Per il filosofo Severino, Dio è un mirabile errore, il Giornale, 12/01/2003 – in Cinquantamila.it

Per il filosofo Severino, Dio è un mirabile errore, il Giornale, 12/01/2003 Quando neanche a metà dell’intervista, accenna per la settima volta alla moglie, «mia moglie qua, mia moglie là», dico a Emanuele Severino: «Ma il suo è un ossessivo amore coniugale, professore!» L’illustre filosofo neoparmenideo innesta un orgoglioso sorriso da ben maritato e ribatte: «Mi sono sposato a 22 anni. Ora ne ho 73. Faccia il conto».

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Per il filosofo Severino, Dio è un mirabile errore, il Giornale, 12/01/2003 Quando neanche a metà dell’intervista, accenna per la settima volta alla moglie, «mia moglie qua, mia moglie là», dico a Emanuele Severino: «Ma il suo è un ossessivo amore coniugale, professore!» L’illustre filosofo neoparmenideo innesta un orgoglioso sorriso da ben maritato e ribatte: «Mi sono sposato a 22 anni – Cinquantamila.it

Il filosofo Emanuele Severino nei ricordi di un’allieva

Il filosofo Emanuele Severino nei ricordi di un’allieva «Non volava una mosca, tutti attratti dalla tonalità oracolante della sua voce che rendeva il suo pensiero inaudito, catturati dalla profondità e qualità dei contenuti».

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Il filosofo Emanuele Severino nei ricordi di un’allieva

Raffaele Mancini: L’USIGNOLO DEL FOSSO

L’USIGNOLO DEL FOSSO
(poesia di Raffaele Mancini scritta in occasione di una grave malattia subita dalla moglie che ha risvegliato in lui l’amore degli anni lontani per la sua compagna di vita. Leggiamola:)
La notte
un usignolo cantava
sull’acacia del fosso
e non c’era più buio.
Ora è cessato quel
canto e nera s’è fatta
la notte.
L’acacia
ha lasciato le foglie,
sui rami e sul tronco
son rimaste soltanto
le spine
che bucano se appena
si toccano.
Ma io
abbraccerei quel tronco
e mani ferite leverei
in preghiera perché
l’usignolo
tornasse a cantare
sull’acacia del fosso.

Posso ben concepire un uomo senza mani, piedi, testa … Pascal

Posso ben concepire un uomo senza mani, piedi, testa, poiché solo l’esperienza ci insegna che la testa è più necessaria dei piedi.

Ma non posso concepire l’uomo senza pensiero.

Sarebbe una pietra o un bruto. (Pascal)

segnalato in

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libro del professore Vasco Ursini “Una filosofia per il tempo che viviamo”. Moderato e introdotto dal prof.Sandro Pasquini, alla rassegna letteraria “LibrInchiostro

Buona la prima per la rassegna letteraria “LibrInchiostro”

che ha puntato i riflettori sul libro del professore Vasco Ursini“Una filosofia per il tempo che viviamo”. Moderato e introdotto dal prof.Sandro Pasquini,

Ursini e’ entrato nel vivo del suo saggio filosofico approcciandosi con i presenti in maniera diretta e senza barriere, nonostante l’imponenza del tema affrontato.

da

https://www.facebook.com/cittaducaleinforma/

Eduardo De Filippo dedicò a sua moglie Isabella una intensa Poesia dicendole: “Sai, quando non ci sarò più, guarda bene, perché, in tanti segni, io mi paleserò e tu mi troverai”.

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“Sto ccà”
Sto, qua, Isabella, sto qua.
Che c’è? Non mi vedi?
Già, non puoi vedermi,
ma sto qua, sono in mezzo ai libri,
tra le carte antiche,
dentro ai cassetti del comò.
Mi trovi quando il sole entra di sguincio,
s’intrufola di taglio e fa brillare queste cornici dorate
d’argento grandi e piccoline di legno pregiato
acero noce palissandro mogano
sembrano finestrini e finestrelle
aperte sul mondo..
Mi trovi quando il sole si fa rosso
prima che tramonti
dipingendo d’oro i rami degli alberi
e s’infila tra le foglie
per farsi guardare.
Altrimenti mi potrai trovare
quando è notte
in cucina, per cercare qualcosa da mangiare
un pezzetto di formaggio, un’insalata,
quel poco che ti sostiene lo stomaco
e poi te ne vai a letto.
Prima della luce dell’alba poi
mi trovi alla scrivania,
con la penna tra le dita
e gli occhi al cielo,
pensando a ciò che ti ho raccontato
e non ho scritto
e chissà se non sia stato un bene
che questi pensieri si siano persi,
distratti, e stanchi di essere pensati,
che volteggiano nell’aria insieme a me.
E se guardi lassù
può succedere
che se ci sono le nuvole
mi trovi.
Il vento straccia le nuvole
e, così, come viene viene,
puoi trovare certi occhi che ti guardano.
Sotto una fronte larga larga
e lunga
e due solchi lungo il viso..
sì, li puoi trovare.

La logica riempie il mondo; i limiti del mondo sono anche i suoi limiti, in Frasi di Ludwig Wittgenstein (340 frasi) | Citazioni e frasi celebri

Ludwig Wittgenstein frase: La logica riempie il mondo; i limiti del mondo sono anche i suoi limiti. Non possiamo dunque dire nella logica: Questo e quest’altro v’è nel mondo, quello no. Ciò parrebbe infatti presupporre che noi escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, poiché altrimenti la logica dovrebbe trascendere i limiti del mondo; solo cosí potrebbe considerare questi limiti anche dall’altro lato. Ciò, che non possiamo pensare, non possiamo pensare; né dunque possiamo dire ciò che non possiamo pensare.“

Fonte: https://le-citazioni.it/autori/ludwig-wittgenstein/?q=157375&fbclid=IwAR1usrq2BvZRN7LNxgmrpn9WkLmh1E2lcb7RosNDBEwQtTKbaJjasqWEW9g

UN INDELEBILE RICORDO DI UGO SPIRITO, Vasco Ursini, Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013, pp. 7

Per tutta la vita ho sentito fortemente il bisogno di dare un senso all’esistenza. Iniziai a pormi il problema sin da ragazzo. Continuai ad affrontarlo per tutta l’adolescenza e la giovinezza. Durante gli anni universitari trascorsi a Roma, potei discutere del problema con alcuni professori della facoltà di filosofia di quell’Università cui mi ero iscritto nel 1956.
Tra questi ricordo con grande affetto Ugo Spirito che mi stimò molto per le capacità che mi attribuiva di fare dell’autentica filosofia.
Dopo aver avuto, a cominciare dal 1934, cattedre di insegnamento nelle università di Pisa, Messina e Genova, Spirito approdò all’Università La Sapienza di Roma nel 1951 in qualità di ordinario di filosofia teoretica.
Io lo conobbi nel 1957 al termine di una di quelle famose “discussioni del giovedì” che, a cominciare proprio dal 1951, egli affiancò alle sue lezioni anno dopo anno. Vi partecipai a lungo con grande entusiasmo e interesse.
Ai suoi “giovedì” che si svolgevano nell’aula grande dell’Istituto di Filosofia intervenivano studenti, assistenti e anche persone di varie età, convinzione e provenienza. Egli pazientemente ascoltava tutti, rilanciava la discussione dopo ogni intervento e la guidava verso nuove prospettive conoscitive.
Quasi subito sorse tra noi una affettuosa amicizia e incominciammo a frequentarci anche al di fuori dell’università. Le nostre frequentazioni continuarono anche dopo il conseguimento della laurea e durante la mia attività di docente di lettere nelle scuole medie. Ci vedevamo anche in estate, quando lui veniva in villeggiatura nei pressi di Rieti ove aveva una casa. Le nostre frequentazioni si interruppero due anni prima della sua scomparsa avvenuta in Roma nel 1979.
Al centro delle nostre discussioni c’era sempre, tra gli altri, il problema se sia possibile per l’uomo scorgere la Verità incontrovertibile. Ero io a porgli il problema perché credevo in quella possibilità.
Spirito in quegli anni era appena passato dal problematicismo all’onnicentrismo. Era dunque su posizioni che negavano quella possibilità e tuttavia era sempre disponibile ad accogliere come argomento di discussione quello posto dal suo interlocutore, anche se esso contrastava, come nel nostro caso, con quelle che allora erano le sue convinzioni.
Il tratto distintivo del suo pensiero consisteva infatti nella curiosità e nel rispetto per qualsiasi posizione. Non esisteva per lui una parola definitiva ed era fortemente convinto che la ricerca della verità dovesse essere praticata con continuità senza tentennamenti o rinunce.
Per questo tratto distintivo del suo carattere Spirito esercitò una grande influenza su di me. Fu lui a pormi nella condizione di non mollare mai nella ricerca della verità. Fu lui a insegnarmi che ogni ricerca filosofica va condotta “con l’occhio rivolto unicamente alla verità cui si anela, senza subordinarla a nessun presunto valore, a nessuna autorità, a nessuna pressione del senso comune e della forza della tradizione”.
Dopo la sua scomparsa, la mia ricerca della verità è diventata ancora più serrata e convinta, nonostante l’insoddisfazione e lo sconforto che s’insinuano nell’animo quando si falliscono gli obiettivi che ci si proponeva di raggiungere.
(Vasco Ursini, Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013, pp. 7 – 😎

VASCO URSINI, IL TEMPO SECONDO MARTIN HEIDEGGER, brano tratto da: Vasco Ursini, Essere e Tempo, relazione tenuta al congresso internazionale “Heidegger nel pensiero di Severino, tenutosi a Brescia, 13-15 giugno 2019

VASCO URSINI, IL TEMPO SECONDO MARTIN HEIDEGGER
Heidegger ci dice che per comprendere l’essere occorre partire dal “tempo”, ma la sua è una concezione del tempo nuova e diversa rispetto a quella della metafisica tradizionale: la realtà dell’essere non è più presenza ma “possibilità”, e l’essere del tempo non è più il presente ma “l’esistenza”. Inoltre la determinazione fondamentale del tempo non è più il “presente”, ma il “futuro”, inteso non come “non ancora presente”, ma come “possibilità, progetto”: “Il progettarsi in – avanti nell’in – vista di se stesso”, progettarsi che si fonda nell’avvenire, è un carattere essenziale dell”esistenzialita’. Il senso primario dell”esistenzialita’ è l’avvenire”.
(Il brano è tratto da: Vasco Ursini, Essere e Tempo, relazione tenuta al congresso internazionale “Heidegger nel pensiero di Severino, tenutosi a Brescia, 13-15 giugno 2019).

Necessità dell’apparire dell’essere

« Se l’essere non apparisse, l’apparire sarebbe un niente. È dunque necessario che l’essere appaia, e che quindi appaiano quelle determinazioni, il cui apparire è richiesto dall’apparire di ogni cosa. Esse costituiscono lo sfondo di ogni ulteriore manifestazione dell’essere. Le determinazioni, di cui non si sa ancora se appartengano o no allo sfondo, danno luogo al problema della libertà. C’è libertà nell’essere? […] La possibilità non è nell’essere, ma nell’apparire dell’essere. Se vivo eternamente tutte le vite che avrei potuto vivere – se ho già da sempre deciso tutto ciò che avrei potuto decidere –, nell’apparire entra peraltro solamente questa vita che vivo. In tale possibilità risiede il fondamento della libertà dell’uomo; che dunque può essere pensato libero, solo se è pensato come l’eterno vivere tutte le vite che potrebbe vivere. »
da
Emanuele Severino, “Essenza del nichilismo”

Vasco Ursini: E’ PROPRIO IL CASO DI FARE CHIAREZZA SULLA POSIZIONE DI SEVERINO RISPETTO AL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE. Citazione da Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, pp. 251 – 255

E’ PROPRIO IL CASO DI FARE CHIAREZZA SULLA POSIZIONE DI SEVERINO RISPETTO AL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE
Sono ormai molti a ritenere che stiamo lasciando il vecchio mondo “aristotelico”, regolato dal “principio di non contraddizione” e stiamo andando verso un mondo nuovo, dove invece la contraddizione è accettata – come alcuni importanti episodi della scienza del nostro tempo stanno a confermare.
[ … ]
In un celebre dialogo di Platone, Socrate dice a Teeteto che “nessuno, e non solo chi è sano di mente, ma nemmeno chi è pazzo”, e “nemmeno in sogno”, “ha il coraggio di dire sul serio a se stesso, e con l’intenzione di persuadersene, che il bove è il cavallo, o che il due è uno”, che il bianco è nero, che una casa è un albero …, e insomma, date due cose, che l’una sia l’altra. Qualcosa (il bove) non può essere l’altro da sé ( il cavallo e tutte le cose che sono altro dal bove). Aristotele, sostanzialmente, dice che questa affermazione di Platone è “il principio più saldo di tutti”, quello che più tardi verrà chiamato “principio di non contraddizione”.
Ed è vero: a partire dagli inizi del secolo scorso questo principio è andato incontro alle critiche più radicali: da Leopardi a Nietzsche a Freud, Dewey, Wittgenstein, Heidegger; Da Dostoevskij a certe diffuse interpretazioni della dialettica hegeliana e del marxismo. alle ricerche sulla mentalità primitiva, sul mito, sull’arte; da certe interpretazioni della fisica quantistica e del principio di indeterminazione all’intuizionismo matematico e alle logiche non aristoteliche, e alle loro applicazioni non solo all’ambito delle scienze naturali, ma anche a quello delle scienze sociali.
E’ accaduto a volte che si credesse di discutere quel principio, e invece si avesse a che fare con qualcosa di diverso da esso (la questione , infatti, è più complessa di quanto qui non appaia); ma, nell’insieme, esso è rifiutato come incarnazione suprema della pretesa dell’uomo di toccare il fondo delle cose – quel fondo che nemmeno un Dio onnipotente potrebbe dissolvere.
Il rapporto del mio discorso filosofico al principio di non contraddizione è invece diverso. Non si tratta di seguire il pensiero degli ultimi due secoli che nega il valore del principio di non contraddizione, e di affermare che la realtà e l’essere sono contraddizione e dunque qualcosa di assurdo che si sottrae alla ragione. Si tratta invece di comprendere – sono trent’anni che lo dico in modo esplicito, ma in forma implicita lo dicevo già dagli anni Cinquanta – che il principio di non contraddizione non riesce ad essere quello che intende essere, cioè non riesce a liberarsi dalla contraddizione, è un principio ‘contraddittorio’. Lungi dall’essere una pretesa smodata della ragione umana, è tragicamente modesto, arrendevole e disperato, perché il bove, il cavallo, il due, l’uno, il bianco, l’uomo, il sasso, la casa, le stelle, che tale principio ha cura di non confondere tra loro, sono poi tutti da esso confusi col nulla, perché tale principio dà per scontato che le cose sorgano provvisoriamente in mezzo al nulla, per risommergervisi.
(In modo analogo: mentre la cultura contemporanea ritiene che Dio sia qualcosa di eccessivo, un’iperbole che la realtà non può contenere, si tratta invece di comprendere che Dio è troppo poco, e cioè è esso stesso l’immagine prodotta da un pensiero tragicamente modesto, arrendevole e disperato di fronte al nulla da cui Dio trae e in cui respinge le cose).
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La riflessione sul senso del “principio più saldo di tutti” è ancora ben lontana dall’essere conclusa. Se non si tratta di abbandonare il vecchio mondo “aristotelico” per andare verso quello nuovo della contraddizione, non si tratta nemmeno di ritornare al vecchio mondo. Si tratta di pensare al di là di entrambi.
(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, pp. 251 – 255)

In che modo si può ancora tentare di fare filosofia | da Vasco Ursini in Facebook

Dopo Heidegger, fare filosofia è possibile solo se chi la fa rimane attaccato alla vita, all’ “esserci”. Se ci si allontana da questo limite inevitabilmente si sprofonda nell’abisso che si intravede nel pronunciamento wittegensteiniano: ” Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere “. Se qualcuno, o anche molti, in cui spesso ci si imbatte, continuano a raccontare favole, lasciamoli al loro destino – che li obbliga al loro “bla bla” quotidiano – ma evitiamo di “ascoltarli”. Chi tenta ancora di fare filosofia tenga invece stabilmente l’occhio sulle conquiste delle scienze e le valuti secondo i canoni filosofici, imprescindibili.

(1) Amici di Emanuele Severino : https://m.facebook.com/story.php | Facebook