penetrare il senso di questo semplice e grande pensiero: che l’essere è e non gli è consentito di non essere, tratto da un post pubblicato nel gruppo FB  Amici a cui piace Emanuele Severino, a cura di Vasco Ursini

Per ridestare la verità dell’essere, che sin dal giorno della sua nascita giace addormentata nel pensiero occidentale, si dovrà pur sempre penetrare il senso di questo semplice e grande pensiero: che l’essere è e non gli è consentito di non essere. Il suo risveglio costituisce certo il maggior pericolo per il lungo inverno della ragione, che vede sconvolte le più antiche abitudini e si sente proporre un compito nuovo, ed il più esssenziale. Se si è capaci, bisogna soffocare questo pensiero prima che giunga a fiorire, perché altrimenti è destinato, lui solo, ad aver diritto alla fioritura. Spinge infatti lungo una via,dalla quale non è più possibile tornare indietro: se dell’essere (di ogni e di tutto l’essere) non si può pensare che non sia, allora dell’essere (di ogni e di tutto l’essere) non si può pensare che divenga, perché divenendo non sarebbe – non sarebbe cioè prima del suo nascimento e dopo la sua corruzione: Sì che ‘tutto’ l’essere è immutabile. Non esce dal nulla e non ritorna nel nulla. E’ eterno.

(Emanuele Severino, Poscritto).

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Emanuele Severino: “L’essere (…) non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide), ma è la totalità delle differenze, l’area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla … “, citazione proposta da Vasco Ursini in gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

LA VERITA’ DELL’ESSERE

L’essere (…) non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide), ma è la totalità delle differenze, l’area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla. L’essere è l’intero del positivo. E proprio in quanto c’è coscienza dell’intero (questo nostro discorso la testimonia), tutte le determinazioni manifeste si presentano inscritte nel perimetro dell’intero: questo foglio, questa penna, questa stanza, questi alberi e monti che vedo fuori, le cose che in passato sono state percepite, le fantasie, le attese, i desideri e tutti gli oggetti che sono presenti. Ogni determinazione è una positività determinata, un determinato imporsi sul nulla: essere determinato (ente). Questa penna, ad esempio, non è un nulla, e per questo diciamo che è un essere; ma, appunto, un essere così e così determinato: questa figura, questa lunghezza, questo peso, questo colore. Questa penna significa appunto questo. Ed eccoci al punto. Se si dice che questa penna non è, quando non è, si dice che questo positivo è negativo. “E” (esiste) significa: “non è nulla”; e quindi “non è” significa: “è nulla”. Ma questa penna non è – si ribatte – quando appunto è diventata nulla! Quando è nulla è nulla! Eppure, il linguaggio, per dire che la penna non è, non dice che il nulla non è, ma che, appunto, la “penna” non è, non esiste (…) Quando la penna è nulla, è nulla, certamente. Ma che accade quando la penna è nulla? Che cosa significa “quando la penna è nulla”?. Non significa certo “quando il nulla è nulla”, ma significa: “quando la penna – cioè quel positivo, quell’essere determinato in quel certo modo – è nulla, significa cioè “quando l’essere (questo essere) è nulla”. I metafisici – coloro cioè che pur pretendono di tutelare la positività del positivo – si sono dimenticati nientemeno che di questo: che il nulla può essere predicato solo del nulla; che il “non è” si può dire solo del nulla. (…) La verità dell’essere svelata da Parmenide resta ferma anche dopo il ‘parricidio’ platonico ( che è l’unico approfondimento del senso dell’essere compiuto dalla metafisica dopo Parmenide), anche quando cioè l’essere viene pensato non già come il ‘puro’ essere, che lascia cadere fuor di sé le determinazioni, ma come l’essere concreto, che è appunto la positività delle determinazioni.
Dunque l’essere non esce dal nulla e non ritorna nel nulla, non nasce e non muore, non c’è un tempo, una situazione in cui l’essere non sia. Se era nel nulla, non era; se ritornasse nel nulla, non sarebbe (…).
L’essere, ‘tutto’ l’essere, è; e quindi è immutabile.

(Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide).

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Emanuele Severino: “l’identità dei non identici è la contraddizione impossibile e necessariamente inesistente … da TAUTÓTĒS, IX, 5

“Non identità dell’identità”

Ma se Aristotele vede che l’identità – cioè l’esser qualcosa da parte di qualcosa – è sempre identità dei non identici, egli non avverte che l’identità dei non identici è la contraddizione impossibile e necessariamente inesistente. Giacché pensando e dicendo che qualcosa è qualcosa («A è B», «A è A») – e il pensiero e il linguaggio non possono pensare e dire altro che qualcosa è qualcosa – il pensiero e il linguaggio dell’Occidente identificano i diversi – identificano i non identici, affermano la non identità dell’identità; pensano e dicono dunque l’impossibile, ciò che è nulla.

TAUTÓTĒS, IX, 5

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Domandare perché c’è qualcosa e non invece niente significa affermare la possibilità che invece della totalità degli essenti … non fosse esistito nulla, e pertanto significa affermare la possibilità che tale totalità sia niente e torni ad esserlo, Emanuele Severino

Domandare perché c’è qualcosa e non invece niente significa affermare la possibilità che invece della totalità degli essenti, ossia di ciò che (in un modo o nell’altro) esiste, non fosse esistito nulla, e pertanto significa affermare la possibilità che tale totalità sia niente e torni ad esserlo. L’affermazione di questa possibilità non è peculiare di Leibniz: è il pensiero che sta ormai al centro della nostra civiltà e della nostra cultura (e dunque del sapere scientifico). Ma questo pensiero (a cui corrisponde la forma di azione che vuole far essere e non essere gli essenti) non riesce a scorgere di essere la convinzione che l’essente in quanto essente è niente, ossia non riesce a scorgere la propria essenziale contraddizione. Infatti, il tempo in cui l’essente non è ancora, o non è più, o in cui sarebbe potuto non essere invece di essere, è una dimensione in cui l’essente in quanto tale è niente. (E. S.).

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Dio è l’essere, di cui il logo originario dice che è e non può non essere; ossia è il contenuto della verità originaria, da da Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo (1982) di Emanuele Severino – da Storia della Filosofia

DIO È L’ESSERE

da Ritornare a Parmenide,
in Essenza del nichilismo (1982)
di Emanuele Severino
Nell’opposizione originaria, ogni essere (e la totalità dell’essere) si volge verso più direzioni – si trova cioè in una pluralità di rapporti. Ad esempio: l’albero non è il monte, o questo positivo non è questo suo negativo; l’albero non è il monte, la casa e tutto ciò che è altro dall’albero. Ma quando l’essere, ogni essere, si rivolge verso quella direzione, lungo la quale si lega al suo “è” (questo rivolgersi è la via verace di cui parla Parmenide) – quando cioè dell’albero non si dice (soltanto) che non è il monte, ma si dice che è e non può accadere che non sia, allora ogni essere prende volto divino. In quanto questo albero, con questa sua forma e colori, è e non può accadere che non sia, già questo albero è θείόν, se ό θεός è l’essere nella sua immutabile pienezza. L’essere, tutto l’essere, visto come ciò che è e non può non essere, è Dio. E quando l’essere parla di sé, dice appunto: Ego sum qui sum; che è la più alta espressione speculativa del testo sacro. A Dio non si arriva; non si giunge a guardarlo dopo un esilio o una cecità iniziali; appunto perché Dio è l’essere, di cui il logo originario dice che è e non può non essere; ossia è il contenuto della verità originaria, nella misura in cui questa si costituisce come affermazione che l’essere è.

[Severino, E. Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 1982, pp. 58-59]

Sorgente: Dio è l’essere – Storia della Filosofia – AM

LA VERITA’ DELL’ESSERE, in Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide, dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino

 

L’essere (…) non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide), ma è la totalità delle differenze, l’area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla. L’essere è l’intero del positivo. E proprio in quanto c’è coscienza dell’intero (questo nostro discorso la testimonia), tutte le determinazioni manifeste si presentano inscritte nel perimetro dell’intero: questo foglio, questa penna, questa stanza, questi alberi e monti che vedo fuori, le cose che in passato sono state percepite, le fantasie, le attese, i desideri e tutti gli oggetti che sono presenti. Ogni determinazione è una positività determinata, un determinato imporsi sul nulla: essere determinato (ente). Questa penna, ad esempio, non è un nulla, e per questo diciamo che è un essere; ma, appunto, un essere così e così determinato: questa figura, questa lunghezza, questo peso, questo colore. Questa penna significa appunto questo. Ed eccoci al punto. Se si dice che questa penna non è, quando non è, si dice che questo positivo è negativo. “E” (esiste) significa: “non è nulla”; e quindi “non è” significa: “è nulla”. Ma questa penna non è – si ribatte – quando appunto è diventata nulla! Quando è nulla è nulla! Eppure, il linguaggio, per dire che la penna non è, non dice che il nulla non è, ma che, appunto, la “penna” non è, non esiste (…) Quando la penna è nulla, è nulla, certamente. Ma che accade quando la penna è nulla? Che cosa significa “quando la penna è nulla”?. Non significa certo “quando il nulla è nulla”, ma significa: “quando la penna – cioè quel positivo, quell’essere determinato in quel certo modo – è nulla, significa cioè “quando l’essere (questo essere) è nulla”. I metafisici – coloro cioè che pur pretendono di tutelare la positività del positivo – si sono dimenticati nientemeno che di questo: che il nulla può essere predicato solo del nulla; che il “non è” si può dire solo del nulla. (…) La verità dell’essere svelata da Parmenide resta ferma anche dopo il ‘parricidio’ platonico ( che è l’unico approfondimento del senso dell’essere compiuto dalla metafisica dopo Parmenide), anche quando cioè l’essere viene pensato non già come il ‘puro’ essere, che lascia cadere fuor di sé le determinazioni, ma come l’essere concreto, che è appunto la positività delle determinazioni.Dunque l’essere non esce dal nulla e non ritorna nel nulla, non nasce e non muore, non c’è un tempo, una situazione in cui l’essere non sia. Se era nel nulla, non era; se ritornasse nel nulla, non sarebbe (…).L’essere, ‘tutto’ l’essere, è; e quindi è immutabile.(Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide).

Sorgente: (60) Amici a cui piace Emanuele Severino

“L’essere è immutabile non in quanto universale, ma in quanto essere … ” citazione da Studi Severiniani

“L’essere è immutabile non in quanto universale, ma in quanto essere, e pertanto è immutabile ogni aspetto dell’essere, la più irripetibile individualità non meno dell’universale”,

che può diventare quest’altra frase:

“Tutto ciò che è o esiste, è immutabile non in quanto universale, ma in quanto consiste nella propria identità, ovvero permane identico a se stesso, e pertanto è immutabile ogni aspetto di ciò che è o esiste, la più irripetibile individualità non meno dell’universale”

Sorgente: Studi Severiniani – Home

Vasco Ursini, Confronto tra Heidegger e Severino, tratto da: Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013

All’interno dell’attuale dibattito filosofico è stata sancita una netta differenza tra la filosofia di Heidegger e quella di Severino, e tuttavia c’è ancora qualche critico che invece ritiene che il pensiero di Severino sia stato fortemente influenzato da quello di Heidegger.

Questa influenza sarebbe dimostrata dall’uso da parte di Severino di molte tematiche dello Heidegger (essere, ente, differenza ontologica, destino, nichilismo, tecnica ed altro ancora). Il confronto che ci accingiamo a fare tra le due filosofie dimostrerà che tra esse c’è solo un uso di termini uguali ai quali però ciascuno dei due filosofi assegna significati radicalmente diversi e quasi sempre in netta contrapposizione.

Cominciamo a vedere come i due filosofi intendono i termini “essere” e “ente“. Per Heidegger l'”essere” differisce dall'”ente”. Questo differire è la “differenza ontologica”. Egli chiama “ontologia” la riflessione sul Sein (Essere) per distinguerla dalla riflessione sul Seiendes (Ente) chiamata riflessione “ontica”.

L'”essere” per Heidegger è il lasciar essere l'”ente”, è la pura “luce”, autonoma e indipendente rispetto ai colori (gli essenti). L’essere è das nichts (il nulla). Questo “nulla” è il nulla dell’essente. L’essere è quel nichts che tuttavia non è il nihil absolutum: esso è niente in quanto non ente, e non in quanto inesistente. In questo senso di deve dire che anche l’essere di Heidegger è un essente, qualcosa che è, che nega di essere un nihil absolutum, l'”assolutamente nulla”; ma poiché l’essere non si presenta come si presentano gli altri essenti, l’essere differisce da ogni altro essente, e in questo senso si deve dire che non è un ente.

L’essere insomma è ciò che, lasciando essere l’ente, che dunque è presente, non si presenta: nello stesso atto in cui illumina e presenta l’ente, l’essere si ritrae e si nasconde.

In questo senso l’essere è l’apparire. Nell’ultima fase del suo pensiero, tale apparire sarà pensato da Heidegger come il “dire” che, prodotto “il detto”, si nasconde sottraendosi all’apparire. Proprio per questo Heidegger arriverà ad affermare che soltanto il linguaggio poetico è il linguaggio in cui la verità parla.

Heidegger afferma che la filosofia occidentale ha ignorato la differenza tra essere e ente. E aggiunge che per questo la metafisica occidentale, confondendo l’essere con l’ente, non ha assolto al suo compito e, pensando soltanto l’essente come tale e mai propriamente l’essere come tale, si è trasformata in “fisica”.

Heidegger ritiene che soltanto i primi filosofi sono riusciti a pensare la verità come “alétheia” (“disvelamento”), ma che, a partire da Platone, l’intero sviluppo della metafisica conduce alla concezione scientifica e tecnica dell’ente come ciò che è manipolabile. La scienza moderna ha poi approfondito ed esplicitato la dimenticanza metafisica dell’essere.

Anche Severino parla di “differenza ontologica”, ma in un senso radicalmente diverso da quello di Heidegger: mentre in Heidegger, la “differenza ontologica” indica, come è stato già detto, la differenza tra essere e ente, per Severino essa indica, come si è visto nelle pagine precedenti, la differenza tra l’apparire finito e l’apparire infinito del destino, differenza che implica l’affermazione della contraddizione C e della sua ineliminabilità.

L'”essere”, o l'”essente”, al quale si rivolgono gli scritti di Severino, non si colloca dunque all’interno della dimensione ontologica elaborata da Heidegger. L'”essente” è per Severino tutto ciò che non è un nihil absolutum. Tutto ciò che è essente è essere e viceversa.

Anche Severino, al pari di Heidegger, ritiene che la metafisica sia stata una fisica, ma non perché la metafisica abbia confuso l’essere con l’ente, ma perché ha concepito l’esser sé dell’esente come temporalità: “L’essere è quando è, e non è quando non è”.

Severino ritiene che Platone è il seminatore della civiltà occidentale e che la metafisica platonico-aristotelica affermando che l’essere è sin tanto che è, conferisce a tale affermazione un significato autocontraddittorio, per cui l’essere così concepito è un errore, un’impossibilità logica e dunque un atto di fede.

Sia Heidegger che Severino affermano che la filosofia occidentale da Platone in poi è la storia del nichilismo. Ma mentre per Heidegger la filosofia occidentale è caduta nel nichilismo perché è stata incapace di pensare l’essere e lo ha trattato come se fosse un ente, per Severino vi è caduta perché ha pensato che l’essere viene dal niente e ritorna nel niente, ha pensato cioè l’esistenza del divenire.

Sostanzialmente dunque il destino severiniano è la negazione della verità dell’essere heideggeriana.

Heidegger afferma che il misconoscimento dell’essere operato dalla metafisica non è un errore dell’uomo, ma un evento. Anche la metafisica e il nichilismo devono essere visti come eventi dell’essere. L’essere si svela nell’evento, lascia essere gli enti e subito si sottrae.

Per uscire dall’oblio nichilistico, occorre, secondo Heidegger, che l’uomo si abbandoni all’essere, lasciandolo essere e diventandone il pastore. Poiché l’essere è il disvelamento dell’ente, lasciar essere l’essere vuol dire lasciar essere ogni evento, anche quello rappresentato da quella forma di nichilismo che è la tecnica, che non è il prodotto della volontà umana, ma soltanto un momento della storia dell’oblio dell’essere. Poiché il nichilismo è affermazione del niente, la riflessione su di esso può consentire il superamento della metafisica.

Anche la tecnica è per Heidegger una forma di disvelamento. Conseguentemente la volontà di dominio espressa dalla tecnica non è un errore da combattere, ma un modo di offrirsi dell’essere che occorre ascoltare per aprirsi alla salvezza. La tecnica  per lui non è nulla di tecnico, ma è invece essenzialmente legata alla pòiesis  e quindi concepita quale produzione del vero e del bello.

Severino pensa invece, lo si è già visto, che la civiltà della tecnica è una delle forme più coerenti dell’alienazione nichilista, in cui si nega l’essere in quanto tale.

Heidegger afferma che l’essere si rivela nel linguaggio, che è la casa dell’essere. Tale linguaggio non è niente di linguisitco, come la tecnica non è nulla di tecnico. Il linguaggio che accoglie l’essere come evento e non come ente è il linguaggio poetico, in cui il “Dire” è il “non-detto” così come l”Essere” è il “non-ente”.

Mentre nella lingua della comunicazione la parola è un detto, nel linguaggio poetico la parola è apertura del “Dire”, che sta sempre necessariamente oltre il detto e il suo significato. C’è dunque, secondo Heidegger, uno scarto irriducibile tra “Dire” e “Detto”, tale per cui il “Dire” si perde appena si racchiude nel “Detto”.

Proprio per il fatto che l’essere si rivela nel linguaggio poetico come ciò che trascende il detto, la filosofia deve diventare, secondo Heidegger, “pensiero poetante” e “poesia pensante”, riappropriandosi così dell’antico linguaggio della filosofia aurorale, ove l’oscurità del dire evita le categorie della logica.

Sulla scia di queste posizioni heideggeriane, i filosofi del cosiddetto “pensiero debole” affermano che il pensiero di Severino permane nella logica della “ratio” perché punta esclusivamente sull’ente dimenticandosi dell’essere.

Severino risponde a questa critica con grande determinazione:

“L'”ente” e l'”essere” – inteso, quest’ultimo, come percipi, “apparire” – (che per Heidegger costituiscono la differenza ontologica) hanno in comune l’essere dei significati, giacché se per Heidegger il significato “ontico” differisce dal “senso” dell'”essere”, tuttavia “significato” e “senso” hanno in comune quel più ampio senso del significare che include anche il “senso” dell'”essere”, ossia hanno in comune quel più ampio senso del significare che si oppone all’assoluta assenza di significato o di senso, cioè al niente, al nihil absolutum. Ma questo più ampio senso del significare, che anche Heidegger ha lasciato sullo sfondo, non può essere l'”apparire” ( che, appunto, è una dimensione parziale di quel senso – tanto che per Heidegger l'”essere è finitezza) – e nemmeno l'”ente” in quanto contrapposto all'”apparire”, ma è l’essente in quanto essente, e pertanto la totalità dell’essente, che nel cerchio dell’apparire del destino è l’esser sé dell’essente, e pertanto è il non contraddicentesi esser sé dell’essente in quanto apparire della totalità infinita degli essenti” (Oltrepassare, Adelphi, Milano 2007, pp. 319-320).

Avviandoci alla conclusione di questo confronto, va detto che anche per Heidegger la storia dell’Occidente è stata la storia del nichilismo, ma in un senso completamente diverso da quello espresso da Severino, di cui si è data ampia trattazione nelle pagine precedenti. Un’ultima osservazione va fatta sulla posizione da loro assunta nei riguardi dell’aporetica del nulla: mentre Severino l’ha affrontata approfonditamente e a suo dire risolta, Heidegger riteneva che essa non potesse avere soluzione perché parlare del nulla è un gioco di parole vuoto e contraddittorio.

( Questo scritto è tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013).

 Emanuele Severino  risponde ad Heidegger (e al pensiero debole che ne segue le orme)  in Oltrepassare, Adelphi, 2007, pp. 319-320. Citazione estratta e proposta da Vasco Ursini

Un confronto tra Heidegger e Severino

Da uno studio comparato tra il pensiero di Heidegger e Severino si ricava l’obiezione che Heidegger rivolgerebbe a Severino (che è la stessa obiezione del pensiero contemporaneo che segue quello di Heidegger). L’obiezione può essere così formulata: il pensiero di Severino permane nella “logica” dell’ente e del ‘sub-stratum’, del significato e non del significare, della ‘ratio’ nel senso “moderno” del termine.
Severino ad Heidegger (e al pensiero debole che ne segue le orme) risponde così:

“L’ “ente” e l’ “essere” – inteso quest’ultimo come “percipi”, “apparire” – ( che per Heidegger costituiscono la differenza ontologica) hanno in comune l’essere dei ‘significati’, giacché se per Heidegger il significato “ontico” differisce dal “senso” dell’ “essere”, tuttavia “significato” e “senso” hanno in comune quel più ampio senso del significare che si oppone all’assoluta assenza di significato o di senso, cioè al niente, al ‘nihil absolutum’. Ma questo più ampio senso del significare, che anche Heidegger ha lasciato sullo sfondo, non può essere l'”apparire” ( che è appunto una dimensione parziale di quel senso – tanto che per Heidegger l’ “essere” è finitezza) -, e nemmeno l'”ente” in quanto contrapposto all’ “apparire”, ma è l’essente in quanto essente, e pertanto la totalità dell’essente, che nel cerchio dell’apparire del destino è l’ ‘esser sé dell’essente’, e pertanto è il non contraddicentesi esser sé dell’essente in quanto apparire della totalità infinita degli essenti”.
(Emanuele Severino, Oltrepassare, Adelphi, 2007, pp. 319-320).

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