EMANUELE SEVERINO, Volontà, destino, linguaggio, a cura di Perone Ugo e Giulio Goggi, Rosenberg & Sellier, 2010. Lezioni tenute a Torino, nel corso del VI ciclo seminariale della Scuola di Alta Formazione Filosofica (SDAFF)

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EMANUELE SEVERINO, La guerra e il mortale, a cura di Luca Taddio, con un saggio di Giorgio Brianese, Mimesis, 2010. Contiene anche 18 audio delle lezioni tenute al San Raffaele di Milano fra il 2004 e il 2005. Indice del libro

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EMANUELE SEVERINO, Volontà, fede e destino, a cura di Davide Grossi, con un saggio introduttivo di Massimo Donà, Mimesis, 2008, p. 72. Contiene anche 18 audio delle lezioni. Indice del libro

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EMANUELE SEVERINO, Il bello, Mimesis editore, 2011, p. 48. Contiene anche un GLOSSARIO dei temi chiave. Indice del libro

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L’Occidente è la pianura della fede, Intervista a Emanuele Severino pubblicata su Il Mattino del 30/11/2015, dal gruppo facebook amici di Emanuele Severino a cura di Vasco Ursini

L’Occidente è la pianura della fede
Intervista a Emanuele Severino pubblicata su Il Mattino del 30/11/2015

Professor Emanuele Severino, Papa Francesco aprendo la Porta dell’Anno Santo della Misericordia, nel cuore dell’Africa, ha testualmente detto: “Lo faccio oggi, qui, in questa capitale spirituale del mondo”. E’ un’innovazione geopolitica del Papa, oppure il Papa ha volutamente spostato l’asse della geo-spiritualità del pontificato da Roma alle periferie del mondo?

“È un papato che ormai anche con questo gesto, nel cuore dell’Africa, certifica che l’Occidente non è più il fulcro della cristianità mondiale. È, invece, quella porzione del pianeta che continua a celebrare la morte di Dio e che si è trasformata in una grande pianura della fede, sia chiaro non quella religiosa, ma quella nella civiltà della tecnica”.

Perché, secondo lei, il Papa inaugura questa geo-spiritualità delle periferie?

“Il Papa capisce quel che i suoi predecessori o non hanno capito o hanno tenuto ai margini del loro magistero”.

Che cosa non hanno capito o hanno fatto finta di non capire i predecessori di Papa Francesco?

“Non hanno capito che il processo di abbandono della tradizione occidentale non rappresentava una moda transitoria ma era un effetto della crisi del pensiero filosofico come essenza della nostra epoca. C’è stata la distruzione delle posizioni filosofiche che hanno formato la tradizione europea”.

E quale idea è prevalsa?

“L’idea dell’intima debolezza di trovare riparo in una verità assoluta”.

È una crisi che coinvolge, inevitabilmente, anche il mondo cattolico?

“Il mondo cattolico non ha fatto i conti con il vero nemico dell’Occidente, che è il relativismo, non quello che ha voluto descrivere Eugenio Scalfari dopo il suo colloquio con Papa Francesco, cioè il relativismo come scostamento concettuale da ogni verità”.

Per lei invece come si configura il relativismo?

“Non è il relativismo ingenuo che nasce da uno scetticismo ingenuo, Il vero relativismo è nemico della tradizione perché tende a restare nascosto e si muove, come un fiume carsico, nel sottosuolo del nostro tempo. Il relativismo è sapere che esso non si limita a certificare la morte di Dio ma è capace di dimostrare l’ineluttabilità di questa morte. E questo pericolo non è solo la Chiesa cattolica a non vederlo. Perché nel sottosuolo filosofico c’è il conferimento alla tecnica del diritto di considerare tutto sotto il suo dominio”.

Allora Papa Francesco comprende questa civiltà occidentale che abbandona Dio e sposta altrove il fulcro della missione della cattolicità?

“Certo, lo ha percepito più dei suoi predecessori. D’altronde Cristianesimo e Islam, in questo momento storico, sono sulla stessa barricata di resistenza al tempo e alla storia. Rispetto all’esistenza di Dio, Cristianesimo e Islam stanno dalla stessa parte. Si comportano o con una resistenza adeguata, come può avvenire con la predicazione pacifica anche nei paesi dell’Islam, oppure con una resistenza inadeguata, come quella espressa dal fondamentalismo islamico. C’è al fondo della resistenza la volontà di tenere fermo quel Dio che l’Occidente sta abbandonando”.

E la resistenza di Papa Francesco come si sta mostrando?

“Anche con gesti estemporanei ma dimostrativi di un processo in atto secondo il quale il futuro del Cristianesimo non è più nei popoli occidentali, ma in America Latina, in Africa. La stessa Italia mostra un crescente distacco dalla fede cattolica, dove i cattolici forti sono come mosche bianche”.

Qual è la differenza di Papa Francesco con il suo predecessore Benedetto XVI?

“La dottrina non si è spostata di una virgola. È difficile rintracciare nei suoi predecessori una tale intensità di pensiero e di dottrina sul capitalismo che è una forma di produzione che deve rendere più efficace il profitto”.

Qual è l’intensità di pensiero di Papa Francesco sul capitalismo?

“È quando afferma che il dovere del capitalismo, e sottolinea la parola dovere, è il bene comune. Cioè il bene comune cristiano. Ma è come se dicesse, al tempo stesso, che il capitalismo deve morire, perché l’azione non è più tale senza lo scopo che la definisce. Cioè l’obiettivo del capitalismo è il profitto privato. Può sembrare esagerato ma sono le stesse parole del comunismo, sia pure espresse con tonalità diverse. E’ come se il papa dicesse: dobbiamo annientare il capitalismo”.

Quindi una novità contraddittoria?

“Certamente, come avviene anche sul terreno del rapporto tra democrazia e Chiesa”.

Un tema che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno più volte enunciato.

“La democrazia, secondo la Chiesa, non può esserci con la libertà senza la verità. Il principio della tutela della verità cristiana per la democrazia uccide la democrazia stessa. E su questo tema c’è un conflitto della Chiesa con il mondo occidentale. È un ulteriore motivo che induce la Chiesa a spostare il baricentro dall’occidente all’America Latina e all’Africa”.

Professor Severino, l’Occidente è stanco, sconfitto o in ginocchio?

“È stanco dei valori tradizionali della sua civiltà. È sconfitto quando tenta di tenersi in vita. Non è in ginocchio”.

Perché non è in ginocchio, nonostante la stanchezza che mostra e la sconfitta che registra?

“Non è in ginocchio perché trova potenza nelle forze del sottosuolo, come le ho definite nei miei scritti, che operano contro la distruzione del pensiero filosofico. Le faccio un esempio”.

Prego.

“Rispetto all’Isis, l’Occidente ha la capacità di eleminarlo in un attimo. È una forza tecnica, non una debolezza. Basterebbe una bomba atomica. Ma l’Occidente, con la forza della tecnica e la debolezza del suo pensiero evade dai suoi valori, può annientare i suoi nemici ma mai vincere la guerra. Perché la tecnica esula dalle forze reali che governano la polis e la politica, cioè i valori”.

Ma la Chiesa può essere l’ultima frontiera di resistenza al principio del progresso come adattamento, senza valori, alla tecnica?

“È tutta la tradizione umanistica dell’Occidente che potrebbe rappresentare la resistenza. Però, c’è la grandezza della tradizione filosofica dell’Occidente che viene emarginata. Ma una tecnica invasiva senza una regione che la sostenga, dove porta l’uomo? Né la scienza, né la religione, né altro possono sostenere la tecnica. È un compito che non spetta alle fedi, un concetto ben al di là delle credenze. È sempre stato compito della filosofia rispondere alle domande poste dalla ragione. Il limite dell’Occidente è stato quello di pensare che la filosofia fosse una bazzecola della storia dalla quale potersi liberare. La filosofia del nostro tempo ha mostrato l’impossibilità di ogni verità assoluta, di ogni Dio che pretenda di sottrarsi al divenire del mondo”.

In fondo, non le sembra che anche questo Papa tenti di cambiare il mondo?

“Certo, tenta di cambiare le cose, anche i costumi degli uomini. Ma non vorrei che perdesse di vista che il mondo evade dal passato dell’Occidente”.

Professore, il discorso di Cristo lo sfiora ancora?

“Quando morì il mio carissimo amico Piero Barcellona, filosofo marxista del novecento poi convertito al Cristianesimo, sottolineai le sue parole: “Solo il discorso di cristo si può opporre al nichilismo biologico dello scientismo che cerca di cancellare ogni specificità della condizione umana””.

La condizione umana che per il cristianesimo è cosa caduca.

“Sì, ma è come se uno dicesse che la fede di fondo di tutta la cultura occidentale è l’esser convinti che l’uomo e le cose del mondo sono polvere, cenere. La Chiesa condivide questa concezione di un esser uomo caduco, è una follia”.

Come si immagina il futuro?

“Andiamo verso una fede collettiva che è la più forte, quella della tecnica. Surclasserà tutte le altre fedi, fino a far apparire come lotte di retroguardia i conflitti che oggi occupano la scena del mondo”.

Non varrà neppure il dialogo tra religioni e fedi ad evitare che tutto appaia come retroguardia del pensiero?

“No, perché il dialogo tra fedi religiose, ad esempio, arriverà ad un punto nel quale ogni fede vorrà far prevalere il proprio pensiero. Il dialogo interreligioso è del tutto inutile”.

Il futuro si crea se non pensiamo solo al presente, Intervista a Emanuele Severino pubblicata su Il Messaggero del 28/12/2015. dal gruppo facebook amici di Emanuele Severino a cura di Vasco Ursini

«Il futuro si crea se non pensiamo solo al presente» Intervista a Emanuele Severino pubblicata su Il Messaggero del 28/12/2015

“Oggi si tende a diffidare delle previsioni a lungo raggio: l’atteggiamento generale è quello di concentrarsi sulla soluzione dei problemi immediati. Ma in questo modo il pericolo non è risolto; viene solo allontanato, differito di poco”.
Emanuele Severino, uno dei maggiori filosofi italiani, analizza il nostro rapporto con il futuro, con la volontà e la capacità di progettarlo: “In nome della concretezza alla quale si ispira anche il discorso politico, ci limitiamo a previsioni a breve termine, ma non è detto che sia un bene. Provo a spiegarmi con un esempio: se in una nave che affonda l’intero equipaggio è concentrato sulla riparazione della falla, non rimane più nessuno nella cabina di pilotaggio, e si perde di vista la rotta, il progetto relativo al viaggio. Nella cultura contemporanea le previsioni sono per lo più condotte nell’ambito della probabilità, basate dunque su leggi statistiche. Non toccano la questione della direzione del mondo, la tendenza fondamentale del nostro tempo”.

Molti leggono il nostro tempo attraverso la lente della sfiducia, del disincanto…

“In realtà stiamo vivendo un tempo che è ben lontano dall’essere grigio, povero. Forse è anzi il più ricco della storia dell’uomo, ed è il tempo in cui si rende sempre più visibile l’addio dell’uomo occidentale alla propria tradizione. Benché sia ormai in terza o quarta posizione nelle graduatorie della forza demografica ed economica, l’Occidente, con la sua densità pratico-concettuale, ha conquistato il mondo”.

È vincente e sconfitto allo stesso tempo, quindi?

“Provo a riassumere brutalmente cose ovvie. Il senso centrale di quello che l’Europa era, si è travasato negli Stati Uniti e in Australia. La rivoluzione sovietica è essenzialmente occidentale: senza il marxismo non ci sarebbe stato Lenin, e il marxismo sarebbe stato impossibile senza l’idealismo tedesco e Hegel. In Sudamerica sono tuttora evidentissime le tracce della cristianizzazione operata dagli spagnoli. In Cina esiste una sorta di simbiosi tra comunismo e capitalismo, ed entrambi i fattori sono di matrice occidentale. L’India è diventata una delle maggiori democrazie planetarie, concetto ancora una volta occidentale, greco antico. La tradizione dell’Occidente è da un lato quella vetero e neo-testamentaria che ha dato luogo all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam; dall’altro lato sta il ceppo determinante della filosofia greca — questo chiarore straordinario che si produce in Grecia cinque secoli prima di Cristo: una lotta dell’uomo contro la morte, guidata non dal mito ma dalla verità”.

L’atteggiamento critico, la volontà di verità: è a questo che l’Occidente dice addio? E perché?

“Il nostro tempo volta le spalle alla tradizione perché si rende conto che le realtà eterne, affermate dalla tradizione stessa come i luoghi per salvarsi dalla morte, sono impossibili. Se esiste il divenire non può esistere l’eterno, se esiste il mondo non può esistere Dio. Lo spiego con un esempio: uno stato totalitario, se da un lato riconosce l’esistenza del tempo e del divenire, dall’altro lo nega, è appunto totalitario perché dice al cittadino: domani, fra un mese, fra un anno, nel futuro tu dovrai adeguarti alle leggi che io ti impongo. Lo stato totalitario tratta il futuro come luogo che dovrà sottostargli, lo occupa con le sue leggi. Alla radice delle guerre che hanno portato alla distruzione dei totalitarismi del Novecento sta questa contraddizione. Ed è in sostanza la stessa che riguarda l’idea di Dio, la sua natura assolutamente totalitaria. Sarebbe assurdo immaginare un Dio che guardando il futuro dica: chissà come andranno le cose”.

In molte sue opere lei ha indicato nella tecnica la responsabile dell’addio dell’Occidente alla sua tradizione.

“L’abbandono degli eterni della tradizione dice alla tecnica: puoi andare avanti senza limiti. Certo, già Keynes diceva che la tecnica può realizzare il paradiso in terra (si riferiva ai bisogni primari). Potrebbe farlo anche oggi, se non fosse condizionata dagli interessi della gestione capitalistica che gli impediscono di risolvere i problemi fondamentali della razza umana. In ogni caso, la felicità prodotta dalla tecno-scienza è una felicità basata su una logica statistico-probabilistica, su una forma di ragione ipotetica. La situazione in cui l’uomo raggiungerà la forma di benessere mai raggiunto sarà fondata su una probabilità, dunque su una non verità assoluta. Quando siamo felici, temiamo di perdere la felicità, e se lo temiamo è perché non siamo garantiti nel nostro possesso di essa. Il paradiso della tecnica, non potendo garantire la felicità che elargisce, è il luogo in cui va crescendo l’angoscia della morte; è destinato cioè a trasformarsi in un inferno in cui i popoli si rendono conto che manca loro quel che più conta, la garanzia della loro felicità. Nell’attimo in cui raggiunge il suo culmine — pur avendone avuto la pretesa — la tecnica non ha l’ultima parola”.

Oltre dieci anni fa lei si è occupato, in “Dall’Islam a Prometeo”, del rapporto fra Islam e tecnica.

“L’Islam è forte in quanto fede nella propria tradizione, ma la sua volontà di dominio non può prescindere dall’uso razionale della tecnica. La stessa volontà del terrorismo è quella di uscire da uno stadio artigianale, acquistando un carattere tecnologico-industriale. Ma se la tecnica è nemica della tradizione, il grande nemico dell’Islam si annida proprio nella tecnica, è lì il pericolo per la sua stessa sopravvivenza”.

 

via Amici di Emanuele Severino

Emanuele Severino su: Alain Touraine, «Noi, soggetti umani», Il Saggiatore – da Corriere.it, 25 novembre 2017

Il saggio di Alain Touraine, «Noi, soggetti umani», è edito da il Saggiatore (traduzione di Massimiliano M. Matteri, pp. 308, euro 29)
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Per Touraine si sta uscendo dalla società industriale per entrare in quella dove si fa largo la coscienza dei «diritti universali» dell’uomo: libertà, uguaglianza, fratellanza, riassunte dal concetto di «dignità». Gli uomini hanno questi diritti per la loro «creatività» «senza limiti». Capacità di «creare e trasformare non solo il loro ambiente, ma anche loro stessi e l’interpretazione che danno alle loro pratiche» (pagine 13-14). Il nostro è il tempo in cui la «capacità umana di autocreazione e di autotrasformazione», che è anche capacità di autodistruzione, va scoprendo sé stessa. E la creatività umana richiede la fine del «sacro», il rifiuto del rimanere «sottoposta alle decisioni di un Dio» (pagina 94) e di ogni potere che voglia limitarla e controllarla e che oggi si incarna soprattutto nel capitalismo finanziario, nello Stato totalitario e nelle varie forme di tirannia. In questa «creatività» consiste l’essere «soggetti umani». Il «soggetto umano» ha una «dignità» che lo pone al di sopra di tutto perché egli ha la capacità di stare «al di sopra di tutte le istituzioni, di tutti gli interessi, di tutti i poteri».

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VAI A:

Il saggio di Alain Touraine: ecco l’uomo nell’era della creatività – Corriere.it

Alcune delle affermazioni inaudite di Emanuele Severino che sconcertano il quieto vivere dei mortali del tutto isolati dalla verità del destino: Una riguarda la “fede” dei mortali e l’altra riguarda le due “anime” dell’Occidente, i suoi due inconsci, scheda analitica di Vasco Ursini

Alcune delle affermazioni inaudite di Emanuele Severino che sconcertano il quieto vivere dei mortali del tutto isolati dalla verità del destino: Una riguarda la “fede” dei mortali e l’altra riguarda le due “anime” dell’Occidente, i suoi due inconsci:

“I mortali credono di vivere in un mondo che, comunque sia inteso da essi, è isolato dal destino della verità. Nei miei scritti, la parola ‘terra’ indica l’insieme di ciò che sopraggiunge [ … ] I mortali non sanno che ciò in cui credono di vivere è la terra isolata dal destino. Chi sa questo – chi sa – è il destino” (Oltrepassare, p. 30).

“Noi siamo la Gioia. Questa parola non indica un sentimento psicologico: indica il gioire del Tutto per il suo essere il Tutto: appagamento di ogni bisogno, liberazione di ogni dolore, il colmarsi di ogni lacuna. Ma noi siamo anche la fede di essere circondati e penetrati dal dolore, dalla morte, dal niente. E facciamo presto ad allontanare dalla serietà della nostra esistenza la fola secondo cui noi saremmo il gioire del Tutto. Noi siamo la Gioia e, insieme la fede di essere tutt’altro. Due anime abitano nel nostro petto; una nascosta, e l’altra manifesta” (La strada, la follia, la gioia, p.87).

Dunque, due sono le “anime” dell’Occidente, i suoi due inconsci: quello, più superficiale, del nichilismo e quello, più profondo, del destino della verità.
Il nichilismo è l’inconscio dell’Occidente ma non è il suo fondo ultimo. Al fondo di quell’inconscio c’è un altro inconscio, che si può definire “inconscio dell’inconscio”, Quest’ultimo consiste nella verità originaria dell’essere, che è presente nel fondo di ciascuno di noi, di ciascun abitatore del tempo. E difatti l’uomo è la convinzione di essere mortale e non si avvede che nel suo più profondo inconscio è presente la propria eternità.

“L’Occidente è la civiltà che cresce all’interno dell’orizzonte aperto dal senso che il pensiero greco assegna all’esser-cosa delle cose …”, in E. Severino, AAHOEIA, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 415. Citazione proposta da Vasco Ursini

L’Occidente è la civiltà che cresce all’interno dell’orizzonte aperto dal senso che il pensiero greco assegna all’esser-cosa delle cose. Questo senso unifica progressivamente, e ormai interamente, la molteplicità sterminata di eventi che chiamiamo “storia dell’Occidente”; e domina ormai su tutta la terra: l’intera storia dell’Oriente è così divenuta anch’essa preistoria dell’Occidente.
Da tempo i miei scritti indicano il senso occidentale – e ormai planetario – della cosa: La cosa (una cosa, ogni cosa) è, in quanto cosa, niente; il non-niente (un, ogni non-niente) è, in quanto non-niente, niente. La persuasione che l’ente sia niente è il nichilismo. In un senso abissalmente diverso da quello di Nietzsche e Heidegger, il nichilismo è l’essenza dell’Occidente.

(E. Severino, AAHOEIA, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 415)

Sorgente: (3) Amici a cui piace Emanuele Severino

Emanuele Severino. – La contraddizione essenziale che compete alla tradizione dell’Occidente, in “Storia, gioia”, Adelphi, Milano 2016 (I edizione), Parte prima ‘Sulla storia’, II. ‘Storia autentica e inautentica del mortale’, 4, pp. 30 – 31 – ripreso dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino

 

“ L’innegabilità autentica della negazione della tradizione occidentale – mentre la negazione inautenticamente innegabile di tale tradizione tende, ancora, a risuonare soltanto nel sottosuolo filosofico del nostro tempo – è il fondamento dell’accadimento ‹necessario› della civiltà della tecnica.
Senza questa negazione autenticamente innegabile il prender piede di tale civiltà rimane un processo che, per quanto imponente, potrebbe ritornare sui propri passi lasciando prevalere le forze della tradizione. Ma la negazione autenticamente innegabile della tradizione rende impossibile tale regressione. Nello sguardo del destino, dove appare la storia autentica del mortale, la situazione storica che si libera necessariamente della contraddizione essenziale che compete alla tradizione dell’Occidente è pertanto la ‹sintesi› in cui la negazione autenticamente innegabile della contraddizione di tale tradizione sta al fondamento della necessità che la dominazione della tecnica abbia ad accadere. (Qualcosa come tradizione dell’Occidente e civiltà della tecnica, si è detto, appare nella terra isolata; ma la ‹sintesi› che unisce questi due eventi è la necessità autentica che, nella terra isolata, in quanto appare nel destino, conduce dalla tradizione al dominio della tecnica. Una sintesi, questa, essenzialmente diversa dalla sintesi che appare all’interno della terra isolata dal destino, costituendo la storia inautentica del mortale. In quest’ultima la negazione inautenticamente innegabile della tradizione esce dal sottosuolo filosofico del nostro tempo e facendosi sentire dalla tecnica guidata dalla scienza moderna fonda la necessità inautentica del suo accadimento).”

EMANUELE SEVERINO (1929), “Storia, gioia”, Adelphi, Milano 2016 (I edizione), Parte prima ‘Sulla storia’, II. ‘Storia autentica e inautentica del mortale’, 4, pp. 30 – 31.

Sorgente: (10) Amici a cui piace Emanuele Severino

Vasco Ursini, La lettura severiniana della civiltà occidentale, da: Il Dilemma Verità dell’essere o Nichilismo?, Booksprintedizioni, 2013

La lettura severiniana della civiltà occidentale

Emanuele Severino, nel saggio ‘Ritornare a Parmenide’ dice di aver compiuto “il tentativo di rintraccare e portare alla luce il pensiero fondamentale che guida e raccoglie la sterminata ricchezza di categorie ed eventi in cui consiste la civiltà dell’Occidente: il pensiero in cui ormai tutto viene pensato e vissuto e che non si lascia pensare nel suo significato autentico, sino a che non ci si sappia portare al di fuori di esso, lungo un cammino ancora intentato” ( Emanuele Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 287).
‘Nichilismo’ significa pensare, secondo Severino, che le cose del mondo sono niente, che le cose vengono dal niente e ritornano nel niente. “Alla sua superficie – cioè nell’ambito di ciò che l’Occidente crede di sapere e che quindi testomonia nella sua lingua -, l’Occidente vuole che le cose della terra, in quanto cose, ‘non’ siano un niente [ … ] Ma a partire dal pensiero greco, e una volta per tutte, l’Occidente è ‘insieme’ la volontà che una cosa, in quanto tale, sia ciò che esce e rientra nel niente; sia ciò che è, ma che sarebbe potuto non essere. Questa volontà non si rende conto di ciò che in verità essa vuole. [ … ] Essa non vuole semplicemente che le cose divengano un niente ed escano dal niente: essa vuole la follia estrema: che ‘essere-una-cosa’ sia e significhi, in quanto tale, ‘essere-un niente; che un cosa, proprio perché non è un niente, sia un niente. Questo è il nichilismo che la “coscienza” dell’Occidente respinge nel proprio inconscio e non lascia affiorare nella propria lingua” (Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981,p. 15).
La civiltà occidentale non riesce dunque a pensare l’ “esser sé dell’essente”, cioè la verità dell’essere e non si accorge di non riuscirvi. Il suo nichilismo è pertanto inconscio, e ‘inconscio’ non indica “ciò che non appare, ma ciò che ancora non è stato portato nel linguaggio; sì che il linguaggio, che ne parla, ancora non appare. E la “consapevolezza” è l’apparire di questo linguaggio” (Emanuele Severino, La struttura originaria, cit., p. 15).
Ancora più sotto di quel nichilismo inconscio c’è, rileva Severino, un più profondo inconscio: è l’inconscio di quell’inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente, che consiste nella struttura originaria dell’essere: ‘l’essere è e non può non essere’: Questa è la verità dell’essere, la verità che è l’apparire dell’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente. L’essente è dunque ‘eterno’.
Il destino della verità non può essere smentito da alcun sapere, umano o divino e include originariamente il proprio apparire. Il destino della verità è già da sempre manifesto. Esso sta alle nostre spalle e dunque non ha senso mettersi in cerca della verità.
( il brano è tratto da: Vasco Ursini, Il Dilemma Verità dell’essere o Nichilismo?, Booksprintedizioni, 2013),

Sorgente: Incontri con Emanuele Severino

Instabilità, destino del mondo, Emanuele Severino interviene sulle tesi di Marramao: la sorte dell’Occidente è l’assenza di una verità assoluta, sarà la razionalità tecnico-scientifica, non la politica, a dominarlo, Corriere della Sera 30 aprile 2017

da dove provengono i concetti di «provvisorietà», «precarietà», «divenire», «instabilità strutturale»? Non sono certo le discipline scientifiche e nemmeno la storiografia ad averli evocati. E nemmeno la filosofia del nostro tempo. La quale estende sì a ogni cosa il carattere dell’instabilità e del divenire, ma, appunto, estende qualcosa di già noto. In qualche modo, quei concetti sono già presenti sin dall’inizio della vita dell’uomo. Adamo presta ascolto al serpente appunto perché ritiene che il proprio stato sia instabile, provvisorio, e decide di cambiarlo, decide di diventare altro da ciò che egli è. Ma la filosofia, facendosi innanzi presso l’antico popolo greco, compie un gesto essenzialmente più radicale: per la prima volta intende l’instabilità delle cose del mondo come il provenire dal loro non essere, trattenersi provvisoriamente nell’essere e scendere di nuovo nel non essere. Il loro non essere è il loro esser nulla.

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Sorgente: Corriere della Sera