Il principio di non contraddizione maschera del nichilismo | di Maurizio Morini in Ritiri Filosofici, 21 ottobre 2018

 

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IL “PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE”, Chair: Giuseppe MICHELI Discussant: Federico PERELDA, Luigi Vero TARCA, Laura CANDIOTTO Graham; PRIEST: Emanuele SEVERINO, Convegno All’alba dell’eternità – I PRIMI 60 ANNI DE “LA STRUTTURA ORIGINARIA” a cura dell’ASES – Associazione di Studi Emanuele Severino, Brescia 2-3 marzo 2018 Università degli Studi di Brescia. Video di 2 ore

All’alba dell’eternità – I PRIMI 60 ANNI DE “LA STRUTTURA ORIGINARIA” a cura dell’ASES – Associazione di Studi Emanuele Severino

Brescia 2-3 marzo 2018 Università degli Studi di Brescia,

Aula Magna di via San Faustino Università Cattolica di Brescia, Aula Magna di via Trieste

IL “PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE”

Chair: Giuseppe MICHELI

Discussant: Federico PERELDA, Luigi Vero TARCA, Laura CANDIOTTO Graham PRIEST Emanuele SEVERINO

NEGARE LA CONTRADDIZIONE, di Luciano Tomagè, in Amici di Emanuele Severino

Nella storia dell’ uomo, segnata all’ origine dal Nichilismo preontologico (mitico-religioso, magico-alchemico) e ontologico (filosofico-epistemico), la coscienza appare quando viene testimoniata la volontà di negare la contraddizione. Quando cioè il pensiero compie il primo passo verso quel principio che poi troverà esplicita formulazione nella metafisica di Aristotele e che viene tramandato nel corso dei secoli, dei millenni, come “principio di identità o di non contraddizione”.
A questo stadio aurorale della coscienza, l’ uomo rifiuta l’ indeterminazione dei propri atti e configura l’ agire come attività cosciente che coordina mezzi in vista di scopi determinati. Nega che il diverso sia identico.
In fondo, si tratta della sua salvezza, della sua sopravvivenza nella selva oscura che gli si para dinanzi.
Ogni cosa comincia ad essere intesa come determinata in quanto tale, perciò differente dalle altre. La Natura comincia ad essere vista come la manifestazione di una molteplicità di cose. Tra esse, alcune potenze naturali sovrastanti, a cui attribuire un valore sacro e salvifico. E tanti miti dell’ Origine richiamano la metaforfosi, la morte e lo smembramento del Dio come causa/potenza produttiva del mondo nella molteplicita’ delle suoi regni, delle sue forme.
Quando la coscienza umana saprà esprimere la testimonianza del valore della Verità, comincerà ad apparire anche il senso della sua contraddizione, cioè dell’ errore, dell’ inganno, della mistificazione della Verità, della sua alienazione.
Nella storia dell’ uomo, il liguaggio ontologico della filosofia greca segna fin dalle origini l’ alienazione della Verità. La più radicale perchè appunto riguarda il valore più alto di tutta la sapienza – e si tratta di un valore proprio perchè è in grado di assicurare una forma di salvezza alla vita dell’ uomo superiore a quella già offerta dal mito e dalla religione. Questo sapere assoluto ha un contenuto eminente che sarà l’ oggetto della Metafisica nel corso dei secoli, dei millenni. E questo contenuto è l’ Essere. E l’ ente in quanto ente. La cosa in quanto cosa, ontologicamente determinata. L’ ente e non altro da se’, non alienato a se’ stesso.’.
Il passaggio dal nichilismo Parmenideo (che per negare la contraddizione della verità dell’ Essere, condanna al Niente il molteplice dive-niente che appare e di cui pure facciamo esperienza), al nichilismo platonico-aristotelico (che per negare la contraddizione della verità salva il mondo, il molteplice diveniente di cui pure abbiamo esperienza, nell’ ordine di una perenne oscillazione tra l’ Essere e il Nulla) è il passaggio decisivo. Parmenide scioglie il legame necessario dell’ ente all’Essere e così facendo condanna al niente dell’ illusione l’ esperienza del mondo. Platone scioglie il legame dell’ ente al Niente (a cui lo aveva condannato Parmenide) ma non lega secondo necessità l’ ente all’ Essere, bensì secondo l’ ordine del Tempo. Con l’ Occidente si apre la vicenda del mortale in quanto coscienza ontologica della vita e della morte di tutte le cose. Nelle pagine del “Sofista” emerge la testimonianza di questa coscienza filosofica giunta alla soluzione di un paradossale rebus metafisico.
Ora, la coscienza filosofica della verità epistemica, che permane nella tradizione occidentale fino a due secoli fa e poi crolla lasciando in superficie al vitalismo e alla prassi scientifica la parola ma coltivando sottotraccia le mosse dello scacco matto alla tradizione, attraversa una prima fase in cui la negazione della contraddizione si fonda sulla verità dell’ Essere, cioè di quel valore eterno ed immutabile che la parlola “sacro” sintetizza bene. Mentre invece nella seconda fase di questa coscienza filosofica, da un paio di secoli appunto, la negazione della contraddizione è operata sul fondamento del divenire, come dimensione non smentibile dell’ esperienza, come fondamento di verità. AFFERMARE LA VERITA’ DEL DIVENIRE SIGNIFICA NEGARE LA CONTRADDIZIONE DEL SACRO E DEL DIVINO IN QUANTO ETERNI CHE ENTIFICANO IL NULLA DEL FUTURO.
La lettura severiniana di questo processo storico-fenomenologico della coscienza filosofica dell’ Occidente offre una visione orientata verso la progressiva coerentizzazione della Follia, cioè dell’ errore, dell’ alienazione della verità. La negazione della contraddizione si fa coerente poichè la logica del divenire si sbarazza di quell’ ente privilegiato che è l’ Iperuranio come luogo delle idee eterne, di Dio e di tutti i valori eretti a diga del fiume della vita, e afferma la verità del divenire trascendentale. La crisi in atto nel mondo è il riflesso mondano di questo sommovimento epocale, il passaggio inevitabile dall’ epoca della verità dell’ eterno all’ epoca dell’ attimo fuggente sottoposto alla previsione scientifica dell’ apparato tecnico totale. Abbiamo detto passaggio inevitabile sempre secondo il senso “debole” che la necessità acquista all’ interno della fede nel divenire, che del Nichilismo è l’ essenza e del mortale l’ alienazione essenziale. E senza considerare che la civiltà della Tecnica che avanza ancora non raggiunge il grado di coscienza avanzato (il sottosuolo del pensiero, secondo il linguaggio di Severino), che gli garantisca di diritto, e non soltanto di fatto, la vittoria nello scontro con le altre fedi politiche, economiche, religiose. Prendendo coscienza di ciò su cui si fondano le ragioni del suo dominio, il Superuomo moderno, l’ apparato tecnoscientifico cioè, libera tutte le sue risorse di potenza. Percio’ la Tecnica deve imparare a negare con verità la contraddizione di qualsiasi immutabile, di qualsiasi dio che pretenda l’ eternità nell’ orizzonte del divenire trascendentale, per accedere al grado filosofico della coscienza di se’ e della legittimità del suo primato al dominio, in quanto culmine della volontà di potenza.

via (2) Amici di Emanuele Severino

Se si pone l’essere nel tempo il “principio di non contraddizione” diventa la forma peggiore di contraddizione (Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, 1964, p. 22), citazione proposta da Vasco Ursini in Amici di Emanuele Severino

 

Il discorso aristotelico (ripetuto dagli aristotelici e dagli scolastici vecchi e nuovi) ponendo che quando l’essere è, è, e quando non è, non è, dice dunque che quando l’essere è il nulla, allora è nulla; e non si accorge che il vero pericolo dal quale ci si deve guardare non è l’affermazione che, quando l’essere è nulla, sia essere (e, quando è essere, sia nulla), ma è l’acconsentimento che l’essere sia nulla, cioè l’acconsentimento che si dia un tempo in cui l’essere non è il nulla (quando è) e un tempo in cui l’essere è nulla (quando non è), cioè l’acconsentimento che l’essere sia nel tempo. In questo modo il “principio di non contraddizione” diventa la forma peggiore di contraddizione: proprio perché la contraddizione viene nascosta nella formula stessa con la quale ci si propone di evitarla e di bandirla dall’essere.

Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, 1964, p. 22.

via Amici di Emanuele Severino

Il “principio di non contraddizione” nel pensiero di Emanuele Severino, citazione da: Robert Loss, Tempo, totalità e contraddizione. Ciò che il principio non dice. Elenchos e metafisica del tempo nel pensiero di E. Severino, in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di F. Altea e F. Berto,Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 251-252.

 

Il ruolo che il principio di non contraddizione riveste nel pensiero di Emanuele Severino rappresenta molto probabilmente un ‘unicum’ nel panorama filosofico contemporaneo. Se, infatti, la tesi più nota e più scandalosa del filosofo bresciano consiste nell’affermazione dell’eternità di ogni ente in quanto tale, è il ‘modo’ in cui questa viene presentata che più colpisce, ossia come la stessa posizione concreta del principio di non contraddizione, il cui senso autentico viene visto come espresso per la prima volta – ed essenzialmente – da Parmenide: “l’essere è, mentre il nulla non è” (fr. 6, vv. 1-2 in E. Severino, Essenza del nichilismo, 3° ed., Adellphi, Milano 1995, pp. 20-243).

Pensare ad un tempo in cui un qualsiasi ente si è annullato o è ancora nulla, significherebbe infatti pensare ad un tempo in cui l’essere è – ‘simpliciter’ – identico al nulla. Dunque, se “dell’essere (di ogni, di tutto l’essere) non si può pensare che non sia, allora di tutto l’essere […] non si può pensare che divenga, perché, divenendo, non sarebbe […]. Sì che tutto l’essere è immutabile. Non esce dal nulla e non ritorna nel nulla. E’ eterno” (Ivi, p. 63).

Mentre per gran parte della filosofia contemporanea il principio di non contraddizione è un criterio “solo negativo, di ogni verità” (I. Kant, Critica della ragione pura, trad. di G. Colli, Adelphi, Milano 1995, p. 228), in quanto applicantesi a conoscenze in generale “prescindendo dal loro contenuto” (Ibid.), Severino vede in esso la manifestazione stessa della verità dell’essere e la chiave di volta della “struttura originaria del sapere”.

Dal principio di non contraddizione non discende però, secondo Severino, solo l’impossibilità del divenire in senso nichilista, ma anche – e innanzitutto – la ‘necessità della relazione’ tra ogni significato e la totalità del significare. Il principio viene insomma visto non solo nella sua valenza ontologica, ma anche in quella semantica, incarnandosi immediatamente in una posizione ‘olista’. Riformulato come ‘principio di opposizione universale – il positivo si oppone al negativo – il principio di non contraddizione afferma non solo l’opporsi di ogni ente al ‘nihil absolutum’, ma anche il proprio differire da ‘ogni altro positivo’. Ogni significato, opponendosi originariamente ad ogni altro significato, implica la totalità del significare.
(Robert Loss, Tempo, totalità e contraddizione. Ciò che il principio non dice. Elenchos e metafisica del tempo nel pensiero di E. Severino, in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di F. Altea e F. Berto,Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 251-252.

EMANUELE SEVERINO, La guerra e il mortale, a cura di Luca Taddio, con un saggio di Giorgio Brianese, Mimesis, 2010. Con 18 lezioni in formato audio. Indice del libro e delle lezioni

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EMANUELE SEVERINO, La guerra e il mortale, a cura di Luca Taddio, con un saggio di Giorgio Brianese, Mimesis, 2010. Contiene anche 18 audio delle lezioni tenute al San Raffaele di Milano fra il 2004 e il 2005. Indice del libro

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EMANUELE SEVERINO, Volontà, fede e destino, a cura di Davide Grossi, con un saggio introduttivo di Massimo Donà, Mimesis, 2008, p. 72. Contiene anche 18 audio delle lezioni. Indice del libro

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EMANUELE SEVERINO, Il bello, Mimesis editore, 2011, p. 48. Contiene anche un GLOSSARIO dei temi chiave. Indice del libro

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E’ PROPRIO IL CASO DI FARE CHIAREZZA SULLA POSIZIONE DI SEVERINO RISPETTO AL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE, citazione proposta da Vasco Ursini in: Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, pp. 251 – 255, tratta da  Amici a cui piace Emanuele Severino

E’ PROPRIO IL CASO DI FARE CHIAREZZA SULLA POSIZIONE DI SEVERINO RISPETTO AL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE

Sono ormai molti a ritenere che stiamo lasciando il vecchio mondo “aristotelico”, regolato dal “principio di non contraddizione” e stiamo andando verso un mondo nuovo, dove invece la contraddizione è accettata – come alcuni importanti episodi della scienza del nostro tempo stanno a confermare.
[ … ]
In un celebre dialogo di Platone, Socrate dice a Teeteto che “nessuno, e non solo chi è sano di mente, ma nemmeno chi è pazzo”, e “nemmeno in sogno”, “ha il coraggio di dire sul serio a se stesso, e con l’intenzione di persuadersene, che il bove è il cavallo, o che il due è uno”, che il bianco è nero, che una casa è un albero …, e insomma, date due cose, che l’una sia l’altra. Qualcosa (il bove) non può essere l’altro da sé ( il cavallo e tutte le cose che sono altro dal bove). Aristotele, sostanzialmente, dice che questa affermazione di Platone è “il principio più saldo di tutti”, quello che più tardi verrà chiamato “principio di non contraddizione”.
Ed è vero: a partire dagli inizi del secolo scorso questo principio è andato incontro alle critiche più radicali: da Leopardi a Nietzsche a Freud, Dewey, Wittgenstein, Heidegger; Da Dostoevskij a certe diffuse interpretazioni della dialettica hegeliana e del marxismo. alle ricerche sulla mentalità primitiva, sul mito, sull’arte; da certe interpretazioni della fisica quantistica e del principio di indeterminazione all’intuizionismo matematico e alle logiche non aristoteliche, e alle loro applicazioni non solo all’ambito delle scienze naturali, ma anche a quello delle scienze sociali.
E’ accaduto a volte che si credesse di discutere quel principio, e invece si avesse a che fare con qualcosa di diverso da esso (la questione , infatti, è più complessa di quanto qui non appaia); ma, nell’insieme, esso è rifiutato come incarnazione suprema della pretesa dell’uomo di toccare il fondo delle cose – quel fondo che nemmeno un Dio onnipotente potrebbe dissolvere.
Il rapporto del mio discorso filosofico al principio di non contraddizione è invece diverso. Non si tratta di seguire il pensiero degli ultimi due secoli che nega il valore del principio di non contraddizione, e di affermare che la realtà e l’essere sono contraddizione e dunque qualcosa di assurdo che si sottrae alla ragione. Si tratta invece di comprendere – sono trent’anni che lo dico in modo esplicito, ma in forma implicita lo dicevo già dagli anni Cinquanta – che il principio di non contraddizione non riesce ad essere quello che intende essere, cioè non riesce a liberarsi dalla contraddizione, è un principio ‘contraddittorio’. Lungi dall’essere una pretesa smodata della ragione umana, è tragicamente modesto, arrendevole e disperato, perché il bove, il cavallo, il due, l’uno, il bianco, l’uomo, il sasso, la casa, le stelle, che tale principio ha cura di non confondere tra loro, sono poi tutti da esso confusi col nulla, perché tale principio dà per scontato che le cose sorgano provvisoriamente in mezzo al nulla, per risommergervisi.
(In modo analogo: mentre al cultura contemporanea ritiene che Dio sia qualcosa di eccessivo, un’iperbole che la realtà non può contenere, si tratta invece di comprendere che Dio è troppo poco, e cioè è esso stesso l’immagine prodotta da un pensiero tragicamente modesto, arrendevole e disperato di fronte al nulla da cui Dio trae e in cui respinge le cose).
[ … ]
La riflessione sul senso del “principio più saldo di tutti” è ancora ben lontana dall’essere conclusa. Se non si tratta di abbandonare il vecchio mondo “aristotelico” per andare verso quello nuovo della contraddizione, non si tratta nemmeno di ritornare al vecchio mondo. Si tratta di pensare al di là di entrambi.
(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, pp. 251 – 255)

Sorgente: (31) Amici a cui piace Emanuele Severino

Emanuele Severino SULLA CONTRADDIZIONE, citazione da Scenari dell’impossibile. La Contraddizione nel pensiero contemporaneo, Nota introduttiva, a cura di Francesco Altea e Francesco Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 9 – 10

SULLA CONTRADDIZIONE

Si parla molto di contraddizione, di questi tempi. In effetti, si tratta di un tema antico e visitato quanto la storia della filosofia: c’è chi fa risalire la prima formulazione del celebre ‘ Principio di Non Contraddizione ‘, che bandisce le contraddizioni dal mondo e ne dichiara l’assoluta impossibilità, addirittura al ‘Poema sulla natura’ di Parmenide (VI -V sec. a. C.). Il principio si ritrova in Platone, ma la sua prima formulazione esplicita è dovuta a Aristotele, che lo espresse sia nel proprio ‘ Organon ‘ (negli scritti di logica) che nella ‘ Metafisica ‘, e lo difese in quest’ultima. Affrontando la questione della validità generale del ‘Principio di Non Contraddizione’ nella ‘ Metafisica ‘, e non in un contesto logico, Aristotele sottintendeva che questo problema fondamentale competesse al ” filosofo primo “, e non fosse risolvibile mediante i soli strumenti della logica. E l’argomentazione aristotelica a favore dell’illimitata validità del Principio fu filosoficamente così efficace che questo si costituì come la legge più autorevole dell’intero pensiero occidentale – talmente autorevole che ben pochi, dopo Aristotele, si presero la briga di ‘difendere’ il Principio a loro volta (con un paio di eccezioni, quali gli idealisti inglesi Bradley e McTaggar). Thomas Reid incluse il Principio fra i dettati del buon senso comune (insieme ad altre verità ” autoevidenti “, come quella secondo cui le cose che ricordo distintamente sono accadute davvero). Il senso comune, di solito, è soltanto reattivo: non si preoccupa di sostenere le proprie convinzioni, finché qualcuno non le sfida.
Ma, in effetti, qualche sfida ci fu. Uno dei nomi più autorevoli in proposito è quello di Hegel, che fece della contraddizione il motore del procedimento chiamato ” metodo dialettico ” e il cuore della propria filosofia. Autorevoli dubbi sul Principio, all’alba del pensiero contemporaneo, furono espressi da Nietzsche, il quale ne scorse il ruolo assolutamente pragmatico, e quindi connesso – nonostante la ‘bona fide’ dei suoi fautori – più alla volontà di potenza che alla verità delle cose; e, dal lato logico, da Jan Lukasiewicz, il quale attaccò direttamente le argomentazioni aristoteliche della ‘Metafisica’ a favore del Principio.
Molti epigoni di Nietzsche, dislocati lungo le varie correnti di pensiero riunite sotto l’etichetta di “postmoderne” (da una parte della linea ermeneutica Nietzsche – Heidegger – Gadamer, al pensiero debole, al decostruzionismo francese) oggi mettono apertamente in questione il carattere incontrovertibile del Principio di Non Contraddizione come un residuo della tradizione metafisica occidentale – una tradizione impegnata nella ricerca di verità forti, definitive, e vista come consegnata, pur nella sua grandezza, al tramonto.
Dal lato logico-analitico, poi, ci si è occupati delle contraddizioni fin dall’inizio: se il ” mito di fondazione ” della filosofia analitica racconta dell’emancipazione di Russel dall’idealismo metafisico del suo tempo, una parte di questo racconto confluisce nella scoperta di quella che egli chiamava ” la contraddizione “: il famoso paradossi di Russel, rinvenuto nella teoria degli insiemi di Cantor proprio quando si pensava che questa dovesse fornire il fondamento definitivo della matematica. Naturalmente, i filosofi analitici sono tradizionalmente interessati delle contraddizioni solo per espungerle dal mercato filosofico. Ma anche su questo punto qualcosa ultimamente è cambiato. Prestando sempre più attenzione ai paradossi insiemistici e semantici (come il famoso “paradosso del mentitore”), i filosofi analitici hanno riscoperto il gusto di esplorare l’impossibile, e hanno anche cominciato ad elaborare strumenti logici in grado di farlo; logiche ‘paraconsistenti’, in cui l’ammissione di contraddizioni non conduce al caos logico-metafisico. E i più arditi fra essi, adoperando queste logiche, hanno cominciato ad esplorare la possibilità che il Principio non abbia quella validità non ristretta che si credeva; hanno incominciato a supporre che l’impossibile, la contraddizione, possa tutto sommato realizzarsi, talvolta, nel mondo.
(Scenari dell’impossibile. La Contraddizione nel pensiero contemporaneo, Nota introduttiva, a cura di Francesco Altea e Francesco Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 9 – 10).

Sorgente: (17) Amici a cui piace Emanuele Severino

Ogni giudizio non contraddittorio è un giudizio identico, da Emanuele Severino, “La struttura originaria” (1958), Adelphi, Milano 1981, pp. 271-273

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Emanuele Severino

“Solo in quanto soggetto e predicato siano presupposti al giudizio essi hanno una determinatezza differente, e pertanto il giudizio è una contraddizione: perché se quella presupposizione non sussiste, il predicato non viene affermando ciò di cui, in quanto presupposto alla predicazione, non conviene tale predicato, ma di ciò cui, appunto, tale predicazione conviene; o il predicato non conviene al soggetto in quanto questo è presupposto alla relazione con predicato, ma in quanto il soggetto è appunto o è già immesso nella relazione, ossia in quanto il soggetto è già esso sintesi del soggetto e del predicato. […] Il significato concreto della proposizione: « a è b » è pertanto: (a = b) = (b = a).”

E. Severino, “La struttura originaria” (1958), Adelphi, Milano 1981, pp. 271-273

Il passo completo: http://bit.ly/1bqd4Iv

[Opera di Matteo Cecchinato]

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