l’intera scala infinita appare già da sempre in ognuno di noi. Il nostro esser Io del destino è il mostrarsi di questa scala – la scala del destino della verità … , Emanuele Severino

«[…] il passo innanzi è possibile perché si appoggia al primo passo; ma non come nell’andatura dove ogni passo sembra anche cancellare quello precedente, ma […] come in una scala, dove i gradini più bassi rimangono sebbene ci siano quelli più alti, e li sostengono; anche se, stando su quelli più alti, si può vedere qualcosa che non si riusciva a vedere rimanendo su quelli più bassi. I gradini della scala sono infiniti. Il linguaggio non potrà mai percorrerli tutti. Ma l’intera scala infinita appare già da sempre in ognuno di noi. Il nostro esser Io del destino è il mostrarsi di questa scala – la scala del destino della verità»

Ritornare a parmenide

Vasco Ursini, L’essere e l’élenchos

Si è visto nelle pagine precedenti che per Severino l’essenza del nichilismo è la fede nell’esistenza del divenire, inteso come oscillazione delle cose tra l’essere e il niente.

E’ da più di un cinquantennio che egli mostra che il nichilismo, nel pensare che l’essere è stato e tornerà ad essere niente, afferma che l’essere, in quanto tale, è niente.

Secondo i suo giudizio, tutta la cultura dell’Occidente, e ormai del Pianeta, si mantiene all’interno di questa fede senza metterla mai in questione.

Egli aggiunge che tale fede, che per la cultura e l’intera civiltà occidentale costituisce l’evidenza originaria e suprema, è al contrario, l’alienazione estrema. Credere che il mondo è divenire e che nel divenire gli enti incominciano ad esistere e cessano di esistere, è, per lui, la contraddizione estrema.

Se si riesce a porsi al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, allora nello sguardo del destino appare che ogni ente è ed è impossibile che non sia, appare l’eternità di ogni ente.

Per riuscire a porsi nello sguardo del destino occorre, secondo Severino, ritornare a Parmenide e, nel contempo, ripetere il parricidio compiuto da Platone rispetto a Parmenide.

Il “parricidio” deve essere ripetuto, secondo Severino, perché Parmenide affermando l’illusorietà delle differenze del mondo distrugge il mondo: ma Platone, nel riportare le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida al divenire e dunque le intende nichilisticamente, cioè come cose abbandonate al niente e alla volontà di potenza che si propone di manipolarle per risospingerle nel nulla da cui provengono.

L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica un nuovo modo di leggere i dati dell’esperienza e di intendere l’apparire. Al di fuori del nichilismo, l’innegabile variazione dei contenuti dell’esperienza non va vista come produzione e annientamento delle cose, ma come il loro apparire e scomparire dalla dimensione dell’apparire.

Severino afferma che il nichilismo non riguarda soltanto il pensiero filosofico ma si espande alla prassi, alle forme sociali e alla storia concreta dell’Occidente. Tale storia si sviluppa all’interno della fede che l’essere è tempo.

Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola la terra (ossia la totalità di ciò che entra ed esce dalla dimensione dell’apparire) dal destino della verità. Tale fede assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto.

L’isolamento della terra, che è l’eterno che sopraggiunge con necessità nel cerchio dell’apparire del destino, non è una decisione dell’uomo, ma è l’accadimento della decisione originaria. L’isolamento della terra non è dunque una colpa o una responsabilità dell’uomo.

Il pensiero può porsi al di fuori del nichilismo solo se riesce a scorgere la verità del destino, cioè lo stare di ciò che non può essere in alcun modo negato: l’essere è e non può non essere: è eterno.

Severino chiama appunto “destino ciò che sta. Lo stante è l’apparire dell’esser sé dell’essente che è in relazione all’autotoglimento della propria negazione. Dunque il destino è ciò che sta perché la negazione di esso è autonegazione.

In relazione alla connessione tra destino e autonegazione della negazione del destino emerge il tema dell’élenchos, cioè della confutazione dei negatori del principio di non contraddizione.

Severino ci ricorda che Aristotele usa il termine élenchos nel libro IV della Metafisica per dimostrare in modo confutativo che è impossibile negare il “principio di non contraddizione” perché la sua negazione lo presuppone. Aristotele dà tre formulazioni del principio di non contraddizione, ma esse sono strutturate in modo tale che non sono tre cose diverse, ma ognuna è riducibile alle altre:

a) è impossibile che allo stesso convengano e non convengano le stesse determinazioni;

b) è impossibile che lo stesso sia e non sia;

c) è impossibile che allo stesso convengano i contrari.

Dunque l’élenchos è la confutazione di chi crede di poter negare qualcosa di innegabile.

Il principio di non contraddizione “afferma che il contenuto del pensiero è determinato; ma chi nega tale principio pensa, con la sua negazione, qualcosa di determinato; ossia la sua negazione del principio, per costituirsi, deve inevitabilmente presupporre ciò che essa intende negare. L’élenchos è appunto il rilevamento di questa presupposizione inevitabile” (Emanuele Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi, Milano 1988, p. 92).

Si deve anche dire “che l’élenchos, in quanto tale, non è già esso l’affermazione dell’eternità dell’essente. L’élenchos, in quanto tale, è l’affermazione incontrovertibile della determinatezza dell’essente. e, insieme, dell’opposizione della determinatezza al niente: il determinato – l’essente – non è l’altro da sé e quindi non è nemmeno quell’altro da sé che è il niente. Che poi il (ogni) determinato sia eterno, lo si deve dire perché se si afferma che il determinato – l’essente – non è (se si afferma un tempo in cui l’essente non è). si afferma che l’essente è niente” (Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, p. 32).

Severino, pur ammettendo che Aristotele ha il merito di avere evidenziato lo “stare innegabile” del principio di non contraddizione contro il proprio negativo, denuncia con forza che tale stare è solo formalmente identico allo “stare” del destino. Per questo Severino considera Aristotele uno dei maggiori responsabili del nichilismo perché la sua formulazione del principio di non contraddizione è la negazione più radicale di tale principio:

Infatti il principio di non contraddizione, nonostante la sua forma apparente, è la negazione di sé medesimo, ossia di ciò che intende essere: esso afferma sì che l’ente in quanto ente è incontraddittorio, ma sin tanto che l’ente è, quando l’ente è. Il principio di non contraddizione ammette cioè la possibilità di un tempo in cui l’ente non è, ossia è niente. Il principio di non contraddizione ammette la possibilità della contraddizione estrema. Esso è il modo in cui il nichilismo, nascondendosi nell’inconscio del pensiero occidentale, si maschera e si presenta  nella forma della non contraddizione” (Ibidem).

L’indifferenza del rimosso al tempo corrisponde a una delle caratteristiche fondamentali dell’inconscio, l’atemporalità. …, da Gabriele Pulli, L’inconscio come essere e come nulla. Saggio su Freud e Matteo Blanco, Liguori Editore, Napoli 1997, pp. 3-4

Ho costantemente l’impressione che da questo fatto accertato al di là di ogni dubbio dell’inalterabilità del rimosso ad opera del tempo, noi abbiamo tratto troppo poco profitto per la nostra teoria. Eppure qui sembra aprirsi un varco capace di farci accedere alle massime profondità. Purtroppo nemmeno io sono andato avanti su questo punto“.
(S. Freud, Opere di S, Freud (OSF), Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 186)

In questo passo del 1932 – non lontano dal termine del percorso del suo pensiero – Freud sembra quasi voler lasciare in eredità il compito di una riflessione sull’ “inalterabilità del rimosso”, cioè del contenuto dell’inconscio, “ad opera del tempo”, affidando ad essa la possibilità di nuove, essenziali, acquisizioni: di scoperte capaci di “farci accedere alle massime profondità”.
L’indifferenza del rimosso al tempo corrisponde a una delle caratteristiche fondamentali dell’inconscio, l’atemporalità. Ma l’indicazione di Freud si può estendere senz’altro alle altre caratteristiche dell’inconscio e, infine, alla nozione stessa di inconscio: si può dire senz’altro che l’esigenza che egli pone è, semplicemente, quella di una riflessione sull’inconscio.
E’ come se, facendo un bilancio della sua opera, egli dicesse: l’inconscio (nel suo senso psicoanalitico) è stato scoperto, ora si tratta di riflettere su questa scoperta, per giungere a nuove scoperte, ora si tratta di ‘pensarlo’.
Tra coloro che che hanno percorso la strada aperta da Freud, Ignacio Matte Blanco è stato quello che si è posto in maniera più esplicita il problema di raccogliere questo aspetto della sua eredità, quello che ha cercato con più intensità, di ‘pensare’, di cogliere, la realtà dell’inconscio, che ha sentito con un’intensità estrema: come una cosa “meravigliosa” e, insieme, “misteriosa”.
E il suo testo fondamentale, ‘L’inconscio come insiemi infiniti’ è soprattutto un’opera radicalmente aperta, attraversata da questa tensione a pensare la scoperta dell’inconscio nella forma di un problema irrisolto: un’opera che autorizza, se non esige, un ripensamento oltre se stessa”.

Emanuele Severino, Tecnica, padrona delle superpotenze, in Corriere della Sera 16 febbraio 2017

Il dibattito sui limiti dello sviluppo resta nel quadro del capitalismo e non considera il contesto storico-culturale

Due interpretazioni del mondo si sono contrapposte negli ultimi decenni. Una sostiene che la produzione industriale sta distruggendo la Terra e che procedendo di questo passo la catastrofe non è lontana; l’altra lo nega in base alla convinzione che le energie alternative saranno in grado di sventare questa minaccia. La prima rivendica il carattere scientifico della propria diagnosi; l’altra lo nega. D’altra parte l’atto di nascita della prima è il celebre rapporto I limiti dello sviluppo (1972), commissionato dal Club di Roma al Massachusetts Institute of Technology (Mit), ossia a uno dei maggiori centri di ricerca tecno-scientifica. (Gli autori ebbero in seguito a rivedere i loro risultati, ma la sostanza del rapporto è rimasta la stessa. Lo si è constatato nei successivi aggiornamenti. Tra gli ultimi, 2052: scenari globali per i prossimi quarant’anni, 2013, e il nuovo rapporto 2013 Il pianeta saccheggiato di Ugo Bardi). Queste due contrapposte interpretazioni hanno tuttavia in comune alcuni tratti di grande rilievo. Ne indico due.

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Sorgente: Corriere della Sera

“L’essere è immutabile non in quanto universale, ma in quanto essere … ” citazione da Studi Severiniani

“L’essere è immutabile non in quanto universale, ma in quanto essere, e pertanto è immutabile ogni aspetto dell’essere, la più irripetibile individualità non meno dell’universale”,

che può diventare quest’altra frase:

“Tutto ciò che è o esiste, è immutabile non in quanto universale, ma in quanto consiste nella propria identità, ovvero permane identico a se stesso, e pertanto è immutabile ogni aspetto di ciò che è o esiste, la più irripetibile individualità non meno dell’universale”

Sorgente: Studi Severiniani – Home

PERCHE’ NON SIAMO FIGLI DEL NULLA. Il timore della morte ci accompagna. Ma ogni cosa viene da qualcosa, di Emanuele Severino (in Corriere della Sera/Cultura, 9 aprile 2014)

Il dibattito. La scienza si affanna a investigare il senso del Tutto. Eppure è la filosofia che può rispondere all’interrogativo ultimo.
PERCHE’ NON SIAMO FIGLI DEL NULLA
Il timore della morte ci accompagna. Ma ogni cosa viene da qualcosa
di Emanuele Severino (Corriere della Sera, 9 aprile 2014, p. Cultura)

In ambito scientifico cresce l’insofferenza per la filosofia. Vi sono buone ragioni. Quanto vi è oggi di decisivo nel pensiero filosofico, infatti, tende a rimanere sullo sfondo. Accade anche, però, che insieme all’insofferenza cresca anche, nella scienza, l’interesse per i problemi che sono sempre stati propri del pensiero filosofico. Relativamente ai quali essa crede di poter andare molto più a fondo.Ad esempio. la scienza si propone di giungere finalmente a una “teoria del Tutto”. Connesso alla quale è il problema del nulla. Il Tutto è infatti la regione al di là della quale resta, appunto, nulla. E’ recente l’accesa discussione, suscitata in ambito scientifico e filosofico all’estero ma anche in Italia, del libro del fisico statunitense Lawrence Krauss ‘Un universo dal nulla’. Perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla? Krauss sostiene che il concetto di nulla è scientifico e non filosofico. Ma questo importa poco:il problema resta, qualunque nome gli si voglia dare: Tutt’al più si potrà dire che Krauss non conosce la filosofia e la sua storia (ma lo si può dire anche di certi filosofi, non pochi, del nostro tempo).
Il problema è presente in ogni ambito della scienza e della cultura. E innanzitutto nella vita dell’uomo. Egli è desiderio della vita e timore della morte. In che rapporto sta la morte col nulla? La morte è l’annullamento di ogni nostra esperienza? Per vivere occorre cibo e riparo. Per ottenerli si sono sperimentate diverse tecniche e forme economiche.Il capitalismo è divenuta quella dominante. L’economista Joseph Schumpeter ha definito il capitalismo “distruzione creatrice” (Crea nuovi mezzi di produzione, quindi nuovi rapporti sociali, e distrugge i vecchi. Ma poi ogni tecnica è distruzione creatrice).E in che rapporto stanno la “distruzione” e la “creazione” col nulla? Hanno senso queste parole se non si pensa il nulla?
Ancora. Per le religioni monoteistiche, le “religioni del libro”, il mondo è creato dal nulla – ex nihilo, dice la teologia cristiana. […] Da gran tempo la matematica ha introdotto lo zero tra i numeri. Lo zero è una forma di assenza. I Greci lo chiamavano “nulla” (oudén). Come è una forma di assenza l’ “insieme vuoto”. Zero e insieme vuoto sono i modi più visibili in cui le matematiche pensano il nulla. E l’arte! Dove l’aspetto minaccioso e insieme ineliminabile del nulla e del “silenzio nudo” si mostra nel modo più vivido. Non solo nella poesia e nella narrativa, ma anche nelle arti figurative la precarietà dell’esistenza e della sue forme positive, desiderabili, sta al centro. E l’intreccio del suono e del silenzio – della vita e della morte – è il fondamento stesso della musica. […]
Ma chiediamoci (una domanda che faccio da gran tempo): ammesso che una casa sia costruita col materiale di costruzione, col progetto dell’architetto e il lavoro degli operai, – tutte cose che esistono già prima della casa -, questo vuol forse dire che tutto ciò che la casa ora è preesisteva alla sua costruzione? NO! altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di costruirla.
C’è dunque un residuo che prima della costruzione della casa non esisteva ancora. E che significa questo suo non essere ancora? Diciamolo: questo residuo era nulla. Non in qualche senso nulla e in qualche altro no, ma era assolutamente nulla. Se le particelle provengono da stati senza particelle – ossia da qualcosa -, ciò non significa che tutto ciò che le costituisce esisteva già, prima della loro esistenza; quindi c’è un residuo che prima che esse incominciassero ad esistere era nulla, assolutamente nulla. Che le cose vengano da qualcosa e che, insieme, vengano dal loro nulla non sono dunque affermazioni incompatibili, ma l’una implica l’altra. […]
Ma una volta detto che l’uomo continua a pensare il nulla e a parlarne, il problema del nulla si presenta in tutta la sua potenza. Il nulla è la fonte dell’angoscia più profonda dell’uomo. Tuttavia, […] proprio perché pensiamo il nulla e ne parliamo, proprio per quersto il nulla ci sta dinanzi e ci dà da fare, così potente da esser la fonte della nostra angoscia. Accade cioè che il nulla sia qualcosa. Ciò che non è un “qualcosa” è “qualcosa”. E poiché ovunque noi abbiamo a che fare col nulla, ovunque noi ci troviamo nell’oscurità più profonda – giacché la piùprofonda radice di ogni oscurità è credere, appunto, che il nulla, l’assolutamente nulla, sia qualcosa, e vivere conformemente a questa convinzione. […].
Nell’oscurità, che senso possono avere la salvezza, la felicità, il piacere? Infatti, anche se non vogliamo riconoscerlo, noi, in fondo – un fondo che spesso si lascia vedere – siamo sempre scontenti di ciò che siamo ed abbiamo.
Ma non è questa l’ultima parola.
L’assurdo non ha partita vinta. Bisogna, però sapersela giocare. La si gioca male quando, ad esempio, si crede di vincerla decidendo che la parola “nulla” è assolutamente priva di senso. Qui si gioca male, perché l’espressione “ciò che è assolutamente privo di senso” è un sinonimo della parola “nulla”. Gettato dall finestra, il nulla rientra dalla porta. […] A qauesto tema si è riferirto anche lo storico della psicologia Gabriele Pulli, nel suo libro ‘Freud e Severino’, (Moretti e Vitali editori). In queste pagine interessanti il discorso sul nulla si allarga e si unisce alla tesi, sostenuta da Pulli, del carattere complementare degli scritti di Freud e dei miei. Anche in questo caso c’è da discutere.
Comunque è inevitabile che, qui, il mio discorso sul nulla rimanga in sospeso, e forse fin troppo pericolosamente in sospeso. Si tratta di scorgere il senso autentico dell’ambiguità del nulla. Giacché soprattutto di esso è necessario dire: ‘Nec tecum, nec sine te’ “.

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IL PENSIERO IN ATTO, citazione da:  G. Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, p. 82, a cura di Vasco Ursini

IL PENSIERO IN ATTO

Affinché si possa conoscere l’essenza dell’attività trascendentale dello spirito, bisogna non considerare mai questo, che è spettatore, dal di fuori; non bisogna proporselo mai, esso stesso, come oggetto della nostra esperienza; esso stesso, spettacolo. La coscienza, in quanto oggetto di coscienza, non è più coscienza; convertita in oggetto appercepito, l’appercezione originaria cessa di essere appercezione: non è più soggetto, ma oggetto: non è più Io, ma non-io. Questo appunto l’errore di Berkeley: di qui la sua incapacità a risolvere il problema. Il suo idealismo perciò è ‘empirico’.
Il punto di vista trascendentale è quello che si coglie nella realtà del nostro pensiero quando il pensiero si consideri non come atto compiuto, ma, per così dire, quasi ‘atto in atto’. Atto, che non si può assolutamente trascendere, poiché esso è la nostra stessa soggettività, cioè noi stessi; atto, che non si potrà mai e in nessun modo oggettivare. il punto di vista nuovo, infatti, a cui conviene collocarsi, è questo dell’ ‘attualità’ dell’Io, per cui non è possibile mai che si concepisca l’Io come oggetto di se medesimo. Ogni tentativo che si faccia, si può avvertirlo sin da ora, di oggettivare l’Io, il pensare, l’attività nostra interiore, in cui consiste la nostra spiritualità, è un tentativo destinato a fallire, che lascerà sempre fuori di sé quello appunto che vorrà contenere; poiché nel definire come oggetto determinato di un nostro pensiero la nostra stessa attività pensante, dobbiamo sempre ricordare che la definizione è resa possibile dal rimanere la nostra attività pensante, non come oggetto, ma come soggetto della nostra stessa definizione, in qualunque modo noi si concepisca questo concetto della nostra attività pensante. La vera attività pensante non è quella che definiamo, ma lo stesso pensiero che definisce.
(G. Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, p. 82).

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