Emanuele Severino, IL TRAMONTO DELLA VERITA’ APPRODA NEI PAESI ARABI – in Corriere della Sera 14/04/2011

Quanto sta avvenendo nel Nord Africa è un tipico fenomeno del nostro tempo, dove nei modi più diversi ma tutti convergenti l’Occidente volta le spalle alla propria plurimillenaria tradizione. Il mondo arabo, infatti, dopo aver riattivato nel Medioevo la civiltà europea, ricollegandola alla grande cultura greca, di tale civiltà ha poi sentito e subìto la presenza, con un’intensità tanto maggiore quanto più ampia e profonda, rispetto ai popoli dell’Africa subsahariana, è stata la dimensione che il mondo arabo ha avuto in comune con l’Europa (si pensi anche al retaggio comune delle scritture veterotestamentarie). Intendo dire che quanto sta avvenendo nel Nord Africa è il modo specifico in cui anche quel mondo incomincia a voltare le spalle alla tradizione dell’Occidente.
Tra i più visibili dei fenomeni tipici del nostro tempo, le due guerre mondiali. Nella prima le democrazie distruggono l’assolutismo degli Imperi centrali e di quello ottomano, contribuendo a determinare le condizioni che conducono alla fine dell’assolutismo zarista. Nella seconda le democrazie distruggono l’assolutismo nazionalsocialista e fascista. Ma anche la fine dell’assolutismo sovietico appartiene a quest’ordine di fenomeni. Gli appartiene anche, in Europa e sia pure in minor misura in America, la crisi del cristianesimo e dei costumi che ad esso si ispirano. Il cristianesimo intende infatti essere l’ordinamento assoluto che rende possibile la salvezza dell’uomo.
A quell’ordine di fenomeni appartiene anche la crisi del capitalismo

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Emanuele Severino, Il malinteso di Einstein e le critiche di Popper – in Corriere.it, 11 luglio 2017

Esiste una specie di analogia tra le critiche che Karl Popper rivolse a Einstein e quelle rivolte da Gustavo Bontadini al contenuto dei miei scritti. Fermo restando, ovviamente, il divario tra le due discussioni quanto alla loro risonanza storica — là c’è Einstein di mezzo —; sebbene il pensiero filosofico di Bontadini non abbia nulla da invidiare a quello di Popper. D’altra parte, le argomentazioni che quest’ultimo presenta alla prospettiva einsteiniana hanno un carattere eminentemente filosofico; e Einstein accetta di muoversi su questo terreno.

Nella sua Autobiografia intellettuale (1976) Popper scrive, riferendosi a Einstein: «L’argomento principale delle nostre conversazioni fu l’indeterminismo. Io cercai di persuaderlo ad abbandonare il suo determinismo, che in pratica si riduceva all’idea che il mondo fosse un universo chiuso, di tipo parmenideo, a quattro dimensioni, nel quale il mutamento era un’illusione umana, o qualcosa di molto simile. (Egli era d’accordo che questa fosse la sua opinione, e discutendo di ciò lo chiamai “Parmenide”)». Einstein accetta cioè l’interpretazione che inscrive la teoria della relatività nella filosofia di Parmenide. In seguito si mostrerà meno fermo nella sua adesione al determinismo; ma non risulta che il suo parmenidismo abbia vacillato.

Si aggiunga che l’intento di Popper di convertire Einstein all’indeterminismo di Heisenberg era già esso un tentativo di conciliare ciò che sembra inconciliabile: teoria della relatività e meccanica quantistica. Un tentativo che in campo fisico ha avuto grandi sviluppi e che continua tuttora, ad esempio nelle ricerche di Carlo Rovelli, anche recentemente presentate dal «Corriere».

Certo, nella discussione Popper-Einstein non si tratta del Parmenide «storico», quello cioè discusso da Platone, Aristotele, Hegel. Ma questa circostanza è uno dei fattori che avvicinano le due critiche che ho indicato all’inizio. Il Parmenide «storico» sostiene l’eternità del puro Essere, non degli esseri, ossia delle cose che sono. Invece sin quasi dall’inizio i miei scritti mostrano la necessità che ogni cosa-che-è sia eterna — dove «cosa» è da intendere nel senso più ampio, che include ogni evento, relazione, sfumatura, dunque anche ogni evento spazio-temporale, cioè anche (ma non solo) gli eventi del cronotopo quadridimensionale dell’universo einsteiniano.

Va però tenuto presente che la «logica» in base alla quale la teoria della relatività afferma che ogni cosa è eterna è essenzialmente diversa dalla necessità a cui si rivolgono i miei scritti. Ormai la scienza — coinvolgendo quindi anche la teoria della relatività — riconosce il carattere ipotetico e provvisorio delle sue tesi, anche di quelle più «confermate». Ed è innanzitutto in questo senso che nella sua essenza la filosofia può andare più in là della scienza (alla quale, d’altra parte, ormai interessa la potenza e non la «verità»). Resta comunque il fatto che la tesi «parmenidea» della teoria della relatività suona identica alla tesi dei miei scritti che ogni essere è eterno — anche se la fondazione delle due tesi è abissalmente diversa, sì che le tesi stesse sono diverse.

Non solo. Popper e Einstein sono d’accordo sul fatto che per Einstein, come per il Parmenide storico (o quello che essi ritengono tale), l’«esperienza» del mutamento sia illusoria; nei miei scritti si mostra invece che se l’«esperienza» mostra il variare del proprio contenuto, non mostra quel senso del mutamento che per Einstein-Parmenide è illusorio. Provo a chiarire.

Per tutte le forme di sapienza dell’Occidente, che ormai stanno alla base di ogni altra sapienza, il passato è ciò che non è più (ossia ciò che ormai è nulla), il futuro è ciò che non è ancora (ossia ciò che ancora è nulla). Per Einstein l’esperienza di questo passaggio dal non essere ancora al non essere più è illusorio: nei miei scritti si fa invece vedere che l’«esperienza» non attesta e non può attestare il passaggio da ciò che non è ancora a ciò che non è più, e quindi si fa vedere che l’«esperienza» non è illusoria; e poiché ogni essere è eterno, il variare dell’esperienza è il comparire e lo scomparire degli eterni. Certo, il senso e la struttura dell’apparire è estremamente complesso (qui contentiamoci di averlo evocato), ma avrebbe consentito a Einstein di rispondere alle critiche di Popper.

In esse Popper ripropone più volte la metafora dei fotogrammi e della loro proiezione. Ogni essere è come un fotogramma di un film; i fotogrammi sono tutti coesistenti e immutabili; è la loro proiezione a dare l’illusione del movimento. La proiezione corrisponde all’«esperienza» illusoria del movimento. Einstein accetta la metafora. Ma Popper obietta: «Se noi esperissimo immagini successive di un mondo immutabile, allora una cosa, almeno, sarebbe genuinamente mutevole in questo mondo: la nostra esperienza cosciente. Una pellicola cinematografica, sebbene esistente adesso [tutta insieme], e predeterminata, deve passare, scorrere attraverso il proiettore (cioè, relativamente a noi stessi), per produrre l’esperienza, o l’illusione del cambiamento temporale. […] E dal momento che noi siamo parte del mondo, vi sarebbe così un cambiamento del mondo — il che contraddice l’opinione di Parmenide» (Poscritto alla logica della scoperta scientifica, vol. II, par. 26) e, propriamente, del Parmenide non storico che afferma l’eternità di tutti i molteplici esseri del mondo — laddove il Parmenide storico, di Platone, Aristotele, Hegel, nega l’esistenza di una molteplicità degli esseri e qualifica come illusoria anche tale molteplicità. Comunque, relativamente a questa sua critica (e ad altre), riferisce Popper, Einstein «disse che ne era rimasto colpito e che non sapeva come rispondervi». Notevole, questo atteggiamento di Einstein, anche perché esso mostrava che la teoria della relatività intende coinvolgere non solo il mondo fisico, ma anche «la nostra esperienza cosciente». (E d’altra parte il suo realismo smentisce il suo eternalismo, perché se la realtà esiste anche se non esiste «la nostra esperienza che è cosciente» di essa, allora questa esperienza è qualcosa che può esser nulla, ossia non è eterna).

Soprattutto a questa obbiezione della pellicola cinematografica mi riferivo all’inizio parlando dell’analogia delle critiche di Popper a Einstein e di quelle di Bontadini al contenuto dei miei scritti. In quest’ultimi, sì, si afferma l’eternità di ogni essere, di ogni configurazione che la realtà va assumendo via via in ogni istante. Einstein non sa come rispondere alla critica di Popper, anche perché a sua volta — come Popper, come Bontadini, come ogni sapienza dell’Occidente e ormai del Pianeta — ritiene che il mutamento sia comunque da intendere come un uscire delle cose dal loro non essere e un ritornarvi. (Comunque: si concepisca il mutamento come reale o come illusorio). Quindi anche Einstein è costretto a intendere in questo modo il passare, lo scorrere della pellicola attraverso il proiettore. Anche per lui, nella «nostra esperienza cosciente» le cose passano dal non essere all’essere e viceversa.

Ma, al di fuori della Notte della non-verità in cui consiste questo modo di pensare, il mutamento è — stiamo dicendo — il comparire e lo scomparire degli eterni. E a Bontadini dicevo che, poiché anche il loro apparire è un essere eterno, anche il loro apparire compare e scompare. Ma per andare a fondo nel significato di queste espressioni deve farsi avanti una dimensione del pensare e del dire essenzialmente diversa da quella della Notte. Nei miei scritti l’obbiezione che poi Bontadini mi avrebbe rivolto era già stata considerata. Egli l’aveva ripresa dagli anni Sessanta in poi, e appunto mi obbiettava: se e poiché il mutamento è quel comparire-scomparire di cui tu parli, non si dovrà dire che almeno il loro apparire esce dal nulla e vi ritorna? L’apparire corrisponde alla proiezione del film di Popper. Ma questa volta si può rispondere: dicendo appunto che come l’eterno in cui consiste questa voce, o quest’ombra, o questo ricordo incomincia ad apparire e ora non appare più, così l’eterno in cui consiste l’apparire di questa voce, di quest’ombra, di questo ricordo incomincia ad apparire e ora non appare più. (Eppure Bontadini era giunto a riconoscere l’eternità di ogni essere! Certo, «non dando ascolto a me, ma al logos», come diceva Eraclito).

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I fanatici jihadisti colpiscono invano. La marcia della tecnica è inarrestabile, Emanuele Sebverino in Il Corriere della Sera 29 agosto 2017

Il terrorismo islamico e la violenza femminicida sono condannati a soccombere, sconfitti dal progresso tecnico-scientifico, che favorisce anche l’emancipazione delle donne

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Emanuele Severino, Il malinteso di Einstein e le critiche di Popper – in Corriere della Sera 11 luglio 2017

Esiste una specie di analogia tra le critiche che Karl Popper rivolse a Einstein e quelle rivolte da Gustavo Bontadini al contenuto dei miei scritti. Fermo restando, ovviamente, il divario tra le due discussioni quanto alla loro risonanza storica — là c’è Einstein di mezzo —; sebbene il pensiero filosofico di Bontadini non abbia nulla da invidiare a quello di Popper. D’altra parte, le argomentazioni che quest’ultimo presenta alla prospettiva einsteiniana hanno un carattere eminentemente filosofico; e Einstein accetta di muoversi su questo terreno.

Nella sua Autobiografia intellettuale (1976) Popper scrive, riferendosi a Einstein: «L’argomento principale delle nostre conversazioni fu l’indeterminismo. Io cercai di persuaderlo ad abbandonare il suo determinismo, che in pratica si riduceva all’idea che il mondo fosse un universo chiuso, di tipo parmenideo, a quattro dimensioni, nel quale il mutamento era un’illusione umana, o qualcosa di molto simile. (Egli era d’accordo che questa fosse la sua opinione, e discutendo di ciò lo chiamai “Parmenide”)». Einstein accetta cioè l’interpretazione che inscrive la teoria della relatività nella filosofia di Parmenide. In seguito si mostrerà meno fermo nella sua adesione al determinismo; ma non risulta che il suo parmenidismo abbia vacillato.

Si aggiunga che l’intento di Popper di convertire Einstein all’indeterminismo di Heisenberg era già esso un tentativo di conciliare ciò che sembra inconciliabile: teoria della relatività e meccanica quantistica. Un tentativo che in campo fisico ha avuto grandi sviluppi e che continua tuttora, ad esempio nelle ricerche di Carlo Rovelli, anche recentemente presentate dal «Corriere».

Certo, nella discussione Popper-Einstein non si tratta del Parmenide «storico», quello cioè discusso da Platone, Aristotele, Hegel. Ma questa circostanza è uno dei fattori che avvicinano le due critiche che ho indicato all’inizio. Il Parmenide «storico» sostiene l’eternità del puro Essere, non degli esseri, ossia delle cose che sono. Invece sin quasi dall’inizio i miei scritti mostrano la necessità che ogni cosa-che-è sia eterna — dove «cosa» è da intendere nel senso più ampio, che include ogni evento, relazione, sfumatura, dunque anche ogni evento spazio-temporale, cioè anche (ma non solo) gli eventi del cronotopo quadridimensionale dell’universo einsteiniano.

Va però tenuto presente che la «logica» in base alla quale la teoria della relatività afferma che ogni cosa è eterna è essenzialmente diversa dalla necessità a cui si rivolgono i miei scritti. Ormai la scienza — coinvolgendo quindi anche la teoria della relatività — riconosce il carattere ipotetico e provvisorio delle sue tesi, anche di quelle più «confermate». Ed è innanzitutto in questo senso che nella sua essenza la filosofia può andare più in là della scienza (alla quale, d’altra parte, ormai interessa la potenza e non la «verità»). Resta comunque il fatto che la tesi «parmenidea» della teoria della relatività suona identica alla tesi dei miei scritti che ogni essere è eterno — anche se la fondazione delle due tesi è abissalmente diversa, sì che le tesi stesse sono diverse.

Non solo. Popper e Einstein sono d’accordo sul fatto che per Einstein, come per il Parmenide storico (o quello che essi ritengono tale), l’«esperienza» del mutamento sia illusoria; nei miei scritti si mostra invece che se l’«esperienza» mostra il variare del proprio contenuto, non mostra quel senso del mutamento che per Einstein-Parmenide è illusorio. Provo a chiarire.

Per tutte le forme di sapienza dell’Occidente, che ormai stanno alla base di ogni altra sapienza, il passato è ciò che non è più (ossia ciò che ormai è nulla), il futuro è ciò che non è ancora (ossia ciò che ancora è nulla). Per Einstein l’esperienza di questo passaggio dal non essere ancora al non essere più è illusorio: nei miei scritti si fa invece vedere che l’«esperienza» non attesta e non può attestare il passaggio da ciò che non è ancora a ciò che non è più, e quindi si fa vedere che l’«esperienza» non è illusoria; e poiché ogni essere è eterno, il variare dell’esperienza è il comparire e lo scomparire degli eterni. Certo, il senso e la struttura dell’apparire è estremamente complesso (qui contentiamoci di averlo evocato), ma avrebbe consentito a Einstein di rispondere alle critiche di Popper.

In esse Popper ripropone più volte la metafora dei fotogrammi e della loro proiezione. Ogni essere è come un fotogramma di un film; i fotogrammi sono tutti coesistenti e immutabili; è la loro proiezione a dare l’illusione del movimento. La proiezione corrisponde all’«esperienza» illusoria del movimento. Einstein accetta la metafora. Ma Popper obietta: «Se noi esperissimo immagini successive di un mondo immutabile, allora una cosa, almeno, sarebbe genuinamente mutevole in questo mondo: la nostra esperienza cosciente. Una pellicola cinematografica, sebbene esistente adesso [tutta insieme], e predeterminata, deve passare, scorrere attraverso il proiettore (cioè, relativamente a noi stessi), per produrre l’esperienza, o l’illusione del cambiamento temporale. […] E dal momento che noi siamo parte del mondo, vi sarebbe così un cambiamento del mondo — il che contraddice l’opinione di Parmenide» (Poscritto alla logica della scoperta scientifica, vol. II, par. 26) e, propriamente, del Parmenide non storico che afferma l’eternità di tutti i molteplici esseri del mondo — laddove il Parmenide storico, di Platone, Aristotele, Hegel, nega l’esistenza di una molteplicità degli esseri e qualifica come illusoria anche tale molteplicità. Comunque, relativamente a questa sua critica (e ad altre), riferisce Popper, Einstein «disse che ne era rimasto colpito e che non sapeva come rispondervi». Notevole, questo atteggiamento di Einstein, anche perché esso mostrava che la teoria della relatività intende coinvolgere non solo il mondo fisico, ma anche «la nostra esperienza cosciente». (E d’altra parte il suo realismo smentisce il suo eternalismo, perché se la realtà esiste anche se non esiste «la nostra esperienza che è cosciente» di essa, allora questa esperienza è qualcosa che può esser nulla, ossia non è eterna).

Soprattutto a questa obbiezione della pellicola cinematografica mi riferivo all’inizio parlando dell’analogia delle critiche di Popper a Einstein e di quelle di Bontadini al contenuto dei miei scritti. In quest’ultimi, sì, si afferma l’eternità di ogni essere, di ogni configurazione che la realtà va assumendo via via in ogni istante. Einstein non sa come rispondere alla critica di Popper, anche perché a sua volta — come Popper, come Bontadini, come ogni sapienza dell’Occidente e ormai del Pianeta — ritiene che il mutamento sia comunque da intendere come un uscire delle cose dal loro non essere e un ritornarvi. (Comunque: si concepisca il mutamento come reale o come illusorio). Quindi anche Einstein è costretto a intendere in questo modo il passare, lo scorrere della pellicola attraverso il proiettore. Anche per lui, nella «nostra esperienza cosciente» le cose passano dal non essere all’essere e viceversa.

Ma, al di fuori della Notte della non-verità in cui consiste questo modo di pensare, il mutamento è — stiamo dicendo — il comparire e lo scomparire degli eterni. E a Bontadini dicevo che, poiché anche il loro apparire è un essere eterno, anche il loro apparire compare e scompare. Ma per andare a fondo nel significato di queste espressioni deve farsi avanti una dimensione del pensare e del dire essenzialmente diversa da quella della Notte. Nei miei scritti l’obbiezione che poi Bontadini mi avrebbe rivolto era già stata considerata. Egli l’aveva ripresa dagli anni Sessanta in poi, e appunto mi obbiettava: se e poiché il mutamento è quel comparire-scomparire di cui tu parli, non si dovrà dire che almeno il loro apparire esce dal nulla e vi ritorna? L’apparire corrisponde alla proiezione del film di Popper. Ma questa volta si può rispondere: dicendo appunto che come l’eterno in cui consiste questa voce, o quest’ombra, o questo ricordo incomincia ad apparire e ora non appare più, così l’eterno in cui consiste l’apparire di questa voce, di quest’ombra, di questo ricordo incomincia ad apparire e ora non appare più. (Eppure Bontadini era giunto a riconoscere l’eternità di ogni essere! Certo, «non dando ascolto a me, ma al logos», come diceva Eraclito).

Sorgente: Il malinteso di Einstein e le critiche di Popper – Corriere.it

Eschilo e Leopardi hanno certamente stabilito un rapporto essenziale con la poesia; ma hanno avuto anche la ventura di stabilire un rapporto ancora più essenziale col pensiero filosofico, Emanuele Severino

Eschilo e Leopardi hanno certamente stabilito un rapporto essenziale con la poesia; ma hanno avuto anche la ventura di stabilire un rapporto ancora più essenziale col pensiero filosofico. Sul piano storico, la grandezza di un pensiero sta nella sua capacità di guidare un’epoca intera.

Il pensiero di Eschilo guida, insieme a quello di pochi altri, l’intera tradizione dell’Occidente.

Quello di Leopardi è destinato a guidare la nostra epoca e il suo sviluppo fino al culmine della civiltà della tecnica (Emanuele Severino).

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Emanuele Severino, SE OGNI COSA DIVENTA ETERNA ANCHE LA MORTE È IMPOSSIBILE. Il nostro destino tra l’amore e il capitalismo, che soccomberà alla tecnica, dal Corriere della Sera, 20 giugno 2015, tratto dalla pagina FB di Vasco Ursini

SE OGNI COSA DIVENTA ETERNA ANCHE LA MORTE È IMPOSSIBILE
Il nostro destino tra l’amore e il capitalismo, che soccomberà alla tecnica

dal Corriere della Sera, 20 giugno 2015

[Il diventar altro di ogni ente e il suo annientamento sono impossibili. Anche per la fisica il tempo è illusione.]

{Una riflessione su «L’apparire di Dio» di Leonardo Messinese, «L’ultima nascita» di Ines Testoni e su testi di Giulio Goggi, Pierangelo Dacrema, Franco Ricordi e Nicoletta Cusano.}

Si dice che anche quando compie ogni sforzo per non guardarla, l’uomo se la trova sempre dinanzi — la morte, ciò che più lo angoscia. Ne fa continuamente esperienza — si dice. Non vede forse il decomporsi dei suoi simili e degli animali, dei vegetali, della luce quando vien sera; e l’incessante trasformarsi di tutte le cose ed eventi, il loro diventare altro da quello che sono, cioè il loro continuo morire? Lo vede — si è sempre e ovunque pensato. L’uomo — si dice — vede l’annientamento di tutto ciò che lo circonda.

Eppure il discorso non è chiuso. Quest’ultima affermazione può sembrare una povera follia. Ma ne stiamo discutendo da mezzo secolo. Tuttavia, per la fisica, che il tempo sia illusione è un tema molto frequentato. Ma che cos’è il tempo se non il diventar altro delle cose, il loro uscire dal nulla e rientrarvi? Il loro morire? E questo non significa forse che, per la fisica, la morte è illusione?
Però la fisica tende a credere che del diventar altro si faccia esperienza — e che tale esperienza sia illusione. Da decenni nei miei scritti si mostra invece, per qualsiasi cosa (nel senso più ampio di questa parola), che il suo diventar altro e il suo annientamento sono impossibili — che cioè ogni cosa è eterna —; e che di essi non si fa ed è impossibile fare esperienza. Per quanto terribile sia e appaia l’agonia dei viventi, la morte, intesa come diventar altro e annientamento, è quindi impossibile; e non è nemmeno un evento che si mostri nella nostra esperienza. Prima si fa esperienza di un corpo vivo, poi di un cadavere; ma per quanto si mostrino simili e contigui nello spazio e nel tempo, è impossibile sperimentare che il corpo vivo sia diventato il cadavere. L’esperienza non è illusoria. Son solito chiamare «destino della verità» (o «destino della necessità») il contenuto di queste affermazioni. La negazione del destino è l’alienazione estrema della verità. In proposito, anche di recente sono apparsi vari saggi interessanti.

Professore alla Pontificia Università Lateranense e sacerdote, Leonardo Messinese si occupa da decenni dei miei scritti con grande intelligenza filosofica. Presenta ora ‘L’apparire di Dio. Per una Metafisica teologica’ (Edizioni Ets, pp. 220, 18). In un ampio contesto, dove prende le distanze dalle forme improprie di «metafisica teologica», al mio discorso filosofico dice: nec sine te, nec tecum («né senza di te, né con te»). E aggiunge di volersi pertanto differenziare dalle critiche che diffusamente ebbe a rivolgermi Cornelio Fabro, definitore del Sant’Uffizio, amico di Heidegger e figura eminente della cultura cattolica del Novecento. Ma la parte del mio discorso da cui Messinese non vuol separarsi è l’essenziale: sono i due tratti qui sopra richiamati che stanno al centro del «destino della verità» (ossia la necessità che ogni cosa sia eterna e l’impossibilità che il diventar altro delle cose si mostri nell’esperienza).

Certo, c’è anche il nec tecum. Ma non perché, se non ci fosse, Messinese non potrebbe essere né sacerdote, né professore ordinario dell’Università Lateranense, bensì perché egli sviluppa un’originale e coraggiosa «integrazione» del mio discorso, la quale a suo avviso consentirebbe di ripristinare autenticamente la «metafisica teologica», cioè la dimensione in cui si afferma la creazione divina del mondo — quella «creazione» che, invece, non può essere compatibile con l’eternità di tutte le cose. (Ma come dimenticare che chi aveva finito col capire e accettare il principio dell’eternità di tutto era stato proprio il maestro dell’Università Cattolica, Gustavo Bontadini, una delle voci più alte della filosofia del Novecento?).

Direttrice del Master in Death Studies dell’Università di Padova, anche Ines Testoni pone da tempo al fondamento delle sue ricerche l’eternità di tutte le cose e la negazione dell’esperibilità del loro diventar altro. Ricerche molto originali, ma in senso diverso da quelle di Messinese, perché non intendono alterare la configurazione del destino della verità, ma svilupparla fino a proporre un nuovo modo di intendere la ricerca psicologica. Bollati Boringhieri pubblica ora, della Testoni, il saggio ‘L’ultima nascita. Psicologia del morire e Death Education’ (Bollati Boringhieri, pp. 194, 26). La Death Education è il movimento culturale che nei Paesi anglosassoni intende render operante la meditatio mortis in ogni forma significativa della società. Il saggio della Testoni, oltre ad avere il merito di far conoscere in Italia questo movimento, lo ripensa alla luce del destino della verità, argomentando la necessità di promuoverne la conoscenza, innanzitutto, nella scuola e nei luoghi dove è stata soltanto la religione a gestire il rapporto dell’uomo con la morte. Per l’autrice ripensare la Death Education significa, innanzitutto, curare l’angoscia per la morte sapendo che la cura (l’«educazione») appartiene inevitabilmente alla malattia — ossia a quel voler far diventar altro le cose che è, esso, la matrice dell’angoscia. È la cura (e la psicologia) autentica, che differisce essenzialmente dal vano curare l’angoscia senza avvedersi di quella appartenenza.
La Lateran University Press — l’editrice del Vaticano — sta pubblicando una collana dedicata ai filosofi italiani del Novecento. Da poche settimane è uscito l’ampio e poderoso volume in cui Giulio Goggi, docente presso l’Università San Raffaele di Milano, segue in modo cristallino lo sviluppo dei miei scritti e come esso mantenga al proprio centro il tema del «destino della verità». Un libro (‘Emanuele Severino’, pp. 500, 27) capace di chiarire i nodi più complessi (esprimo il mio compiacimento per la presenza del libro di Goggi in quella collana, a conferma della cordialità con cui prosegue il dialogo tra la Chiesa e me).

Molto opportunamente questo saggio si conclude considerando il modo in cui nei miei scritti si risponde all’obiezione che si
può loro muovere: di essere anch’essi uno sviluppo dove, a volte, il linguaggio giunge a dire qualcosa che in qualche modo esso dapprima negava. Come si può essere sicuri, allora, che il linguaggio sia finalmente giunto a esprimere il contenuto del «destino della verità»? Qui non è possibile indicare, nemmeno da lontano, la risposta autentica. Mi limito a ricordare però che in essa si mostra che l’esistenza del «mondo» — all’interno del quale si trova anche lo sviluppo del linguaggio che testimonia il «destino» — non è una verità incontrovertibile, ma soltanto una fede, come Goggi non manca di sottolineare.

Una fede da cui non possiamo né vogliamo separarci (ma che non per questo diventa verità). Essa assorbe per lo più tutti i nostri interessi; è la condizione in cui l’uomo si trova e sul cui fondamento ciò che diciamo «destino della verità» è considerato una povera follia e qualcosa di completamente irrilevante. All’interno di questa fede accade l’intera storia dell’uomo. Siamo giunti all’epoca della dominazione della tecnica e all’inizio del tramonto delle grandi forze, innanzitutto il capitalismo, che si illudono di poter continuare a servirsi della tecnica per realizzare i loro scopi.

Trovo quindi estremamente interessante il volume ‘C’era una volta una scienza triste’ (Jaca Book, pp. 524, 22) di Pierangelo Dacrema, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria. Dopo aver illuminato con grande efficacia i nodi decisivi della scienza economica e dei suoi rapporti con l’agire economico, con le altre scienze e soprattutto con la filosofia, l’ultima parte del volume propone i «Lineamenti di filosofia dell’economia». Vi campeggia la tesi, che l’autore va sostenendo da tempo, della «morte del denaro»; e questa tesi vien messa in relazione al tema della tecnica. Il penultimo capitolo è appunto intitolato «Il tramonto del denaro nel destino della tecnica», dove Dacrema argomenta con penetrazione il suo concordare con la mia tesi della destinazione della tecnica al dominio. (Su queste colonne avevo richiamato alcuni mesi orsono l’analogo concordare da parte dell’economista Fabrizio Pezzani dell’Università Bocconi). In breve: la tecnica vuole incrementare la propria potenza; il capitalismo vuole invece incrementare il denaro; ma la tecnica è più potente del denaro e quindi la prima forma di volontà è destinata a prevalere sulla seconda. E Dacrema giunge ad affermare la possibilità che lo stesso «destino della verità» sia innegabile (a proposito del «destino di eternità» egli si chiede: «Se avesse ragione Severino?»).

‘L’essere per l’amore’ (Mimesis, pp. 187, 16) di Franco Ricordi accetta invece senz’altro il «destino della verità» e in particolare l’eternità di ogni cosa. Il che è molto interessante, perché, oltre che filosofo, Ricordi è attore, regista e direttore artistico di teatro, e quindi immette nella sua scrittura un insieme di esperienze culturali che arricchiscono l’impostazione del suo saggio. L’«essere per l’amore» intende essere la negazione dell’«essere per la morte» di Heidegger (e Ricordi coglie molto bene la distanza essenziale del «destino della verità» dal pensiero di Heidegger); ma intende anche esser qualcosa di più del «destino della verità»: nel senso che Ricordi accetta sì l’affermazione dell’eternità di ogni cosa, ma poi la integra con un percorso che finisce col negarla. L’amore è infatti fede (e anche su questo punto Ricordi è d’accordo con me). Sennonché la fede è volontà; e la volontà è inevitabilmente un voler far diventar altro le cose, ossia è negazione della loro eternità.

In ‘Dell’amore. Essenza e fondamento’ (Mimesis, pp. 82, 10), Nicoletta Cusano, docente all’Università San Raffaele, sviluppa appunto il tema dell’appartenenza dell’amore all’alienazione della volontà. Non è casuale che Ricordi presti una particolare attenzione a Dante, per il quale l’amore muove, e quello sommo è «l’amor che move il sole e l’altre stelle». Ma per quanto luminoso sia lo splendore di queste parole, se esse sono grandi espressioni dell’alienazione della verità (anche Lucifero è luminoso), non si dovrà dire che il destino della verità sta al di sopra di esse e ne vede l’alienazione?

Fonte: http://bit.ly/1CjKKPl

Emanuele Severino, La tecnica unirà l’Europa – Corriere della Sera 5 agosto 2015

Né la politica né l’economia possono governare processi dominati dall’obiettivo di accrescere la potenza

un estratto:

Il problema dell’unità politica dell’Europa richiede di essere affrontato tenendo conto di due tendenze che, sebbene contrastate, sono nell’ordine delle cose. La prima è quell’infittirsi dei rapporti economici tra Europa e Russia che (nonostante l’attuale stato di tensione) prelude a forme sempre più strette di cooperazione, peraltro ostacolate dagli Stati Uniti. La seconda — che include la prima ed è la più decisiva — consiste nella progressiva trasformazione degli Stati più ricchi in società tecnocratiche (che tra l’altro hanno di per sé la capacità di risolvere il problema della fame nel mondo e alla fine saranno esse, appunto in quanto tecnocratiche, a risolvere il problema della pressione dei popoli poveri su quelli ricchi).
Tendenze entrambe contrastate e in se stesse contrastanti in modo estremamente complesso. L’avvicinamento dell’Europa alla Russia, ad esempio, è rallentato dagli Stati Uniti, che però stanno prendendo coscienza di ciò che li unisce alla Russia — cioè la necessità di far fronte comune contro il fondamentalismo islamico — e che quindi li rende meno intransigenti rispetto a quell’avvicinamento (e alla questione nucleare iraniana). E d’altra parte esso è oggettivamente favorito proprio da quelle forze che in Europa sarebbero le più disposte alla cosiddetta Grexit e che insieme sono le più intransigenti nei confronti della Russia. Infatti è venuto del tutto in chiaro che l’uscita della Grecia dall’euro sarebbe un’occasione, per la Russia, di presentarsi come salvatrice dell’economia greca, aumentando in modo consistente, anche se oneroso, la propria presenza in Europa e nel Mediterraneo.
L’unità politica dell’Europa non conviene alla Germania.

tutto l’articolo ripubblicato qui

Sorgente: La tecnica unirà l’Europa – Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

Instabilità, destino del mondo, Emanuele Severino interviene sulle tesi di Marramao: la sorte dell’Occidente è l’assenza di una verità assoluta, sarà la razionalità tecnico-scientifica, non la politica, a dominarlo, Corriere della Sera 30 aprile 2017

da dove provengono i concetti di «provvisorietà», «precarietà», «divenire», «instabilità strutturale»? Non sono certo le discipline scientifiche e nemmeno la storiografia ad averli evocati. E nemmeno la filosofia del nostro tempo. La quale estende sì a ogni cosa il carattere dell’instabilità e del divenire, ma, appunto, estende qualcosa di già noto. In qualche modo, quei concetti sono già presenti sin dall’inizio della vita dell’uomo. Adamo presta ascolto al serpente appunto perché ritiene che il proprio stato sia instabile, provvisorio, e decide di cambiarlo, decide di diventare altro da ciò che egli è. Ma la filosofia, facendosi innanzi presso l’antico popolo greco, compie un gesto essenzialmente più radicale: per la prima volta intende l’instabilità delle cose del mondo come il provenire dal loro non essere, trattenersi provvisoriamente nell’essere e scendere di nuovo nel non essere. Il loro non essere è il loro esser nulla.

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Sorgente: Corriere della Sera

Emanuele Severino, Sfida tra islam e occidente. Il vincitore è la tecnica, In Corriere della Sera 10 aprile 2016

“L’economia di mercato privilegia la categoria dell’utile e relega tutto ciò che le si oppone tra le forme degenerate del passato. La tradizione religiosa cerca di porre limiti al dispiegarsi della modernità ma il suo tentativo è destinato a fallire. Intanto una potenza superiore, alimentata dalla scienza e annunciata dalla filosofia, si prepara a occupare la scena del mondo.”

Corriere della Sera, 10 aprile 2016

seve islam

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http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=52RH1H&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

Emanuele Severino, Tecnica, padrona delle superpotenze, in Corriere della Sera 16 febbraio 2017

Il dibattito sui limiti dello sviluppo resta nel quadro del capitalismo e non considera il contesto storico-culturale

Due interpretazioni del mondo si sono contrapposte negli ultimi decenni. Una sostiene che la produzione industriale sta distruggendo la Terra e che procedendo di questo passo la catastrofe non è lontana; l’altra lo nega in base alla convinzione che le energie alternative saranno in grado di sventare questa minaccia. La prima rivendica il carattere scientifico della propria diagnosi; l’altra lo nega. D’altra parte l’atto di nascita della prima è il celebre rapporto I limiti dello sviluppo (1972), commissionato dal Club di Roma al Massachusetts Institute of Technology (Mit), ossia a uno dei maggiori centri di ricerca tecno-scientifica. (Gli autori ebbero in seguito a rivedere i loro risultati, ma la sostanza del rapporto è rimasta la stessa. Lo si è constatato nei successivi aggiornamenti. Tra gli ultimi, 2052: scenari globali per i prossimi quarant’anni, 2013, e il nuovo rapporto 2013 Il pianeta saccheggiato di Ugo Bardi). Queste due contrapposte interpretazioni hanno tuttavia in comune alcuni tratti di grande rilievo. Ne indico due.

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Sorgente: Corriere della Sera