“L’Occidente è la pianura della fede” – Intervista a Emanuele Severino pubblicata su Il Mattino del 30/11/2015

Professor Emanuele Severino, Papa Francesco aprendo la Porta dell’Anno Santo della Misericordia, nel cuore dell’Africa, ha testualmente detto: “Lo faccio oggi, qui, in questa capitale spirituale del mondo”. E’ un’innovazione geopolitica del Papa, oppure il Papa ha volutamente spostato l’asse della geo-spiritualità del pontificato da Roma alle periferie del mondo?

“È un papato che ormai anche con questo gesto, nel cuore dell’Africa, certifica che l’Occidente non è più il fulcro della cristianità mondiale. È, invece, quella porzione del pianeta che continua a celebrare la morte di Dio e che si è trasformata in una grande pianura della fede, sia chiaro non quella religiosa, ma quella nella civiltà della tecnica”.

Perché, secondo lei, il Papa inaugura questa geo-spiritualità delle periferie?

“Il Papa capisce quel che i suoi predecessori o non hanno capito o hanno tenuto ai margini del loro magistero”.

Che cosa non hanno capito o hanno fatto finta di non capire i predecessori di Papa Francesco?

“Non hanno capito che il processo di abbandono della tradizione occidentale non rappresentava una moda transitoria ma era un effetto della crisi del pensiero filosofico come essenza della nostra epoca. C’è stata la distruzione delle posizioni filosofiche che hanno formato la tradizione europea”.

E quale idea è prevalsa?

“L’idea dell’intima debolezza di trovare riparo in una verità assoluta”.

È una crisi che coinvolge, inevitabilmente, anche il mondo cattolico?

“Il mondo cattolico non ha fatto i conti con il vero nemico dell’Occidente, che è il relativismo, non quello che ha voluto descrivere Eugenio Scalfari dopo il suo colloquio con Papa Francesco, cioè il relativismo come scostamento concettuale da ogni verità”.

Per lei invece come si configura il relativismo?

“Non è il relativismo ingenuo che nasce da uno scetticismo ingenuo, Il vero relativismo è nemico della tradizione perché tende a restare nascosto e si muove, come un fiume carsico, nel sottosuolo del nostro tempo. Il relativismo è sapere che esso non si limita a certificare la morte di Dio ma è capace di dimostrare l’ineluttabilità di questa morte. E questo pericolo non è solo la Chiesa cattolica a non vederlo. Perché nel sottosuolo filosofico c’è il conferimento alla tecnica del diritto di considerare tutto sotto il suo dominio”.

Allora Papa Francesco comprende questa civiltà occidentale che abbandona Dio e sposta altrove il fulcro della missione della cattolicità?

“Certo, lo ha percepito più dei suoi predecessori. D’altronde Cristianesimo e Islam, in questo momento storico, sono sulla stessa barricata di resistenza al tempo e alla storia. Rispetto all’esistenza di Dio, Cristianesimo e Islam stanno dalla stessa parte. Si comportano o con una resistenza adeguata, come può avvenire con la predicazione pacifica anche nei paesi dell’Islam, oppure con una resistenza inadeguata, come quella espressa dal fondamentalismo islamico. C’è al fondo della resistenza la volontà di tenere fermo quel Dio che l’Occidente sta abbandonando”.

E la resistenza di Papa Francesco come si sta mostrando?

“Anche con gesti estemporanei ma dimostrativi di un processo in atto secondo il quale il futuro del Cristianesimo non è più nei popoli occidentali, ma in America Latina, in Africa. La stessa Italia mostra un crescente distacco dalla fede cattolica, dove i cattolici forti sono come mosche bianche”.

Qual è la differenza di Papa Francesco con il suo predecessore Benedetto XVI?

“La dottrina non si è spostata di una virgola. È difficile rintracciare nei suoi predecessori una tale intensità di pensiero e di dottrina sul capitalismo che è una forma di produzione che deve rendere più efficace il profitto”.

Qual è l’intensità di pensiero di Papa Francesco sul capitalismo?

“È quando afferma che il dovere del capitalismo, e sottolinea la parola dovere, è il bene comune. Cioè il bene comune cristiano. Ma è come se dicesse, al tempo stesso, che il capitalismo deve morire, perché l’azione non è più tale senza lo scopo che la definisce. Cioè l’obiettivo del capitalismo è il profitto privato. Può sembrare esagerato ma sono le stesse parole del comunismo, sia pure espresse con tonalità diverse. E’ come se il papa dicesse: dobbiamo annientare il capitalismo”.

Quindi una novità contraddittoria?

“Certamente, come avviene anche sul terreno del rapporto tra democrazia e Chiesa”.

Un tema che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno più volte enunciato.

“La democrazia, secondo la Chiesa, non può esserci con la libertà senza la verità. Il principio della tutela della verità cristiana per la democrazia uccide la democrazia stessa. E su questo tema c’è un conflitto della Chiesa con il mondo occidentale. È un ulteriore motivo che induce la Chiesa a spostare il baricentro dall’occidente all’America Latina e all’Africa”.

Professor Severino, l’Occidente è stanco, sconfitto o in ginocchio?

“È stanco dei valori tradizionali della sua civiltà. È sconfitto quando tenta di tenersi in vita. Non è in ginocchio”.

Perché non è in ginocchio, nonostante la stanchezza che mostra e la sconfitta che registra?

“Non è in ginocchio perché trova potenza nelle forze del sottosuolo, come le ho definite nei miei scritti, che operano contro la distruzione del pensiero filosofico. Le faccio un esempio”.

Prego.

“Rispetto all’Isis, l’Occidente ha la capacità di eleminarlo in un attimo. È una forza tecnica, non una debolezza. Basterebbe una bomba atomica. Ma l’Occidente, con la forza della tecnica e la debolezza del suo pensiero evade dai suoi valori, può annientare i suoi nemici ma mai vincere la guerra. Perché la tecnica esula dalle forze reali che governano la polis e la politica, cioè i valori”.

Ma la Chiesa può essere l’ultima frontiera di resistenza al principio del progresso come adattamento, senza valori, alla tecnica?

“È tutta la tradizione umanistica dell’Occidente che potrebbe rappresentare la resistenza. Però, c’è la grandezza della tradizione filosofica dell’Occidente che viene emarginata. Ma una tecnica invasiva senza una regione che la sostenga, dove porta l’uomo? Né la scienza, né la religione, né altro possono sostenere la tecnica. È un compito che non spetta alle fedi, un concetto ben al di là delle credenze. È sempre stato compito della filosofia rispondere alle domande poste dalla ragione. Il limite dell’Occidente è stato quello di pensare che la filosofia fosse una bazzecola della storia dalla quale potersi liberare. La filosofia del nostro tempo ha mostrato l’impossibilità di ogni verità assoluta, di ogni Dio che pretenda di sottrarsi al divenire del mondo”.

In fondo, non le sembra che anche questo Papa tenti di cambiare il mondo?

“Certo, tenta di cambiare le cose, anche i costumi degli uomini. Ma non vorrei che perdesse di vista che il mondo evade dal passato dell’Occidente”.

Professore, il discorso di Cristo lo sfiora ancora?

“Quando morì il mio carissimo amico Piero Barcellona, filosofo marxista del novecento poi convertito al Cristianesimo, sottolineai le sue parole: “Solo il discorso di cristo si può opporre al nichilismo biologico dello scientismo che cerca di cancellare ogni specificità della condizione umana””.

La condizione umana che per il cristianesimo è cosa caduca.

“Sì, ma è come se uno dicesse che la fede di fondo di tutta la cultura occidentale è l’esser convinti che l’uomo e le cose del mondo sono polvere, cenere. La Chiesa condivide questa concezione di un esser uomo caduco, è una follia”

.Come si immagina il futuro?

“Andiamo verso una fede collettiva che è la più forte, quella della tecnica. Surclasserà tutte le altre fedi, fino a far apparire come lotte di retroguardia i conflitti che oggi occupano la scena del mondo”.I

Vasco Ursini: Francesco Berto, laureatosi a Venezia con una tesi su Emanuele Severino, attualmente tiene la Structural Chair of Metaphysics alla Universiteit van Amsterdam …

Francesco Berto, laureatosi a Venezia con una tesi su Emanuele Severino, attualmente tiene la Structural Chair of Metaphysics alla Universiteit van Amsterdam. In un’intervsista rilasciata a Carlo Crosato (MicroMega Il rasoio di Occam, 2015), in occasione della pubblicazione del volume intitolato Ontology e Metaontology: A Contemporary Guide, volume scritto a quattro mani con Matteo Plebani, egli ha cercato di fare il punto della situazione circa la famosa domanda aristotelica: “che cos’è l’essere?”Berto ha dichiarato che “La novità è che, mentre per qualche tempo si è avuta quasi esclusivamente una sola risposta dominante, ora ci sono diverse risposte in giro”. Vediamo.La risposta dominante “Era dovuta a persone come Frege, Quine o van Inwagen”; in particolare per Quine la nozione di essere è data dal quantificatore. Ma che cosa vuol dire “quantificatore”? “I quantificatori sono espressioni come “qualche” o “c’è””. Benissimo. Berto aggiunge che “Per Quine o van Inwagen, x è significa che qualcosa è x, ossia che c’è una cosa che è x. Niente di più e niente di meno”. In particolare, “qualche” o “c’è” possono significare una sola cosa”. Così anche “essere” deve significare una sola cosa: essere è univoco. E in questi ultimi anni come si è sviluppata la riflessione filosofica intorno al tema dell’essere? 1 “Jason Turner o Kris McDaniel, concordano sul fatto che la nozione di essere sia resa dal quantificatore, ma aggiungono che “qualche” può significare anche cose differenti. In «qualche italiano è adorabile», «qualche numero è primo», “qualche” significa cose diverse. E così, anche “essere” può avere diversi significati”.2 “Alcune persone, come Eli Hirsch, dicono che quando gli ontologi dissentono su ciò che c’è”, (esempio: io affermo che ci sono cose di un certo tipo e il mio interlocutore mi contraddice), “il loro disaccordo probabilmente è superficiale. Sembra che riguardi com’è il mondo, ma non è veramente così. Ciò che succede in un simile disaccordo è che essi intendono cose diverse con l’espressione “ci sono”, e sia A sia B hanno ragione una volta ammesso ciò che rispettivamente intendono” (esempio: io affermo che il “football” si gioca in undici contro undici e tu lo neghi, ma io intendo parlare di calcio mentre tu intendi parlare del football americano).3 “Altri, come Kit Fine e Jonathan Schaffer, affermano che ciò che davvero importa nella questione dell’essere non è cosa ci sia, ma cosa fonda cosa – cos’è più fondamentale e se qualche cosa sia assolutamente fondamentale. Questi sono chiamati grounding theorists, perché sono alla ricerca dei fondamenti ultimi della realtà. Alcuni di loro sono anche chiamati neo-aristotelici e sono chiamati così perché si avvicinano alla prospettiva aristotelica per cui, mentre l’essere ha molti sensi, uno è più importante di tutti gli altri: l’essere come ousìa o sostanza (prima). L’ousìa è il fondamento ultimo della realtà: se non ci fossero sostanze, dicono gli aristotelici, non ci sarebbe nulla. Cosa significa qui “fondamento”? I grounding theorists danno risposte molto raffinate”.4 “Altre persone (per esempio Alexius Meinong) ancora affermano che è falso che essere sia essere il valore di una variabile, dal momento che alcune cose semplicemente sono prive di essere: certe cose non esistono, come la mia sorella meramente possibile (in realtà non ho sorelle, ma naturalmente potrei averne avuta una), oppure Sherlock Holmes, oppure l’unicorno che ho sognato la scorsa notte. Alcune di queste cose, come un cerchio quadrato, non esistono e non potrebbero nemmeno esistere. La morale è: alcune cose sono prive di essere, e così è falso che “qualche” catturi la nozione di essere”.E Berto da che parte sta? “Io sono un meinonghiano”, afferma il professore di logica e metafisica presso la Universiteit van Amsterdam. E gira e rigira quella di Berto è la solita esterofilia: l’idea è che le sollecitazioni recenti più interessanti nel campo del pensiero non possono che provenire dall’estero, per fare bella figura bisogna citare nomi d’oltralpe. E l’Italia? non vale la pena di nominarla. Ovviamente uno cita chi vuole, ma, Berto, ripetiamolo, si è pur sempre laureato a Venezia con una tesi su Severino. Però la questione di fondo è un’altra: siamo in grado di comprendere che cosa sia l’essere se non volgiamo lo sguardo verso ciò che è assolutamente altro dall’essere? Nel corso dell’intervista Berto ha accuratamente evitato di accennare ad un tema capitale, il tema del nihil absolutum, ossia ciò che è assolutamente altro dall’essere (forse ne avrà parlato altrove in altre interviste oppure nelle sue opere). Certo, a proposito di Meinong, egli ha accennato a cose prive di essere, cose che non esistono come il cerchio quadrato, ma niente di più.I vari Jonathan Schaffer, i Kit Fine, ossia i grounding theorists, sono alla ricerca dei fondamenti ultimi della realtà? I grounding theorists danno risposte molto raffinate? Ma che ricerca stanno facendo, quali risultati daranno tali ricerche, di quali risposte raffinate stiamo parlando, se i grounding theorists si rifiutano di fare i conti con il nulla inteso come nihhil absolutum? Idem per i vari Alexius Meinong, i Jason Turner, i Kris McDaniel, e così via. Insomma, si tratta non di tirar dritto ma di prendere sul serio un passo di Ritornare a Parmenide, il passo in cui Severino afferma che il “il respiro del pensiero” è costituito dall’ “l’opposizione dell’essere e del nulla”.

Vasco Ursini, Significativi riconoscimenti espressi nei confronti di Emanuele Severino da Enrico Berti

Enrico Berti è professore emerito di storia della filosofia. Particolarmente interessato alla filosofia di Aristotele, ne ha intravisto le tracce nella metafisica, nell’etica e nella politica contemporanea, in particolar modo per i problemi della contraddizione e della dialettica. E’ autorevolmente dentro la dibattuta questione del rapporto tra scienza e filosofia che si incentra su una razionalità non rapportabile a quella metafisica ma piuttosto alla dialettica e alla retorica.Qui si vuole porre in evidenza i quarant’anni di discussione che Berti ha avuto con Emanuele Severino, dal convegno per assistenti universitari svoltosi all’Antonianum di Padova nel 1961 – cioè prima di ‘Ritornare a Parmenide, alla sua critica di questo rivoluzionario saggio, alla severiniana ‘Risposta ai critici’ e agli incontri avvenuti tra i due filosofi nei numerosi convegni cui hanno successivamente partecipato.E’ proprio in occasione di uno di questi convegni ed esattamente nel corso della ‘giornata’ in onore di Emanuele Severino svoltasi a Venezia nell’Auditorium di Santa Margherita il 24 gennaio 2001 che Enrico Berti espresse, nel suo intervento nella tavola rotonda prevista dal programma, questi significati riconoscimenti nei confronti di Emanuele Severino:”1. il merito di aver ridato vitalità alla grande problematica ontologica classica, quella che parla di essere e di non essere, di divenire e di apparire, d’identità e differenza, in un’epoca n cui questa problematica, a causa delle varie forme di scientismo, sociologismo e prassismo, sembrava eclissarsi (si può dire che Severino ha rilanciato quella che Aristotele chiamava la “filosofia prima”, facendola potentemente riemergere al di sopra delle varie “filosofie seconde”;2. la sua straordinaria forza argomentativa, fondata sulla valorizzazione del principio di non contraddizione e sulla riscoperta della riduzione alla contraddizione (élenchos) come forma fondamentale di argomentazione filosofica;3. La tematizzazione del sapere scientifico-tecnologico come caratteristica fondamentale del nostro tempo, e la critica al tendenziale nichilismo in esso contenuto;4. la sua chiarezza ed efficacia espositiva, quella chiarezza che Piero Martinetti giustamente considerava come “l’onestà del filosofo”, e un’efficacia di espressione che non disdegna il ricorso a immagini, spesso ricche di significato poetico;5. La fondamentale inattualità del suo pensiero e il suo sostanziale isolamento, malgrado l’esistenza di numerosi suoi allievi, tutti però – a quanto mi risulta – da lui almeno in parte dissenzienti. Queste ultime qualità non sono da considerarsi negative, perché l’inattualità è proprio ciò che rende originale, interessante e attraente il pensiero di Severino, e l’isolamento, oltre a testimoniare lo spirito di libertà che caratterizza la sua scuola, è paragonabile a quella che lo stesso Severino una volta chiamò “la regale solitudine” del principio di non contraddizione”

.(Cfr. Le parole dell’essere. Per Emanuele Severino, Bruno Mondadori, Milano 2005,pp. 75-76)

Martin Heidegger 1889 – 1976 Il significato della morte in Essere e Tempo Riflessioni sulle idee di Heidegger, di Claudio Simeoni

Martin Heidegger 1889 – 1976 Il significato della morte in Essere e Tempo Riflessioni sulle idee di Heidegger. Claudio Simeoni

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Martin Heidegger, il significato della morte in Essere e Tempo.

Cosa arcana e stupenda, Leopardi nel pensiero di Emanuele Severino. Un evento dell’Associazione di Studi Emanuele Severino e del Centro Teatrale Bresciano, sabato 28 novembre 2020

QUI IL COMUNICATO STAMPA IN VERSIONE WORD:

Brescia, mercoledì 25 novembre 2020

COMUNICATO STAMPA

Leopardi nel pensiero di Emanuele Severino.

Un evento dell’Associazione di Studi Emanuele Severino e

del Centro Teatrale Bresciano, con il patrocinio del Comune di Brescia, che riflette attorno alla lettura dell’operetta morale Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie

e di alcuni passi del saggio Cosa Arcana e stupenda

di Emanuele Severino.

Online gratuitamente sabato 28 novembre dalle ore 11 e sempre visibile in seguito, sul canale YouTube del CTB

Cosa arcana e stupenda.Leopardi nel pensiero di Severino è il titolo dell’evento promosso grazie alla collaborazione tra l’Associazione di Studi Emanuele Severino (ASES*) e il Centro Teatrale Bresciano, iniziativa che gode del patrocinio del Comune di Brescia.

Sabato 28 novembre, a partire dalle ore 11 e sempre visibile in seguito, l’iniziativa sarà trasmessa gratuitamente sul canale YouTube del Centro Teatrale Bresciano (una scelta obbligata a seguito delle restrizioni decise per far fronte all’emergenza Covid-19).

È la seconda volta che ASES* e CTB danno vita a un evento condiviso. Il primo esito di questa sinergia fu nel 2019, in occasione del 90esimo compleanno di Emanuele Severino, con la messa in scena, presso il Teatro Sociale di Brescia, di letture tratte da l’Orestea di Eschilo nella traduzione dello stesso Severino. Tra gli interpreti dell’intensa lettura del capolavoro eschileo si ricordano Ottavia Piccolo, Graziano Piazza, Federica Fracassi, Fausto Cabra, diretti da Andrea Chiodi.

Ora la rappresentazione dell’operetta morale di Giacomo Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, ampiamente commentata da Severino nel suo libro Cosa arcana e stupenda (Rizzoli).

L’iniziativa era stata discussa con il Professore Severino che aveva accolto con favore l’idea di una lettura dell’opera, come naturale collegamento con la rappresentazione dell’Orestea di Eschilo dello scorso anno e con la sua riflessione filosofica in relazione ai due grandi pensatori.

L’iniziativa vedrà i saluti di Paolo Barbieri di ASES, del Sindaco di Brescia Emilio Del Bono, di Gian Mario Bandera, Direttore del Centro Teatrale Bresciano, cui seguirà l’intervento di Massimo Donà, Professore di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

Le letture del Dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie di Giacomo Leopardi e di alcuni passi del saggio Cosa Arcana e stupenda di Emanuele Severino sono a cura di Fausto Cabra e affidati alla bravura dello stesso Cabra, Alfonso De Vreese, Silvia Quarantini, Alessandro Quattro.

Informazioni per la stampa:

Veronica Verzeletti
Ufficio Stampa

Centro Teatrale Bresciano

stampa@centroteatralebresciano.it

In questo sintetico prospetto del pensiero di Emanuele Severino ho inteso tracciare le sole linee essenziali di un discorso filosofico …, di Giulio Goggi – in Emanuele Severino – Sito ufficiale

Il pensiero filosofico di Emanuele Severino

In questo sintetico prospetto del pensiero di Emanuele Severino ho inteso tracciare le sole linee essenziali di un discorso filosofico che si mostra fondamentalmente compatto: al suo centro sta la questione della verità dell’essere e al centro di questo centro sta la tesi dell’eternità dell’essente in quanto essente, e quindi di ogni essente, che è implicata dalla struttura originaria della verità. Giulio Goggi

per leggere l’intero testo vai a:

Il pensiero filosofico di Emanuele Severino – Emanuele Severino – Sito ufficiale

La Necessità: Tutto ciò che accade deve accadere …, Emanuele Severino, Destino della necessità. Adelphi, Milano 1999, p. 98

La Necessità: Tutto ciò che accade deve accadere “L’ente che accade [ … ] e il suo accadimento è un eterno: quindi è necessario che l’ente accada. Nemmeno la sintesi tra l’ente che accade e il suo accadere può non essere (ossia essere niente). Ma affermando che l’ente che entra nell’apparire sarebbe potuto non entrarvi (o che sarebbe potuto apparire l’ente che non è apparso) – affermando cioè la “contingenza dell’apparire” -, si afferma che l’ente che accade sarebbe potuto non accadere, cioè si nega la necessità dell’accadere. In questo modo il non essere (cioè la nientità) dell’accadere dell’ente viene posto come una possibilità. L’impossibilità viene ritenuta possibile”.(Emanuele Severino, Destino della necessità. Adelphi, Milano 1999, p. 98).