Emanuele Severino: “Per tecnica intendo …”, in Etica ed economia, Ethics in Economic Life, Innsbruck University press, 2009 (citata in Nicoletta CUSANO, Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, Morcelliana, 2011, p. 418/419)

Volontà isolante e comprensione unitaria del tutto, in Emanuele Severino, Democrazia, tecnica, capitalismo, Morcelliana, Brescia 2009, pp. 5-6

 

L’attuale crisi economica, per quanto grave ed estesa, si produce all’interno di un più ampio e decisivo contesto. Le diverse discipline scientifiche che la prendono in considerazione non possono coglierne il significato autentico: sono forme della specializzazione scientifica, dove viene metodicamente ‘isolato’ un certo contenuto dal terreno in cui esso si trova e assume la configurazione che gli compete. Mille occhi guardano qualcosa che quindi si presenta come mille cose – mille differenze.
La volontà isolante è antica come l’uomo, ma all’inizio dell’Occidente è apparsa una grandiosa forma di sapere che ha ‘tentato’ di essere la comprensione unitaria del tutto e della totalità delle conoscenze. La si è chiamata filosofia. Ed è ancora la filosofia a dare, nell’ultima fase del proprio sviluppo storico, la fondazione e la giustificazione di quella forma di isolamento in cui consiste la specializzazione scientifica – la quale non deve certo attendere questa fondazione e giustificazione per esistere, e tuttavia, in loro assenza, non può replicare alcunché alla critica, compiuta dalla tradizione filosofica, di alterare il proprio contenuto proprio perché lo isola dal tutto in cui esso si trova. Distruggendo irreversibilmente il proprio passato, la filosofia ha fondato l’atteggiamento isolante e quindi anche l’isolamento che costituisce la specializzazione scientifica.

(Emanuele Severino, Democrazia, tecnica, capitalismo, Morcelliana, Brescia 2009, pp. 5-6)

Pier Paolo Pasolini, IO SO. Audio e articolo in Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Cos’è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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SCENARIO – La fine dei valori tradizionali si propaga come un immenso turbine. ANALISI – La filosofia moderna dimostra che non può esistere un ordina assoluto. “Il tramonto della Verità approda nei Paesi arabi”, di Emanuele Severino in “Corriere della Sera”, 14 aprile 2011, pp. 48 – 49

Emanuele Severino.
“Corriere della Sera”, 14 aprile 2011, pp. 48 – 49.
SCENARIO – La fine dei valori tradizionali si propaga come un immenso turbine.
ANALISI – La filosofia moderna dimostra che non può esistere un ordina assoluto.
“Il tramonto della Verità approda nei Paesi arabi”
– Nel Maghreb si rivivono le crisi del Novecento europeo-
di Emanuele Severino
” Quanto sta avvenendo nel Nord Africa è un tipico fenomeno del nostro tempo, dove nei modi più diversi ma tutti convergenti l’ Occidente volta le spalle alla propria plurimillenaria tradizione. Il mondo arabo, infatti, dopo aver riattivato nel Medioevo la civiltà europea, ricollegandola alla grande cultura greca, di tale civiltà ha poi sentito e subìto la presenza, con un’ intensità tanto maggiore quanto più ampia e profonda, rispetto ai popoli dell’ Africa subsahariana, è stata la dimensione che il mondo arabo ha avuto in comune con l’ Europa (si pensi anche al retaggio comune delle scritture veterotestamentarie). Intendo dire che quanto sta avvenendo nel Nord Africa è il modo specifico in cui anche quel mondo incomincia a voltare le spalle alla tradizione dell’ Occidente. Tra i più visibili dei fenomeni tipici del nostro tempo, le due guerre mondiali. Nella prima le democrazie distruggono l’ assolutismo degli Imperi centrali e di quello ottomano, contribuendo a determinare le condizioni che conducono alla fine dell’ assolutismo zarista. Nella seconda le democrazie distruggono l’ assolutismo nazionalsocialista e fascista. Ma anche la fine dell’ assolutismo sovietico appartiene a quest’ ordine di fenomeni. Gli appartiene anche, in Europa e sia pure in minor misura in America, la crisi del cristianesimo e dei costumi che ad esso si ispirano. Il cristianesimo intende infatti essere l’ ordinamento assoluto che rende possibile la salvezza dell’ uomo. A quell’ ordine di fenomeni appartiene anche la crisi del capitalismo: non tanto quella relativa alle difficoltà in cui oggi si trova, quanto piuttosto quella per cui è sempre meno inteso come una «legge naturale eterna» – cioè come l’ ordinamento assoluto che rende possibile la salvezza economica – e sempre più come un «esperimento» storico dai molti meriti, ma dall’ esito incerto, anche per la devastazione della terra a cui esso conduce. A quell’ ordine di fenomeni – all’ abbandono cioè della tradizione dell’ Occidente – appartengono anche grandi eventi degli ultimi due secoli della storia europea, che sebbene meno visibili sono tuttavia altrettanto e anzi in certi casi ancora più decisivi. Tra l’ Otto e il Novecento l’ arte europea si rifiuta di doversi adeguare al modello costituito dal bello assoluto e imposto dalla cultura tradizionale: si propone come libera invenzione di un mondo nuovo, nascono l’ arte «astratta» e la musica atonale (cioè essa stessa «astratta», separata dall’ ordinamento sonoro della tradizione). Ma in modo eminente è la filosofia a rompere col passato, e innanzitutto col proprio, mostrando l’ impossibilità di quell’ Ordinamento degli ordinamenti che è l’ esistenza stessa di una Verità assoluta e di un Essere assoluto che intenda valere come Principio del mondo. «Dio è morto», e alla radice è morta quella Verità assoluta che presume di potersi mantenere stabile e inalterabile al di sopra della storia, del tempo, del divenire. Di questo atteggiamento del pensiero filosofico risentono le scienze naturali e logico-matematiche, che nei modi loro propri non si presentano più come Verità assolute, ma come ipotesi o leggi statistico-probabilistiche di cui è sempre possibile la falsificazione. Anche le scienze giuridiche abbandonano il concetto di «diritto naturale», nella misura in cui esso vuol essere un diritto assoluto, assolutamente vero e presente nella coscienza di ogni uomo, e portano in primo piano il concetto di «diritto positivo», posto dall’ uomo in determinate circostanze storiche. L’ abbattimento della tradizione dell’ Occidente è un turbine gigantesco a forma di piramide, i cui strati diventano sempre più visibili man mano che si scende verso la base e sempre meno visibili – ma anche sempre più decisivi – man mano che si sale verso il vertice della piramide. Che è costituito dal pensiero filosofico e che, anche se per lo più si tiene nascosto, guida il turbine. Sia pure guardando, con perspicacia diversa, verso l’ alto, i popoli dell’ Occidente abitano la base della piramide. Anche i popoli del Nord Africa. Della filosofia non sanno ovviamente nulla, ma in qualche modo ne intravvedono l’ ombra che essa lascia sulle cose e sugli eventi del mondo. Per completare la metafora della piramide, si aggiunga che la base soffia sulle convinzioni, i costumi, le opere, le istituzioni della tradizione occidentale, e che anche se non lo si percepisce, la potenza travolgente del soffio proviene dal vertice. Si dice che soprattutto i giovani del Nord Africa guardano la televisione e si servono di Internet e dei cellulari. Ma ciò che più conta rilevare è il loro intuire che il mondo sta cambiando in un senso del tutto particolare e non solo molto più profondamente e rapidamente di quanto non si sospettasse: intuiscono che nei mezzi di comunicazione tutte le prospettive sono poste sullo stesso piano, che quindi non esiste una prospettiva capace di prevalere e di dominare le altre, che permanga quando esse svaniscono e abbia pertanto quell’ assolutezza di cui i popoli possono intuire il senso anche se ignorano la parola. Ognuno dei messaggi mass-mediatici assicura di comunicare i contenuti più importanti; ma, proprio perché sono tutti ad assicurarlo, il livellamento dei contenuti è inevitabile. Per chi abita la base del turbine a piramide che investe il passato, la preminenza dei valori tradizionali illanguidisce proprio perché essi appaiono sui teleschermi. Con ciò non si vuol dire che la tradizione dell’ Occidente non possa essere Verità assoluta per il fatto che i messaggi mass-mediatici operano quel livellamento, ma che il modo in cui il tramonto degli assoluti è messo in luce dal pensiero filosofico del nostro tempo si fa in qualche misura sentire anche da chi, ascoltando quanto stiamo dicendo, non sarebbe in grado di capirlo. E, certo, quel modo di tramontare si è fatto sentire più chiaramente nella distruzione degli assolutismi e totalitarismi politico-economici operata nell’ Europa del XX secolo. Rilievi, questi, che mettono in luce come le guerre e le rivoluzioni del Novecento europeo tendano ad avere un carattere del tutto diverso da quelle dei secoli precedenti, che per quanto profonde e anticipatrici, rovesciavano sì vecchi ordinamenti assoluti, ma lasciando che i nuovi conservassero il carattere dell’ assolutezza. Per questo è più difficile – ma non tanto – che le rivoluzioni del Nord Africa, che in qualche modo possono dirsi europee, abolendo regimi totalitari abbiano a sfociare in nuove forme di assolutismo, quale l’ integralismo islamico. All’ interno del turbine a piramide, il rapporto della cultura non filosofica con il pensiero filosofico degli ultimi due secoli è ovviamente di gran lunga più diretto di quello che può essere instaurato stando alla base o negli strati più bassi della piramide. Tale cultura ne abita gli strati intermedi. Ma quindi è ancora dall’ esterno che essa può sentire la voce di quel pensiero. Una critica scientifica, religiosa, artistica, ecc. degli assoluti che sono affermati innanzitutto dalla tradizione filosofica può mostrare che quest’ ultima afferma contenuti diversi e opposti rispetto a quelli che tale critica intende difendere, ma non per questo essa può concludere che quei contenuti debbano venire abbandonati. Ad esempio sarebbe una grossa ingenuità ritenere che la filosofia di Aristotele o di Hegel debba esser lasciata da parte perché è comparsa la fisica moderna o perché sono state scoperte le geometrie non euclidee e la fisica quantistica. Solo una critica filosofica della tradizione filosofica e delle dimensioni in cui l’ assoluto filosofico si è rispecchiato degradando fino alla base della piramide, può essere irrefutabile. Quanto si è detto sin qui è infatti soltanto la descrizione di un fatto, sia pure di enormi proporzioni: il fatto in cui la piramide consiste. Ma non si è detto ancora nulla della irrefutabilità, ossia della verità di tale fatto: non si è ancora detto nulla di quell’ altra forma di verità che è la verità della distruzione della Verità della tradizione occidentale – ossia della Verità che, si è detto, pretende porsi, inalterabile e immutabile, al di sopra del tempo e della storia. Questo giro di concetti è decisivo. Proviamo a chiarirlo per quel che qui è possibile. Le democrazie parlamentari hanno distrutto gli Stati totalitari del Novecento, che, appunto, si presentano come la forma terrena della Verità e del Dio assoluti. Questo, dal punto di vista delle scienze storiche, si può considerare un fatto. Ma da ciò non si può concludere che le democrazie siano verità e i totalitarismi errore! Concludere così significa confondere i criteri della lotta politica con quelli del pensiero critico-filosofico – che invece in proposito può dire ben di più (quando lo si sappia capire). Dice infatti che, da un lato, lo Stato assoluto, controllando l’ intera vita dei sudditi, predetermina il loro futuro, lo occupa interamente e gli impone la propria legislazione inviolabile; e che, dall’ altro lato, lo Stato assoluto, ma anche i suoi sudditi, sono tuttavia più o meno consapevolmente convinti che il futuro esiste ed è la dimensione di tutto ciò che ancora non esiste, non è predeterminato, non è già occupato da alcuna inviolabile legislazione. Lo Stato assoluto è dunque una gigantesca contraddizione, in cui l’ esistenza del futuro è, insieme, affermata e negata. E la contraddizione non solo è uno stato di essenziale instabilità, prima o poi destinata a crollare, ma è anche la forma essenziale dell’ errore. Solo se si sa scorgere in modo appropriato la contraddizione da cui è avvolta una certa situazione storica è possibile prevedere il crollo di quest’ ultima, senza che la previsione decada al rango di divinazione o di profezia (si può mostrare che il marxismo scorge in modo inappropriato la contraddizione dell’ assolutismo capitalistico e imperialistico). La distruzione dello Stato totalitario (e della sua presunta Verità) da parte della democrazia ha dunque verità solo se la democrazia è consapevole della contraddizione del totalitarismo. Altrimenti (ed è questa la situazione) la democrazia è una forma di violenza che si contrappone a quella totalitaria e che in Occidente ha vinto solo «di fatto» – provvisoriamente, apparentemente -, non «di diritto». La contraddizione dell’ assolutismo politico è presente anche in tutte le altre forme di assolutismo (alle quali si è fatto cenno sopra) della tradizione occidentale. Ma, la loro, rispecchia in forma derivata la contraddizione estrema e grandiosa che avvolge la Verità della tradizione filosofica. Tale Verità intende infatti essere l’ Ordinamento di tutti gli ordinamenti. Tutto deve esistere conformemente alla Verità assoluta: essa non è soltanto la legge che domina il futuro dei sudditi dello Stato assoluto, ma è la Legge che predetermina e dunque occupa e domina (oltre al presente e al passato) il futuro di tutte le cose, lo riempie completamente con sé stessa; e quindi lo vanifica nel modo più radicale, perché, così riempito, il futuro non è più futuro. Ma, insieme, la Verità della tradizione occidentale è il riconoscimento dell’ esistenza del tempo e quindi del futuro: è la fede più incrollabile e profonda in tale esistenza: intende essere appunto la Legge del tempo, sopra il quale pone la dominazione del Dio esso stesso eterno e assoluto. La Verità assoluta è cioè fede intransigente nell’ esistenza e, insieme, nell’ inesistenza del tempo e della storia. Dunque è contraddizione estrema. L’ essenza per lo più nascosta della filosofia del nostro tempo è il vertice del turbine che spinge al tramonto la tradizione occidentale. Nel vertice quella estrema contraddizione viene portata in piena luce. Ma, anche, è il vertice a cui non riesce a sollevarsi nemmeno la maggior parte della stessa filosofia contemporanea, che ripete sì il proclama della morte della Verità e di Dio, ma che solo raramente sa mostrare il fondamento senza di cui il proclama è soltanto fede, dogma, retorica. D’ altra parte, se si riesce a scorgere in modo appropriato che la Verità assoluta della tradizione è contraddizione estrema e dunque estrema instabilità, si è in grado di affermare che tale Verità è destinata al tramonto. Questa – all’ interno della cultura dell’ Occidente, che ormai è la cultura del Pianeta – è la previsione fondamentale con cui ogni altra forma di previsione deve fare i conti (e alla cui chiarificazione lavoro da quasi mezzo secolo). Ma fino a che tale previsione rimane invisibile, restando lassù, al vertice del turbine, la potenza con cui essa guida l’ intero turbine resta indebolita. Ne è un segno lo stupore, l’ irritazione, se non la commiserazione, che anche i lettori possono provare leggendo qui che alla filosofia compete una funzione così decisiva nella storia del mondo. Gli strati della piramide sono immagini del vertice, e quindi ne sono l’ alterazione, non ne lasciano vedere la potenza, e sempre meno quanto più si scende verso la base: incapaci di vedere e far propria la potenza del proprio vertice, tendono a somigliare a un esercito che vada al fronte portando con sé, invece delle proprie armi, le loro fotografie. In questo senso il vertice del turbine è un sottosuolo. Appunto per questo i grandi protagonisti della tradizione occidentale non si sentono ancora sconfitti: teocrazia, Stato assoluto ed «etico», paleocapitalismo, democrazia (intesa sia come unione di libertà e Verità, sia come democrazia procedurale fondata tuttavia sulla metafisica dell’ individuo), e anche comunismo marxista, continuano a rivendicare l’ insopprimibilità dei loro valori e a sentirsi essi in diritto di guidare il mondo: dinanzi a loro si presenta la forma debole del turbine, mentre la voce della potenza del vertice – cioè l’ essenza del sottosuolo del pensiero del nostro tempo, costituita dai pochi pensatori essenziali – rimane per lo più soverchiata dalle voci di quella debolezza. Anche per questo, nonostante la differenza radicale tra le rivoluzioni del passato e quelle del presente, non solo i popoli del Nord Africa, ma anche quelli dell’ intero Occidente sono soltanto all’ inizio del processo che è destinato a condurli all’ abbandono della loro tradizione.”

da

(11) Amici di Emanuele Severino

Ecco cosa pensa della storia Emanuele Severino, in La gioia

 

“La storia, si pensa, è ‘res gestae’. Ma il gesto ha un inizio e una fine.

E invece solo gli eterni hanno Storia.

Che non ha termine nemmeno con la loro morte. Solo essi possono morire. La storia precede e quindi segue la morte. E appare all’interno della Gioia della totalità degli eterni: all’interno dell’Infinito che va mostrandosi nella Storia e, inesauribile, ne rende possibile l’infinito dispiegarsi” (Storia, Gioia).

da  (1) Amici di Emanuele Severino

Politica e filosofia: il premier Giuseppe Conte in visita da Emanuele Severino – in Il Sole 24 ORE 5 aprile 2019

….In circa due ore di colloquio, Conte ha confessato al filosofo di essere un suo appassionato lettore, e Severino, da parte sua, s’è intrattenuto con lui sul significato dell’attuale governo. Il giudizio del filosofo si potrebbe così riassumere: l’esecutivo attualmente in carica, proprio perché presieduto da un tecnico come Conte, sarebbe all’interno di quella trasformazione della politica che vede prevalere il momento tecnico (Monti è il caso precedente)

….

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Politica e filosofia: il premier Conte in visita da Emanuele Severino – Il Sole 24 ORE

IL DOMINIO DELLA TECNICA TRA EUROPA E POLITICA, in Giornale di Brescia, 25 gennaio 2019. Lettera di Emanuele Severino sulle ragioni filosofiche che hanno portato il filosofo bresciano ad aderire al Manifesto di Carlo Calenda

IL DOMINIO DELLA TECNICA TRA EUROPA E POLITICA
Giornale di Brescia, 25 gennaio 2019

Lettera di Emanuele Severino sulle ragioni filosofiche che hanno portato il filosofo bresciano ad aderire al Manifesto di Carlo Calenda.

Gentile direttore, perché – mi si chiede – ho aderito al «manifesto» di Carlo Calenda? Me lo si chiede anche a Brescia. Rispondo facendo riferimento non alla mia persona, ma alla dimensione a cui si rivolgono i miei scritti: la filosofia. Dicendo innanzitutto che la filosofia non «appartiene» ad alcun partito politico, ma all’opposto sono i partiti a farsi guidare, più o meno consapevolmente dal pensiero filosofico e quindi ad «appartenergli». Lo scorso ottobre avevo comunque pubblicato sul Corriere della sera un articolo dedicato al libro di Calenda «Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio» (Feltrinelli 2018) – un libro di alto livello culturale oltre che politico. Pubblicato dunque, il mio articolo, prima che in gennaio fosse reso noto il manifesto di Calenda. Da tempo, e anche in questo libro, egli include nello sfondo delle sue riflessioni la ricerca che da quasi sessant’anni vado conducendo sulla tecnica e sui rapporti con l’economia (capitalistica e pianificata), la politica e le altre forze che intendono oggi porsi alla guida del mondo.

In tale ricerca si mostra che, da mezzo di cui quelle forze si servono, la tecnica è destinata a destinare il loro scopo e quindi a prevalere su di esse. Ma ad esser così destinata non è quella che oggi chiamiamo con questo nome, ma è la tecnica che e in quanto riesce a rendersi conto che la propria volontà di accrescere all’infinito la propria potenza non può avere davanti a sé alcun limite inviolabile. Ed essa può attingere questa consapevolezza soltanto dal sapere filosofico, e propriamente da ciò che chiamo il «sottosuolo filosofico del nostro tempo». Ancora anni fa Calenda mi aveva scritto: «Condivido completamente la Sua analisi sul rapporto tra capitalismo e tecnica», nel senso che, aggiungeva «il capitalismo diventa il mezzo attraverso cui la tecnica ha la possibilità di espandersi senza limiti». Questo, anche se nel libro di Calenda tale diventar mezzo è interpretato come una «tendenza» che può invertire la propria direzione e che quindi non è una destinazione irreversibile. Sulla base di questa interpretazione, nel «Manifesto», egli sollecita una mobilitazione in Italia e in Europa che ponga come scopo supremo della società non il profitto privato ma la politica come promozione dei «valori dell’umanesimo liberale e sociale».

D’altra parte nel mio articolo sul Corriere della sera avevo scritto, escludendo che la politica e lo Stato possano tornare alla guida della tecnica e dell’economia: «La «destinazione» di cui parlo è sì una «tendenza», ma nel senso che per la cultura oggi dominante non esiste alcuna verità necessaria e incontestabile e quindi non può esistere nemmeno una connessione necessaria tra il presente e il futuro – sì che è una «tendenza» che domani sorga il sole o che un corpo lasciato a sé stesso cada verso il basso» ma non è una tendenza la cui inversione, ossia l’accadere della relativa controtendenza, viene ritenuta del tutto improbabile. (Andando oltre la logica della probabilità nei miei scritti si mostra in che senso la destinazione della tecnica al dominio è una necessità – fermo restando che anche l’età della tecnica abbia poi a tramontare).

Questo dialogo tra Calenda e me mostra comunque un’intesa tra noi due che spiega come io abbia potuto subito aderire al suo invito di sottoscrivere il «Manifesto» da lui diffuso. Colgo l’occasione per ringraziarlo per quanto egli ha scritto su Twitter il 18 di questo mese a proposito di tale adesione («Devo un ringraziamento personale e speciale al prof. Emanuele Severino che ha sottoscritto il manifesto subito e con entusiasmo. Per me il suo pensiero è un punto di riferimento fondamentale per capire la modernità»).

La mia adesione al «Manifesto» non ha dunque carattere politico, tanto meno partitico (nemmeno Calenda vuol dar vita a un partito), ma si riferisce all’ambito a cui appartiene anche il dialogo con Calenda, a cui ho fatto riferimento – un ambito, peraltro, prescindendo dal quale lo stesso agire politico procede ad occhi bendati.Se ci si rende conto che la tecnica (intesa nel senso autentico, al quale ho prima accennato) è destinata a dominare ogni forma di società, allora l’agire sociale e la stessa prassi politica differiscono dall’agire politico-sociale che ignora questa destinazione e che per questa ignoranza va alla deriva. Vedo nel manifesto alcuni importanti passi avanti nella consapevolezza di tale destinazione (che non ha nulla a che vedere con la cosiddetta «tecnocrazia» alla Saint Simon).

Se si vuol continuare a usare la parola «politica», allora – come ho scritto altre volte – la «grande politica» è l’atteggiamento che vede l’inevitabile deriva di ogni prassi politica e lascia che lo scopo delle società umane non sia il profitto privato, l’abolizione delle classi sociali, la nazione, il regno dei cieli, la dignità dell’uomo, ecc. ma sia quell’incremento indefinito della potenza che può dare all’uomo tutto ciò che sinora gli è mancato. Delle forze politiche attualmente in campo saranno vincenti quelle che sapranno incarnare il senso della «grande politica». Siano esse di «destra» o di «sinistra», o di altro ancora.

In proposito vorrei aggiungere che il basso livello culturale delle attuali forze politiche, e non solo italiane, non va interpretato soltanto come qualcosa di negativo. Da tempo molte forze di governo a livello nazionale ed europeo dichiarano di voler agire indipendentemente da ogni «ideologia» e di essere interessate a risolvere i problemi «concreti», «particolari», che vanno via via presentandosi. Quanto esse riescono a fare, oltre alle dichiarazioni, è comunque un agire che è all’oscuro di ciò che sta alle spalle del «concreto» e che appunto non d’altro che del concreto e del particolare si occupa, per quanto gli riesce. E’, questo, un atteggiamento che, sia pure in modo inconsapevole ha di mira la potenza e quindi la tecno-scienza che oggi è la più potente produttrice di potenza.

Sembra che tale atteggiamento sia presente nella Lega e nel Movimento 5 stelle. Per molti aspetti essi sono incompatibili col contenuto del «Manifesto» di Calenda. Inoltre l’esigenza di far valere l’Italia rispetto all’asse, continuamente rinnovantesi, Francia-Germania può essere realizzata o in modo controproducente, come sta avvenendo, o in modo efficace ma attualmente non praticato. (Altre volte ho scritto che per bilanciare quell’asse un avvicinamento dell’Italia alla Russia può essere una buona mossa). Tuttavia Lega e Cinquestelle non sono forse anch’esse un sia pur vago presentimento della destinazione della tecnica al dominio? L’aggregazione delle forze politiche che il «Manifesto» propone esclude questi movimenti, ma l’aggregazione non avrebbe una capacità innovatrice più consistente se riuscisse a portare in primo piano e a valorizzare quel presentimento della destinazione della tecnica al dominio che tende ad avvicinare quei movimenti alla chiara coscienza, che il «Manifesto» possiede, del carattere determinante della tecnica? E non è forse inevitabile che, se ci si prefigge di risolvere i problemi «particolari» e «concreti» – se si ha come scopo l’incremento della potenza – si finisca col riconoscere che tale incremento non può essere dato dal «sovranismo» che separa dall’unione tecnico-economico europea e riduce la potenza, ma dalla collaborazione tra i diversi centri europei della potenza?

È d’altra parte inevitabile che infine si riconosca ovunque che l’incremento indefinito della potenza richiede che lo «scopo» delle società europee non sia la potenza dell’Europa, ma unicamente il puro incremento della potenza. Avere infatti come scopo, oltre alla potenza, anche il suo carattere «europeo», non è forse essere meno potenti dell’aver come unico scopo la potenza? L’aver quest’unico scopo non determina forse che chi se lo prefigge sia destinato al dominio e a lasciarsi indietro anche l’Europa?

da

Emanuele Severino – Post

Perché ci salverà la filosofia, di Emanuele Severino, in Corriere della Sera , 6 agosto 2018

Julian Nida-Rümelin teorizza un’etica della migrazione. Ma cosa intende per pensiero?
Esce in Italia per l’editore FrancoAngeli il saggio sui confini del politologo tedesco
di EMANUELE SEVERINO

vai a:

Julian Nida-Rümelin, esce in Italia per FrancoAngeli il saggio sui confini del politologo tedesco – Corriere.it

Ogni vivente dotato della capacità di pensare e pensarsi sta sulla terra errando tra TEMPO, LUOGO, EROS, POLIS e DESTINO, dal blog Tracce e Sentieri

 

cosa è Tracce e Sentieri

Ogni vivente dotato della capacità di pensare e pensarsi

sta sulla terra errando tra

TEMPOLUOGOEROSPOLIS e DESTINO

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Tracce e Sentieri è nato nel 2004 su Splinder.

La tonalità affettiva di questo blog è raccontata qui:

Perché vale la pena di vivere?

E’ un’ottima domanda …

Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere …
Per esempio, diremmo,

… il Genius Loci che si trova a   Coatesa 

coatesa2947

…le interpretazioni di Nina Simone, artista della musica

… la voce di Ray Charles, quasi sempre …

il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman …

le note Blues e Swing di John Lewis …

Duke Elligton che ascoltava un padre, ma anche il “meglio che in Riviera” dell’altro padre …

Paolo Conte quando dice “quanta passion …“, …

i racconti biografici di Stephen King …

i quadri di Peppo Spagnoli che mostrano che si può fare molto anche da luoghi piccoli

… l’Essere di Parmenide da cui arriva Emanuele Severino.

… il (rigoroso, ma rigido) Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi, attenuato dal politeismo simbolico di James Hillman

e dalla libertà di cambiare di Claudio Risè 

… il minimalismo dei The Necks, per ricordarci che siamo minimi

… un pezzo di musica, suonato così e solo quella volta in quel modo, come  Prism del trio Keith Jarrett

… la lentezza ciclica delle tartarughe

ma su tutto e tutti (per Paolo) il sorriso di Luciana …

… e poi anche …

e ancora …

(ispirato da Woody Allen in Manhattan)


Chi siamo?

“Chi siamo” è complicato.

E’ più facile dire che  ”ci chiamano“:

Paolo (Ferrario)

Luciana (Quaia)

2° metà del 900 e poco oltre – Later Than Never


i “Cerchi dell’apparire”:

 

tratto da

Tracce e Sentieri – Tracce e Sentieri

Emanuele Severino, A Cesare e a Dio, Rizzoli editore, 2007. Recensione  di Diego Trigilia – in Sitosophia

A Cesare e a Dio

Rizzoli, 2007

“Cesare e Dio appartengono entrambi all’anima essenziale dell’Occidente: quella della violenza e della guerra, della Follia – la nostra anima greca” (E. Severino, A Cesare e a Dio. Guerra e violenza in controluce, Rizzoli 2007, Prefazione).
Questo intenso libretto del filosofo Emanuele Severino, pubblicato per la prima volta nel 1983 – e difatti esso “si riferisce all’attualità di quel tempo per incominciare a scendere nel sottosuolo”- e riedito nel corso del 2007, si presenta all’attenzione del lettore come una riflessione di ampio respiro sulla situazione politica italiana ed internazionale degli anni Ottanta del Novecento.

segue

vai a

A Cesare e a Dio – Sitosophia


Indice del libro:

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2018-04-11_164408

EMANUELE SEVERINO, Ecco perchè la giovane Italia va in malora, intervista in TRUZZI SILVIA, Un paese ci vuole. Sedici grandi italiani si raccontano, prefazione di Massimo Gramellini, Longanesi, 2015

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tutta l’intervista è qui:

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temi dell’intervista:

l’Italia è uno stato acerbo

non abbiamo un senso consolidato dello Stato

perchè “capitalismo senza futuro”

sui processi di “mani pulite”

quali ricordi dell’Italia fascista

incapacità dell’Italia di fare i conti con il passato

politica e tecnica

ideologie e idee

guarda la televisione?