Vasco Ursini, La lettura severiniana della civiltà occidentale, da: Il Dilemma Verità dell’essere o Nichilismo?, Booksprintedizioni, 2013

La lettura severiniana della civiltà occidentale

Emanuele Severino, nel saggio ‘Ritornare a Parmenide’ dice di aver compiuto “il tentativo di rintraccare e portare alla luce il pensiero fondamentale che guida e raccoglie la sterminata ricchezza di categorie ed eventi in cui consiste la civiltà dell’Occidente: il pensiero in cui ormai tutto viene pensato e vissuto e che non si lascia pensare nel suo significato autentico, sino a che non ci si sappia portare al di fuori di esso, lungo un cammino ancora intentato” ( Emanuele Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 287).
‘Nichilismo’ significa pensare, secondo Severino, che le cose del mondo sono niente, che le cose vengono dal niente e ritornano nel niente. “Alla sua superficie – cioè nell’ambito di ciò che l’Occidente crede di sapere e che quindi testomonia nella sua lingua -, l’Occidente vuole che le cose della terra, in quanto cose, ‘non’ siano un niente [ … ] Ma a partire dal pensiero greco, e una volta per tutte, l’Occidente è ‘insieme’ la volontà che una cosa, in quanto tale, sia ciò che esce e rientra nel niente; sia ciò che è, ma che sarebbe potuto non essere. Questa volontà non si rende conto di ciò che in verità essa vuole. [ … ] Essa non vuole semplicemente che le cose divengano un niente ed escano dal niente: essa vuole la follia estrema: che ‘essere-una-cosa’ sia e significhi, in quanto tale, ‘essere-un niente; che un cosa, proprio perché non è un niente, sia un niente. Questo è il nichilismo che la “coscienza” dell’Occidente respinge nel proprio inconscio e non lascia affiorare nella propria lingua” (Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981,p. 15).
La civiltà occidentale non riesce dunque a pensare l’ “esser sé dell’essente”, cioè la verità dell’essere e non si accorge di non riuscirvi. Il suo nichilismo è pertanto inconscio, e ‘inconscio’ non indica “ciò che non appare, ma ciò che ancora non è stato portato nel linguaggio; sì che il linguaggio, che ne parla, ancora non appare. E la “consapevolezza” è l’apparire di questo linguaggio” (Emanuele Severino, La struttura originaria, cit., p. 15).
Ancora più sotto di quel nichilismo inconscio c’è, rileva Severino, un più profondo inconscio: è l’inconscio di quell’inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente, che consiste nella struttura originaria dell’essere: ‘l’essere è e non può non essere’: Questa è la verità dell’essere, la verità che è l’apparire dell’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente. L’essente è dunque ‘eterno’.
Il destino della verità non può essere smentito da alcun sapere, umano o divino e include originariamente il proprio apparire. Il destino della verità è già da sempre manifesto. Esso sta alle nostre spalle e dunque non ha senso mettersi in cerca della verità.
( il brano è tratto da: Vasco Ursini, Il Dilemma Verità dell’essere o Nichilismo?, Booksprintedizioni, 2013),

Sorgente: Incontri con Emanuele Severino

Instabilità, destino del mondo, Emanuele Severino interviene sulle tesi di Marramao: la sorte dell’Occidente è l’assenza di una verità assoluta, sarà la razionalità tecnico-scientifica, non la politica, a dominarlo, Corriere della Sera 30 aprile 2017

da dove provengono i concetti di «provvisorietà», «precarietà», «divenire», «instabilità strutturale»? Non sono certo le discipline scientifiche e nemmeno la storiografia ad averli evocati. E nemmeno la filosofia del nostro tempo. La quale estende sì a ogni cosa il carattere dell’instabilità e del divenire, ma, appunto, estende qualcosa di già noto. In qualche modo, quei concetti sono già presenti sin dall’inizio della vita dell’uomo. Adamo presta ascolto al serpente appunto perché ritiene che il proprio stato sia instabile, provvisorio, e decide di cambiarlo, decide di diventare altro da ciò che egli è. Ma la filosofia, facendosi innanzi presso l’antico popolo greco, compie un gesto essenzialmente più radicale: per la prima volta intende l’instabilità delle cose del mondo come il provenire dal loro non essere, trattenersi provvisoriamente nell’essere e scendere di nuovo nel non essere. Il loro non essere è il loro esser nulla.

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Sorgente: Corriere della Sera

Emanuele Severino, Sfida tra islam e occidente. Il vincitore è la tecnica, In Corriere della Sera 10 aprile 2016

“L’economia di mercato privilegia la categoria dell’utile e relega tutto ciò che le si oppone tra le forme degenerate del passato. La tradizione religiosa cerca di porre limiti al dispiegarsi della modernità ma il suo tentativo è destinato a fallire. Intanto una potenza superiore, alimentata dalla scienza e annunciata dalla filosofia, si prepara a occupare la scena del mondo.”

Corriere della Sera, 10 aprile 2016

seve islam

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http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=52RH1H&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

Vasco Ursini, La lettura severiniana della civiltà occidentale (scritto tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma . Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013)

L’Occidente è la civiltà che si sviluppa all’interno del senso che il pensiero greco assegna alla cosa: ogni cosa è, in quanto cosa, niente, ogni non-niente è, in quanto non niente, niente. La persuasione che l’essente sia niente è il nichilismo. Il nichilismo è l’essenza dell’Occcidente. A dare questa lettura della civiltà occidentale è Emanuele Severino, che nel saggio Ritornare a Parmenide dice di aver compiuto

il tentativo di rintracciare e portare alla luce il pensiero fondamentale che guida e raccoglie la sterminata ricchezza di categorie ed eventi in cui consiste la civiltà dell’Occidente: il pensiero in cui ormai tutto viene pensato e vissuto e che non si lascia pensare nel suo significato autentico, sino a che non ci si sappia portare al di fuori di esso, lungo un cammino ancora intentato” (Essenza del nichilismo, gli Adelphi, Milano 1995, p. 287).

La storia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra, è per Severino la storia del nichilismo. Egli afferma che la civiltà occidentale, che pure sente orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente, e in superficie pensa che le cose escono dal niente e vi ritornano. La cultura dell’Occidente, secondo i suo giudizio, non è ancor in grado di intendere il senso autentico della parola “nichilismo” e per questo ne è completamente dominata.

Nichilismo significa pensare, secondo Severino, che le cose del mondo sono niente, che le cose vengono dal niente e ritornano nel niente. Nichilismo è un modo di pensare e di vivere che identifica inconsapevolmente l’essere e il non essere nella convinzione di contrapporli. Nichilismo è un modo di pensare che avvolge e guida i pensieri, le parole e le opere dell’intera cultura occidentale. E’ un modo di pensare che non è esplicito e intenzionale, ma è completamente inconscio:

Alla sua superficie – cioè nell’ambito di ciò che l’Occidente crede di sapere e che quindi testimonia nella sua lingua -,  l’Occidente vuole che le cose della terra, in quanto cose, non siano un niente. […] Ma a partire dal pensiero greco, e una volta per tutte, l’Occidente è insieme la volontà che una cosa, in quanto tale, sia ciò che esce e rientra nel niente; sia ciò che è, ma che sarebbe potuto non essere: Questa volontà non si rende conto di ciò che in verità essa vuole. […] Essa non vuole semplicemente che le cose divengano un niente ed escano dal niente: essa vuole la follia estrema: che essere-una-cosa sia e significhi, in quanto tale, essere un niente; che una cosa, proprio perché non è un niente, sia un niente. Questo è il nichilismo che la “coscienza” dell’Occidente respinge nel proprio inconscio e non lascia affiorare nella propria lingua” (La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981, p. 15).

La civiltà occidentale non riesce dunque a pensare l'”esser sé dell’essente”, cioè la verità dell’essere, e non si accorge di non riuscirvi. Il suo nichilismo è pertanto inconscio, e inconscio non indica

“ciò che non appare, ma ciò che ancora non è stato portato nel linguaggio; sì che il linguaggio, che ne parla, ancora non appare. E la “consapevolezza” è l’apparire di questo linguaggio” (Gli abitatori del tempo, Armando, Roma 1978, p. 161).

Ancora più sotto di quel nichilismo inconscio c’è, rileva Severino, un più profondo inconscio: è l’inconscio di quell’inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente, che consiste nella struttura originaria dell’essere: L’essere è e non può non essere. Questa è la verità dell’essere, la verità che è l’apparire dell’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente. L’essente è dunque eterno. Il destino della verità non può essere smentito dal alcun sapere, umano o divino e include originariamente il proprio apparire. Il destino della verità è già da sempre manifesto. Esso sta alle nostre spalle e dunque non ha senso mettersi in cerca della verità. Ci si deve innanzitutto convincere che

si può cogliere il fondamento nichilistico della nostra civiltà solo in quanto ci si conduca e mantenga nella testimonianza della verità dell’essere” (La struttura originaria, cit., p.13).

Affermando l’innegabilità dell’eternità dell’essere, si nega il divenire dell’essere, che invece per il nichilismo è l’evidenza suprema. Credere che l’essente diviene significa credere che l’essente è nel tempo, cioè che si dà un tempo in cui esso non è, è niente. La temporalizzazione dell’essere, per la quale l’essere è quando è e non è quando non è, fu formulata dalla metafisica platonico-aristotelica e resta ancor oggi entro l’anima della cultura nichilista dell’Occidente, e ormai di tutto il Pianeta. La civiltà occidentale inizia, secondo Severino, nel momento in cui nasce la filosofia:

Sin dall’inizio, la filosofia ha voluto scoprire la verità del mondo. Certamente il mondo era già noto prima della filosofia, ma essa gli conferisce un senso inaudito. Per la prima volta, infatti, essa esprime la contrapposizione estrema, quella tra l’essere e il niente, e concepisce il mondo come il luogo in cui le cose escono dal niente, approdano alla sponda dell’essere e ritornano nell’abisso del niente. Anche qui: le parole “essere” e “niente” esistono già nella lingua greca, prima della filosofia. E anche nelle lingue più antiche dell’Oriente. Ma il loro senso è avvolto da ombre, ambiguità” (La strada, la follia e la gioia, BUR, Milano 2008, pp. 66-67).

E’ dunque con la nascita della filosofia greca che ha inizio, secondo Severino, la civiltà occidentale. La filosofia agli inizi conserva certamente molti aspetti del mito e tuttavia se ne distacca sia perché essa, a differenza del mito, si pone come sapere certo e indubitabile e dunque innegabile, sia perché è essa, e non il mito, ad affermare per la prima volta la contrapposizione assoluta tra essere e non essere, determinando così la nascita dell’ontologia. Severino afferma che la filosofia greca, nel pensare il significato di “essere” come ciò che si contrappone al significato di “non essere”, pensa per la prima volta nella storia dell’uomo il concetto di “nulla assoluto”. Con questa scoperta

la filosofia greca ha pensato per la prima volta l’infinita distanza che contrappone l’ente al niente e l’infinita agilità che consente all’ente di percorrerla tutta, divenendo niente, e consente al niente di percorrerla tutta, diventando ente” (Gli abitatori del tempo, cit.. p. 17).

Di qui in poi la cosa è “ente” e con questo senso greco dell’ente nasce la civiltà occidentale. Civiltà occidentale che, dopo Parmenide e fino ai giorni nostri, è preda del nichilismo. Abbiamo visto che contro l’alienazione nichilistica dell’Occidente si pone il pensiero di Emanuele Severino che compie, come si vedrà, una analisi teoretica della struttura necessaria e incontrovertibile dell’essere nella sua radicale e assoluta differenza dal niente.

(Questo scritto è tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma . Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013).

Vasco Ursini, L’OCCIDENTE E I SUOI DUE INCONSCI. “Secondo Severino due sono gli inconsci dell’Occidente: quello più superficiale del nichilismo e quello, più profondo, del destino della verità” già pubblicato in La Filosofia e i suoi Eroi (www.filosofico.net)

Vasco Ursini a La Filosofia e i suoi Eroi (www.filosofico.net)

L’OCCIDENTE E I SUOI DUE INCONSCI

Secondo Severino due sono gli inconsci dell’Occidente: quello più superficiale del nichilismo e quello, più profondo, del destino della verità. L’Occidente è dunque leggibile per Severino secondo due diversi sensi del ‘piano inclinato’: il senso che dalla superficie (‘epistéme e anti-epistéme’) conduce all’essenza della superficie stessa (fede nell’evidenza originaria del divenire, nichilismo) e il senso che dall’essenza della superficie (divenire, nichilismo) conduce all’essenza non alienata dell’uomo: la non-follia, la Gioia:

Noi siamo la Gioia: Questa parola non indica un sentimento psicologico: indica il gioire del Tutto per il suo essere il Tutto: appagamento di ogni bisogno, liberazione di ogni dolore, il colmarsi di ogni lacuna. Ma noi siamo anche la fede di essere circondati e penetrati dal dolore, dalla morte, dal niente. E facciamo presto ad allontanare dalla serietà della nostra esistenza la fola secondo cui noi saremmo il gioire del Tutto: Noi siamo la Gioia e, insieme, la fede di essere tutt’altro. Due anime abitano nel nostro petto; una nascosta, e l’altra manifesta“. (E. Severino, La strada, la follia e la gioia, BUR, Milano 2008, p. 87).

In verità, anche l’anima manifesta è manifesta soltanto parzialmente in quanto essa non sa (e non può sapere) che la nientità dell’ente non è verità ma il frutto di un’interpretazione. Dunque l’inconscio nichilistico non è il fondo ultimo dell’Occidente. Al fondo di quell’inconscio c’è un altro inconscio, un “inconscio dell’inconscio”, che consiste nella verità originaria dell’essere e che è presente al fondo di ogni abitatore del tempo. Per questo l’uomo è la convinzione di essere mortale, pur albergando nel suo profondo inconscio la posizione della propria eternità, la Gioia. L’uomo è dunque questa convivenza.
Severino con ciò tenta di esprimere “per la prima volta, ma nel modo più determinato e concreto, la struttura inconscia che sta alle spalle della stessa struttura inconscia dell’Occidente” (La struttura originaria, Adelphi, Milano 2004, p.14) e insieme come “il tentativo di condurre nel linguaggio la struttura della civiltà occidentale”, il cui

“senso autentico si lascia cogliere in un sottosuolo essenzialmente più profondo di quello esplorato da Hegel,dal marxismo, dalla psicoanalisi, dalla linea ermeneutica Nietzsche-Heidegger, dallo strutturalismo. Questo sottosuolo può essere raggiunto solo se […] si lascia che il luogo della Necessità (ossia la struttura originaria della Necessità), già da sempre aperto al di fuori della struttura dell’Occidente, consenta al linguaggio di testimoniarlo come qualcosa di abissalmente estraneo a quell’altro luogo che è appunto la struttura in cui cresce la storia dell’Occidente. Se questa struttura continua a rimanere l’inconscio essenziale della nostra civiltà, quell’altra – il luogo della Necessità – è l’inconscio di questo inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, l’avvolgente dell’avvolgente” (E. Severino, La struttura originaria, cit., p.7).

Il pensiero di Emanuele Severino, un testo tratto dalla pagina “Studi Severiniani” in Facebook

IL PENSIERO

Severino, come egli stesso ricorda in un’intervista, rammenta quando formulò le sue idee per la prima volta, quelle idee destinate a suscitare così tanto stupore. Aveva ventitrè anni, era già libero docente all’Università, e un giorno stava lavorando attorno al primo libro della “Fisica” di Aristotele, su nello studiolo, quando fu travolto da un’ondata d i pensieri nuovi: ” fu come trovarsi in un vortice, in un maelström, e in basso apparve la terra. L’essere eterno mi si presentò in questo modo, aveva il carattere di questo fondo marino “.

Da lì ebbe inizio la sua avventura filosofica.

La filosofia di Emanuele Severino si innesta nel dibattito ontologico avviato da Heidegger e, tuttavia (a differenza di Heidegger), si propone un ritorno all’antico pensiero di Parmenide di Elea.

Per Severino la questione principale da affrontare risale alla metafisica classica e riguarda la contraddizione o meno tra l’essere e il non essere o divenire . Il filosofo affronta il problema tenendo presenti autori contemporanei quali Nietzsche e Heidegger.

La tesi generale è che il peccato e l’errore dell’Occidente e del cristianesimo compreso consistono nell’essersi allontanato dal precetto parmenideo secondo il quale tra solo l’essere è e può essere pensato e definito .

Scegliendo di non rispettare l’insegnamento di Parmenide e introducendo il divenire nel pensiero e nella storia, l’Occidente si è trovato in una situazione senza uscita che ha portato all’attuale dominio della ragione e della tecnica.

Quindi bisogna ritornare a Parmenide . Il peccato originale dell’Occidente è avvenuto dopo Parmenide, quando il pensiero greco, invece di considerare soltanto l’essere, ha evocato il divenire inteso come la dimensione visibile dove le cose provengono dal niente e ritornano nel niente, dopo essersi trattenute provvisoriamente nell’essere. Il divenire diventa l’oscillazione delle cose tra l’essere e il niente: ma Severino, sull’onda dell’insegnamento parmenideo, nega l’esistenza stessa del divenire.

L’impianto filosofico di Severino può essere così sinteticamente riassunto:
a) L’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire provocano nell’umanità occidentale un sentimento di angoscia di fronte al niente, di nostalgia, di bisogno dell’essere.

b) L’Occidente con la logica del rimedio innalza gli immutabili per difendersi dal divenire che esso ha evocato, cioè costruisce le entità (Dio) e i valori (etici, naturali, ecc.) trascendenti e permanenti.

c) Al di sopra degli immutabili l’epistéme, cioè l’essenza originaria della filosofia, la volontà di conoscere stabilmente la verità del mondo. L’epistéme è la dimensione stabile del sapere, all’interno della quale vengono innalzati tutti gli immutabili dell’Occidente. La fede cristiana eredita i caratteri di stabilità dell’epistéme e si rivolge alle masse.

Severino prende le mosse dal pensiero del suo maestro Bontadini – fondatore della Neoscolastica milanese – ma presto se ne allontana: se per Bontadini nel mondo domina il divenire (come ci attestano i sensi stessi), l’unica via per ammettere qualcosa di eterno è Dio, inteso come ente immutabile ed imperituro.

Ora Severino stravolge il discorso del suo maestro: giacchè nel mondo non vi è il divenire – esso è solo una doxa degli uomini, secondo l’insegnamento parmenideo -, non è necessario far riferimento ad un ente eterno e trascendente; il mondo stesso che ci appare dinanzi è eterno.

Ben si capisce come in virtù di queste sue posizioni Severino fu allontanato dalla cattolica di Milano. Accrescere il proprio potere sulle cose e sugli dèi: questo è sempre stato il desiderio più profondo degli uomini, i quali pensano che la potenza li renda capaci di vincere il dolore e la morte. Nel paradiso terrestre il serpente assicura che non si morirà mangiando il frutto proibito; anzi si diventerà come dèi, si avrà cioè la loro potenza. Tecniche, religioni, filosofia, arti, sono i grandi espedienti escogitati dall’uomo per diventare sempre più potente . La tecnica fondata sulla scienza moderna è ormai il più potente strumento di trasformazione del mondo. Ma il Luogo che contiene tutti i luoghi è la totalità dell’essere.

La filosofia ha inteso indicarne il volto.

Dapprima ha affermato l’esistenza di Dio, ossia dell’Essere immutabile che nessuna potenza umana può dominare.

Poi la filosofia del nostro tempo ha mostrato che nessun Dio immutabile ed eterno può esistere.

Cosicché, dapprima, ha avuto la strada sbarrata da Dio e dalle sue leggi; poi la filosofia ha liberato la strada da ogni ostacolo.

Il cristianesimo, quindi, va incontro allo stesso destino della filosofia, con l’aggravante di mettere da parte lo spirito critico con cui la filosofia cerca di argomentare le ragioni della necessità degli immutabili che servono come difesa e riparo rispetto al divenire, e sono paragonabili alle creazioni della volontà di potenza di cui parla Nietzsche. Gli immutabili, prevedendo e controllando il divenire soffocano e minacciano la volontà di esistere, in modo più insopportabile della stessa minaccia del divenire.

L’uomo ricorre allora, come ad un’ancora di salvezza, alla scienza e alla tecnica, affinché lo liberino da questa minaccia. La filosofia contemporanea tende a tramontare nel sapere scientifico, proprio perché essa è negazione e distruzione degli immutabili.

A questo proposito, asserisce Severino: ” La filosofia va necessariamente verso il proprio tramonto, cioè verso la scienza, che tuttavia è il modo in cui oggi la filosofia vive. […] Tutti possono vedere che la filosofia, su scala mondiale, declina nel sapere scientifico ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982).

Del resto, lo stesso Heidegger, cui Severino si ispira costantemente (pur auspicando un ritorno a Parmenide), aveva affermato, in ” Ormai solo un dio ci può salvare “: ” La filosofia è alla fine. […] Quella che è stata la funzione della filosofia fino ad oggi è stata ereditata dalle scienze. […] La filosofia si dissolve in singole scienze: la psicologia, la logica, la politologia “.

Aristotele, così aperto verso le posizioni dei suoi predecessori, pur confutandole, di fronte alla filosofia di Parmenide si spazientisce e la bolla come una follia ( mania ).

L’esempio più caro a Severino, nell’argomentare la sua posizione parmenidea, è quello della legna che per l’azione del fuoco “diventa” cenere: nella tradizione occidentale, siamo soliti pensare che la legna si trasformi in cenere; quando scorgiamo la cenere, del resto, la associamo subito alla legna, convinti che da essa derivi. Siamo così portati a dire che è cenere da parte della legna; similmente, quando Socrate cresce in altezza, diciamo che è alto da parte di Socrate. Ma ciò non toglie che diciamo anche “Socrate è alto”: similmente, si dovrà per Severino affermare che la legna è cenere. E’ questa una follia per la tradizione occidentale: Platone stesso, nel “Teeteto”, spiegava come neanche nei sogni o nella follia fosse possibile predicare il contrario di una cosa, dicendo ad esempio che il cavallo è il toro, è il bue, ecc. Ugualmente, è assurdo, folle, predicare che la legna è la cenere: ma questo per una tradizione che è essa stessa folle e si è separata da Parmenide e che mescola indebitamente essere e non essere (la legna che finisce nel nulla, la cenere che dal nulla nasce).

Ma, secondo Severino, l’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire è la follia dell’Occidente , il sentiero della notte, lo spazio originario in cui sono venuti a muoversi e ad articolarsi non solo le forme della cultura occidentale, ma anche le sue istituzioni sociali e politiche. Di fronte all’ è angoscia del divenire , l’Occidente, rispondendo alla logica del rimedio, ha evocato è gli immutabili (Dio, le leggi della natura, la dialettica, il libero mercato, le leggi etiche o politiche, ecc.). La civiltà della tecnica domina il mondo. All’inizio della nostra civiltà Dio, il Primo Tecnico, crea il mondo dal nulla e può sospingerlo nel nulla. Oggi, la tecnica, ultimo dio, ricrea il mondo e ha la possibilità di annientarlo.

Nella sua opera Severino intende mettere in questione la fede nel divenire entro cui l’Occidente si muove, nella convinzione che l’uomo vada alla ricerca del rimedio contro l’angoscia che esso provoca. Il divenire è una follia. Riecheggiando Nietzsche, si tratta di comprendere che non solo non può esistere alcun Dio immutabile ed eterno, ma che il divenire non è un percorso rettilineo e irreversibile ma un circolo che eternamente ritorna su di sé (immaginiamo una pellicola cinematografica su cui le stesse immagini girano in eterno). Chi è capace di scorgere la necessità di questo circolo è il “superuomo”, il quale possiede la volontà più potente di ogni altra. Sapendo che la strada è circolare si è infatti essenzialmente più potenti, nel procedere e nell’agire, di chi, ignorandolo, e credendo che il percorso sia rettilineo, va continuamente fuori strada.

E allora, chiediamoci, la tecnica guidata dalla scienza moderna, proprio la tecnica, che oggi si presenta come produttrice della potenza suprema dell’uomo, può permettersi di ignorare che il corso degli eventi del mondo ha un carattere circolare? Può ignorare il tratto fondamentale del mondo?

Una tecnica che lo ignori non è forse impotente rispetto alla tecnica che lo conosce e pone questa conoscenza al proprio fondamento? E in tal modo non ci si deve forse preparare ad ammettere quella che ci sembrava l’affermazione più paradossale, cioè che la dottrina dell’eterno ritorno solleva la tecnica al culmine delle proprie possibilità?

Severino può apparire paradossale, anche assurdo, inconcepibile, perché sostiene che tutto è eterno, non solo ogni uomo e ogni cosa, ma anche ogni momento di vita, ogni sentimento, ogni aspetto della realtà, e quindi niente scompare, niente muore: l’eternità è la sua passione, la sua vocazione. Tutti da millenni credono che le cose e gli uomini nascono dal nulla e nel nulla ritornano: Severino stesso dice che ” nascere vuole dire […] uscire dal niente; morire vuol dire tornare nel niente: il vivente è ciò che esce dal niente e torna nel niente ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982).

Tuttavia per Severino tutto è eterno. Non basta: solo in superficie si crede che le cose vengano dal nulla e che nel nulla alla fine precipitino, perché nel profondo siamo convinti che quel breve segmento di luce che è la vita è esso stesso nulla. E’ il nichilismo. E’ l’ omicidio primario , l’uccisione dell’essere. Ma è una contraddizione: ciò che è non può non essere, né può essere stato o potrà mai essere nulla. Una contraddizione che è la follia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra. Una ferita che necessita di numerosi conforti, dalla religione all’arte, tutti affreschi sul buio, tentativi di nascondere, medicare il nulla che ci fa orrore.

Per fortuna ci attende la Non Follia , l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno . Abbiamo tutti nel sangue il nichilismo.

Ci crediamo mendicanti quando invece siamo re. Come dice Orazio, ” pulvis et umbra sumus ” (“siamo polvere e ombra”): l’uomo diventa polvere, ma anche la polvere è eterna. Si può forse esorcizzare la morte aiutandosi con le religioni o con le filosofie, si può anche credere che tutto finisca in un grande silenzio, simile a quello che precede la nascita. La scienza riesce a prolungare la vecchiaia, i piaceri che ricerchiamo avidamente stordiscono le preoccupazioni accumulate dai giorni, la bellezza ci aiuta a disprezzare gli insopportabili ragionamenti dei mediocri. Un frammento di Eraclito recita: ” attendono gli uomini, quando sono morti, cose che essi non sperano né suppongono “. Quali spettacoli si mostrano, se si mostrano, dopo la morte? La morte ha un significato che sta al di là di ciò che si intende comunemente con questo termine. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. L’Occidente, la cui preistoria è l’Oriente, la intende invece come annientamento, salvando in alcuni casi l’anima o la coscienza che continuerebbero ad avere una loro vita.

Severino cerca di dimostrare che la persuasione che una qualsiasi cosa o evento (uomo, pianta, stella, situazione, istante) possa annientarsi, e annientato sia niente, è Follia essenziale. È la Follia più profonda che possa manifestarsi non soltanto nel mondo umano, ma nel Tutto. In diverse forme la Follia domina la storia della Terra; al di fuori della Follia appare l’eternità di ogni cosa e di ogni evento. La morte appartiene alla manifestazione degli eterni, è un evento interno a tale manifestazione. Essa non ci travolge, ma è una parte del nostro esistere. È una condizione necessaria della felicità. Noi siamo destinati alla felicità che è l’oltrepassamento di tutte le contraddizioni e non un premio concesso. È necessità. È inevitabile che dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’abulia l’uomo sia felice. In tale prospettiva, Dio non è il demiurgo ma l’apparire infinito degli eterni, è essenzialmente diverso da quello della tradizione religiosa e filosofica. Dio non sta in un altro mondo: nel profondo noi siamo l’oltrepassamento della totalità delle contraddizioni.

Non è facile cogliere il suo messaggio, il suo linguaggio inusuale. Il mondo è troppo concreto per permettersi il lusso di strapparsi dalla pelle gli accidenti della giornata, che stanno addosso agli uomini come dei fastidiosi pidocchi, che ci tormentano come questi parassiti e che divorano le nostre vite succhiandoci il tempo e il sangue. In virtù di queste sue idee (e, più in generale, dell’intero suo impianto filosofico), Severino fu allontanato dall’università Cattolica nel 1969: ” mi resi conto che il mio discorso conteneva il no più radicale alla tradizione metafisica dell’Occidente e dell’Oriente. Non era rivolto specificamente contro la religione cristiana “. Ma l’educazione cattolica ricevuta da Severino non è mai completamente svanita, anche dopo l’elaborazione della sua filosofia: certo, egli mette da parte la nozione di Dio, ma non quella di Verità, cardinale nella tradizione cristiana. ” La Verità prende il posto di Dio, che è rimedio dell’angoscia contro il nulla. Dio è all’interno della follia, del nichilismo, del credere che le cose muoiono “. Per Severino la tecnica non è ancella delle forze che governano il mondo, ma è essa stessa a governare i destini dell’umanità. La tecnica prosegue il proprio cammino sapendo che non incontrerà alcuno ostacolo e alcun limite invalicabile. La filosofia contemporanea l’ ha resa completamente libera, l’ ha sollevata al culmine delle sue possibilità. Ascoltando la voce della filosofia del nostro tempo, la tecnica può assumere ora un’andatura del tutto diversa ed essenzialmente più incisiva. Il mezzo (la tecnica, le nuove tecnologie, le reti telematico-informatiche) sta diventando lo scopo, il fine della comunicazione. Così la celebre frase di Mac Luhan, ” il medium è il messaggio “, alla luce di questa riflessione diviene immediatamente comprensibile: il mezzo della comunicazione forma e trasforma i messaggi che veicola, e sovente, nell’ epoca postmoderna, diventa il fine del comunicare stesso, lasciando sullo sfondo concetti e idee. Il concetto stesso di etica sta cambiando drasticamente, l’etica sta diventando tecnica, ossia la potenza e la capacità di trasmettere e diffondere informazioni. L’etica così come è stata pensata da Aristotele e da altri illustri filosofi, sta lasciando il posto al dominio della tecnica. Il pensiero postmoderno è figlio di un processo lungo due secoli durante i quali il concetto di verità è stato smontato, specie nel suo legame col divino. Dio è morto e con lui la verità, lasciando il posto, si potrebbe aggiungere, a relativismi, possibilismi e revisionismi di ogni sorta. In questa prospettiva storico-cosmica, Severino colloca la situazione italiana, meno liberata rispetto ad altre. In Italia il tramonto della filosofia nella scienza avviene più lentamente che altrove, soprattutto perché nel nostro paese esistono il centro del cattolicesimo mondiale e il più forte partito comunista del mondo occidentale, due istituzioni che, in modi specifici, contribuiscono a tenere in vita il senso tradizionale della filosofia, cioè la filosofia come epistéme, luogo dell’evocazione degli immutabili. E’ molto rilevante il titolo di un’opera di Severino, composta nel 1985: ” Il parricidio mancato “; il parricidio in questione sarebbe quello commesso da Platone (come il filosofo ateniese stesso afferma) ai danni di Parmenide, padre della filosofia dell’essere. Ora Severino, che si riaggancia al pensiero dell’antico ontologo, vuol mettere in luce come, in realtà, si sia trattato di un “parricidio mancato”: la filosofia di Parmenide è ancora viva e vegeta ed è ad essa che Severino intende riallacciarsi. Parmenide infatti, secondo Severino, mette in luce per la prima volta il senso radicale della contrapposizione tra l’essere e il niente e chiarisce quindi il senso assoluto di questi due enti, comprendendo filosoficamente ciò che prima non era stato possibile chiarire dal mito. I primi pensatori iniziarono a capire che l’essere poteva essere visto come il Tutto al di là del quale non vi era nulla: infatti il niente non è qualcosa che possa venire conosciuto o del quale si possa parlare. Parmenide è importante perché approfondisce ed interpreta il concetto di essere. Infatti se il non essere non è, non può inframmezzarsi all’essere e dividerlo in parti; né può essere qualcosa da cui l’essere sorga o in cui si dissolva. In questa argomentazione di Parmenide, viene utilizzato il fondamentale principio logico detto di “non-contraddizione”, secondo il quale non vengono accettati contemporaneamente di una stessa realtà un carattere ed il suo contrario. Infatti, Parmenide fa notare che è logicamente contraddittorio affermare che il non essere ci sia, che il nulla esista, perché il non essere è il contrario dell’essere e affermare della stessa realtà un carattere e il carattere contrario è un errore logico: un nonsenso. Il divenire dell’essere è quindi un’opinione senza verità, un’apparenza illusoria di cui si convincono i mortali, che seguono il percorso della non-verità , ovvero di ciò che è apparenza. Con il medesimo ragionamento Parmenide ammette che l’essere non è mai nato, né mai morirà, cioè è eterno. Per affermare infatti che sia nato, bisognerebbe ammettere che ci fosse stato qualcosa da cui è stato generato, ma siccome l’essere è unico, ciò è logicamente contraddittorio. Per la stessa ragione non possiamo accettare il fatto che l’essere si muova, perché per farlo dovrebbe passare da un luogo ad un altro e muoversi in un elemento, lo spazio vuoto, il non essere, che permetta lo spostamento e ciò è logicamente contraddittorio. Severino riflettendo su Parmenide e sulla storia della filosofia occidentale, che ha posto al suo centro il divenire, la follia che domina il mondo, giunge ad affermare che tutto è eterno . Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è , ossia non esce e non ritorna nel nulla, significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio. Eterni sono ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini. E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere. Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino. Ma dissertare di filosofia non è produttivo, dice Severino: infatti, ” parlare di filosofia uccide la filosofia, perché non si vede la profonda vena d’oro e vien fuori uno spettro, un mito nel migliore dei casi, un discorso strano di un intellettuale un po’ squilibrato “.

Sorgente: (1) Studi Severiniani – Diario

Vasco Ursini: Altri passi della mia lunga lettera del 16.6.2003 a Emanuele Severino

Mi sono deciso a pubblicare quasi per intero la suddetta lettera perché essa contiene risposte illuminanti di Severino alle questioni che gli prospettavo, aspetti essenziali del suo pensiero filosofico e, infine, sue risposte alle domande di un intervistatore, anch’esse estremamente importanti. Quasi per intero – dicevo – perché. ovviamente, mi asterrò  dal riferire le parti della lettera in cui sono espresse questioni che rientrano nella nostra sfera personale.

Chiarissimo Professore,

La mia telefonata del 5 scorso è stata senza dubbio invadente e me ne scuso. Di questa invadenza devo darle giustificazione. So bene che è indelicato telefonare a una persona di cui non si ha diretta conoscenza. Ma, in questo caso, non sono riuscito a controllarmi. Troppo forte era in me il bisogno di contattarla, di parlarle, di sentirla. Evidentemente non mi basta più quella conoscenza di Lei che è nata e cresciuta attraverso uno studio ininterrotto delle sue opere, che ha avuto inizio negli anni Settanta. Opere che ormai credo di aver compreso in profondità fino alla loro assimilazione, con conseguente radicale trasformazione delle modalità di percezione del mio essere e del mio stare al mondo, e dunque della mia stessa sensibilità filosofica. Esse mi aiutano, tra l’altro, a fronteggiare il nichilismo che abbiamo tutti nel sangue perché da sempre esso pervade la storia e la cultura sia dell’Occidente che dell’Oriente. Ma fronteggiarlo non è facile, come non è facile digerire le rivoluzionarie conseguenze che il suo “tramonto” comporta. Non è facile convincersi di quanto Lei ha scritto a proposito di questo tramonto, che:

non è la semplice correzione di un errore della coscienza filosofica, per quanto profondo ed esteso possa essere; nel tramonto del nichilismo tramontano le opere del nichilismo – tramonta l’Occidente – e, innanzitutto, tramonta l’isolamento della terra e quindi il contrasto in cui consiste l’essenza del mortale;

che, conseguentemente, “col tramonto del nichilismo l’uomo appare come ciò che egli è da sempre: l’eterno apparire del destino della verità” (Cfr. Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, p. 33).

Fronteggiare il nichilismo non è facile perché ci siamo formati e abbiamo operato nell’ambito di una cultura tutta intrisa di nichilismo. Ancora meno facile era negli anni Cinquanta e Sessanta, quando lo stesso ambiente universitario romano che frequentavo ne era profondamente pervaso. Certo, si avvertiva la crisi della tradizione filosofica, senza però essere capaci di trovare un via d’uscita da questa impasse. Erano gli anni in cui mi avvalevo della frequentazione di filosofi di grande spessore, quali Ugo Spirito, da cui ebbi amicizia e stima,Franco Lombardi, Pietro Prini e Paolo Filiasi Carcano, forse l’unico che timidamente tentava di dare soluzione al problema. Erano gli anni in cui si acuiva sempre con maggiore consapevolezza la crisi del neoidealismo gentiliano e crociano, che aveva influenzato profondamente la cultura e il pensiero filosofico per tutto il primo cinquantennio del XX secolo, non solo in Italia. Eppure, nell’ambito universitario romano ci si limitava a chiedersi se la cultura italiana fosse ancora idealistica. Ne è testimonianza il volume, che ancora conservo, La cultura idealistica in Italia, pubblicato nel 1963 dall’Istituto di Filosofia dell’Università di Roma, diretto da Franco Lombardi. In esso sono raccolte le relazioni tenute da vari filosofi nel primo di una serie di convegni appositamente programmati, che aveva come tema, E’ la cultura italiana ancora idealistica? Il convegno si svolse dal 1 febbraio al 17 maggio 1963 presso l’Istituto di filosofia della Università di Roma e vide tra i relatori filosofi come Franco Lombardi,Augusto Guzzo, Ugo Spirito, Pietro Piovani, Forest Williams, Paolo Filiasi Carcano, Guido Calogero, Gaetano Calabrò, Tullio De Mauro ed altri. Il convegno si teneva a distanza di 26 anni da quando Ugo Spirito, con la pubblicazione della Vita come ricerca (Sansoni, 1937), era passato dall’attualismo gentiliano al sofferto problematicismo.

Nessuno in quell’ambiente universitario, e tanto meno io che tra loro ero il più sprovveduto, riusciva a percepire ciò che invece Lei, pressoché in quegli stessi anni e con maggiore larghezza di vedute in quelli successivi, cominciava a portare alla luce, puntualizzando che:

  • alla base della storia dell’Occidente c’è una struttura comune, nel senso che tutte le forme del pensiero occidentale condividono la fede nel divenire, secondo la quale tutti gli enti, tutte le cose sono nel tempo;
  • la convinzione che gli enti siano nel tempo, che dunque nascano e muoiano, che provengano dal nulla e scompaiano nuovamente nel nulla, è contraddittoria in quanto implica che l’ente, cioè qualcosa che è, possa anche non essere, e precisamente nel futuro, nel quale non è ancora, o nel passato, nel quale non è più;
  • in questa contraddizione cadono la storia e la cultura dell’Occidente, e ormai di tutta la terra, contraddizione che implica un nichilismo di fondo presente nello stesso pensiero parmenideo, nel cristianesimo, nel marxismo, e infine nell’essenza della tecnica moderna;
  • quest’ultima rappresenta il coerente compimento del nichilismo occidentale, che è “l’apparire degli eterni spettacoli della follia, cioè della violenza, della devastazione dell’uomo e delle cose”, perché pretende di produrre e distruggere le cose a suo piacimento, di farle nascere dal nulla e tornare nel nulla;
  • dunque la tecnica moderna, nel pensare di essere capace di creare e distruggere le cose, prende oggi il posto occupato in passato da Dio;
  • pertanto tecnica e teologia si situano entro l’orizzonte nichilistico dell’Occidente, proprio perché trattano l’ente come fosse un niente.

Di qui, il suo richiamo perentorio: abbandonare la “via della notte” per “ritornare a Parmenide” e riappropriarsi così dell’idea che “l’ente è e non può non essere“, e che dunque il non ente non è, e non può essere. Ciò ci indurrà a incamminarci sulla “via del giorno” e ci si farà chiaro che – proprio perché solo dell’ente si può pensare che è, e che non può non essere – è impossibile che esso sia diveniente. Dunque, l’ente, ciascun ente deve essere pensato come immutabile, eterno. Esso ha la natura del sole, che continua a risplendere anche dopo la sua scomparsa dall’orizzonte del nostro vedere.

Questo è il nucleo centrale del suo discorso filosofico, di cui sono ormai convinto. Perplessità, dubbi, tensioni nascono in me per altri aspetti che pure lo costituiscono e che sono presenti nel suo ultimo libro, La Gloria (Adelphi, 2001). E’ un libro che, anche dopo molte letture, stento a padroneggiare. Eppure conosco e credo di aver capito i libri precedenti dai quali nasce. Ma non demordo, sono ormai impegnato a riesaminarlo per la quinta volta e confido di riuscire, prima o poi, a padroneggiarlo.

So che ha impiegato più di vent’anni a scriverlo, e che con esso ha inteso rispondere a quelle domande che chiudono il Destino della necessità (Adelphi, 1980), e specialmente alla domanda che l’uomo da sempre si pone: quali spettacoli si mostrano – se si mostrano – dopo la morte?

Tale domanda, così angosciante, acquista nel Suo discorso un significato diverso da quello usuale. Per Lei la morte sembra avere un significato che sta al di là di ciò che comunemente si intende con questa parola. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. La morte, dunque, non va intesa come l’intende l’Occidente, cioè come annientamento, anche se esso poi mira, in alcuni casi, a salvare l’anima e la coscienza, che continuerebbero ad avere una loro vita. Per Lei, invece, la persuasione che una qualsiasi cosa o evento possa annientarsi – e annientato sia niente – è follia essenziale. Al di fuori di questa follia, appare l’eternità di ogni cosa, di ogni evento.

Mi riferisco ora alle interviste da Lei rilasciate a due giornalisti, pubblicate, la prima, sul “Corriere della Sera” del 15.2.2001, la seconda, su “Il Foglio” del 17.2.2003. In entrambe Lei si riallaccia al contenuto del suo ultimo libro e rilascia dichiarazioni sostanzialmente identiche, per cui mi riferirò soltanto a quella rilasciata al giornalista de “Il Foglio”, Giancarlo Perna,  a cui Lei dice:

“Mi dico neoparmenideo, per semplificare. In verità sono l’opposto di Parmenide […] Per lui l’Essere è la pura luce senza considerare i colori. Lui afferma l’eternità della pura luce, mentre il molteplice, il mondo sono illusione. Io dico che sono eterni, proprio il mondo e la molteplicità, il mio e il suo essere. Quello che unisce me a Parmenide, è l’eternità: Tutto è eterno. Non esiste un passato che non sia nulla e attende di entrare nell’Essere. L’Essere si affaccia progressivamente nella storia. La storia e il tempo sono il progressivo affacciarsi degli eterni”.

Rivolgendosi all’incredulo giornalista, Lei prosegue:

“Anche il nostro incontro è eterno. E’ un essente, cioè un non niente. Questa è la verità del mondo, anche se per follia non ce ne accorgiamo. Pure nel morto, c’è questa verità”.

Confuso da queste sue parole, il giornalista obietta: “Ma se il morto è morto, è morto”.

Lei ribatte: “Se accettiamo che tutto è eterno, si rovescia tutto. Anche i morti pensano. Questa verità c’è nel morto, nell’infante, nel cretino”.

Il giornalista spaventato e intimorito: “Dice a me?

Lei gli risponde così:

“Il cacciatore crede di vedere solo gli uccelli che prende di mira, ma ha davanti il cielo della Verità, anche se nota solo le variazioni. Cioè i volatili cui è interessato. Per volontà di potenza, gli individui preferiscono pensare che il mondo venga dal nulla e vada nel nulla, di determinare la loro vita, che tutto sia divenire. Noi non decidiamo, siamo destinati a vivere la vita che noi siamo”.

Al giornalista che timidamente dice di aver capito, Lei ribatte:

“Lei non capisce. In un’ora è difficile capire. Questo è lo iato tra mass-media e filosofia”

Alla domanda del giornalista, “Cosa pensa oggi di Dio” Lei risponde:

“E’ uno dei principali modi in cui l’uomo ha inventato la potenza che può tirare le cose fuori dal nulla e riportarcele. Dio è l’ultima tecnica e la tecnica è l’ultimo Dio. Dio è comunque un errore per il quale ho grande ammirazione. Ha una nobiltà che va lodata. La smobilitazione del concetto di Dio deve essere lenta, per evitare vuoti improvvisi”

Cos’è la filosofia?” – chiede il giornalista. Lei risponde:

“Ricerca della verità. Un sapere che non possa essere smentito nemmeno da Dio […] La Verità si impone. La pretesa di mettere nel sepolcro dell’individuo la carne viva della verità, è ridicola”. 

Emanuele Severino, La STORIA, l’ALDILA’, il DESTINO, 13 Video Lezioni, 12-19 Luglio 2008, Soprabolzano (BZ). A cura di Asia Vacances de l’Esprit, copyright www. asia.it

Emanuele Severino
La storia, l’aldilà, il destino
dal 12 al 19 Luglio 2008, Soprabolzano (BZ)
TEMI:
– Struttura della storia dell’Occidente
– Sul senso del destino
– Sul senso dell’oltrepassare
Disponibile il videocorso di 12 lezioni in DVD:

La parola “destino”, che nel titolo compare per ultima, dovrebbe stare all’inizio. Il suo senso stabilisce infatti il senso delle altre due. Le restituisce alla sua stabilità. Stabile è ciò che non può essere negato. Che cosa c’è di innegabile in ciò che diciamo “storia” e “aldilà”? E d’altra parte, sia la “storia”, sia l’ “aldilà” non sono forse interpretazioni e quindi qualcosa di negabile? Propriamente, l’intento di questi incontri riguarda il destino della “storia” e dell’ “aldilà”.
Riguarda quindi, innanzitutto, il senso autentico del destino – il suo differire da ogni forma di sapere e di agire di cui noi abbiamo notizia, e quindi il suo stare nell’ “inconscio” più profondo dell’uomo.
Eppure è nello sguardo del destino che la storia mostra la propria destinazione alla civiltà della tecnica e l’aldilà mostra di essere il destino stesso, cioè la stessa essenza più profonda dell’uomo.
Stiamo dicendo che il destino dell’uomo, cioè dell’ al di qua, è l’aldilà? Sì; ma a questa affermazione compete un significato esssenzialmente diverso da quello che la coscienza metafisico-teologico-religiosa sarebbe propensa ad attribuirgli.
Il destino non è “Dio” e non è nemmeno l’ “immortalità dell’anima”. E tuttavia il destino è qualcosa di infinitamente “più alto” di “Dio” e della “immortalità dell’anima”. È necessario pertanto che in esso appaia anche il senso autentico dell’ “altezza” e dell’essere “infinitamente” più alti di “Dio” e dell’ “immortalità”. E quindi è necessario che in esso appaia il senso autentico della morte.
Quanto si è detto implica che nello sguardo del destino la storia mostri una struttura dove il mortale è destinato d’apprima a Dio e poi alla civiltà della tecnica, che è la forma più rigorosa del divino.
Quello sguardo oltrepassa quindi la struttura della storia, cioè la relazione tra il mortale e il divino. Si tenterà di indicare, sia pure da lontano, il senso di questo oltrepassare.
Emanuele Severino

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