Mimesis Edizioni ricorda Emanuele Severino

«La morte autentica è questa, che noi siamo i morti, mentre i vivi sono quelli che vengono dopo: siamo noi in quanto aperti alla Gloria»
Lezioni milanesi. Ontologia e violenza (2016-2017)

Emanuele Severino
(26 febbraio 1929 – 17 gennaio 2020)Mai come nel caso della morte del maestro Severino possiamo comprendere il significato di queste parole.

Perdiamo una delle più autorevoli voci del panorama filosofico contemporaneo.

Da sempre amico della casa editrice Mimesis, lo salutiamo con grande affetto, stima e riconoscenza.

«Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia» citazione da “Chi siamo noi secondo Emanuele Severino” – in Vita.it, 21/01/2020

”  Si teme la morte perché la si confonde con l’agonia, con la sofferenza che sono fenomeni della vita.

Ma dopo l’agonia che cosa c’è? Ecco dunque il problema della morte. La nostra cultura concepisce la morte come annientamento.

Ma è davvero così? O la morte, piuttosto, è un proseguire infinito oltre il dolore che caratterizza la nostra vita?

Quando mi chiedono se ho paura della morte o perché la guardo con serenità rispondo che l’Occidente crede che morire sia andare verso il nulla. Dobbiamo capire che questo che crediamo un andare nel nulla è, in verità, lo scomparire degli Eterni.

Quando la legna diventa cenere, crediamo si annienti la legna e nasca la cenere. Ma se sappiamo guardare a fondo, vediamo lo scomparire progressivo di singoli eventi (la legna che brucia, poi che brucia un po’ meno, la cenere che compare…): la morte ci appare nella forma dell’agonia, morire è il progressivo scomparire degli Eterni che escono dal cerchio dell’apparire.

Ma l’uomo è destinato alla Gioia.

Ecco il tema della Gioia. Gioia, il superamento di tutte le contraddizioni che attraversano la nostra vita.

Viviamo nella contraddizione, ma esiste un luogo in cui ogni contraddizione è oltrepassata? E noi, che cosa siamo, rispetto alla totalità di quel luogo? Quel luogo non è, forse, ciò che realmente siamo? La risposta è “sì, siamo quel luogo”.

Un luogo che chiamo Gioia. Gioia non è la felicità, che è sempre una volontà soddisfatta. La Gioia, invece, è infinitamente più alta. Non è volontà, ma eliminazione di ogni contraddizione.

Ecco perché avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia.

citazione da

Quando Emanuele Severino disse: «Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia» (21/01/2020) – Vita.it

Chi siamo noi secondo Emanuele Severino: “Noi siamo la Gioia …”, in E. Severino, La strada, la follia e la gioia, BUR, Milano 2008, p. 87

Noi siamo la Gioia.

Questa parola non indica un sentimento psicologico: indica il gioire del Tutto per il suo essere il Tutto: appagamento di ogni bisogno, liberazione di ogni dolore, il colmarsi di ogni lacuna.

Ma noi siamo anche la fede di essere circondati e penetrati dal dolore, dalla morte, dal niente. E facciamo presto ad allontanare dalla serietà della nostra esistenza la fola secondo cui noi saremmo il gioire del tutto.

Noi siamo la Gioia e, insieme, la fede di essere tutt’altro. Due anime abitano nel nostro petto; una nascosta, e l’altra manifesta“.
(E. Severino, La strada, la follia e la gioia, BUR, Milano 2008, p. 87)

Emanuele Severino, La contraddizione essenziale che compete alla tradizione dell’Occidente, in “Storia, gioia”, Adelphi, Milano 2016 (I edizione), Parte prima ‘Sulla storia’, II. ‘Storia autentica e inautentica del mortale’, 4, pp. 30 – 31

 

“ L’innegabilità autentica della negazione della tradizione occidentale – mentre la negazione inautenticamente innegabile di tale tradizione tende, ancora, a risuonare soltanto nel sottosuolo filosofico del nostro tempo – è il fondamento dell’accadimento ‹necessario› della civiltà della tecnica.
Senza questa negazione autenticamente innegabile il prender piede di tale civiltà rimane un processo che, per quanto imponente, potrebbe ritornare sui propri passi lasciando prevalere le forze della tradizione. Ma la negazione autenticamente innegabile della tradizione rende impossibile tale regressione. Nello sguardo del destino, dove appare la storia autentica del mortale, la situazione storica che si libera necessariamente della contraddizione essenziale che compete alla tradizione dell’Occidente è pertanto la ‹sintesi› in cui la negazione autenticamente innegabile della contraddizione di tale tradizione sta al fondamento della necessità che la dominazione della tecnica abbia ad accadere. (Qualcosa come tradizione dell’Occidente e civiltà della tecnica, si è detto, appare nella terra isolata; ma la ‹sintesi› che unisce questi due eventi è la necessità autentica che, nella terra isolata, in quanto appare nel destino, conduce dalla tradizione al dominio della tecnica. Una sintesi, questa, essenzialmente diversa dalla sintesi che appare all’interno della terra isolata dal destino, costituendo la storia inautentica del mortale. In quest’ultima la negazione inautenticamente innegabile della tradizione esce dal sottosuolo filosofico del nostro tempo e facendosi sentire dalla tecnica guidata dalla scienza moderna fonda la necessità inautentica del suo accadimento).”

EMANUELE SEVERINO (1929), “Storia, gioia”, Adelphi, Milano 2016 (I edizione), Parte prima ‘Sulla storia’, II. ‘Storia autentica e inautentica del mortale’, 4, pp. 30 – 31.

da  (10) Amici di Emanuele Severino

EMANUELE SEVERINO, Volontà, fede e destino, a cura di Davide Grossi, con un saggio introduttivo di Massimo Donà, Mimesis, 2008, p. 72. Contiene anche 18 audio delle lezioni. Indice del libro

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EMANUELE SEVERINO, Il bello, Mimesis editore, 2011, p. 48. Contiene anche un GLOSSARIO dei temi chiave. Indice del libro

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Vasco Ursini, L’OCCIDENTE E I SUOI DUE INCONSCI. “Secondo Severino due sono gli inconsci dell’Occidente: quello più superficiale del nichilismo e quello, più profondo, del destino della verità” già pubblicato in La Filosofia e i suoi Eroi (www.filosofico.net)

Vasco Ursini a La Filosofia e i suoi Eroi (www.filosofico.net)

L’OCCIDENTE E I SUOI DUE INCONSCI

Secondo Severino due sono gli inconsci dell’Occidente: quello più superficiale del nichilismo e quello, più profondo, del destino della verità. L’Occidente è dunque leggibile per Severino secondo due diversi sensi del ‘piano inclinato’: il senso che dalla superficie (‘epistéme e anti-epistéme’) conduce all’essenza della superficie stessa (fede nell’evidenza originaria del divenire, nichilismo) e il senso che dall’essenza della superficie (divenire, nichilismo) conduce all’essenza non alienata dell’uomo: la non-follia, la Gioia:

Noi siamo la Gioia: Questa parola non indica un sentimento psicologico: indica il gioire del Tutto per il suo essere il Tutto: appagamento di ogni bisogno, liberazione di ogni dolore, il colmarsi di ogni lacuna. Ma noi siamo anche la fede di essere circondati e penetrati dal dolore, dalla morte, dal niente. E facciamo presto ad allontanare dalla serietà della nostra esistenza la fola secondo cui noi saremmo il gioire del Tutto: Noi siamo la Gioia e, insieme, la fede di essere tutt’altro. Due anime abitano nel nostro petto; una nascosta, e l’altra manifesta“. (E. Severino, La strada, la follia e la gioia, BUR, Milano 2008, p. 87).

In verità, anche l’anima manifesta è manifesta soltanto parzialmente in quanto essa non sa (e non può sapere) che la nientità dell’ente non è verità ma il frutto di un’interpretazione. Dunque l’inconscio nichilistico non è il fondo ultimo dell’Occidente. Al fondo di quell’inconscio c’è un altro inconscio, un “inconscio dell’inconscio”, che consiste nella verità originaria dell’essere e che è presente al fondo di ogni abitatore del tempo. Per questo l’uomo è la convinzione di essere mortale, pur albergando nel suo profondo inconscio la posizione della propria eternità, la Gioia. L’uomo è dunque questa convivenza.
Severino con ciò tenta di esprimere “per la prima volta, ma nel modo più determinato e concreto, la struttura inconscia che sta alle spalle della stessa struttura inconscia dell’Occidente” (La struttura originaria, Adelphi, Milano 2004, p.14) e insieme come “il tentativo di condurre nel linguaggio la struttura della civiltà occidentale”, il cui

“senso autentico si lascia cogliere in un sottosuolo essenzialmente più profondo di quello esplorato da Hegel,dal marxismo, dalla psicoanalisi, dalla linea ermeneutica Nietzsche-Heidegger, dallo strutturalismo. Questo sottosuolo può essere raggiunto solo se […] si lascia che il luogo della Necessità (ossia la struttura originaria della Necessità), già da sempre aperto al di fuori della struttura dell’Occidente, consenta al linguaggio di testimoniarlo come qualcosa di abissalmente estraneo a quell’altro luogo che è appunto la struttura in cui cresce la storia dell’Occidente. Se questa struttura continua a rimanere l’inconscio essenziale della nostra civiltà, quell’altra – il luogo della Necessità – è l’inconscio di questo inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, l’avvolgente dell’avvolgente” (E. Severino, La struttura originaria, cit., p.7).

EMANUELE SEVERINO, ” Tutto l’eterno che può manifestarsi nel cerchio finito dell’apparire del Destino – e dunque la Terra stessa nella sua totalità – è già da sempre tracciato nella Gioia, ossia nel Tutto Eterno, che è il toglimento eterno di ogni contraddizione”

” Tutto l’eterno che può manifestarsi nel cerchio finito dell’apparire del Destino – e dunque la Terra stessa nella sua totalità – è già da sempre tracciato nella Gioia, ossia nel Tutto Eterno, che è il toglimento eterno di ogni contraddizione”.

Emanuele Severino: ” La Gloria “. (ed Adelphi. Cap “La domanda e la risposta”, pag.29 )

citazione proposta da Giulio Zucchelli alla attenzione di:

https://www.facebook.com/groups/995555343856790/?fref=ts

Vasco Ursini sull’ ultimo libro di Emanuele Severino, STORIA, GIOIA, Adelphi. Indice del libro

Molti scritti di Severino indicano un senso della “storia” profondamente diverso da quello presente nelle varie forme della cultura occidentale e ormai planetaria, del tutto restia a discutere la sua fede nell’esistenza della storia.

Per Severino, fede nell’esistenza della storia vuol dire fede nel divenire, cioè fede nell’esistenza del processo in cui le cose vengono dal niente e vi ritornano. Ed è opportuno precisare che, per Severino, negare la fede nella storia non significa negare l’esistenza di quel mondo di progetti, bisogni, angosce in cui consiste la nostre concreta esperienza, ma significa negare che in esso si manifesti la verità.

Per Severino, la storia, nel suo significato più radicale, “è l’infinito e sempre più ampio apparire degli eterni in ognuno dei “cerchi dell’apparire del destino della verità”. Ogni cerchio è l’essenza di ciò che chiamiamo “un uomo”. Gli eterni, quindi, non sono res gestae”. Che esistano res gestae – cose che son fatte esistere e che escono dall’esistenza – è la “follia estrema”.

Solo gli eterni hanno Storia, solo essi possono “morire” e rimanere eterni. Dunque la loro storia continua all’infinito anche dopo la morte. “La Storia appare all’interno della Gioia della totalità degli eterni: all’interno dell’Infinito che va mostrandosi nella Storia e, inesauribile, ne rende possibile l’infinito dispiegarsi”.


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scrive VASCO URSINI in https://www.facebook.com/vasco.ursini?fref=nf

In molti suoi scritti, e ancora più direttamente in questo suo fresco di stampa “Storia, Gioia”, Emanuele Severino delinea un senso della “storia” abissalmente diverso da quello rappresentato dalla varie forme di cultura: la storia è l’infinito e sempre più ampio apparire degli “eterni” in ciascuno dei cerchi dell’apparire del destino della verità, Ciascun cerchio è l’essenza di ciò che chiamiamo “uomo”. Conseguentemente gli “eterni” non sono “res gestae”. La “follia estrema” consiste appunto nel credere che esistano “res gestae”, cioè cose che sono fatte esistere e che poi escono dall’esistenza. Per Severino, dunque, solo gli “eterni” hanno storia. Solo essi possono “morire” e rimanere “eterni”. La loro Storia prosegue all’infinito anche dopo la loro morte. “La totalità infinita degli eterni è la Gioia, la Pianura che dà spazio all’infinito, e sempre pi ampio, apparire degli eterni nella “costellazione” dei cerchi”.