Emanuele Severino, Oltre la cenere. L’albero, la legna , il fuoco: eternità delle cose, in Corriere della Sera, 14 agosto, 1980

Scrive Stefano Teso:

Rispondo all’invito del professor Vasco Ursini e pubblico questo ritaglio di giornale di 41 anni fa da me gelosamente conservato.

Correva l’agosto del 1980 e il Corriere della sera pubblicava questo articolo che mi colpì profondamente. Ero iscritto alla Facoltà di filosofia a San Sebastiano, facoltà che purtroppo avrei presto lasciato per incompatibilità con il nuovo lavoro che avevo intrapreso. Seguivo i corsi di Luigi Ruggiu, Umberto Galimberti, Mario Ruggenini.

Conoscevo Emanuele Severino perché era il direttore della facoltà ma non avevo mai approfondito il suo pensiero.

Questo articolo è meraviglioso perché spiega concetti molto complessi con parole ed esempi accessibili anche a profani come me per cui testi come “La Struttura originaria” sono inaccessibili.

La metafora della legna e della cenere rimane impressa nella memoria di quei lontano periodo.

Il dono del filosofo al neurologo, prefazione di EMANUELE SEVERINO al libro: Coscienza e significato, di Michelangelo Stanzani, Scholè’, 2021. In Corriere della Sera 13 marzo 2021

letto in edizione cartacea. gli abbonati possono cercarlo sul sito del Corriere della Sera

vai anche al sito: http://www.emanueleseverino.it/il-dono-del-filosofo-al-neurologo/

vai alla scheda dell’editore: http://www.morcelliana.net/orso-blu/4117-coscienza-e-significato-9788828402374.html

La “dissonanza” tipica della nostra civiltà. RAGIONE E FORZA CONTRO LA VIOLENZA – di Emanuele Severino, in Corriere della Sera – Mercoledì 28 novembre 1979

La “dissonanza” tipica della nostra civiltà

RAGIONE E FORZA CONTRO LA VIOLENZA – di Emanuele Severino

Corriere della Sera – Mercoledì 28 novembre 1979

**Con questo articolo comincia la sua collaborazione al “Corriere” il filosofo Emanuele Severino, autore di libri cole “L’essenza del nichilismo”, “Téchne”, le radici della violenza”, “Legge e caso”, che hanno suscitato largo interesse e discussioni***

Ogni giorno, la violenza fa il giro sulla terra. E ogni giorno si levano contro di essa le voci della civiltà. Per quanto diversamente intonate – dallo sdegno al cinismo – esse hanno tutte un tratto comune. Credono che la loro condanna della violenza sia sostenuta da “ragioni”. Credono cioè, che le “ragioni” della loro condanna siano qualcosa di diverso e di autonomo dalla capacità della condanna di diventare sanzione e punizione dei violenti, e, anche, che la sanzione abbia in tali “ragioni” il proprio fondamento e la propria giustificazione. Ma quelle voci dimenticano che la civiltà è del tutto priva di “ragioni” contro la violenza. E’ la civiltà stessa, oggi, ad avvertire di essere completamente priva di “ragioni”. Si trova quindi nella condizione di sapere che l’unico senso del suo “aver ragione” contro la violenza non può essere altro che la forza di arrestarla e distruggerla. La civiltà “ha ragione contro” la violenza, solo se riesce ad essere una violenza più potente, cioè se riesce ad essere una violenza più potente, cioè se riesce ad “aver ragione della” violenza. L’espressione italiana “aver ragione di uno” indica con chiarezza il senso che le “ragioni” della condanna della violenza possono avere nella nostra civiltà La seconda delle Tesi di Feurbach di Marx dice: “La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica ma pratica. E’ nella prassi che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere del suo pensiero”. Ciò significa che la “verità” (le “ragioni”)non è altro che la potenza della prassi, la capacità di prevalere sull’avversario. Ma questo significa anche che là, dove il movimento operaio on prevale, esso non ha verità. Si può ribattere che oltre al prevalere esistono anche le tendenze che spingono verso di esso. Ma se non si vuole daccapo trasformare in una questione teorica l’affermazione della realtà delle tendenze, allora, che esse esistano, e che, ad esempio, nei paesi capitalisti il movimento operaio sia ancora una tendenza al prevalere e non un prevalere effettivo, significa soltanto che chi è nel torto – appunto perché ancora non prevale effettivamente – ha tuttavia la possibilità di aver ragione in futuro dell’avversario. Anche se l’accostamento può sembrare anomalo, quando Einaudi affermava, nelle “Pratiche inutili, che la democrazia, intesa come sovranità della maggioranza, è un “mito”, ossia non è un principio “evidente”, “logicamente dimostrabile”, e che questo mito “ha un nemico”, cioè “coloro i quali reputano di aver scoperta la verità e ritengono dover attuarla”, Einaudi ripeteva il concetto di fondo della Seconda tesi di Feuerbach. Anche per lui, le “ragioni” di quella componente della civiltà che è la democrazia non sono “verità” ma sono costituite esclusivamente dalla capacità pratica che l’antifascismo ha avuto di distruggere il fascismo. Ciò vuol dire che, in ultima istanza, la dittatura fascista e ogni forma di tirannia e di violenza sono irrazionali unicamente perché si sono lasciate distruggere, cioè perché altre forze “hanno avuto ragione” di esse. La civiltà, oggi, avverte che la ragione è un mito – la ragione intesa come conoscenza di verità oggettive, immodificabili, incontrovertibili. Chi, ormai, non è d’accordo con questo? Forse, alcuni epigoni della tradizione. Ma ancora si riflette ben poco sulla portata di questo fatto decisivo della nostra storia. Si produce così una dissonanza all’interno della coscienza che la civiltà ha di sé. Se la ragione è un mito, allora anche le leggi della morale e della convivenza civile non possono essere verità oggettive, immodificabili, incontrovertibili. L’unica razionalità delle leggi è il loro essere rispettate. La loro trasgressione è irrazionale ed è violenza solo quando è opera di una minoranza (ossia di un gruppo che non riesce ad imporre i propri scopi all’intero corpo sociale). Quando la trasgressione prevale sul rispetto della legge, la legge diventa violenza e la trasgressione legge. L’espressione “legge del più forte” è pleonastica. La legge lega, cioè riduce in suo potere appunto in quanto è il comportamento del più forte. La proibizione di uccidere è una legge perché, dove essa è legge, la volontà di rispettare la vita altrui è divenuta più forte della volontà di distruggerla. Ma nel passato dell’uomo, per millenni, è accaduto il contrario. La civiltà, oggi, è in condizione di avvertire che il cambiamento non è stato dovuto alla “verità” dei concetti di “dignità dell’uomo” e di “valore della vita umana”, ma solo alla circostanza che mentre gli animali i vegetali, le miniere hanno continuato a lasciarsi sfruttare e distruggere dagli uomini, invece i gruppi umani non disposti a questo hanno finito col diventare, nei paesi civili, più forti dei gruppi umani da cui erano stati sfruttati e distrutti. La nostra civiltà è in condizione di avvertire tutto questo e tuttavia è ancora esitate. L’esitazione è, propriamente, delle voci che pur presentandosi come voci della civiltà, non sanno ancora parlare di ciò che la sua essenza è divenuta. Appunto in questa esitazione consiste la dissonanza – l’incoerenza – che si produce all’interno della coscienza che la civiltà ha di sé. Le voci dissonanti sono le voci che credono che la loro condanna della violenza sia sostenuta da “ragioni”. Si dicono figlie della spregiudicatezza della civiltà moderna – cioè figlie della coscienza che la “verità” definitiva e incontrovertibile è un mito – e poi condannano la violenza con i toni di chi, di quella spregiudicatezza, ha tutto dimenticato e vive il mito come se fosse verità. Questa dissonanza altera la voce dell’intera cultura contemporanea. (Ma è dissonante anche la voce degli epigoni della tradizione occidentale: non avvertono che la distruzione della ragione è figlia legittima della filosofia, che la morte di dio è figlia legittima del cristianesimo – un punto, questo, sul quale in altra occasione si dovrà ritornare). Nella civiltà contemporanea, la condanna della violenza non è dissonante solo in quanto è la voce che ricorda alla violenza condannata di essere, ancora, più debole in cui la civiltà condannante consiste. Le voci dissonanti credono ancora, invece, che la violenza sia un corpo estraneo alla civiltà e che quindi la civiltà le possa rifiutare senza mettere in questione se stessa. Recentemente, sul Corriere, Moravia si è espresso, a proposito della strage di via Moncucco, a Milano, nei termini del funzionalismo sociologico americano: “Il delitto – ha dichiarato – viene incontro ai bisogni sociali”. In Teoria e struttura sociale, Robert K. Merton rilevava appunto che “il sottogruppo dei criminali professionisti, dei racketeers e dei giocatori di professione ha una rassomiglianza fondamentale col sottogruppo degli industriali, uomini d’affari o speculatori, per quel che riguarda l’organizzazione, le esigenze e il modo di pensare”. Il primo sottogruppo svolge infatti una funzione che va incontro a bisogni effettivi una funzione che va incontro a bisogni effettivi della società e non è svolta da alcuna istituzione sociale. “Considerata criticamente – scrive Merton – l’analisi funzionale risulta neutrale rispetto ai maggiori sistemi ideologici”. La “considerazione critica” consiste nella consapevolezza che la ragione non ha valore assoluto e che quindi può realizzarsi solo come “sistema ideologico”, cioè come mito. E la “neutralità” della considerazione critica è la metafora con cui in certi settori della cultura contemporanea si indica la maggior potenza dell’atteggiamento scientifico rispetto a quello ideologico. Allineandosi al funzionalismo, Moravia è una voce della spregiudicatezza della cultura contemporanea. Ma subito dopo anche la sua voce diventa dissonante: parla di un passato “sordido, crudele e tenebroso”, che in Italia sta tornando alla luce. In questo modo, Moravia regredisce al giudizio di valore, ala condanna che crede di essere sostenuta da “ragioni”. Testori si domanda perché i giornali si occupino solamente della violenza e non del bene che tanta gente compie ogni giorno. Senonché Testori e i giornali (e Moravia e tutte le voci “dissonanti”) sono completamente d’accordo. Ritengono infatti che, rispetto alla civiltà, la violenza sia una anomalia, una novità imprevedibile dal punto di vista della struttura della civiltà. E allora è inevitabile che i giornali parlino dell’anomalo, del nuovo, dell’imprevedibile e non della normalità del “bene”. La “civiltà”, di cui abbiamo parlato, è la civiltà occidentale. Essa è la civiltà perché ormai domina su tutta la terra e la storia del non-Occidente è divenuta la preistoria dell’Occidente. Ma l’Occidente è l’unico occhio? Oppure un altro occhio vede che l’Occidente è il deserto (un altro occhio, che non è il deserto)? Il deserto è l’abbandonato. Da che cosa l’Occidente è abbandonato? Da che cosa che però non sia una delle miriadi – dio e uomo, ragione e negazione della ragione, filosofia e scienza, fede e pensiero poetante, individuo e stato, amore e violenza – che l’Occidente ha evocato lungo la sua storia?*** *** *** E.S. *** *** ***

Emanuele Severino, la lezione di un maestro a un anno dalla morte, articolo di DANIELA MONTI- in Corriere.it, 15 gen 2020

Emanuele Severino, la lezione di un maestro a un anno dalla morte Il 17 gennaio 2020 scompariva il filosofo bresciano. In edicola dal 15 gennaio con il «Corriere» un’antologia che raccoglie i suoi articoli scritti per il quotidiano di DANIELA MONTI

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Emanuele Severino, la lezione di un maestro a un anno dalla morte- Corriere.it

SEVERINO Emanuele, Il dito e la luna. Riflessioni su filosofia, fede e politica, a cura di Redazione Cultura, Corriere della Sera, 2021. Indice del libro: rassegna di articoli pubblicati sul Corriere della Sera fra il 1980 e il 2014

SI PUO’ GUARIRE CON UN VELENO? – di Emanuele Severino, Corriere della Sera – Venerdì 27 Giugno 1980

Senza una fede – si dice – non si può vivere. Sì; ma proprio perché la vita è fede, la vita è errore. Non semplicemente nel senso che la vita sia lo spazio al cui interno può accaderci di errare, ma nel senso che é proprio in quanto si vive che si erra.

La violenza è l’aspetto più visibile dell’errare. La vita è violenza proprio in quanto fede.da sempre e ovunque la vita dell’uomo è completamente immersa nella fede. Giacché, fede, non è soltanto quella religiosa, ma anche tutte le altre infinite forme di fede: anche il senso comune, il “buon senso” degli uomini; anche il non sentire alcun bisogno di Dio; e anche l’amore, l’odio, la volontà di dominio, la poesia, ogni forma di ideologia, di legge e di violazione della legge; e perfino la scienza. E’ fede anche ciò che la civiltà occidentale ha chiamato “verità”. E l’incredulità e il dubbio non sono che il risvolto di una certa fede, che rifiuta quelle antagoniste ed è indubbio su quelle che per il momento non la mettono a repentaglio.

Per evitare l’errore e la violenza dovremmo, allora, cessare di vivere? Uccidere ed ucciderci? No: l’uccidere e il distruggere sono le forme più intense di vita: insieme al generare e al produrre. Anche nelle lingue indoeuropee le parole che nominano la vita e la violenza sorgono da un fondo linguistico comune. L’antica lingua greca chiama bìos la vita e bìa la violenza; e la parola latina vis (così vicina, nella sua struttura, a vita) significa appunto “vi-olenza”.

Attenderemo allora inerti che ci raggiunga il nulla della morte? Nemmeno: che il nulla possa raggiungere le cose è la fede che ormai guida – evocata una volta per sempre dal pensiero greco – tutte le fedi della nostra civiltà. Che cosa dovremo fare, allora, per evitare l’errore e la violenza? ma è proprio necessario che si debba fare qualcosa? Il “fare” è uno dei tanti nomi della vita; e se la vita è errore, anche la domanda “che fare?” è errore ed è errore rispondervi (ma anche l’inerzia e la rinuncia alla vita sono modi di fare, cioè di vivere) Ma, è lecito continuare un discorso di questo tipo?

Il mondo si trova nel momento più drammatico della sua storia. In questo dramma è particolarmente grave la situazione in Italia. Ogni sforzo deve allora concentrarsi sui problemi reali che ci assillano. La cultura collaborare alla loro soluzione. E tale soluzione è un modo di promuovere la vita. Perché, allora, perdere altro tempo con questo discorso, dove si sentenzia che la vita è errore e violenza proprio in quanto fede?

Eppure tutti comprendono che se uno ha bevuto un bicchiere di veleno, non gliene si dà, per guarirlo, un altro mezzo bicchiere. Non gli si dà nemmeno un veleno di tipo diverso; e nemmeno uno meno forte. E se proprio questa fosse la situazione in cui si trovano le forze che si propongono di risolvere i problemi reali del nostro tempo: la situazione in cui ci si sforza di somministrare del veleno per guarire dall’avvelenamento? E se il veleno fosse proprio la fede come tale – e quindi nel suo esser presente in ogni forma di fede? E si volesse guarire dalle fedi malvagie aggrappandosi ancora una volta alla fede, alle grandi e nobili fedi che da millenni riempiono l’animo degli uomini, o alle nuove fedi che sembrano più efficaci per la promozione della vita?

Se non abbiamo troppa fretta di liquidare – prima ancora di averli capiti – discorsi che non ci fanno comodo, si deve innanzi tutto mettere in luce il rapporto tra fede e violenza. Al solito, non potrà essere che un cenno, qui – e relativo solo all’aspetto accessibile del problema. C’è violenza quando si oltrepassa un limite che non deve essere oltrepassato.

Le leggi, i comandamenti, la “voce della coscienza” stabiliscono quali sono i limiti inoltrepassabili. Il comandamento dice, ad esempio: “Non uccidere”. Dal punto di vista del comandamento, l’omicidio oltrepassa un limite inoltrepassabile, perché nell’omicidio l’uomo non viene trattato come uomo, ma com animale, pianta, pietra, manufatto. Da quel punto di vista, infatti, l’uomo è ciò che non deve essere ucciso, sì che l’ucciderlo è trattarlo come non-uomo. L’omicidio non è quindi semplicemente un’azione, ma è un giudizio che giudica l’uomo e gli dice: tu non sei un uomo. Il comandamento di non uccidere prescrive invece di trattare l’uomo come uomo.

Dal punto di vista della legge, la violazione della legge appare insieme come errore, come giudizio falso. A prima vista, la fede sembra non aver nulla a che spartire con la violenza. Aver fede significa credere, riporre la propria fiducia in qualcosa. Ma ciò in cui, credendo,, vien riposta la fiducia è sempre accompagnato dalla grande ombra del “no”, il grande uccello rapace che si libra silenzioso su tutte le cose affermate dalla fede. Tutto ciò che la fede afferma può essere una preda del “no”; può essere negato da una fede contraria. E ogni modo di vivere conformemente a una certa fede ha lo stesso valore dell’opposto modo di vivere. A riconoscere tutto questo sono le stesse forme più evolute di fede.

Ad esempio la fede cristiana e la fede scientifica. L’apostolo Paolo dice che le cose in cui si ha fede sono “invisibili” non apparentia. Non semplicemente nel senso che esse siano assenti dai nostri sensi, ma nel senso che non sanno liberarsi dall’ombra del “no”. Appunto per questo nella fede, si abita, come scrive l’apostolo, “con timore e tremore”. A sua volta la scienza contemporanea enuncia tutte le proprie leggi “con timore e tremore” in quanto è consapevole della possibilità della loro smentita. La cultura occidentale è giunta alla convinzione che tutte le conoscenze di cui l’uomo dispone sono incapaci di liberarsi dall’ombra del “no”.

C’è indubbiamente un’enorme differenza tra la conoscenza di cui è fornito un bambino e la conoscenza scientifica, ma l’una e l’altra hanno in comune l’incapacità di costituirsi come verità assolute e incontrovertibili, come il “sì” rispetto al quale dilegua il “no”. Esistono infiniti gradi di ciò che viene chiamato “ragionevolezza della fede”, ma la distanza tra il grado più alto e qual “sì” è infinita rispetto al grado più basso. Analogamente, il cristianesimo crede che il più potente dei re e il più umile degli uomini si trovino entrambi alla stessa distanza, infinita, rispetto alla gloria di Dio.

Ma più decisiva della gloria di Dio è la gloria del “sì”, giacché solo per questa la gloria di Dio potrebbe non essere minacciata dall’ombra del “no”. La minaccia, dunque, cui è sottoposta ogni fede. Ciò in cui si ha fede è dunque invisibile, oscuro, esposto alla minaccia del “no”. Cionostante la fede ripone in esso la propria fiducia. Cioè lo tratta – lo vuole – come visibile, chiaro, sottratto alla minaccia di ogni “no”: lo tratta come verità assoluta, incontrovertibile, indubitabile. Come l’omicidio dice all’uomo: “Tu non sei uomo”, così la fede (ogni fede) dice all’oscuro: “Tu non sei oscuro”. Dice a ciò che è minacciato dal “no”: “Tu sei sicuro”. Dice alla “non-verità”: “Tu sei verità”. La fede oltrepassa, così, il limite che trattiene l’oscuro nella propria oscurità e il chiaro nella propria chiarità. Un limite, anche questo, che non deve essere oltrepassato. Ma la violenza è l’oltrepassare i limiti inoltrepassabili. La fede è quindi proprio in quanto fede, violenza.

La fede oltrepassa un limite inoltrepassabile proprio nell’atto in cui essa stabilisce che certi limiti sono inoltrepassabili. All’interno della cultura occidentale, tutte le leggi, i comandamenti, le “voci della coscienza” sono divenuti contenuto della fede, cioè affermazioni esposte alla minaccia del “no”. Accade quindi che la legge, che proibendo l’omicidio prescrive di trattare l’uomo come uomo, sia insieme, in quanto essa è il contenuto di una certa fede, un trattare l’oscuro come non oscuro, il chiaro come non chiaro, Non solo, ma il limite oltrepassato dalla fede è proprio dal punto di vista di quest’ultima che non deve essere oltrepassato, giacché una fede che proibisce che l’uomo sia non-uomo non piò tollerare che l’oscuro sia non-oscuro.

E’ la fede stessa a riconoscere implicitamente di essere violenza. La legge ha, dunque, la stessa essenza del delitto che essa proibisce: la volontà di oltrepassare ciò che non deve essre oltrepassato, la volontà di trattare qualcosa come se fosse altro da ciò che esso è. Nella legge e nel delitto varia soltanto chi subisce la violenza, non la natura della violenza. Nessuna legge, quindi, in quanto essa è fede, può guarire dall’avvelenamento della violenza: la legge stessa avvelena.

Contro questa conclusione si può obiettare che il problema è male impostato. Infatti, anche supponendo che a fede (e la legge in quanto fede) sia violenza, è però fuori discussione che la violenza del comandamento di non uccidere è incomparabilmente più sopportabile della violenza dell’omicidio. Non si tratta di guarire dall’avvelenamento somministrando altro veleno, ma di organizzare la vita in modo che il veleno si sia costretti a ingerirlo a gocce, invece che a bigonce.

E’ il discorso che vien fatto da molti di coloro che hanno fede nella democrazia: la democrazia non è un bene, è il male minore. E, si aggiunge, si diffidi dei progetti che non si accontentano di perseguire il male minore, ma vogliono realizzare nella società il bene e la felicità. Questa obiezione è senz’altro un’arma che la fede nella democrazia può impugnare contro la fede nella dittatura. ma, impugnandola, ci si trova nella condizione di chi, per tenere fuori i ladri, socchiude la porta invece di lasciarla spalancata. Anche se socchiusa, la porta è pur sempre aperta. ( E anche la dittatura la lascia aperta, se non semispalancata).

La legge, in quanto fede, è una porta socchiusa davanti al delitto. Cioè aperta al delitto. Tenendo in vita sé stessa, la legge tiene in vita l’essenza della violenza, cioè l’essenza della violazione della legge; tiene in vita la condizione fondamentale perché la legge possa essere violata. Nel male minore è covata la condizione perchè esso possa diventare il massimo male (ossia ciò che è tale dal punto di vista di coloro che credono di sapere che cos’è il male). La goccia è preferibile al barile di veleno. Certo, per molti è preferibile. (Anche per me, se la cosa può avere qualche importanza). Ma come la goccia non può essere il rimedio per chi ha ingerito il barile (perché anche la goccia, come il barile, è veleno), così l’uso del veleno (cioè la fede) non può essere il principio per il quale si riesce a ingerire una dose minore di veleno. E poi: per molti, oggi, la violenza della proibizione di uccidere è certo preferibile alla violenza dell’omicidio; ma la preferenza è daccapo una fede.

Che ne sarà domani di questa fede, quando gli uomini saranno troppi e non ci sarà più posto per loro sulla Terra? Per i privilegiati che avranno la forza, la violenza del genocidio non diventerà forse preferibile alla violenza del comandamento di non uccidere? Una forma di fede è la malafede. Incomincio a sospettare che sia abbastanza diffusa tra coloro che, intervenendo pubblicamente a proposito dei miei scritti, li qualificano come un’apologia della violenza. E’ vero proprio il contrario.

I miei critici seri, e sono parecchi, lo sanno da un pezzo. Nei miei scritti (in un articolo di giornale non possono proiettarsi che riduttivamente) si mostra che le radici della violenza affondano in un sottosuolo che non può essere esplorato dalla “nostra” cultura. E’ appunto per questo che ogni rimedio contro la violenza, proposto dalla “nostra” civiltà, è destinato a fallire. Innanzitutto per quanto si è qui incominciato ad accennare: ogni rimedio è una fede e la fede ha la stessa anima della violenza.

In quanto fedele, l’uomo è l’errante. L’errore è ciò che è e che ha errato. Il latino chiama erratum l’errore. Erratum significa ex-ratum; cioè il separarsi (ex), portandosi lontano da ciò che è ratum, cioè stabile, fermo – e quindi l’andare errando. La fede è ex-ratum. Ma nella lingua latina ciò che è ratum è stabilito da uomini e da dei. Dalla loro ratio (ragione). Il ratum è ciò che la ragione stabilisce. Nella parola ratio risuona la parola ars (“arte”). Il ratum è l’artefatto: la sua stabilità è il prodotto di una volontà di potenza (cioè di una fede) Ma la fede è veramente un errare perché va errando non rispetto a ciò che è semplicemente ratum da uomini o da dei, ma rispetto a ciò che sta e che né uomini né dei possono smuovere e, così stando, riesce ad essere la gloria del “si”. Meglio che dalla parola ratum o che dalla stessa parola “verità” (in cui risuona daccapo, come nella parola greca érgon, il senso del fare e dell’artefatto), ciò che sta è nominato dalla parola destino, nella quale è visibile la radice indoeuropea shta: lo stare.

Gli astri della fede e della vita vanno errando lontano dal destino. Ma il destino attende il tramonto dell’errare.

da archivio Corriere della sera (accesso per abbonati)

http://archivio.corriere.it/Archivio/interface/slider.html#!emanuele-severino-veleno/NobwRAdghgtgpmAXGA1nAngdwPYCcAmYANGAC5wAepSYcMUEArnADZwAEAznAG5y4BLCNnZ82wsAF8AukA

Alle spalle della ricerca delle conoscenze empiriche si trova un fattore che contiene tutti gli spazi e tutti i tempi, Emanuele Severino Da CULTURA, CORRIERE DELLA SERA, 26 ottobre 2015, p. 32

Alle spalle della ricerca delle conoscenze empiriche si trova un fattore che contiene tutti gli spazi e tutti i tempi

C’E’ UN SAPERE CHE PRECEDE LA SCIENZA

La filosofia riguarda l’esperienza originaria della mente, che non si può ridurre a pura funzione cerebrale

di EMANUELE SEVERINO ( Da CULTURA, CORRIERE DELLA SERA, 26 ottobre 2015, p. 32). Sonoi esistiti ed esistono scienziati con interessi, competenze e attitudini filosofiche rilevanti. D’altra parte non pochi scienziati dicono che in genere i filosofi non conoscono la scienza e che questa loro ignoranza rende inconsistente e superfluo il loro lavoro. E questi scienziati hanno spesso ragione. Ma, per quanto la domanda possa sembrare inutile, che significato ha l’espressione “conoscere la scienza”? Vi sono soprattutto due modi di rispondere.Fermo restando che ormai nemmeno gli scienziati possono conoscere l’intero contenuto delle proprie discipline, conoscere la scienza – questo, il primo modo di rispondere – significa conoscere per lo meno i metodi secondo i quali essa procede, i principali risultati ai quali essa è pervenuta, la sua genesi, i suoi rapporti con le altre forme di sapere e con la socieà, i problemi che sorgono dai rapporti tra le singole discipline scientifiche e all’interno delle stessa disciplina. Se è in questo modo che i filosofi non conoscono la scienza, allora è come se essi non conoscessero l’esistenza del cielo, delle stelle, degli animali, delle piante. Non solo non sono filosofi, ma nemmeno uomini.Ma si può rispondere anche (ed è la risposta che molto spesso gli scienziati si danno) dicendo che ormai la filosofia deve porre alla propria base il sapere scientifico. Questa volta sono gli scienziati a mostrarsi ingenui. Perché questa loro risposta non esprime una prospettiva scientifica, ma filosofica, e ingenuamente filosofica. Quale disciplina scientifica, infatti, contiene la strumentazione concettuale che le consenta di affermare che la filosofia deve porre alla propria base la scienza? Nessuna. Anzi, accade qui che sia proprio la scienza a porre alla propria base una cattiva filosofia ( oggi peraltro adottata da molti filosofi). Sin dal suo inizio, invece, la filosofia intende essere la forma assolutamente radicale del sapere. E per mostrare in che consista il sapere radicalmente incontrovertibile si porta alle spalle di ogni altro sapere (mitico, artistico, economico, politico, tecnico, scientifico) e quindi esclude di porlo alla propria base. Inconsistente e superflua, dunque, è la filosofia che si fonda sulla scienza – giacché se, così fondandosi, non è inconsistente e superflua, allora non è filosofia, ma scienza. Uno degli aspetti più importanti di quel “portarsi alle spalle” di ogni altro sapere riguarda l’esperienza umana del mondo. Non esisterebbe infatti alcun sapere, quindi nemmeno quello scientifico, se il mondo non fosse manifesto, cioè non si mostrasse, non apparisse: non se ne facesse, appunto, esperienza. Certo, la scienza è una continua critica dell’esperienza. Afferma ad esempio che il sole non si muove, come sembra. Ma è necessario che questo sembrare appaia, perché la scienza possa affermare che è illusorio.La scienza però non si interessa di quel fondo che è appunto l’esperienza e da cui la scienza pur parte. Su di esso la scienza fa luce con le proprie lampade, tendendo però a dimenticare che sono sempre costruite con materiali che da quel fondo sono tratti. A quel fondo la filosofia si è invece sempre rivolta: per stabilire se, al di là delle apparenze che esso contiene, esso non custodisca in sé anche un nucleo innegabile, incontrovertibile, che stia al fondamento di ogni sapere e di ogni agire. ( E qui non dirò nulla sull’esito di questo tentativo, che sin dall’inizio concepisce la manifestazione del mondo come manifestazione della sua caducità).La filosofia “si porta alle spalle” di ogni sapere e agire dell’uomo anche in uno di quei campio oggi più frequentati nel campo della neurofisiologia e dell’intelligenza artificiale: quello del rapporto tra mente e cervello. Carl Sagan, uno dei maggiori astrofisici e astrobiologi del XX secolo ( tra i più importanti consulenti e collaboratori della Nasa) scriveva nel suo libro ‘I draghi dell’Eden’: ” La mia premessa fondamentale riguardo al cervello è che le sue attività – ciò che talora chiamiamo mente – sono una conseguenza della sua anatomia e della sua fisiologia e nulla più”. Tesi sottoscritta da una nutrita schiera di scienziati à la Francis Crik a à la Richard Dawkins, ma antichissima (risale alla filosofia greca). Si ricorda che nell’Ottocento era già sostenuta da emil Du Bois-Raymond – ma si ignora che Giacomo Leopardi aveva scritto: “Che la materia pensi è un fatto”, chiarendo il significato di questo asserto in modo da far invidia a scienziati e filosofi.Ma la “premessa fondamentale riguardo al cervello” di Sagan può essere avanzata dopo aver fatto molta strada. Infatti, come si fa a sapere che esistono cervelli e quelle “attività” che talora chiamiamo “mente”? E che quindi esistono corpi in cui cervelli si trovano e lo spazio dove tanti corpi vivono e stanno in rapporto con altre cose”. Non si può rispondere che così: si sa che tutto questo esiste, perché appartiene al mondo che si mostra, si manifesta, appare, al mondo che sperimentiamo: all’esperienza.[ … ]Certo, la parola “esperienza” può essere intesa in modi del tutto inadeguati rispetto a quanto stiamo dicendo. Qui importa ribadire che al fondo della conoscenza e dell’agire non sta semplicemente il mondo, ma la manifestazione del mondo, il suo esser noto; ed è innanzitutto a questa manifestazione e notizia che spetta di essere qualificata come “mente”. La quale, peraltro, in qualche modo contiene tutti gli spazi e tutii i tempi – altrimenti come potrebbe la scienza parlare dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande e degli infiniti universi e del big bang e degli stati che avrebbero potuto precederlo? Questa mente è la luce che illumina uno spettacolo immenso, ma alla quale gli uomini non volgono quasi mai lo sguardo, e quando si rivolgono alla propria mente considerano soltanto la dimensione “psichica” che è soltanto una parte dello spettacolo che in quella luce si mostra.[ … ]

Emanuele Severino inaspettato. Filosofia (e fede) per un amico, prefazione al volume autobiografico, mai uscito, del frate Francesco Alfieri, in Corriere della Sera 25 ottobre 2020 e già pubblicato in La Filosofia Futura n. 14, 2020

letto in edizione cartacea

cerca in:

https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20201025/282222308251745

Nota di Emanuele Severino sui suoi articoli sul “Corriere della Sera”, in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p.115

 

“Debbo ancora aggiungere qualcosa a proposito dei miei articoli sul “Corriere”. In questi scritti è ancora più difficile mostrare il rapporto tra il tema specifico che di volta in volta è trattato e lo sfondo del mio discorso filosofico. Quasi sempre tale rapporto rimane sullo sfondo e anche l’accennarne produce equivoci, perché accennare a strutture concettuali molto complesse significa trasformarle in dogmi o fantasie. Nella maggior parte dei casi il discorso procede ponendosi “all’interno della fede’ (intesa […] come l’errare in cui consiste la terra isolata dal destino): con l’intento di mostrare che cosa, all”interno di essa, è più ‘coerente’ e che cosa lo è meno. Accade che questo intento non venga capito e si creda che la maggior coerenza di una certa fede, messa in luce dal mio scritto, esprima proprio quel che il mio discorso filosofico sostiene”.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p.115).

SCENARIO – La fine dei valori tradizionali si propaga come un immenso turbine. ANALISI – La filosofia moderna dimostra che non può esistere un ordina assoluto. “Il tramonto della Verità approda nei Paesi arabi”, di Emanuele Severino in “Corriere della Sera”, 14 aprile 2011, pp. 48 – 49

Emanuele Severino.
“Corriere della Sera”, 14 aprile 2011, pp. 48 – 49.
SCENARIO – La fine dei valori tradizionali si propaga come un immenso turbine.
ANALISI – La filosofia moderna dimostra che non può esistere un ordina assoluto.
“Il tramonto della Verità approda nei Paesi arabi”
– Nel Maghreb si rivivono le crisi del Novecento europeo-
di Emanuele Severino
” Quanto sta avvenendo nel Nord Africa è un tipico fenomeno del nostro tempo, dove nei modi più diversi ma tutti convergenti l’ Occidente volta le spalle alla propria plurimillenaria tradizione. Il mondo arabo, infatti, dopo aver riattivato nel Medioevo la civiltà europea, ricollegandola alla grande cultura greca, di tale civiltà ha poi sentito e subìto la presenza, con un’ intensità tanto maggiore quanto più ampia e profonda, rispetto ai popoli dell’ Africa subsahariana, è stata la dimensione che il mondo arabo ha avuto in comune con l’ Europa (si pensi anche al retaggio comune delle scritture veterotestamentarie). Intendo dire che quanto sta avvenendo nel Nord Africa è il modo specifico in cui anche quel mondo incomincia a voltare le spalle alla tradizione dell’ Occidente. Tra i più visibili dei fenomeni tipici del nostro tempo, le due guerre mondiali. Nella prima le democrazie distruggono l’ assolutismo degli Imperi centrali e di quello ottomano, contribuendo a determinare le condizioni che conducono alla fine dell’ assolutismo zarista. Nella seconda le democrazie distruggono l’ assolutismo nazionalsocialista e fascista. Ma anche la fine dell’ assolutismo sovietico appartiene a quest’ ordine di fenomeni. Gli appartiene anche, in Europa e sia pure in minor misura in America, la crisi del cristianesimo e dei costumi che ad esso si ispirano. Il cristianesimo intende infatti essere l’ ordinamento assoluto che rende possibile la salvezza dell’ uomo. A quell’ ordine di fenomeni appartiene anche la crisi del capitalismo: non tanto quella relativa alle difficoltà in cui oggi si trova, quanto piuttosto quella per cui è sempre meno inteso come una «legge naturale eterna» – cioè come l’ ordinamento assoluto che rende possibile la salvezza economica – e sempre più come un «esperimento» storico dai molti meriti, ma dall’ esito incerto, anche per la devastazione della terra a cui esso conduce. A quell’ ordine di fenomeni – all’ abbandono cioè della tradizione dell’ Occidente – appartengono anche grandi eventi degli ultimi due secoli della storia europea, che sebbene meno visibili sono tuttavia altrettanto e anzi in certi casi ancora più decisivi. Tra l’ Otto e il Novecento l’ arte europea si rifiuta di doversi adeguare al modello costituito dal bello assoluto e imposto dalla cultura tradizionale: si propone come libera invenzione di un mondo nuovo, nascono l’ arte «astratta» e la musica atonale (cioè essa stessa «astratta», separata dall’ ordinamento sonoro della tradizione). Ma in modo eminente è la filosofia a rompere col passato, e innanzitutto col proprio, mostrando l’ impossibilità di quell’ Ordinamento degli ordinamenti che è l’ esistenza stessa di una Verità assoluta e di un Essere assoluto che intenda valere come Principio del mondo. «Dio è morto», e alla radice è morta quella Verità assoluta che presume di potersi mantenere stabile e inalterabile al di sopra della storia, del tempo, del divenire. Di questo atteggiamento del pensiero filosofico risentono le scienze naturali e logico-matematiche, che nei modi loro propri non si presentano più come Verità assolute, ma come ipotesi o leggi statistico-probabilistiche di cui è sempre possibile la falsificazione. Anche le scienze giuridiche abbandonano il concetto di «diritto naturale», nella misura in cui esso vuol essere un diritto assoluto, assolutamente vero e presente nella coscienza di ogni uomo, e portano in primo piano il concetto di «diritto positivo», posto dall’ uomo in determinate circostanze storiche. L’ abbattimento della tradizione dell’ Occidente è un turbine gigantesco a forma di piramide, i cui strati diventano sempre più visibili man mano che si scende verso la base e sempre meno visibili – ma anche sempre più decisivi – man mano che si sale verso il vertice della piramide. Che è costituito dal pensiero filosofico e che, anche se per lo più si tiene nascosto, guida il turbine. Sia pure guardando, con perspicacia diversa, verso l’ alto, i popoli dell’ Occidente abitano la base della piramide. Anche i popoli del Nord Africa. Della filosofia non sanno ovviamente nulla, ma in qualche modo ne intravvedono l’ ombra che essa lascia sulle cose e sugli eventi del mondo. Per completare la metafora della piramide, si aggiunga che la base soffia sulle convinzioni, i costumi, le opere, le istituzioni della tradizione occidentale, e che anche se non lo si percepisce, la potenza travolgente del soffio proviene dal vertice. Si dice che soprattutto i giovani del Nord Africa guardano la televisione e si servono di Internet e dei cellulari. Ma ciò che più conta rilevare è il loro intuire che il mondo sta cambiando in un senso del tutto particolare e non solo molto più profondamente e rapidamente di quanto non si sospettasse: intuiscono che nei mezzi di comunicazione tutte le prospettive sono poste sullo stesso piano, che quindi non esiste una prospettiva capace di prevalere e di dominare le altre, che permanga quando esse svaniscono e abbia pertanto quell’ assolutezza di cui i popoli possono intuire il senso anche se ignorano la parola. Ognuno dei messaggi mass-mediatici assicura di comunicare i contenuti più importanti; ma, proprio perché sono tutti ad assicurarlo, il livellamento dei contenuti è inevitabile. Per chi abita la base del turbine a piramide che investe il passato, la preminenza dei valori tradizionali illanguidisce proprio perché essi appaiono sui teleschermi. Con ciò non si vuol dire che la tradizione dell’ Occidente non possa essere Verità assoluta per il fatto che i messaggi mass-mediatici operano quel livellamento, ma che il modo in cui il tramonto degli assoluti è messo in luce dal pensiero filosofico del nostro tempo si fa in qualche misura sentire anche da chi, ascoltando quanto stiamo dicendo, non sarebbe in grado di capirlo. E, certo, quel modo di tramontare si è fatto sentire più chiaramente nella distruzione degli assolutismi e totalitarismi politico-economici operata nell’ Europa del XX secolo. Rilievi, questi, che mettono in luce come le guerre e le rivoluzioni del Novecento europeo tendano ad avere un carattere del tutto diverso da quelle dei secoli precedenti, che per quanto profonde e anticipatrici, rovesciavano sì vecchi ordinamenti assoluti, ma lasciando che i nuovi conservassero il carattere dell’ assolutezza. Per questo è più difficile – ma non tanto – che le rivoluzioni del Nord Africa, che in qualche modo possono dirsi europee, abolendo regimi totalitari abbiano a sfociare in nuove forme di assolutismo, quale l’ integralismo islamico. All’ interno del turbine a piramide, il rapporto della cultura non filosofica con il pensiero filosofico degli ultimi due secoli è ovviamente di gran lunga più diretto di quello che può essere instaurato stando alla base o negli strati più bassi della piramide. Tale cultura ne abita gli strati intermedi. Ma quindi è ancora dall’ esterno che essa può sentire la voce di quel pensiero. Una critica scientifica, religiosa, artistica, ecc. degli assoluti che sono affermati innanzitutto dalla tradizione filosofica può mostrare che quest’ ultima afferma contenuti diversi e opposti rispetto a quelli che tale critica intende difendere, ma non per questo essa può concludere che quei contenuti debbano venire abbandonati. Ad esempio sarebbe una grossa ingenuità ritenere che la filosofia di Aristotele o di Hegel debba esser lasciata da parte perché è comparsa la fisica moderna o perché sono state scoperte le geometrie non euclidee e la fisica quantistica. Solo una critica filosofica della tradizione filosofica e delle dimensioni in cui l’ assoluto filosofico si è rispecchiato degradando fino alla base della piramide, può essere irrefutabile. Quanto si è detto sin qui è infatti soltanto la descrizione di un fatto, sia pure di enormi proporzioni: il fatto in cui la piramide consiste. Ma non si è detto ancora nulla della irrefutabilità, ossia della verità di tale fatto: non si è ancora detto nulla di quell’ altra forma di verità che è la verità della distruzione della Verità della tradizione occidentale – ossia della Verità che, si è detto, pretende porsi, inalterabile e immutabile, al di sopra del tempo e della storia. Questo giro di concetti è decisivo. Proviamo a chiarirlo per quel che qui è possibile. Le democrazie parlamentari hanno distrutto gli Stati totalitari del Novecento, che, appunto, si presentano come la forma terrena della Verità e del Dio assoluti. Questo, dal punto di vista delle scienze storiche, si può considerare un fatto. Ma da ciò non si può concludere che le democrazie siano verità e i totalitarismi errore! Concludere così significa confondere i criteri della lotta politica con quelli del pensiero critico-filosofico – che invece in proposito può dire ben di più (quando lo si sappia capire). Dice infatti che, da un lato, lo Stato assoluto, controllando l’ intera vita dei sudditi, predetermina il loro futuro, lo occupa interamente e gli impone la propria legislazione inviolabile; e che, dall’ altro lato, lo Stato assoluto, ma anche i suoi sudditi, sono tuttavia più o meno consapevolmente convinti che il futuro esiste ed è la dimensione di tutto ciò che ancora non esiste, non è predeterminato, non è già occupato da alcuna inviolabile legislazione. Lo Stato assoluto è dunque una gigantesca contraddizione, in cui l’ esistenza del futuro è, insieme, affermata e negata. E la contraddizione non solo è uno stato di essenziale instabilità, prima o poi destinata a crollare, ma è anche la forma essenziale dell’ errore. Solo se si sa scorgere in modo appropriato la contraddizione da cui è avvolta una certa situazione storica è possibile prevedere il crollo di quest’ ultima, senza che la previsione decada al rango di divinazione o di profezia (si può mostrare che il marxismo scorge in modo inappropriato la contraddizione dell’ assolutismo capitalistico e imperialistico). La distruzione dello Stato totalitario (e della sua presunta Verità) da parte della democrazia ha dunque verità solo se la democrazia è consapevole della contraddizione del totalitarismo. Altrimenti (ed è questa la situazione) la democrazia è una forma di violenza che si contrappone a quella totalitaria e che in Occidente ha vinto solo «di fatto» – provvisoriamente, apparentemente -, non «di diritto». La contraddizione dell’ assolutismo politico è presente anche in tutte le altre forme di assolutismo (alle quali si è fatto cenno sopra) della tradizione occidentale. Ma, la loro, rispecchia in forma derivata la contraddizione estrema e grandiosa che avvolge la Verità della tradizione filosofica. Tale Verità intende infatti essere l’ Ordinamento di tutti gli ordinamenti. Tutto deve esistere conformemente alla Verità assoluta: essa non è soltanto la legge che domina il futuro dei sudditi dello Stato assoluto, ma è la Legge che predetermina e dunque occupa e domina (oltre al presente e al passato) il futuro di tutte le cose, lo riempie completamente con sé stessa; e quindi lo vanifica nel modo più radicale, perché, così riempito, il futuro non è più futuro. Ma, insieme, la Verità della tradizione occidentale è il riconoscimento dell’ esistenza del tempo e quindi del futuro: è la fede più incrollabile e profonda in tale esistenza: intende essere appunto la Legge del tempo, sopra il quale pone la dominazione del Dio esso stesso eterno e assoluto. La Verità assoluta è cioè fede intransigente nell’ esistenza e, insieme, nell’ inesistenza del tempo e della storia. Dunque è contraddizione estrema. L’ essenza per lo più nascosta della filosofia del nostro tempo è il vertice del turbine che spinge al tramonto la tradizione occidentale. Nel vertice quella estrema contraddizione viene portata in piena luce. Ma, anche, è il vertice a cui non riesce a sollevarsi nemmeno la maggior parte della stessa filosofia contemporanea, che ripete sì il proclama della morte della Verità e di Dio, ma che solo raramente sa mostrare il fondamento senza di cui il proclama è soltanto fede, dogma, retorica. D’ altra parte, se si riesce a scorgere in modo appropriato che la Verità assoluta della tradizione è contraddizione estrema e dunque estrema instabilità, si è in grado di affermare che tale Verità è destinata al tramonto. Questa – all’ interno della cultura dell’ Occidente, che ormai è la cultura del Pianeta – è la previsione fondamentale con cui ogni altra forma di previsione deve fare i conti (e alla cui chiarificazione lavoro da quasi mezzo secolo). Ma fino a che tale previsione rimane invisibile, restando lassù, al vertice del turbine, la potenza con cui essa guida l’ intero turbine resta indebolita. Ne è un segno lo stupore, l’ irritazione, se non la commiserazione, che anche i lettori possono provare leggendo qui che alla filosofia compete una funzione così decisiva nella storia del mondo. Gli strati della piramide sono immagini del vertice, e quindi ne sono l’ alterazione, non ne lasciano vedere la potenza, e sempre meno quanto più si scende verso la base: incapaci di vedere e far propria la potenza del proprio vertice, tendono a somigliare a un esercito che vada al fronte portando con sé, invece delle proprie armi, le loro fotografie. In questo senso il vertice del turbine è un sottosuolo. Appunto per questo i grandi protagonisti della tradizione occidentale non si sentono ancora sconfitti: teocrazia, Stato assoluto ed «etico», paleocapitalismo, democrazia (intesa sia come unione di libertà e Verità, sia come democrazia procedurale fondata tuttavia sulla metafisica dell’ individuo), e anche comunismo marxista, continuano a rivendicare l’ insopprimibilità dei loro valori e a sentirsi essi in diritto di guidare il mondo: dinanzi a loro si presenta la forma debole del turbine, mentre la voce della potenza del vertice – cioè l’ essenza del sottosuolo del pensiero del nostro tempo, costituita dai pochi pensatori essenziali – rimane per lo più soverchiata dalle voci di quella debolezza. Anche per questo, nonostante la differenza radicale tra le rivoluzioni del passato e quelle del presente, non solo i popoli del Nord Africa, ma anche quelli dell’ intero Occidente sono soltanto all’ inizio del processo che è destinato a condurli all’ abbandono della loro tradizione.”

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(11) Amici di Emanuele Severino

Emanuele Severino, Verità e movimento. Perchè non basta difendere la modernità: Alain Touraine analizza l’oggi, ma trascura la filosofia (sul libro: IN DIFESA DELLA MODERNITA’, Raffaello Cortina editore, 2019). In Corriere della Sera 9 luglio 2019

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https://www.corriere.it/19_luglio_08/alain-touraine-verita-movimento-modernita-non-basta-difesa-raffaello-cortina-77caf06a-a19e-11e9-acbd-9b1ee12e8baf.shtml


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https://tinyurl.com/y3fgfsoc

“La tecnica ucciderà la democrazia, a partire dagli Stati più deboli come l’Italia. Tale processo poi investirà anche Usa, Russia e Cina. Gli Stati Uniti a un certo punto prevarranno, ma non in quanto nazione, bensì come gestori primari della potenza tecnologica. Ora fatichiamo a comprenderlo, perché ci troviamo in un tempo intermedio”, Emanuele Severino in: intervista di Pier Luigi Vercesi, Corriere della Sera, 31 dicembre 2018

«La radice è sempre la stessa, non è che vada a colpire in ordine sparso. La forma più rigorosa di follia oggi è la tecnica: viviamo il tempo del passaggio dalla tradizione a questo nuovo dio. La globalizzazione autentica non è quella economica, è quella tecnica. Commettiamo l’errore di credere che capitalismo e tecnica siano la stessa cosa: no, hanno scopi diversi. Il capitalismo ambisce all’incremento infinito del profitto privato, la tecnica all’incremento infinito della capacità di realizzare scopi, ovvero della potenza. La tecnica ucciderà la democrazia, a partire dagli Stati più deboli come l’Italia. Tale processo poi investirà anche Usa, Russia e Cina. Gli Stati Uniti a un certo punto prevarranno, ma non in quanto nazione, bensì come gestori primari della potenza tecnologica. Ora fatichiamo a comprenderlo, perché ci troviamo in un tempo intermedio. Siamo come il trapezista che ha lasciato un attrezzo (la tradizione) e non si è ancora aggrappato all’altro (la tecnologia, il nuovo dio). Siamo sospesi nel vuoto e ci sembra di essere sperduti».

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Emanuele Severino: “Quando un soldato tedesco mi consegnò il mitra e scappò”, “Io eretico? No, solo coerente” – intervista di Pier Luigi Vercesi in Corriere della Sera 31 dicembre 2018