PARMENIDE, SULLA NATURA: traduzione e analisi filologica ed etimologica di Vincenzo Guarracino, 28 novembre 2019

ANTOLOGIA del TEMPO che resta


Caro Paolo,
eccoti (te l’avevo promesso molto tempo fa) un mio piccolo contributo da filologo su Parmenide, del quale ti invio la traduzione e le note al Proemio.
Ti chiedo venia se non sono stato capace di inserire gli accenti corretti alle parole.
Con tutta la mia stima
Como,  28 novembre 2019

PARMENIDE   SULLA NATURA

Il titolo

Il poema, così come ci è stato tramandato, presenta il titolo concordemente accettato di Perì phýseos”Sulla natura”, conservatoci da Sesto Empirico (Contro i matematici, VII, 111), in armonia con una tradizione che si riscontrerà poi in Empedocle e in molti altri filosofi greci (Melisso, Alcmeone, Gorgia, Prodico) e successivamente in Lucrezio (De rerum natura), fino in epoca rinascimentale con Bernardino Telesio (De rerum natura iuxta propria principia, 1586).

Citato anche come Physikòn(Porfirio, L’antro delle Ninfe, 22) e Physiologhìa (Suida, alla voce…

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L’Essere è il ‘puro positivo’, il non Essere è il ‘puro negativo. L’uno è l’assoluto contraddittorio dell’altro …

Vasco Ursini ha aggiornato il suo stato.

L’Essere è il ‘puro positivo’, il non Essere è il ‘puro negativo. L’uno è l’assoluto contraddittorio dell’altro. Come giustifica Parmenide questo suo grande principio? L’argomentazione è molto semplice: Non si può pensare (e quindi dire) ciò che è. Pensare il nulla significa non pensare affatto, e dire il nulla significa dire il nulla. Perciò il nulla è impensabile e indicibile. Quindi pensare ed Essere coincidono.

(Giovanni Dario Reale, Dario Antiseri)

E infatti nient’altro è o sarà all’infuori dell’Essere [ … ]

(Parmenide)

Uno studente, nel corso di un dibattito, ha rivolto a Emanuele Severino la seguente domanda: “Nella sua filosofia, insomma nella verità dell’essere, non c’è nessuno spazio per dio?”. Emanuele Severino gli ha risposto …

:

Anche in “Ritornare a Parmenide” viene usata la parola dio come figura del nichilismo. Però anche questo, che è il tema dei temi, qui non l’abbiamo neanche sfiorato. La costellazione dei cerchi implica necessariamente l’ “apparire infinito”, cioè quell’apparire che non solo è eterno, ma non è nemmeno il luogo in cui qualcosa va sopraggiungendo, giacché è già tutto presente, contenuto in quel cerchio. Allora il discorso che abbiamo fatto non consiste nel dire: non c’è altro che la costellazione dei cerchi. Non consiste nel dire: c’è soltanto l’apparire finito. Non c’è soltanto l’apparire finito, secondo quanto si è voluto ricordare, che è finito in quanto accoglie il sopraggiungere della terra, ma – e questo non l’abbiamo neanche sfiorato – “l’apparire finito, la costellazione dell’apparire finito,implica necessariamente l’apparire infinito”.
Se la coscienza religiosa – e a volte accade – capisce questo, allora può instaurarsi un dialogo con la coscienza religiosa, perché l’apparire infinito non siamo noi, ma insieme (peccato che ormai è finito) siamo noi. In che senso? Noi siamo attualmente il luogo della contraddizione; la figura del contrasto tra destino e terra isolata è la “figura emergente” della contraddizione.
La figura del linguaggio che vuol designate il destino è una contraddizione. Se io chiedessi: poiché noi siamo il luogo della contraddizione, non indeterminata,, bensì quella in cui il protagonista della contraddizione sono niente di meno che il mortale (il protagonista negativo) e il destino (il protagonista positivo), allora il luogo in cui è tolta ogni contraddizione non è forse ciò che noi veramente siamo? Allora l’apparire infinito “non” è la costellazione dei cerchi finiti, “però lo” è – cioè l’infinito è il finito -, perché la contraddizione del finito è tolta nel luogo in cui il finito è ciò che esso veramente è. Quindi, in questo senso, dio è ciò che noi veramente siamo, se vogliamo chiamare dio l’apparire infinito.

(Emanuele Severino, Lezioni milanesi, Il nichilismo e la terra (2015-2016), a cura di Nicoletta Cusano, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp.191-193).

via (2) Amici di Emanuele Severino

Vasco Ursini, L’Essere va sempre tenuto distinto dall’ente …

Vasco Ursini

L’Essere va sempre tenuto distinto dall’ente e dunque anche dalla totalità degli enti. Pertanto ridurre l’Essere alla totalità degli enti significa “errare” e tutto ciò che ne può conseguire è un insieme di errori. Significa trasformare l’Essere in altro da sé e dunque reificarlo. Certo cosa sia l’Essere ancora ce lo domandiamo dopo millenni di risposte tutte inadeguate e prive del crisma della incontrovertibilità. Resta tuttavia fuor di dubbio che per cercare di afferrarne il significato occorre trovare una risposta – che abbia il crisma della incontrovertibilità – alla domanda: “Perché c’è dell’essere e non piuttosto il nulla?” Al di fuori di questa cornice si può soltanto essere e rimanere stabilmente nell’errore, lontani dal proposito di afferrare la verità originaria e le altre verità che da essa inevitabilmente scaturiscono.

 

da (4) Amici di Emanuele Severino

L’originario mistero dell’ “Essere”, testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini

 

Nonostante le millenarie indagini e riflessioni condotte sull’ “Essere” dagli umani, il mistero originario che lo vela resta impenetrato.

Ridurlo, come fa Severino, all’insieme degli enti significa vederlo come un ente, come l’insieme degli enti. Significa non concepire come essere alcunché al di fuori degli enti.

Concepirlo come un “trascendens”, come fa Heidegger, significa dargli il crisma dell” esistere come luce degli enti riaprendo così il capitolo della defunta “metafisica” ricominciando a domandarsi daccapo che cosa esso è.

Le filosofie di Heidegger e Severino, i due giganti del Novecento, stanno a testimoniare, con questa biforcazione della risposta finora data alla domanda “Cosa è l’essere”, proprio questa persistenza dell’originario mistero e la necessità di tentare di dargli una risposta finalmente univoca.

Severino sull’essere, in La struttura originaria”, cap. 2, par.3 “Principium cognitionis”

Severino sull’essereStudi Severiniani12 dicembre 2017 · 

<<“Per affermare che l’essere è non c’è bisogno, né puo esserci bisogno, di alcuna mediazione”: ciò significa : “Che l’essere sia è per sé noto”. Per sé noto: cioè noto non per altro. Se ciò per cui l’essere è noto è lo stesso essere che è noto, che l’essere sia è immediatamente noto o presente. Immediatezza fenomenologica.>> 
(E. Severino, “La struttura originaria”, cap.2 “L’immediatezza dell’essere”, par.1 “L’immediato”)
<<Se a questo punto si volesse dire che “ciò per cui” è noto che l’essere è, è qualcosa come la coscienza (o il “soggetto”, o l’ “io”, ecc.), bisognerebbe osservare che la coscienza non solo è ciò per cui si afferma che l’essere è, Ma è anche ciò per cui si ha la facoltà di negare che l’essere sia. Pertanto la coscienza ( o i termini equivalenti), come tale, non è ciò per cui è tenuta ferma l’affermazione piuttosto che la negazione. Il “ciò per cui” è noto che l’essere è, ha quindi un significato differente dal “ciò per cui” è lasciata sussistere tanto l’affermazione come la negazione dell’essere: la differenza sussiste per quel tanto appunto che ciò per cui è noto che l’essere è, esclude la.negazione che l’essere sia. Si dirà allora che il “ciò per cui” è affermato che l’essere è, è principium cognitionis. Ma con l’avvertenza che qui il “principio”, il fondamento è la cognizione stessa (e cioè è l’affermazione che l’essere è).>>
(E. Severino, “La struttura originaria”, cap.2, par.3 “Principium cognitionis”)

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “eternità” degli essenti in quanto essenti (segnalato da Vasco Ursini)

Vasco Ursini ha condiviso un post.
Vasco Ursini

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “eternità” degli essenti in quanto essenti

Vattimo – Tu dici che siamo eterni, e di questo complimento i nostri lettori ed io ti potremmo essere grati, fermo restando comunque che siamo mortali. Nel quadro che hai tracciato resta da spiegare questo piccolo problema: siamo eterni ma mortali.
Tu puoi dire che siamo mortali pur essendo eterni perché l’eternità che ci conferisci è fondata, come accennavo prima, sul principio di non contraddizione. E’ un principio logico trasferito sul piano metafisico con una mossa molto azzardata.
Ipotizziamo che ‘logos’ non voglia dire puramente e semplicemente la ragione del mondo, ma che, come insegna un altro dei filosofi cui mi richiamo spesso, Hans Georg Gadamer, voglia dire ‘linguaggio’. Supponiamo quindi che quando Aristotele parla dell’uomo come animale ‘logon echòn – Aristotele qui sta parlando degli animali e dice che gli uccelli fischiano, cantano, mentre l’uomo ha qualcosa in più, il ‘logos’ – non si riferisca alla ragione; che ‘logos’ quindi non sia la ragione, ma il linguaggio articolato. Ora, se il principio di non contraddizione è un principio logico, e se, come non è inverosimile, un principio logico è innanzitutto un principio di funzionamento del linguaggio, sarà davvero così ovvio che chi lo nega, neghi anche ogni caratterizzazione positiva dell’essere? O meglio, che tale principio possa effettivamente valere come dimostrazione incontrovertibile che l’essere è e non può non essere?
Un a tale conclusione non mi pare affatto accettabile, e non credo che il principio di non contraddizione possa fungere da fondazione. Né sono interessato a questo tipo di fondazione. Sono consapevole di muovermi nell’ambito dell’argomentazione, cioè di argomenti soltanto verosimili; nel ‘logos’ – se il ‘logos’ è prima di tutto linguaggio, parola, discorso, e non razionalità del mondo – l’argomentazione non è fondazione incontrovertibile, ma è persuasione reciproca, interamente umana. Non necessariamente però l’argomentazione si fonda sull’astuzia, sull’inganno o la truffa. Al contrario, io ti persuado in base ad argomenti che so che valgono anche per te, che so: “non vivere in maniera sregolata, perché hai figli” – e questo è un argomento che vale per chi ha figli, chi non ne ha potrebbe infischiarsene. E’ un tipo di argomento ipotetico, contingente, ma tuttavia valido; nel nostro mondo storico procediamo così.
In questo senso credo che tutto il discorso sull’assurdità dell’essere del divenire, della storicità, ecc., sia legato ad una ipostatizzazione idealistica, piuttosto che greca – una metafisicizzazione di regole logiche, che sono anzitutto e soltanto regole del ‘logos’ inteso come linguaggio che si parla.

Severino – Sarebbe il caso di discutere questa tua concezione della logica (tua e di altri): se la logica viene intesa in questo modo, allora certamente seguono le conseguenze che hai indicato. Ma che consistenza hanno le premesse? Tu stesso dici che i tuoi argomenti sono soltanto “verosimili”. (Anche tu proponi una negazione verosimile della verità).
Comunque, quando prima dicevi: ” No, non credo che questa stanza sia niente “, enunciavi e sostenevi – anche tu – il principio di non contraddizione proprio in quei termini ‘ontologici’, che invece poi hai criticato. Anche tu opponevi un qualcosa (queste stanze) al niente. E’ appunto questa opposizione che si tratta di pensare fino in fondo. Qui siamo nel cuore di una ” logica ” che non è quella linguistica, né quella delle scienze (e l’ “essere” di cui parlo non è l’essere obiettivistico del positivismo scientifico). Per il tipo di logica che tu difendi, i principi logici non hanno “presa” sulla realtà. E’ invece la “presa” sulla realtà che caratterizza la logica in senso originario: quella logica in cui volente o nolente ti collochi tu stesso quando parli. Il pensiero ha “presa” sulla realtà, nel senso che esso è l’ ‘apparire’ dell’essere, l’apparire dove l’essere si mostra nel suo opporsi al niente (la stanza non è un niente). Non solo: quando sostieni che la logica riguarda il linguaggio e non il mondo, è chiaro che per te il linguaggio ‘non’ è il mondo, e quindi non solo escludi che un qualcosa (ad esempio la stanza) sia niente, ma escludi anche che un qualcosa (ad esempio il linguaggio) sia identico ad un altro qualcosa (ad esempio il mondo). Cioè,daccapo, fai un uso ‘ontologico’ di quel ” principio di non contraddizione ” che invece, a parole, vorresti relegare nella semplice dimensione linguistica.Tutta la civiltà occidentale dice: ” Le cose non sono un niente “. Però l’Occidente aggiunge: ” Tuttavia divengono “. Questo atteggiamento si fonda sulla fede nel divenire, la fede di fondo della nostra civiltà, la quale, pur ‘opponendo’ le cose al niente, le ‘identifica’ peraltro al niente; giacché, pensare che esse, divenendo, escono dal niente e vi ritornano significa pensare che esse sono niente.
Sin dall’inizio, la cultura occidentale ha un senso ontologico. Lo ha anche quando non sa di averlo. Ma è l’ontologia che identifica l’essere al niente. Questa identificazione è l’essenza stessa della Follia. La Non-Follia è l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Il divenire del mondo non è la creazione e l’annientamento dell’essere, ma è la vicenda del comparire e dello scomparire dell’eterno. Appunto per questo noi (ogni cosa) siamo ‘eterni’ e ‘mortali’: perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno.
L’essere, quale si manifesta al di fuori e al di là della cultura dell’Occidente, lungi dal non spiegare la storia, è anche e soprattutto ciò che garantisce l’autentica trasformazione storica, la quale non è affidata all’iniziativa, ai progetti, alle scelte, alle libertà dei singoli, dei popoli o delle strutture, ma è affidata al movimento necessario secondo cui l’essere si manifesta – l’essere che è appunto la totalità delle determinazioni e delle differenze. Questo movimento necessario è in qualche modo simile all’immagine antica del tragitto del sole, che è eterno, si presenta all’inizio della giornata, ma non cessa di essere e di illuminare, nemmeno quando,al termine della giornata, scompare.

Vattimo – Bene, al momento di chiudere questa conversazione si rafforza l’impressione che non siamo d’accordo quasi su niente, neanche sul fatto che il sole non è eterno. Ma queste nostre differenze sono eterne? Ci sono? Fanno parte dell’essere?

Severino – Fuori testo. Alle domande di Vattimo rispondo certamente di sì.

(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 92-94)

Sulla negazione della differenza degli essenti, in Emanuele Severino, Testimoniando il destino, Milano, Adelphi 2019, pp. 273-274

 

Poiché la struttura originaria è l’apparire dell’esser sé degli essenti che appaiono – e del loro non esser altro, ossia della loro differenza, la negazione della differenza è, insieme, negazione ‘dell’esistenza’ dei differenti. Negare che questa lampada differisca da questa finestra significa insieme negare che questa lampada e questa finestra esistano, giacché il loro esistere è il loro differire. L’esser “questa” da parte della lampada e della finestra significa che esse ‘appaiono’, e pertanto negare la loro differenza è insieme negare l’esistenza di essenti che appaiono nella struttura originaria. L’autonegazione della negazione della differenza dei differenti è cioè, insieme, l’autonegazione della negazione di ciò che appare. L’ ‘élenchos’ di quella prima negazione é cioè, insieme, l’ ‘élenchos’ di questa seconda negazione. Non se ne sono rese conto nemmeno le riflessioni, per giunta rarissime, che lungo la storia del pensiero occidentale hanno messo a tema l’ ‘élenchos’ della negazione dell’aristotelica ‘bebaiotate arché (‘principium firmissimum, ” principio di non contraddizione “).

(Emanuele Severino, Testimoniando il destino, Milano, Adelphi 2019, pp. 273-274).

Emanuele Severino, Identità dell’essente e del niente – da La buona fede, Rizzoli, Milano 1999, p. 178

Il pensiero che guida l’Occidente non solo afferma, nel proprio inconscio, l’identità dell’essente e del niente – e quindi il pensiero che guida l’Occidente è il nichilismo -, ma crede anche di ‘vedere’ ciò che invece non è in alcun modo visibile, ossia l’uscire degli essenti dal nulla e il loro ritornarvi. Non si tratta – come invece accade nel parmenidismo di Einstein – di affermare l’illusorietà dell’esperienza del divenire, ma di rendersi conto che l’esperienza non attesta l’uscire e il ritornare nel nulla, da parte degli essenti, ma il loro incominciare ad apparire e il loro scomparire, il loro avvicendarsi nel cerchio di luce dell’apparire. Il divenire non è il divenir altro, ma è la vicenda in cui gli eterni compaiono e scompaiono – gli eterni, cioè gli identici a sé e diversi dal loro altro. Oltre quelli presenti, sono eterni anche gli eventi e gli istanti che diciamo passati e futuri.

(E. Severino, La buona fede, Rizzoli, Milano 1999, p. 178)

 

da (5) identità dell’essente e del niente – Ricerca di Facebook

Emanuele Severino, IL DESTINO DELL’ESSERE, citazione da Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006, pp. 169-170

IL DESTINO DELL’ESSERE

Domandare perché c’è qualcosa e non invece il niente significa affermare la possibilità che invece della totalità degli essenti, ossia di ciò che (in un modo o nell’altro) esiste, non fosse esistito nulla, e pertanto significa affermare la possibilità che tale totalità sia stata niente e torni ad esserlo. L’affermazione di questo possibilità non è peculiare di Leibniz: è il pensiero che sta ormai al centro della nostra civiltà (e dunque del sapere scientifico). Ma questo pensiero ( a cui corrisponde la forma di azione che vuol far essere e non essere gli essenti) non riesce a scorgere di essere la convinzione che l’essente in quanto essente è niente, ossia non riesce a scorgere la propria essenziale contraddizione. Infatti, il tempo in cui l’essente non è ancora, o non è più, o in cui sarebbe potuto non essere invece di essere, è una dimensione in cui l’essente in quanto tale è niente.
La domanda di Leibniz implica dunque questa essenziale contraddizione. Dalla quale il pensiero è libero solo in quanto appare l’impossibilità che l’essente in quanto essente (e dunque ogni essente) non sia, e cioè solo in quanto appare la necessità che ogni essente sia: l’eternità di ogni essente – sì che le trasformazioni del mondo non vanno interpretate come l’oscillazione degli essenti tra l’essere e i niente, ma sono il comparire e lo scomparire degli eterni.

(E. Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006, pp. 169-170)

via (6) Amici di Emanuele Severino

DIO È L’ESSERE, da Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo (1982) di Emanuele Severino. Citazione ripresa da storiadellafilosofia.net

Nell’opposizione originaria, ogni essere (e la totalità dell’essere) si volge verso più direzioni – si trova cioè in una pluralità di rapporti. Ad esempio: l’albero non è il monte, o questo positivo non è questo suo negativo; l’albero non è il monte, la casa e tutto ciò che è altro dall’albero. Ma quando l’essere, ogni essere, si rivolge verso quella direzione, lungo la quale si lega al suo “è” (questo rivolgersi è la via verace di cui parla Parmenide) – quando cioè dell’albero non si dice (soltanto) che non è il monte, ma si dice che è e non può accadere che non sia, allora ogni essere prende volto divino. In quanto questo albero, con questa sua forma e colori, è e non può accadere che non sia, già questo albero è θείόν, se ό θεός è l’essere nella sua immutabile pienezza. L’essere, tutto l’essere, visto come ciò che è e non può non essere, è Dio. E quando l’essere parla di sé, dice appunto: Ego sum qui sum; che è la più alta espressione speculativa del testo sacro. A Dio non si arriva; non si giunge a guardarlo dopo un esilio o una cecità iniziali; appunto perché Dio è l’essere, di cui il logo originario dice che è e non può non essere; ossia è il contenuto della verità originaria, nella misura in cui questa si costituisce come affermazione che l’essere è.

[Severino, E. Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 1982, pp. 58-59]

tratto da

Dio è l’essere – Storia della Filosofia – AM

Emanuele Severino, Il superamento della follia: l’essente in quanto essente è se stesso ed è impossibile che non sia, Video di 3,37 minuti

Emanuele Severino enuncia la tesi centrale del discorso filosofico di cui è portatore: l’essente in quanto essente è se stesso e ed è impossibile che non sia, cioè a dire, in termini negativi, all’ente non compete l’attributo della caducità, della contingenza e in definitiva dell’esser nulla. L’ente in quanto ente è eterno.

IL DESTINO DELL’ESSERE: citazione da E. Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006, pp. 169-170, proposta da Vasco Ursini

 

Domandare perché c’è qualcosa e non invece il niente significa affermare la possibilità che invece della totalità degli essenti, ossia di ciò che (in un modo o nell’altro) esiste, non fosse esistito nulla, e pertanto significa affermare la possibilità che tale totalità sia stata niente e torni ad esserlo. L’affermazione di questo possibilità non è peculiare di Leibniz: è il pensiero che sta ormai al centro della nostra civiltà (e dunque del sapere scientifico). Ma questo pensiero ( a cui corrisponde la forma di azione che vuol far essere e non essere gli essenti) non riesce a scorgere di essere la convinzione che l’essente in quanto essente è niente, ossia non riesce a scorgere la propria essenziale contraddizione. Infatti, il tempo in cui l’essente non è ancora, o non è più, o in cui sarebbe potuto non essere invece di essere, è una dimensione in cui l’essente in quanto tale è niente.
La domanda di Leibniz implica dunque questa essenziale contraddizione. Dalla quale il pensiero è libero solo in quanto appare l’impossibilità che l’essente in quanto essente (e dunque ogni essente) non sia, e cioè solo in quanto appare la necessità che ogni essente sia: l’eternità di ogni essente – sì che le trasformazioni del mondo non vanno interpretate come l’oscillazione degli essenti tra l’essere e i niente, ma sono il comparire e lo scomparire degli eterni.

(E. Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006, pp. 169-170)

Sorgente: (43) Amici a cui piace Emanuele Severino

“Al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, appare che ‘ ogni ‘ ente (cose, eventi , funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagini, processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘ l’eternità di ogni ente ‘” Emanuele Severino, citazione ripresa da Amici a cui piace Emanuele Severino

Al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, appare che ‘ ogni ‘ ente (cose, eventi , funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagini, processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘ l’eternità di ogni ente ‘. Questa affermazione esprime un ritorno a Parmenide, che è insieme la ripetizione del ” parricidio ” compiuto da Platone rispetto a Parmenide. Parmenide distrugge il mondo: afferma i’illusorietà delle differenze del mondo. Col ” parricidio “, Platone intende salvare il mondo – e l’Occidente cresce al riparo di Platone. Ma il ” parricidio ” deve essere ripetuto, perché Platone, riportando le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida insieme al divenire, ossia le vede con l’occhio del nichilismo. Il riparo delle differenze le abbandona al niente e alla volontà di potenza che si propone di strapparle al niente e di risospingervele. Si tratta allora, per il pensiero che riesce a mantenersi al di fuori del nichilismo, di salvare il mondo da Parmenide, senza affidarlo alla fede del divenire.
L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica una comprensione dell’esperienza, radicalmente diversa dall’interpretazione nichilistica del divenire, dell’esperienza, dell’apparire. Al di fuori del nichilismo, la variazione del contenuto dell’esperienza non è la produzione e l’annientamento delle cose, ma il loro entrare ed uscire – eterne – dalla dimensione dell’apparire. Questo significa che solo l’eterno può divenire: appunto perché il divenire è il processo in cui gli eterni entrano ed escono dalla luce dell’apparire (e l’apparire stesso è un eterno). La plurimillenaria interpretazione nichilistica del divenire lo rende impensabile.

(Emanuele Severino)

Sorgente: (7) Amici a cui piace Emanuele Severino