nuovo libro del fisico Carlo Rovelli: L’ordine del tempo, Adelphi editore, dal portale di RAI Cultura dedicato alla filosofia

Nel nuovo libro del fisico Carlo Rovelli «L’ordine del tempo», pubblicato da Adelphi, viene messa in discussione l’apparente dimensione lineare dell’universo. “La realtà è spesso diversa da come appare: la Terra sembra piatta, invece è una sfera; il sole sembra roteare nel cielo, invece siamo noi a girare. Anche la struttura del tempo non è quella che sembra: è diversa da questo uniforme scorrere universale. L’ho scoperto sui libri di fisica, all’università, con stupore. Il tempo funziona diversamente da come ci appare.”

Sorgente: Il portale di RAI Cultura dedicato alla filosofia

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Al filosofo Emanuele Severino il premio Pax Dantis 2016

L’illustre cattedratico ritirerà il riconoscimento nel corso di una Cena d’Onore organizzata dal Lions Club ‘Lerici Golfo dei Poeti’, patrocinatore ufficiale della rassegna, la sera del sabato 28 maggio a Lerici. Tuttavia, a beneficio dell’intera cittadinanza, Mirco Manuguerra e il prof. Giuseppe Benelli accompagneranno Emanuele Severino in una Lectio Magistralis sul tema “Festa e Poesia: tra Dante e Leopardi” presso l’Aula Magna dell’Accademia Lunigianese di Scienze ‘G. Capellini’.

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Parmenide: l’essere e il non essere,  Emanuele Severino e Vittorio Hösle – dal sito Rai Cultura Filosofia

Quali sono i segni che permettono di riconoscere l`essere?

Che cosa consegue dall`assoluta opposizione dell`essere e del non essere?

E, infine, come considerare l`asserzione di Parmenide (Elea, 510 a.C. ca. – 450 a.C.) secondo cui l`essere è e il non essere non è? Come una mera tautologia?

A queste domande rispondono Emanuele Severino (Brescia, 1929), professore di filosofia teoretica all`Università di Venezia,

e Vittorio Hösle (Milano, 1960), professore di filosofia all`Università di Essen.

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http://www.filosofia.rai.it/embed/parmenide-lessere-e-il-non-essere/3467/default.aspx

Sorgente: Parmenide: l`essere e il non essere. – Rai Filosofia

Díkē, o della stabilità dell’essere | di Mattia Cardenas in Ritiri Filosofici

un estratto:

Díkē o più comunemente «giustizia» è, oggi, l’adeguazione, sempre più estesa a livello planetario, degli enti alla tecnica, che lungi dal rappresentare una deviazione dall’originario pensiero greco, ne è, invece, l’estrema coerentizzazione. Come Severino mostra a più riprese nel corso del volume (a partire da un confronto serrato con l’heideggeriano Der Spruch des Anaximander) adíkia, «ingiustizia», è, oggi, il tentativo, destinato al fallimento, di impedire l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi da parte della tecnica. Si tratta di comprendere come tale predominio sempre più incontrastato della tecnica che determina, ad esempio, l’impossibilità della democrazia intesa quale argine contro gli squilibri provocati dalla globalizzazione finanziaria, poggi proprio sul volto greco di Díkē, che Severino non esita però a definire ‘sfigurato’.
Ciò che sta all’origine della tecnica e che ne garantisce e ne legittima l’attuale egemonia è l’incapacità, da parte delle categorie classiche del pensiero filosofico e che giungono fino a noi, di stabilire l’autentico volto di Díkē, ossia della Verità incontrovertibile – di ciò che negli scritti severiniani viene definito «Destino della necessità»

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Severino sbarca in America | di Andrea Cimarelli in Ritiri Filosofici

Essenza del nichilismo è senz’altro una delle opere più importanti all’interno della bibliografia di Emanuele Severino e la recente pubblicazione della sua prima traduzione in inglese, realizzata da Giacomo Donis per conto di Verso Books con il titolo The essence of nihilism, ci offre lo spunto giusto per fare luce su alcuni passaggi chiave di un testo ancora oggi decisivo.

Edita nel 1972, questa raccolta di saggi può essere considerata il vero e proprio atto d’affermazione del pensiero severiniano sul palcoscenico filosofico italiano; e non soltanto per i contenuti che propone. Parallelamente al piano speculativo infatti, Essenza del nichilismo è una delle più chiare testimonianze dell’imprescindibilità, per un grande pensatore, di rinnegare le proprie idee, e con esse la propria natura, sotto la pressione di cause esterne. Come molti sapranno infatti, questa pubblicazione giunge alla fine di un clamoroso processo d’indagine da parte del mondo ecclesiastico che dopo quasi dieci anni di osservazione e due sentenze di condanna – la prima risalente al 1968 ad opera della Congregazione per l’educazione cattolica, dicastero atto al controllo degli istituti di formazione collegati alla Chiesa, e la seconda al 1970 ad opera della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) – porterà il filosofo bresciano non solo fuori dalla comunità cristiana (separazione per sua stessa ammissione consensuale), ma anche all’allontanamento dall’Università Cattolica di Milano.

Tutto questo però non scompose più di tanto Severino, che non solo continuò a scrivere saggi che rimarcavano ulteriormente la sua incompatibilità con la proposta del messaggio cristiano come Ritornare a Parmenide (1964) o Il sentiero del Giorno (1967), ma due anni dopo la “scomunica”, decise di raccoglierli e pubblicarli per rendere chiaramente visibili gli argomenti su cui si poggiava quel divorzio. Il risultato fu l’esplosione di un fenomeno filosofico che nonostante alcuni abbiano provato a classificare come “neoparmenidismo” in realtà continua a sfuggire ad ogni tentativo di derivazione, quindi di depotenziamento, grazie ad una forza argomentativa che vanta pochissimi elementi di paragone lungo la storia del pensiero occidentale.

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Emanuele Severino, LA FINE DEL TEMPO, estratto da: La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 194 – 195. Già segnalato in Amici a cui piace Emanuele Severino

 

In Italia alcuni fisici e qualche filosofo hanno notato l’affinità tra la “tesi” centrale del mio discorso filosofico – l’eternità di ogni essente e pertanto di ogni stato del mondo – e la “tesi” di Einstein che “per noi fisici la distinzione tra passato, presente e futuro non è che una testarda illusione”. Ho messo tra virgolette la parola “tesi” per sottolineare che quando le “logiche” che conducono “alla stessa” tesi sono diverse, son diverse anche le tesi che suonano apparentemente identiche. E la logica della fisica einsteiniana è essenzialmente diversa da quella secondo cui si manifesta la necessità dell’eternità di ogni essente a cui si rivolgono i miei scritti.
Ciò non vuol dire che ci si debba disinteressare del rapporto tra le due “tesi”, soprattutto ora che molti fisici mettono in questione il concetto di “tempo”, che sta in piedi solo se il presente differisce dal passato, ossia dall'”ormai nulla”, e dal futuro, ossia dall'”ancor nulla”. L’esempio più recente e tra i più rilevanti di questa crisi del tempo nel mondo della fisica è il libro del fisico Julian Barbour, ‘La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura’ (Einaudi 2003).
[ … ]
Barbour scrive: “Da una quindicina d’anni un numero esiguo ma crescente di fisici, me compreso, comincia a considerare l’idea che il tempo non esista veramente. E lo stesso vale per il movimento”. Posso invitarlo a tener presente che la riflessione sull’eternità di ogni essente e di ogni evento è presente nei miei scritti sin dalla metà degli anni Cinquanta e che a metà degli anni Sessanta la discussione su questo tema è stato un non trascurabile evento della filosofia italiana, che continua tuttora a essere vivo? Egli non è uno di quegli sprovveduti che non vedono relazioni tra fisica e filosofia: nella prima pagina del suo libro (di grande interesse e avvincente) scrive che “ben pochi pensatori, nelle epoche successive, hanno preso sul serio le idee di Parmenide; io invece sosterrò che l’eterno fluire eracliteo … non è che una radicata illusione”.
Dirò allora al professor Barbour che qui in Italia, da mezzo secolo, quelle idee sono state prese molto sul serio non solo da me, ma anche da chi ha creduto di dover dissentire. E sono certo che al professore non interessa favorire quella sorta di incompetenza che c’è all’estero intorno alla filosofia italiana.
(Emanuele Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 194 – 195)

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Emanuele Severino . Che significa morire?, estratto da: La strada, già pubblicato in  Amici a cui piace Emanuele Severino

L’incertezza più profonda continua ad avvolgere ogni risposta dei mortali a questa domanda.
Non avvolge soltanto le teorie attorno alla morte, ma lo stesso tentativo di cogliere e di esprimere il fenomeno che tali teorie vorrebbero spiegare – il fenomeno della morte, ossia (stando all’etimo di “fenomeno”) ciò che della morte appare, sta dinanzi visibile e constatabile.
Come se, assistendo a una corsa di cavalli, non solo non si sapesse quale sarà il vincente, ma non si sapesse nemmeno (pur illudendosi di saperlo) quali sono, tra le varie figure visibili, i cavalli.
Una teoria può spiegare un evento solo se esso, innanzitutto, appare. Ma quello che sembrerebbe il più facile dei compiti – cogliere ed esprimere ciò che appare – è invece tra i più difficili.
Giacché la difficoltà non è dovuta a un’incapacità psicologica che potrebbe esser superata mediante una concentrazione mentale più rigorosa e più intensa, o una trasformazione che renda più razionale il contesto sociale dove si forma l’osservazione di ciò che appare: appartiene al destino dei mortali l’incapacità di cogliere e di esprimere ciò che appare, quindi ciò che della morte appare, il fenomeno della morte.
Eppure, la “nostra” cultura non ha dubbi sulla capacità di cogliere ed esprimere i tratti che la morte mostra apparendo e il loro significato essenziale: la morte – essa dice – è annientamento; l’annientamento di ciò che muore è il fenomeno della morte; la morte appare come annientamento.
Ormai si ritiene che tutte le cose siano mortali e che di tutte possa quindi apparire il loro annientarsi (e uscire dal niente).
Anche il cristianesimo, che pure è ben lontano dall’abbandonare tutto alla morte e afferma l’immortalità dell’anima, pensa che, con la morte, il corpo in nihilum cedit (così scrive Tommaso d’Aquino): se ne va nel niente.
Ma non siamo forse tutti convinti, anche senza fare appello alle varie forme della cultura e basandoci semplicemente sulla nostra esperienza, che l’annientarsi delle cose è quanto di più visibile esiste tra i visibili? e che l’angoscia e il dramma della vita hanno proprio qui la loro radice, nel constatare ogni giorno e ogni momento che noi e tutto ciò che appartiene al nostro mondo ce ne andiamo nel niente?
La legna sta bruciando. Dapprima se ne distinguono i contorni nella luce del fuoco. Poi le forme scure del legno si fanno sempre più incandescenti, la fiamma si riduce e i tizzoni diventano braci. Queste, infine, impallidiscono e diventano cenere.
L’incenerirsi di un corpo è la forma più radicale di ciò che per i mortali è l’annientamento della morte. Qui, in breve tempo e sotto lo sguardo di tutti, il corpo che brucia perde ogni sua qualità. Di esso rimane soltanto la cenere; tutto il resto è diventato niente.
La maggior esattezza con cui la scienza descrive il fenomeno della combustione non muta la sostanza del discorso, perché se, per il primo principio della termodinamica, con l’incenerirsi di un corpo e addirittura di tutto il nostro pianeta, la quantità totale di energia dell’universo non varia, tuttavia quel principio afferma semplicemente la conservazione dell’energia, ma non delle forme in cui di volta in volta l’energia si realizza.
Le forme – figure, aspetti, volumi, suoni, colori e ogni altra qualità dei corpi – tutto questo, anche per quel principio della fisica, non si conserva e diventa niente quando un corpo viene bruciato. La cenere (col calore, il fumo) è appunto la nuova forma in cui esiste l’energia contenuta nel corpo inceneritosi; ma la forma che lo costituiva e per la quale esso era, ad esempio, legna, e non un animale, questa forma, anche per la scienza, con l’incenerirsi del corpo diventa niente.
Così, dunque, parlano i mortali, descrivendo il fenomeno della morte, quale si presenta nell’incenerirsi di un corpo.
Ma – nonostante sembri quella del buon senso – è la voce della follia.
Quando si dice che qualcosa è divenuto niente, si intende forse affermare che esso, pur essendo diventato niente, continui tuttavia ad apparire? Ad esempio, che l’esser legna della legna trasformatasi in cenere sia diventato niente e che esso continui ciò nonostante ad apparire (cioè ad essere visibile, constatabile, così come lo era prima di diventar niente)?
Daccapo: forse che una cosa può diventar niente e tuttavia continuare a manifestarsi nel suo essere quella cosa che essa era?
“No” risponderanno tutti: ciò che si annienta scompare nella misura in cui si annienta. In questa misura, esso esce dal novero delle cose che appaiono.
(A mezza voce, alcuni riconosceranno anche questo: che nella memoria rimane sí la traccia della legna – che in questo senso continua ad apparire anche quando è diventata cenere –, ma questa traccia, proprio perché rimane, non è la legna che è diventata un niente. La legna è morta, la sua traccia è viva. Non ci può essere memoria dei morti, cioè degli annientati) Ma se il processo dell’annientarsi è inseparabilmente legato a quello dello scomparire – se cioè una cosa, annientandosi, esce, insieme, dal cerchio dell’apparire (ossia dal luogo luminoso in cui stanno tutte le cose che appaiono) – allora, per sapere che sorte è toccata a ciò che è uscito da quel cerchio, potremo forse rivolgerci alle cose che a tale cerchio appartengono? l’apparire di queste cose potrà forse informarci di ciò che è accaduto a quelle altre che non stanno più in loro compagnia?
Una analogia ci consente di chiarire il senso di questa domanda.
Quando il sole tramonta, esce dalla volta del cielo e scompare allo sguardo. Che ne è di esso? che sorte gli tocca quando, sprofondando nel mare o nella terra o dietro i monti, non è più visibile?
Queste domande ci lasciano oggi del tutto indifferenti, anche perché la teoria copernicana assicura che il moto del sole è apparente e che quindi il sole continua a esistere anche quando non è visibile.
Ma se volessimo rispondere a quella domanda unicamente sulla base di ciò che appare nella volta del cielo quando essa è stata abbandonata dal sole, che potremmo dire della sorte del sole resosi invisibile? Che potrebbe dirci, che potrebbe attestare l’apparire della notte, della luna, delle stelle e dei loro moti, intorno a ciò che è accaduto dell’astro che non abita più con loro la volta del cielo?
Nulla!
Abbandonata dal sole, la volta del cielo tace della sorte di esso, non attesta alcunché intorno a esso.
In senso rigoroso e al di fuori di ogni metafora, le pallide luci del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole.
Come il crepuscolo e gli astri notturni del cielo non mostrano quale sorte sia toccata al sole che li ha abbandonati, così la cenere e tutto ciò che appartiene al luogo in cui è avvenuto l’incenerirsi della legna tacciono e non attestano alcunché intorno alla sorte della legna che, se si è annientata, è dovuta anche scomparire, ha dovuto cioè abbandonare la volta dell’apparire abitata da tutte le cose che appaiono.
E come per conoscere la sorte del sole dopo il tramonto occorrono delle teorie, che interpretino ciò che appare e gli attribuiscano quindi proprietà che non appaiono, così per conoscere la sorte della legna, che incenerendosi è uscita dall’apparire, occorrono delle teorie, che interpretino il fenomeno dell’incenerirsi e dello scomparire e lo inseriscano in categorie che aggiungono, a ciò che appare, un senso che non è attinto da ciò che appare.
Di queste teorie è supremamente dominante, presso i mortali, quella che afferma che, incenerendosi, la legna è diventata niente.
Si tratta di una teoria, e non della descrizione di un fenomeno, perché se la legna, annientandosi, esce dall’apparire – se, diventata niente, essa non appare nemmeno più –, allora, che essa sia diventata niente non è qualcosa che possa essere attestato dall’apparire da cui la legna, incenerendosi, è uscita.
Non è il fenomeno dell’incenerirsi, non è l’apparire delle cose ad attestare che cosa abbia avuto in sorte la legna scomparendo: è la teoria suprema dei mortali che, interpretando l’incenerirsi della legna, afferma che essa è diventata niente, le dà in sorte il niente.
È questa suprema teoria a intendere il fenomeno della morte come annientamento. Ed è ancora essa a non riconoscersi come teoria e a presentare il proprio contenuto come qualcosa che appare, cioè come osservabile, constatabile, manifesto, cioè come fenomeno.
La legna sta bruciando. Dapprima appaiono i suoi contorni nella luce del fuoco; poi essi scompaiono e appare l’incandescenza delle braci; a sua volta, poi, questa incandescenza scompare e appare la cenere.
La legna spenta, la legna accesa, le braci, la cenere e il vento che la disperde si sono avvicendati nel cerchio luminoso dell’apparire. Al subentrare di ognuno di questi eventi, il precedente esce dall’apparire. Il cerchio dell’apparire non attesta che la legna si trasforma in cenere: appunto perché non attesta che la legna si annienta come legna. Per “trasformarsi”, o “diventare” cenere è infatti necessario che la legna si annienti come legna. Ma se l’annientamento della legna non appare, non può apparire nemmeno il suo “diventare” cenere.
All’interno di quel cerchio, la cenere non è la sorte toccata alla legna; essa non grida, ma tace la sorte della legna. In quel cerchio, la legna non diventa cenere, così come gli uomini non diventano polvere: la cenere è il successore della legna; la polvere dell’uomo. Ma l’annientamento di ciò che muore non appare.
Alle teorie resta dunque affidato il compito di stabilire a quale sorte va incontro ciò che esce dal cerchio delle cose che appaiono.
Questo risultato è decisivo.
Nei miei scritti si mostra – e ne hanno dato un cenno anche le pagine precedenti – che la follia essenziale si esprime nella persuasione che le cose escono e ritornano nel niente. Il mortale è appunto questa volontà che le cose siano un oscillare tra l’essere e il niente.
Al di fuori della follia essenziale, di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano, cioè è necessario affermare che tutte – dalle più umili e umbratili alle più nobili e grandi – tutte sono eterne. Tutte, e non solo un dio, privilegiato rispetto a esse.
Se questo discorso viene equivocato oltre un certo limite, si può allora pensare che il vero folle è chi questo discorso propone, giacché esso sembra smentito nel modo più perentorio dal divenire del mondo.
Ebbene, proprio questo si è qui incominciato a chiarire: che se il divenire del mondo è inteso come l’annientamento delle cose, allora il divenire non appare: l’apparire del mondo (l’“esperienza”) non smentisce il discorso affermante l’eternità del tutto; e dunque se in questa affermazione si volesse per forza trovare la follia, essa andrebbe cercata altrove che nella presunta contraddizione tra questa affermazione e ciò che resta attestato dall’apparire del mondo.
Intanto, se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto.
Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che la disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che, “nella valle ove fresca era la fonte / ed il giovane verde dei cespugli / giocava al fianco delle calme rocce / e l’etere tra i rami traluceva / e quando intorno i fiori traboccavano” (Hölderlin), hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.
Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dell’apparire, il destino della verità li ha già raggiunti e impedisce loro di diventare niente.
Appunto per questo essi – tutti – possono ritornare.

Tratto da “La strada” Emanuele Severino.

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