Se si pone l’essere nel tempo il “principio di non contraddizione” diventa la forma peggiore di contraddizione, Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, 1964, p. 22

Se si pone l’essere nel tempo il “principio di non contraddizione” diventa la forma peggiore di contraddizione

Il discorso aristotelico (ripetuto dagli aristotelici e dagli scolastici vecchi e nuovi) ponendo che quando l’essere è, è, e quando non è, non è, dice dunque che quando l’essere è il nulla, allora è nulla; e non si accorge che il vero pericolo dal quale ci si deve guardare non è l’affermazione che, quando l’essere è nulla, sia essere (e, quando è essere, sia nulla), ma è l’acconsentimento che l’essere sia nulla, cioè l’acconsentimento che si dia un tempo in cui l’essere non è il nulla (quando è) e un tempo in cui l’essere è nulla (quando non è), cioè l’acconsentimento che l’essere sia nel tempo. In questo modo il “principio di non contraddizione” diventa la forma peggiore di contraddizione: proprio perché la contraddizione viene nascosta nella formula stessa con la quale ci si propone di evitarla e di bandirla dall’essere.

Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, 1964, p. 22.

SUL DIVENIRE ( Emiliano Boccardi – Federico Perelda, Eppur si muove! Divenire e Contraddizione: storia e teoria di un problema, sta in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di Francesco Altea e Francesco Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 140 – 142)

SUL DIVENIRE

1. Il divenire è divenire ‘altro da sé’, da parte di qualcosa. “Diventare altro da sé” significa: il prodotto di una ‘differenza’, di una non identità. A questo proposito, è chiaro che la semplice esistenza di una differenza o di cose differenti non è lo stesso del divenire. Per esempio, Lucerna non è Mendrisio: sono due città diverse. Ma questo non vuol dire che l’una sia ‘diventata’ l’altra. Allo stesso modo, le circostanze che Giovanni sia seduto e Francesco sia in piedi non equivale a nessun divenire. La ‘differenza’ è dunque sì una condizione necessaria per il divenire, ma di per sé non basta. Occorre che, contestualmente, ci sia un’identità sottesa ai ‘differenti’, per poter dire che il risultato, il divenuto, sia appunto il risultato di un inizio. Non si tratta di una generica identità – di quella per esempio per cui Lucerna e Mendrisio sono entrambe delle città – ma di qualcosa di più stringente dell’ ‘identità’ di un’unica e medesima cosa. Se c’è un mutamento, è ‘un’ certo qualcosa ad avere delle differenze tali per cui ‘esso’ è divenuto qualcosa di ‘diverso’ rispetto a quello che era all’inizio.

Divenire è diventato l’altro da sé; d’altra parte, anche intuitivamente, si può dire che se una cosa resta in tutto e per tutto eguale a sé stessa, essa ‘non’ muta. Per esempio, una persona che non invecchiasse, una casa che non si alterasse minimamente, non sarebbero esempi di divenire. Al contrario, solo ciò che diventa quel che prima ‘non’ era, muta. Il tratto essenziale del divenire è dunque una differenza sottesa da un’identità. Questa teoria del divenire deve restituire questo rapporto di identità e differenza; e la varietà delle teorie sta nei diversi modi in cui tale rapporto viene configurato.

2. Questo tratto generale è immediatamente presente nella teoria del divenire per la quale le cose si modificano nel tempo e divengono altro. Qualcosa diventa un’altra cosa, ciò ch’essa non era. Emanuele Severino – che su questi temi ha scritto pagine di importanza fondamentale, e alla cui analisi qui ci rifacciamo – ha chiamato questa concezione del divenire pre-ontologica, per il fatto che essa non ricorre immediatamente a concetti filosofici. Di che cosa si tratta, infatti? Fondamentalmente di una concezione che generalizza le espressioni della lingua quotidiana che descrivono ilo divenire: la legna bruciando diventa cenere: il pane nutrendo diventa pelle, carne e capelli; la sabbia fondendo diventa vetro; il vino fermentando diventa aceto; i bambini crescendo diventano adulti. In questi casi che cosa viene pensato?

Anzitutto, si pensa che esista una radicale ‘differenza’ tra inizio e risultato.. La legna, prima di divenire cenere, non era già cenere, né la sabbia era vetro, né il vino aceto, né un neonato era un adulto. Inizio e risultato ‘non sono’ la stessa cosa; sono appunto ‘diversi’, in tutto o in parte. Eppure, col divenire si pensa che l’una cosa ‘diventi’l’altra. Infatti, se la legna è e resta legna, non diviene cenere. L’affermazione che la legna sia legna, infatti, ‘non’ è un’affermazione di divenire. Non lo è, peraltro, neppure l’affermazione che la cenere sia cenere. In generale, una cosa non diviene fintantoché (o dacché) è e resta ciò che è. Ciò equivale a quel che altri ha chiamato, con riferimento ad un passo del ‘Parmenide’ di Platone, la ‘premessa di Platone (156c): “finché vige il precedente stato di cose, o quando il novo stato di cose è già reale, non può aver luogo alcun evento di cambiamento”. Col divenire della legna, dunque, la legna non resta legna, ma si fa altro: cenere. “Farsi cenere”, da parte della legna, vuol dire: farsi ciò che la cenere è. Ma non si è appena detto che la legna e cenere sono cose ‘diverse’?. Certamente; ma il divenire è allora questo: il farsi ‘identico’ da parte di qualcosa a qualcos’altro. La legna è cenere, col divenire,ovvero è (divenuta) ciò che essa non era.

( Emiliano Boccardi – Federico Perelda, Eppur si muove! Divenire e Contraddizione: storia e teoria di un problema, sta in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di Francesco Altea e Francesco Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 140 – 142)

Emanuele Severino e “Il principio di non contraddizione”: gli interventi dei prof. Tarca e Cusano – video YouTube

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(660) Emanuele Severino e “Il principio di non contraddizione”: gli interventi dei prof. Tarca e Cusano – YouTube

Vasco Ursini, La contraddizione come problema filosofico

In questi giorni si è ripreso a parlare, e molto, di contraddizione. Il tema è stato ampiamente trattato anche al congresso “All’alba dell’eternità. I primi 60 anni de La struttura originaria”, tenutosi a Brescia nei giorni 2 e 3 marzo scorsi. A porlo e svilupparlo in un serrato confronto ci hanno pensato Graham Priest e Emanuele Severino.Questo tema è antico e visitato quanto la storia della filosofia. C’è qualcuno che riconduce addirittura al “Poema sulla natura” di Parmenide la prima formulazione del “Principio di non contraddizione”, che bandisce le contraddizioni dal mondo e ne dichiara l’assoluta impossibilità.Il principio fu in qualche modo esaminato da Platone, ma a darne la sua prima formulazione esplicita fu Aristotele che lo espresse sia nel suo “Organon” (negli scritti di logica) che nella “Metafisica”, ove ne operò una strenua difesa. Aristotele infatti pensava che questa fondamentale questione competesse alla “filosofia prima” non essendo essa risolvibile mediante i soli strumenti della logica. Le sue argomentazioni in favore della illimitata validità del Principio di non contraddizione fu filosoficamente così efficace che esso si costituì come la legge più autorevole dell’intero pensiero occidentale. Questa autorevolezza fu tale che, dopo di lui, pochissimi filosofi si assegnarono il compito di difendere quel Principio.Più numerosi sono invece i filosofi che provarono a minare la validità del Principio di non Contraddizione. Fra costoro emerge la posizione espressa da Hegel, che fece della contraddizione il motore del procedimento detto “metodo dialettico” e l’architrave del proprio filosofare.Sono poi da ricordare gli autorevoli dubbi espressi da Nietzsche sul Principio di non contraddizione che egli vedeva connesso più alla volontà di potenza che alla verità delle cose. Ci furono poi gli attacchi di Jan Lukasiewicz alle argomentazioni aristoteliche della “Metafisica” a favore del Principio.A porre oggi apertamente in questione il carattere incontrovertibile del Principio di non contraddizione visto come un residuo della tradizione metafisica occidentale destinata al tramonto, sono molti epigoni di Nietzsche che si ritrovano nelle varie correnti di pensiero riunite sotto l’etichetta di “postmoderne”: si va dalla linea ermeneutica Nietzsche-Heidegger-Gadamer al pensiero debole, al decostruzionismo francese. Occorrerebbe esaminare in profondità anche le posizioni assunte da Gentile e Wittgenstein rispetto alla contraddizioneCi sono poi le posizioni critiche assunta dalla corrente logico-analitica nei confronti della contraddizione: Russel, il suo famoso paradosso rinvenuto nella teoria degli insiemi di Cantor, proprio quando si riteneva che questa dovesse fornire il fondamento definitivo della matematica; i paradossi insiemistici e semantici, a cominciare dal famoso “paradosso del mentitore”.Va anche detto che da qualche tempo i filosofi analitici hanno riscoperto il gusto di esplorare l’impossibile attraverso l’elaborazione di adeguati strumenti logici, a cominciare dalle “logiche paraconsistenti”, in cui l’individuazione di contraddizioni non deve necessariamente condurre al caos logico-metafisico, ma solo ad ammettere che la contraddizione possa, talvolta, realizzarsi nel mondo.Al Congresso cui sopra si è fatto cenno, in un confronto con Emanuele Severino, strenuo difensore del principio di non contraddizione liberato dal cappio del tempo in cui Aristotele lo aveva posto e quindi reso ancor più inattaccabile, Graham Priest ha sciorinato alla lavagna una serie di frasi, argomenti e diagrammi attraverso cui ha evidenziato la presenza di alcune contraddizioni concludendo che dunque non c’è nulla di sbagliato nel credere in alcune contraddizioni. La posizione filosofica di Priest è chiamata “dialetheismo” (ossia “teoria della doppia verità”, o delle contraddizioni vere). Taccio su ciò che gli ha ribattuto Emanuele Severino perché la sua posizione sul principio di non contraddizione è ampiamente trattata in numerosi scritti sia nel gruppo “Amici di Emanuele Severino” che nel Blog “Il pensiero filosofico di Emanuele Severino”.Qui basti ricordare che sul principio di non contraddizione, così come da lui rifondato, poggia e “sta inattaccabile” la sua filosofia.

Il principio di non contraddizione maschera del nichilismo, in ritirifilosofici.it

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L’opposizione del positivo e del negativo è la base essenziale del principio di non contraddizione, dunque è il suo fondamento implicito …

Angelo Santini in Amici di Emanuele Severino

L’opposizione del positivo e del negativo è la base essenziale del principio di non contraddizione, dunque è il suo fondamento implicito. Non è pertanto semplicemente un principio analogo ma è proprio il suo stesso nucleo essenziale. Severino ha mostrato che Aristotele lo ha però espresso in forma contraddittoria dal momento che secondo lui una cosa è quando è (ed esiste quando esiste) e non è quando non è (non esiste quando non esiste): Il fatto che una cosa non possa avere attributi opposti simultaneamente secondo il medesimo rispetto è stabilito sulla base del principio di opposizione: se le due proprietà opposte coesistessero, nessuna delle due sarebbe quel che è perché coesistendo con il suo opposto non se ne distinguerebbe, e non distinguendosene non sarebbe sé medesima.Il fatto che una cosa, secondo la formulazione aristotelica del principio di non contraddizione, sia quando è e non sia quando non è non elimina la contraddizione, ma la occulta: infatti è vero che elude la contraddizione per la quale uno stesso ente sarebbe e non sarebbe nello stesso momento e sotto il medesimo rispetto, però occulta il fatto che ad essere posto come ciò che diviene nulla è proprio l’ente e ad essere posto come ciò che diviene ente e proprio il nulla. Infatti, quando si pensa, di una cosa X, che in T1 esiste ed è distinta dal nulla mentre in T2 non esiste ed è dunque equivalente al nulla, si sta affermando che X, alla fine, è equivalente al nulla: a prescindere dai momenti diversi, nel fluire del presunto (e impossibile) divenire nichilistico (inteso come trasformazione, annullamento e produzione, e non come apparire processuale di momenti, configurazione, enti, determinazioni e relazioni eterni) X è identificato al nulla perché é dello stesso X che in T1 si era posto come distinto dal nulla che in T2 se ne predica invece l’identità, la coincidenza, contravvenendo così a ciò che lo stesso principio di non contraddizione stabilisce (ovvero che i distinti non sono identici).Severino è decine di spanne sopra i più grandi filosofi della storia della filosofia, c’è poco da fare. Non è neanche, semplicemente e soltanto, uno dei più grandi filosofi contemporanei ma il migliore di tutti i tempi: di Severino filosofo ne nasce uno nell’arco dell’eternità, non soltanto ogni mille anni. E, si sappia, con lui la filosofia non è finita ma è appena nata, dal momento che prima era nel suo stato embrionale: tutta la storia della filosofia (ma anche del pensiero umano in generale) si è mossa nella persuasione nichilista del divenire, che Severino ha sviscerato e mostrato in tutta la sua contraddittorietà ed assurdità, giungendo alla consapevolezza della necessaria eternità di tutte le cose. Le implicazioni che derivano dagli esiti delle tesi illustrate da Severino sono incalcolabili e aprono nuovi scenari inesplorati che possono e devono intrecciarsi anche con ciò che dottrine e prospettive spirituali (soprattutto orientali) hanno indicato nel corso dei millenni.

E’ PROPRIO IL CASO DI FARE CHIAREZZA SULLA POSIZIONE DI SEVERINO RISPETTO AL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE, Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, pp. 251 – 255

Sono ormai molti a ritenere che stiamo lasciando il vecchio mondo “aristotelico”, regolato dal “principio di non contraddizione” e stiamo andando verso un mondo nuovo, dove invece la contraddizione è accettata – come alcuni importanti episodi della scienza del nostro tempo stanno a confermare.
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In un celebre dialogo di Platone, Socrate dice a Teeteto che “nessuno, e non solo chi è sano di mente, ma nemmeno chi è pazzo”, e “nemmeno in sogno”, “ha il coraggio di dire sul serio a se stesso, e con l’intenzione di persuadersene, che il bove è il cavallo, o che il due è uno”, che il bianco è nero, che una casa è un albero …, e insomma, date due cose, che l’una sia l’altra. Qualcosa (il bove) non può essere l’altro da sé ( il cavallo e tutte le cose che sono altro dal bove). Aristotele, sostanzialmente, dice che questa affermazione di Platone è “il principio più saldo di tutti”, quello che più tardi verrà chiamato “principio di non contraddizione”.
Ed è vero: a partire dagli inizi del secolo scorso questo principio è andato incontro alle critiche più radicali: da Leopardi a Nietzsche a Freud, Dewey, Wittgenstein, Heidegger; Da Dostoevskij a certe diffuse interpretazioni della dialettica hegeliana e del marxismo. alle ricerche sulla mentalità primitiva, sul mito, sull’arte; da certe interpretazioni della fisica quantistica e del principio di indeterminazione all’intuizionismo matematico e alle logiche non aristoteliche, e alle loro applicazioni non solo all’ambito delle scienze naturali, ma anche a quello delle scienze sociali.
E’ accaduto a volte che si credesse di discutere quel principio, e invece si avesse a che fare con qualcosa di diverso da esso (la questione , infatti, è più complessa di quanto qui non appaia); ma, nell’insieme, esso è rifiutato come incarnazione suprema della pretesa dell’uomo di toccare il fondo delle cose – quel fondo che nemmeno un Dio onnipotente potrebbe dissolvere.
Il rapporto del mio discorso filosofico al principio di non contraddizione è invece diverso. Non si tratta di seguire il pensiero degli ultimi due secoli che nega il valore del principio di non contraddizione, e di affermare che la realtà e l’essere sono contraddizione e dunque qualcosa di assurdo che si sottrae alla ragione. Si tratta invece di comprendere – sono trent’anni che lo dico in modo esplicito, ma in forma implicita lo dicevo già dagli anni Cinquanta – che il principio di non contraddizione non riesce ad essere quello che intende essere, cioè non riesce a liberarsi dalla contraddizione, è un principio ‘contraddittorio’. Lungi dall’essere una pretesa smodata della ragione umana, è tragicamente modesto, arrendevole e disperato, perché il bove, il cavallo, il due, l’uno, il bianco, l’uomo, il sasso, la casa, le stelle, che tale principio ha cura di non confondere tra loro, sono poi tutti da esso confusi col nulla, perché tale principio dà per scontato che le cose sorgano provvisoriamente in mezzo al nulla, per risommergervisi.
(In modo analogo: mentre la cultura contemporanea ritiene che Dio sia qualcosa di eccessivo, un’iperbole che la realtà non può contenere, si tratta invece di comprendere che Dio è troppo poco, e cioè è esso stesso l’immagine prodotta da un pensiero tragicamente modesto, arrendevole e disperato di fronte al nulla da cui Dio trae e in cui respinge le cose).
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La riflessione sul senso del “principio più saldo di tutti” è ancora ben lontana dall’essere conclusa. Se non si tratta di abbandonare il vecchio mondo “aristotelico” per andare verso quello nuovo della contraddizione, non si tratta nemmeno di ritornare al vecchio mondo. Si tratta di pensare al di là di entrambi.
(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, pp. 251 – 255)

via Amici di Emanuele Severino | Facebook

Il principio di non contraddizione secondo R. Panikkar

La contraddizione è contra-dizione, non è contra-essere.
Dunque, la “contra-dizione” non si può dire.
Ma chi ci ha detto che quello che “è” coincida con quello che si può dire?
Chi ci dice che la Realtà obbedisca al principio di non-contraddizione?
Tale principio va rispettato dentro il suo campo, e il suo campo è quello della dizione, del dire.
Principio di “contra-dizione”.
Ma non è contro l’essere: l’Essere non è identico al logos, alla dizione, alla parola.
Credo si possa esprimere razionalmente o irrazionalmente.
R. Panikkar

“After the battle”: Emanuele Severino, il più strenuo difensore mai esistito della innegabilità del principio di non contraddizione, e Graham Priest, il grande logico teorico del “dialeteismo”, per il quale si danno contraddizioni vere.

“After the battle”: Emanuele Severino, il più strenuo difensore mai esistito della innegabilità del principio di non contraddizione, e Graham Priest, il grande logico teorico del “dialeteismo”, per il quale si danno contraddizioni vere.

Rimane il dubbio se queste due differenti tradizioni di pensiero siano riuscite ad intendersi durante il confronto tenutosi al convegno “All’alba dell’eternità” il 2 e il 3 marzo 2018.

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Il principio di non contraddizione nel pensiero di Emanuele Severino, segnalato da Vasco Ursini, in Robert Loss, Tempo, totalità e contraddizione. Ciò che il principio non dice. Elenchos e metafisica del tempo nel pensiero di E. Severino, in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di F. Altea e F. Berto,Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 251-252

Il principio di non contraddizione nel pensiero di Emanuele Severino

Il ruolo che il principio di non contraddizione riveste nel pensiero di Emanuele Severino rappresenta molto probabilmente un ‘unicum’ nel panorama filosofico contemporaneo. Se, infatti, la tesi più nota e più scandalosa del filosofo bresciano consiste nell’affermazione dell’eternità di ogni ente in quanto tale, è il ‘modo’ in cui questa viene presentata che più colpisce, ossia come la stessa posizione concreta del principio di non contraddizione, il cui senso autentico viene visto come espresso per la prima volta – ed essenzialmente – da Parmenide: “l’essere è, mentre il nulla non è” (fr. 6, vv. 1-2 in E. Severino, Essenza del nichilismo, 3° ed., Adellphi, Milano 1995, pp. 20-243). Pensare ad un tempo in cui un qualsiasi ente si è annullato o è ancora nulla, significherebbe infatti pensare ad un tempo in cui l’essere è – ‘simpliciter’ – identico al nulla. Dunque, se “dell’essere (di ogni, di tutto l’essere) non si può pensare che non sia, allora di tutto l’essere […] non si può pensare che divenga, perché, divenendo, non sarebbe […]. Sì che tutto l’essere è immutabile. Non esce dal nulla e non ritorna nel nulla. E’ eterno” (Ivi, p. 63). Mentre per gran parte della filosofia contemporanea il principio di non contraddizione è un criterio “solo negativo, di ogni verità” (I. Kant, Critica della ragione pura, trad. di G. Colli, Adelphi, Milano 1995, p. 228), in quanto applicantesi a conoscenze in generale “prescindendo dal loro contenuto” (Ibid.), Severino vede in esso la manifestazione stessa della verità dell’essere e la chiave di volta della “struttura originaria del sapere”.
Dal principio di non contraddizione non discende però, secondo Severino, solo l’impossibilità del divenire in senso nichilista, ma anche – e innanzitutto – la ‘necessità della relazione’ tra ogni significato e la totalità del significare. Il principio viene insomma visto non solo nella sua valenza ontologica, ma anche in quella semantica, incarnandosi immediatamente in una posizione ‘olista’. Riformulato come ‘principio di opposizione universale – il positivo si oppone al negativo – il principio di non contraddizione afferma non solo l’opporsi di ogni ente al ‘nihil absolutum’, ma anche il proprio differire da ‘ogni altro positivo’. Ogni significato, opponendosi originariamente ad ogni altro significato, implica la totalità del significare.

(Robert Loss, Tempo, totalità e contraddizione. Ciò che il principio non dice. Elenchos e metafisica del tempo nel pensiero di E. Severino, in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di F. Altea e F. Berto,Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 251-252).

(3) Amici di Emanuele Severino