Emanuele Severino” di Wikipedia – Wikiwand, 20 Novembre 2017

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Emanuele Severino – Wikiwand

“Lei è sereno?” risposta di Emanuele Severino, segnalata da PierLuigi Furlanetto, da una intervista di Emanuela Zanotti, in Giornale di Sicilia, 1983

Mi pare interessante il testo di una intervista fatta a Severino, di cui riporto qui solo poche righe, sperando che la citazione risulti opportuna (PierLuigi Furlanetto in https://emanueleseverino.com/2017/11/19/emanuele-severino-breve-comunicazione-su-imparare-a-vedere-oltre-la-morte-per-amare-la-vita-2014/):

“D. Lei è sereno?
R. Penso di no.
Intravedo affinità tra il significato di questa parola e la verità. Quando parlo di serenità penso a una giornata di sole, col cielo terso, cioè a quella condizione di luce che permette di vedere le cose, di percepire i colori. È la serenità che ci consente di guardare in faccia cos’è la giustizia, la temperanza, concetti peraltro ombrosi. Solo quando c’è luce si può andare per i cammini oscuri.
Come individuo sono poco sereno, però la filosofia è il luogo della serenità e della chiarezza. Un uomo che vuole essere se stesso stabilisce una differenza tra sé e le altre cose gettando un’ombra.
Il portarsi verso se stessi è l’opposto dell’apertura della serenità. Proprio in quanto esseri pensanti non ci è data la possibilità di sentirci sereni. Così come, proprio in quanto siamo individui, non ci è data la possibilità di stare al di fuori dell’errore.”
Intervista di Emanuela Zanotti a Severino, in Giornale di Sicilia 1983.

Vasco Ursini, L’individuo e la verità e il senso della necessità, Con citazioni di Emanuele Severino in: La struttura originaria’, Introduzione 1979-81

 

Vasco Ursini

Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino in cui si afferma che la verità incontrovertibile non è il prodotto di un individuo, cioè non è qualcosa di cui l’individuo sia l’autore, e che ogni “io” della terra isolata, in quanto non è l’apparire del destino della verità non può capire, non può conoscere la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”:

“La Necessità”, (cioè l’esser sé di ogni essente nel suo mostrarsi come ciò la cui negazione è autonegazione) “che già da sempre si apre al di fuori dell’isolamento della terra e della storia dell’Occidente, non è una dottrina che passi da uno a un altro, e non è nemmeno qualcosa di “capito” da uno o da molti. In quanto “capita” da uno o da molti diventa semplicemente la “prospettiva” di uno o di molti, qualcosa che non può essere la Necessità. La testimonianza della Necessità può avere un “ascolto”. Ma, se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere “uno di noi”, un mortale o un dio, non può essere “il mio prossimo”. Se la Necessità non può essere ciò che “uno” ha scoperto, e che dunque ha scoperto e che dunque sta entro i limiti dello sguardo di quest’uno, la Necessità non può essere nemmeno ciò che “un altro” o “altri” ascoltano. Se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere che la Necessità stessa. L’ascoltarsi è daccapo il suo apparire”.(‘La struttura originaria’, Introduzione 1979-81, p. 98).

Ma allora chi può conoscere la verità? A rispondere è Severino:

“Se ora “io” ne sono l’apparire (la conosco) – se cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, e esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino, ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e “gli altri”. (‘Discussioni intorno al senso della verità’, p. 80)

Emanuele Severino, Il fondamento e la storia del fondamento, da un post di Giorgio Amendola, segnalato da Vasco Ursini. Citazione da: “La struttura originaria”, Cap. 1 “L’esposizione della struttura originaria”, par. 4 “Il fondamento e la storia del fondamento”

“Le negazioni accadute (…) si distinguono all’interno del sistema delle negazioni possibili, dalle negazioni non accadute, per quel tanto che le prime sono oggetto di una cura, di un interesse, di un appassionamento, per cui o la base logica sulla quale tali negazioni si appoggiano viene considerata come il fondamento stesso, o, in generale, esse divengono, in quanto tali, contenuto di una certezza.

E appunto in ciò consiste “l’astuzia della ragione”: nell’impegnare a fondo l’individuo (chè l’individuo è appunto quella cura, quell’interesse, quell’appassionamento), facendogli apparire l’opera o il compito che gli è affidato, come positivo e come l’intero dell’opera, del compito: anche quando si tratta di un negativo, o di un momento del positivo (…) la posizione del fondamento implica essenzialmente il toglimento della negazione del fondamento; o che questo si realizza come apertura originaria della verità solo in quanto è in grado di togliere la sua negazione, e quindi solo in quanto sta in relazione con questa. Sì che il fondamento è posto solo in quanto la negazione è posta (come tolta) (…) il contenuto posto è il fondamento appunto in quanto mostra (è posta) la sua capacità di togliere assolutamente la sua negazione (…) questa negazione non è un’astratta universalità, ma è il sistema concreto delle negazioni possibili. E questo sistema è appunto la storia possibile del fondamento (…) poiché il fondamento è tale solo in quanto implica come tolta la propria negazione, questo sistema di negazioni è dunque essenziale al fondamento (…) Se il fondamento implica negativamente la sua negazione, non può infatti essere indifferente al concretarsi di questa (…) In quanto il fondamento si impegna essenzialmente con la sua storia, l’ “eternarsi” del fondamento coincide essenzialmente col suo “storicizzarsi”. Se la storia del fondamento è il concretarsi dell’universalità della sua negazione, è infatti in rapporto allo sviluppo della negazione che il fondamento esercita il suo valore. La condizione della possibilità di uno sviluppo storico del sapere filosofico sta appunto in questa struttura, per la quale il fondamento – e ogni posizione logica che su questo si appoggia – implica (negativamente) il concreto della sua negazione (…) E’ dunque rispetto allo sviluppo della negazione (fenomenologia dell’errore) che il fondamento si tien fermo. Ma il tenersi fermo in relazione allo sviluppo della negazione è anche un movimento – movimento della negazione di ciò che via via insorge contro il fondamento (movimento della negazione della processuale negazione del fondamento) – sì che per questo lato il fondamento è svolgimento, novità, progresso.”


(E. Severino “La struttura originaria”, Cap. 1 “L’esposizione della struttura originaria”, par. 4 “Il fondamento e la storia del fondamento”)

L’individuo e la verità. Dalla introduzione di Giulio Goggi , Emanuele Severino, Lateran University Press, Roma 2015

 

 

Eraclito afferma che la “sapienza” si ottiene “non dando ascolto a me, ma al ‘logos’ ” (fr. 50). Pensare che la verità sia ciò che si apprende da un “individuo” significa essersi lasciati alle spalle la verità. Ricordo che a lezione Severino diceva: “Se la verità fosse qualcosa di scoperto o di inventato dal sottoscritto, loro sarebbero autorizzati ad alzarsi e ad uscire dall’aula. Non varrebbe la pensa soffermarsi sulle pagine della “mia” produzione teorica. E poi spiegava: “Se “io” che penso la verità non sono la verità, e cioè sono “non verità”, allora dicendo che a pensare la verità sono “io”, come individuo storicamente determinato, è come se dicessi che la “non verità pensa la verità”.
Ma la verità non può essere neppure ciò che si ottiene a partire da una situazione in cui se ne è privi, né ci può essere qualcosa come un percorso che conduca alla verità perché tale percorso, dovendo ad essa condurre e dunque distendendosi al di qua della verità, sarebbe un trovarsi ancora al di fuori della verità, ossia un errare, un allontanarsi da essa. [ … ]
Se il tema della verità sta al centro del discorso di Severino, al centro di questo centro sta dunque la tesi inaudita dell’eternità dell’ente in quanto ente implicata dall’apparire dell’incontrovertibile esser sé dell’essente. [ … ]
Ma proprio perché dell’incontrovertibile si andrà a parlare, si ripresenta la questione: l’apparire della verità può essere la coscienza che “uno”, un individuo collocato in un certo contesto, ha della verità?. Severino dice: “Può essere “di qualcuno” il pensiero che pensa l’incontrovertibile?”. Lo stesso Severino parla del “dono” della testimonianza del destino che, ad un certo punto, si è fatta innanzi nei “suoi” scritti, precisando però che quella utilizzata non è “espressione scioccamente immodesta perché non è il mio esser “uomo” a ricevere il dono. Il donante è il destino ed è ancora il destino – il mio esser Io del destino – ad aver ricevuto quel dono (che non è una grazia perché è necessità che il destino doni tutto ciò che egli dona”.

“Politica, filosofia e vita di fronte alla morte”. Emanuele Severino, Mina Welby e Pier Luigi Bersani a Padova dal 2 al 4 novembre 2017

 

Più che dalla morte in sé, le persone sono terrorizzate dalla costante minaccia del vivere morendo, che causa perdita di dignità e rispetto di se stessi. Vedere il decorso della malattia rende evidente la morte nella sua inesorabilità, per questa ragione si vive la quotidianità rimuovendo quel terrore, ma, quando si giunge al termine, gli individui non sono preparati emotivamente e concettualmente ad affrontarla. Mancano cioè un significato da attribuire alla morte e un riconoscimento esplicito che essa fa parte della nostra evoluzione.

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In Occidente, se si chiede alle persone quale fine preferiscano, la risposta è “morire improvvisamente”, oppure “morire nel sonno”, in altre parole, senza alcun avvertimento. Chiedendo in particolare cosa temono, solitamente rispondono “una lunga malattia o una condizione in cui mi sia progressivamente e sempre di più tolta la libertà e il potere di fare ciò che desidero”.

Potrebbe interessarti: http://www.padovaoggi.it/eventi/politica-filosofia-morte-bersani-padova-2-4-novembre-2017.html
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“Politica, filosofia e vita di fronte alla morte” Emanuele Severino, Mina Welby e Pier Luigi Bersani a Padova dal 2 al 4 novembre 2017 Eventi a Padova

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Il PENSIERO CONTEMPORANEO. Il testo è di Nicoletta Cusano (in Emanuele Severino – Oltre il nichilismo, Morcelliana, Brescia 2011) e di Emanuele Severino ( La strada, la follia e la gioia, p. 65)

Al di là della sua eterogeneità, il pensiero contemporaneo è come “una gran muta di cani che corrono tutti nella stessa direzione. Alcuni soni forti e ben fatti, altro gracili [ … ] forse a molti di loro c’è bisogno di ricordarlo, ma è chiaro che stan tutti seguendo la belva ferita” , che è la “verità definitiva e incontrovertibile. [… ] Una gran muta che è all’inseguimento non di un fantasma ma di una belva, nata in Grecia qualche secolo prima di Cristo. che fino a ieri era la regina della selva. Innanzitutto questo, infatti, è stata la filosofia, da Platone a Hegel: il tentativo di scoprire la verità assoluta” (1)

Ma chi ha ferito mortalmente la belva? Nessuno:

“Non la scienza moderna, non la società borghese, non il cristianesimo. Questi hanno solo mostrato di esser capaci a vivere senza filosofia e che anzi la filosofia è un impaccio per il modo in cui essi intendono la vita” (2)

(Il testo è di Nicoletta Cusano, C, p. 509.
(1) E. Severino, La strada, la follia e la gioia, p. 65;
(2) Ibi, p .66).

“La persuasione che la storia esiste e che l’uomo è essere storico, la persuasione che la storia è anzi l’orizzonte originario che dà senso a ogni cosa, questa persuasione è il fondamento indiscusso che costringe a riconoscere l’impossibilità di ogni sapere assoluto …” , da Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p. 127. Citazione proposta da Vasco Ursini con il titolo: Ma la storia esiste?

La persuasione che la storia esiste e che l’uomo è essere storico, la persuasione che la storia è anzi l’orizzonte originario che dà senso a ogni cosa, questa persuasione è il fondamento indiscusso che costringe a riconoscere l’impossibilità di ogni sapere assoluto.

L’unica “evidenza”, per il pensiero contemporaneo, è l’evidenza della storia. Nonostante l'”antistoricismo” del suo strutturalismo Levi-Strauss scrive che “è fastidioso oltre che inutile accumulare argomenti per provare che ogni società vive nella storia e quindi muta: è l’evidenza stessa”.

(Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p.127).

Il mendicante e la verità, da Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p.177

 

Se la verità dovesse essere cercata non potrebbe mai essere trovata (giacché chi la cerca ne è al di fuori e nella non verità e sul fondamento della non verità non si può mai arrivare alla verità). Qui si deve dire che chi la cerca non la trova e a chi bussa non sarà aperto: non solo perché cerca e bussa, ma anche perché è un singolo ‘storicamente’ condizionato – un “individuo”, una “persona umana” – a pretendere di portarsi dinanzi alla verità. Ma tutto questo sottintende l’oltrepassamento dell’antropologia dominante (che fa della verità il prodotto teorico del singolo esistente), essa stessa essenzialmente legata al pensiero dominante della nostra civiltà.

(Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p.177).