A un certo punto della vita dell’uomo …, testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini

A un certo punto della vita dell’uomo l’estrema precarietà dell’esserci si avverte con drammatica continuità giorno dopo giorno, e gli ungarettiani versi “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” si insinuano nel pensiero stabilmente

Il “tempo che resta”, riflessioni di Paolo Ferrario sulla vita e la morte, dopo un dibattito cittadino (con particolare riferimento alla lezione di Maurizio Migliori). Primi anni 2000, ai tempi del blog di Splinder

“Il tempo che resta”

E’ l’importante questione che l’associazione Accanto – Amici dell’Hospice San Martino” ha messo sotto riflessione in città:
“il tempo che resta è ciò che resta a ciascuno dalla nascita all’ultimo delicato soffio o respiro.
Il compito è quello di riuscire a viverlo il meglio possibile”,
dice la locandina.

In tre settimane si sono dipanati tre film e un dibattito:

Le temps qui reste di Francois Ozon

Go Now di Michael Winterbottom

La mia vita senza di me di Isabel Coixet

Chi, come me, sta velocemente avvicinandosi ai 60 anni questo tema se lo pone.

Non dico insistentemente, ma spesso. Come una questione importante, ineliminabile, oggettiva.

Il nostro tempo è breve.

E’ breve sempre, sia che moriamo giovani (certo di più), sia che moriamo vecchi (di meno, ma con la stessa percezione che il tempo è breve).

E’ tema talmente rilevante che mi trascino di stanza in stanza questo libro:
Harald Weinrich, Il tempo stringe: arte ed economia della vita a termine, Il Mulino, 2006 (edizione originale: Knappe Zeit. Kunst un Okonomie des befristeten Lebens, 2004. Quindi sono grato a Francesca Rigotti che lo ha tradotto).

Ecco alcuni capitoli di questo libro: Breve è la vita, lunga è l’arte, il tempo urge nell’aldiquà e nell’aldilà, il dramma del tempo scarso, finitezza-infinitezza, vivere con termini e scadenze.

Weinrich è un magistrale esperto di linguistica e filologia e la sua ricerca è di immenso interesse.

Ma tornando alla città c’è stato anche un dibattito a cui sono intervenuti:

Maurizio Migliori, filosofo

Don Bruno Maggioni, teologo,

Giuliano Turone e Gherardo Colombo, magistrati.

Ho preso qualche appunto che ora raccolgo e lascio qui nel mio blog –diario.

La morte è un processo individuale che riguarda tutti. E’ l’evento più universale e “democratico” che ci sia. Per l’individuo è una esperienza del tutto irripetibile, che si conosce solo per averla vista solo attraverso il corpo di uno o più altri.

Questa è la sua “eccezionalità”: tocca a tutti e a ciascuno, per ogni persona capita solo una volta. L’esperienza che ne facciamo è sempre indiretta.

Le tecnologie mediche oggi ci pongono un problema. Un problema tipicamente “moderno”, cioè non presente nelle società del passato. Non era così nelle culture esplorate dalle letterature classiche o da quelle moderne. Diciamo fino almeno alla seconda metà del ‘900.

Il problema è quello delle diagnosi sempre più selettive e precise e quello del tempo concesso in più dalle tecnologie mediche.

Insomma, oggi la morte, che pure è coperta da mille tabù, oscurità, rimozioni sempre più può metterci davanti al nostro “Tempo che resta”. Può avvenire che uno di noi venga a conoscenza forte e viva che il suo viaggio volge al limite. Sapendolo, avendone coscienza. Una coscienza resa ancora più avvertita dalla tecnica

Amici, credo che sia
meglio per me ricominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.

Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso
Questo processo della fine della vita individuale investe le politiche e le istituzioni.

Un tempo si moriva a casa, poi in ospedale (nei reparti di medicina e geriatria). Oggi le istituzioni si specializzano: dal 1989 si è sviluppata in Italia la rete delle RSA- Residenze sanitarie assistenziali. Ed ora si creano gliHospice, strutture specializzate ad accompagnare in un contesto socio-sanitario alla morte i malati a prognosi infausta.

La novità è questa: nell’elenco delle situazioni estreme occorre aggiungere quello della:

possibile consapevolezza del tempo che resta

E allora attorno e dopo questo problema nuovo ne nasce un altro:

si può “pensare” il tempo che resta?

Si può apprendere qualcosa di questa situazione? Si può “fare anima”, come direbbe James Hillman o Claudio Risè, attorno a questo evento.

Ci si può provare.

Maurizio Migliori, quella sera ci ha sapientemente provato. Per ora riassumo il suo denso contributo.

Poi ci penserò e ripenserò e correggerò ed amplierò.

Esordio:

La NOSTRA morte è impensabile. E’ impossibile da razionalizzare.

Possiamo applicare funzioni di pensiero solo alla morte degli altri.

Tuttavia la morte ha anche una funzione attiva sulla vita. Sulla vita intera e sul frammento finale:

la morte tende ad attribuire senso al tempo che resta

Gli immortali dei romanzi di fantascienza e di fantasy sono dei soggetti infelici. Per loro il tempo eterno arriva a perdere significato. Non sanno cosa fare. Ricordo qui il discorso finale del perfetto robot in Blade Runner.

La morte può produrre apprendimento:

dà il senso del limite

Cioè fornisce coscienza che siamo esseri finiti e limitatissimi.

Siamo foglie, foglie importanti, ma foglie.

Ricordo una frase di Alberto Moravia: “siamo rugiada della notte che si asciuga al sole”.

E’ la coscienza di un limite pesante perché la natura è concentrata sulla viva non ci viene in aiuto per la morte:

alla natura la morte non interessa,

alla natura interessa solo la specie, non l’individuo

La natura non ci aiuta. Anzi si allontana quando si avvicina la morte.

Allora, cosa possiamo fare in una situazione di coscienza non solo della ineluttabilità della morte, ma del tempo scarso, come ben dice Weinrich?

Possiamo, facendoci anche aiutare, fare questo:

attraversare la nostra vita, l’unica cosa che veramente ci appartiene,

alla luce della certezza della morte.

Nessuno può dare istruzioni in proposito, data la singolarità dell’evento finale.

Tuttavia qualche cosa può essere pensato. Già: pensare. Visto che la specie umana ha sviluppato la coscienza ed il pensiero. E proprio perché li ha elaborati ha anche necessariamente elaborato il tema della angoscia della morte. Lo sa bene chi possiede animali: soffrono, provano dolore, si nascondono. Ma non hanno coscienza della morte. Avvertono il dolore, quella cosa che non sentivano prima. E noi possiamo alleviarlo.

Alcune cose che possono essere pensate:

occorre sapere da subito che “il tempo è poco”

Questo vale anche per i più giovani. Non è un problema dei pre-vecchi, come io sono, o dei vecchi. Anche un giovane dovrebbe apprendere che il tempo è poco. Non è facile, anzi sembra impossibile nella società dei consumi e dell’immagine.

Occorre poi:

sapere che siamo in cammino.

E che questo cammino ha delle tappe e che il tempo non non va sprecato.

Come? Per esempio non concentrandosi  su una sola cosa. Il lavoro, l’ideologia, il divertimento. Allargare il campo degli interessi. Come Tarzan: attaccarsi a più liane. Volare e prenderne un’altra.

Poi si può, piano piano, senza masochismi eccessivi (come ho detto proprio questa mattina ad Arsenico, che pure il tema della sofferenza lo maneggia professionalmente)

prepararsi ed accettare questo processo

Allenarsi ad accettarlo

Dire “non me lo aspettavo” è un insulto alla intelligenza.

No: è nella gamma delle possibilità. O per cause probabilistiche, come nei mestieri pericolosi. O per rischi accettati. O, comunque, per biologia. Naturalmente si deve fare di tutto per ridurre i rischi

Però può succedere.

O nell’attimo dell’incidente e delle bombe nelle metropolitane (è un mio chiodo fisso: ma se loro mi dicono “ti odio e ti voglio uccidere”, io gli credo).

O in un decorso lungo e assistito.

E allora cosa pi può ancora fare in questo percorso che è la mia vita, la tua vita?

si può relazionarsi con il mondo,

si può tentare di lasciare un segno della nostra presenza

Si può scrivere una poesia: magari l’unica poesia. Ma la mia. Sì : anche un haiku, senza la tecnica dell’haiku

Si può fare un dipinto: magari l’unico, ma il mio.

Si può scrivere in un blog. Chissà mai che questi segni dell’elettronica lascino da qualche parte una traccia di sé. E illuminino il cammino di un qualunque altro

E dove si inscrivono le tracce di sé?

In altre persone. Come un software invisibile che però plana su un hardware.

Ecco la funzione delle biblioteche.

La funzione delle piazze e delle vie.

La funzione dei rituali.

Tutto questo si può e deve fare.

Sapendo, tuttavia che il passaggio finale è solitario.

Soli, soli, soli.

E chi ha la fortuna di avere la fede se la tenga cara e molto stretta.

E chi non l’ha, e io sono uno che non l’ha, avrà uno strumento in meno.

Ma chissà se in quel momento anche chi ha la fede non vacillerà, almeno per un attimo?

Soli, soli, soli.


vai alle pubblicazioni di Maurizio Migliori

https://antemp.com/2019/09/24/maurizio-migliori-pubblicazioni-in-portale-docenti-della-universita-di-macerata/

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

“Il tempo che resta”

E’ l’importante questione che l’associazione Accanto – Amici dell’Hospice San Martino” ha messo sotto riflessione in città:
“il tempo che resta è ciò che resta a ciascuno dalla nascita all’ultimo delicato soffio o respiro.
Il compito è quello di riuscire a viverlo il meglio possibile”,
dice la locandina.

In tre settimane si sono dipanati tre film e un dibattito:

Le temps qui reste di Francois Ozon

Go Now di Michael Winterbottom

La mia vita senza di me di Isabel Coixet

Chi, come me, sta velocemente avvicinandosi ai 60 anni questo tema se lo pone.

Non dico insistentemente, ma spesso. Come una questione importante, ineliminabile, oggettiva.

Il nostro tempo è breve.

E’ breve sempre, sia che moriamo giovani (certo di più), sia che moriamo vecchi (di meno, ma con la stessa percezione che il tempo è breve).

E’ tema talmente rilevante che mi trascino di stanza in…

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MORTE, IMMORTALITA’, citazione da Biagio De Giovanni, Disputa sul divenire, Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, Napoli 2013

 

In Severino l’esser “mortali” […] è “volontà di separare le parti dal Tutto”: l’esser mortali è prodotto dell’isolamento, questo è “la volontà di esser mortali”, (Destino della Necessità, p. 416) l’unica volontà, si potrebbe dire, che realizza il proprio volere, perché l’esser mortali è la grammatica esistenziale dell’isolamento, è la prima prevaricazione, quella esistenziale appunto, è il senso originario ed estremo del prevaricare (ivi, p. 417) che ti spinge a prender cura solo delle cose della terra, a negare il legame necessario che unisce ogni parte al Tutto. Siamo “mortali” perché abbiamo deciso di esserlo (ecco il paradosso di Severino) nel momento in cui abbiamo pensato il divenire come uscire dal nulla e precipitare nel nulla. […] Il tema, in Severino, è direttamente la morte dell’uomo, la sua “scelta” di esser mortale, che si scontra, contende con l’eternità di ogni ente e dunque anche con l’ente uomo. Nascita e morte sono possibili solo nella dimensione isolata della terra, l’ente uomo ha rinunciato alla propria identità.
Ma il paradosso di Severino è tale perché si scontra con il fatto che l’uomo muore, che ognuno di noi muore, con l’inquietudine che crea questo dissolversi della nostra esperienza, cadere nel nulla della coscienza di essere. Il ‘de consolatione philosopiae’ non sembra qui raggiungere il suo scopo. La consapevolezza della morte offre la primigenia condizione metafisica dell’ente-uomo, la tensione che essa fa dilagare va mantenuta, e di Severino si deve cogliere il lato che la mantiene, che è nell’intreccio fra orizzonte del Tutto e parzialità del vivere umano. Ma c’è in Severino, a un certo punto, come un separarsi dei due orizzonti, come se mettere l’orizzonte del Tutto nel quadro dell’Attesa eliminasse o riducesse la forza del loro dialettismo? E accetterebbe mai Severino l’espressione “dialettismo”?, e la domanda è retorica. E come incide questa possibilità ermeneutica sul tema della morte? Non c’è una forzatura nel considerare l’esser mortale come dimenticanza della propria eternità? E che cosa può scuotere chi sa che il proprio destino è la propria morte personale? Non c’è qualcosa di ineluttabile in questa fragilità, in questo cosumarsi delle cose? Che ci porta in un territorio che forse né Gentile né Severino hanno esplorato perché realmente forse inesplorabile nell’inesorabilità della sua dimensione? O che l’hanno fatto provando a esorcizzare la prepotente realtà-verità della irrimediabile finitezza del nostro tempo di vita? (Il discorso continuerà prossimamente).
(Biagio De Giovanni, Disputa sul divenire, Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, Napoli 2013).

Il depresso è lungimirante perché percepisce che nessun riparo … può salvarlo dal nulla, Emanuele Severino, Sortite, Rizzoli, Milano 1994, p. 13

Il depresso è lungimirante perché percepisce che nessun riparo – né l’apparato teologico-metafisico, né quello scientifico-tecnologico- può salvarlo dal nulla. Si può aver voglia di vivere, si può sopportare la vita solo se si distoglie lo sguardo dalla morte e dal nulla (magari enfatizzando il concetto che l’uomo è “un essere-per-la-morte”). La cultura occidentale – e quella dell’Oriente in embrione – è la radice di ogni “depressione” dell’uomo occidentale, è l’anima di ogni forma di angoscia.


(Emanuele Severino, Sortite, Rizzoli, Milano 1994, p. 13).

L’angoscia dell’uomo e l’Occidente, in Emanuele Severino, Sortite, Rizzoli, Milano 1994, pp. 13-14

 

Se ciò che la nostra cultura pensa dell’uomo è vero, non solo l’angoscia dell’uomo occidentale è lungimiranza e ogni farmaco (materiale e spirituale) tende a fare del sofferente un essere dalla vista corta, ma la sofferenza e l’angoscia dell’uomo sono estreme, perché quello che l’Occidente pensa dell’uomo e del dolore rafforza e spinge al culmine il dolore patito.

Pensando che il dolore è l’annientamento della felicità e la morte l’annientamento della vita, l’Occidente assegna al volto del dolore i tratti più terribili e angosciosi, rende estrema la sofferenza dell’uomo. L”Occidente ha costruito ripari contro di essa perché innanzitutto ne ha evocato e inventato il volto orrendo. Ogni riparo dell’Occidente è una casa costruita sull’abisso e sulla fessura del niente.

I costruttori delle case sono gli evocatori dell’abisso in cui sprofonda ogni casa che dovrebbe riparare da esso. Anche la casa di Cristo è costruita sull’abisso. Anche la volontà cristiana di soccorrere i sofferenti è una delle maggiori responsabili della sofferenza estrema dell’uomo occidentale.

Come l’intera tradizione occidentale. Come l’intera cultura moderna. Come la scienza e la tecnica.


(Emanuele Severino, Sortite, Rizzoli, Milano 1994, pp. 13-14)

Vasco Ursini, L’amico Renzo Semino ha commentato con queste parole il mio post “Non esiste la morte, solo una serie di eterni ‘adesso’ “

Ho letto i due libri di Lanza, ho scritto una mail a Barbur e ricevuto cortese risposta che confermava anche dopo molti anni dal suo bestseller “The end of time” che per lui tempo spazio e forse anche movimento sono illusori. Questi grandi scienziati, sono convinti dell’eternita’ in atto

vai a:

Robert Lanza e Bob Berman, “Non esiste la morte, solo una serie di eterni ‘adesso’ “. Cosa succede dopo la morte, secondo il biocentrismo?| rimando al sito L’indiscreto

Robert Lanza e Bob Berman, “Non esiste la morte, solo una serie di eterni ‘adesso’ “. Cosa succede dopo la morte, secondo il biocentrismo?| rimando al sito L’indiscreto

Adesso ti diciamo che cosa succede dopo la morte. Sul serio. Ok, anzitutto non è così grave, perché non morirai davvero.

Per iniziare, ribadiamo la visione scientifica della morte: in sostanza, muori ed è la fine di tutto. Questa è la visione preferita dagli intellettuali che si vantano di essere stoici e abbastanza realisti da evitare il vile rifugio spirituale che Karl Marx definiva ‘oppio’ – la credenza in una vita ultraterrena. Questo punto di vista non è molto allegro.

Ma nella nostra teoria dell’universo, il biocentrismo, secondo cui la vita e la coscienza creano la realtà che li circonda, non c’è spazio per la morte.

segue qui

Non esiste la morte, solo una serie di eterni ‘adesso’. | L’indiscreto

Il “mortale” nella terra isolata, in Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73

 

Il “mortale” è l’abitatore della terra separata dal destino della verità – della terra che egli non vede e non vive come separata dalla verità, ma come la vera terra. Nella sua genesi storica la filosofia rende radicale questa separazione e, testimoniando per la prima volta l’opposizione assoluta tra essere e nulla, pensa la terra come il luogo i cui gli enti escono dal nulla e vi ritornano. L’Occidente è la testimonianza radicale dell’isolamento della terra dal destino della verità. Pensando che l’essente è nulla la filosofia come evento storico – e come anima dell’Occidente – è insieme la testimonianza della nullità della terra in cui il mortale ripone ogni fiducia.

(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73).

La Storia dei “mortali”, Emanuele Severino, Storia, Gioia, Adelphi, Milano 2016, pp. 20-21

 

Nella notte della terra isolata si svolge l’intera storia dei mortali. Sin dall’inizio l’uomo, anche quando non se ne rende conto, crede di essere un mortale: poiché crede che il variare della terra, a cui sente di appartenere, sia il diventar altro e da altro, crede nella morte delle cose e di sé stesso – il diventar altro essendo il continuo morire di ciò che diventa altro, sino a quel suo ultimo diventar altro che chiude il processo di tale diventare.

(E. Severino, Storia, Gioia, Adelphi, Milano 2016, pp. 20-21)

Ines Testoni, docente di Psicologia sociale, all’Università di Padova, racconta il suo libro: L’ultima nascita. Psicologia del morire e «Death Education». in Rai Filosofia

In questa intervista, realizzata in occasione del Congresso Internazionale in onore di Emanuele Severino: “All’alba dell’infinito. I primi 60 anni de La struttura originaria” (Brescia, 2 e 3 marzo 2018), Ines Testoni, docente di Psicologia sociale, all’Università di Padova, racconta il suo libro L’ultima nascita. Psicologia del morire e «Death Education».

vai all’intero post:

Ines Testoni. L`educazione alla morte – Rai Filosofia

“I morti ci aspettano”. Riflessioni del filosofo Emanuele Severino sul senso della morte – dal sito guamodiscuola.it/

“Insieme a tutti i miei morti – e insieme a tutti i morti – mi aspetta (la moglie defunta, ndr). Ora sono degli Dèi. Per ora stanno fermi nella luce. Come le stelle fisse nel cielo.
Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo.
Siamo desinati ad una Gioia infinitamente più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. Nel Requiem cristiano si chiede – si chiede! – che nei morti risplenda la luce perpetua, si chiede che riposino in pace. Ma questo è inevitabile, è necessario che in loro questa luce risplenda e illumini qualcosa di infinitamente più alto di Dio. Non è chiesta: è il nostro destino. E non riposeremo “in pace”. In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una gioia sempre più infinita.
C’è bisogno di avvertire che, di quanto mi limito ad asserire, i miei scritti mostrano la necessità e il significato autentico di questa parola e della stessa “autenticità”?”

E. Severino, Il mio ricordo degli eterni (AUTOBIOGRAFIA), Rizzoli, Milano, 2011

segue

per l’intero testo vai a

Guamodì Scuola: “I morti ci aspettano”. Riflessioni meravigliose del filosofo Emanuele Severino sul senso della morte – Educare Narrando

Il “mortale”, Emanuele Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzoli, Milano 2003, p. 200

 

Il “mortale” vive credendo che la terra – ossia il luogo in cui gli essenti vanno via via apparendo – sia il terreno sicuro con cui egli ha sicuramente a che fare. Il “mortale” è cioè l’isolamento della terra dal destino della verità. L’isolamento della terra è l’apparire della morte e del dolore. Ma l’isolamento della terra è destinato al tramonto. Il povero non meno del ricco, l’ignorante, non meno del dotto, l’uomo d’azione, non meno del “contemplativo” che “rinuncia” all’azione, il politico, non meno dell’individualista appartengono alla terra isolata. Il tramonto della terra isolata se li lascia tutti alle spalle. Non c’è, tra essi, un privilegiato o un “giusto” a cui, per primo, sarà aperta la porta del cielo,
Eppure ognuno di noi non è quel che crede di essere, cioè, appunto, un “mortale”; ma è già da sempre, eterno, oltre il proprio esser mortale, oltre il proprio esser uomo. E’ Oltre-uomo – ma in un senso essenzialmente diverso da quello a cui guarda Nietzsche quando, con questa parola, indica la forma suprema della volontà di potenza. Anzi, ognuno di essi è oltre Dio che di volta in volta essi vanno immaginandosi. Ognuno di essi è Oltre-Dio.

(Emanuele Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzoli, Milano 2003, p. 200).

da

Amici di Emanuele Severino

Il Mortale, citazione da E. Severino, Destino della necessità, p. 591

Volendo la propria immortalità attraverso il divenir altro, il mortale (“anima”, “io”, “individuo”, “persona”, “soggetto”, “coscienza”, “Io trascendentale”, ecc.) non solo vuole l’impossibile, ma perde di vista la Gloria che egli è in se stesso, nella sua essenza profonda.
(E. Severino, Destino della necessità, p. 591)