l’intera scala infinita appare già da sempre in ognuno di noi. Il nostro esser Io del destino è il mostrarsi di questa scala – la scala del destino della verità … , Emanuele Severino

«[…] il passo innanzi è possibile perché si appoggia al primo passo; ma non come nell’andatura dove ogni passo sembra anche cancellare quello precedente, ma […] come in una scala, dove i gradini più bassi rimangono sebbene ci siano quelli più alti, e li sostengono; anche se, stando su quelli più alti, si può vedere qualcosa che non si riusciva a vedere rimanendo su quelli più bassi. I gradini della scala sono infiniti. Il linguaggio non potrà mai percorrerli tutti. Ma l’intera scala infinita appare già da sempre in ognuno di noi. Il nostro esser Io del destino è il mostrarsi di questa scala – la scala del destino della verità»

Ritornare a parmenide

L’indifferenza del rimosso al tempo corrisponde a una delle caratteristiche fondamentali dell’inconscio, l’atemporalità. …, da Gabriele Pulli, L’inconscio come essere e come nulla. Saggio su Freud e Matteo Blanco, Liguori Editore, Napoli 1997, pp. 3-4

Ho costantemente l’impressione che da questo fatto accertato al di là di ogni dubbio dell’inalterabilità del rimosso ad opera del tempo, noi abbiamo tratto troppo poco profitto per la nostra teoria. Eppure qui sembra aprirsi un varco capace di farci accedere alle massime profondità. Purtroppo nemmeno io sono andato avanti su questo punto“.
(S. Freud, Opere di S, Freud (OSF), Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 186)

In questo passo del 1932 – non lontano dal termine del percorso del suo pensiero – Freud sembra quasi voler lasciare in eredità il compito di una riflessione sull’ “inalterabilità del rimosso”, cioè del contenuto dell’inconscio, “ad opera del tempo”, affidando ad essa la possibilità di nuove, essenziali, acquisizioni: di scoperte capaci di “farci accedere alle massime profondità”.
L’indifferenza del rimosso al tempo corrisponde a una delle caratteristiche fondamentali dell’inconscio, l’atemporalità. Ma l’indicazione di Freud si può estendere senz’altro alle altre caratteristiche dell’inconscio e, infine, alla nozione stessa di inconscio: si può dire senz’altro che l’esigenza che egli pone è, semplicemente, quella di una riflessione sull’inconscio.
E’ come se, facendo un bilancio della sua opera, egli dicesse: l’inconscio (nel suo senso psicoanalitico) è stato scoperto, ora si tratta di riflettere su questa scoperta, per giungere a nuove scoperte, ora si tratta di ‘pensarlo’.
Tra coloro che che hanno percorso la strada aperta da Freud, Ignacio Matte Blanco è stato quello che si è posto in maniera più esplicita il problema di raccogliere questo aspetto della sua eredità, quello che ha cercato con più intensità, di ‘pensare’, di cogliere, la realtà dell’inconscio, che ha sentito con un’intensità estrema: come una cosa “meravigliosa” e, insieme, “misteriosa”.
E il suo testo fondamentale, ‘L’inconscio come insiemi infiniti’ è soprattutto un’opera radicalmente aperta, attraversata da questa tensione a pensare la scoperta dell’inconscio nella forma di un problema irrisolto: un’opera che autorizza, se non esige, un ripensamento oltre se stessa”.

Emanuele Severino, Tecnica, padrona delle superpotenze, in Corriere della Sera 16 febbraio 2017

Il dibattito sui limiti dello sviluppo resta nel quadro del capitalismo e non considera il contesto storico-culturale

Due interpretazioni del mondo si sono contrapposte negli ultimi decenni. Una sostiene che la produzione industriale sta distruggendo la Terra e che procedendo di questo passo la catastrofe non è lontana; l’altra lo nega in base alla convinzione che le energie alternative saranno in grado di sventare questa minaccia. La prima rivendica il carattere scientifico della propria diagnosi; l’altra lo nega. D’altra parte l’atto di nascita della prima è il celebre rapporto I limiti dello sviluppo (1972), commissionato dal Club di Roma al Massachusetts Institute of Technology (Mit), ossia a uno dei maggiori centri di ricerca tecno-scientifica. (Gli autori ebbero in seguito a rivedere i loro risultati, ma la sostanza del rapporto è rimasta la stessa. Lo si è constatato nei successivi aggiornamenti. Tra gli ultimi, 2052: scenari globali per i prossimi quarant’anni, 2013, e il nuovo rapporto 2013 Il pianeta saccheggiato di Ugo Bardi). Queste due contrapposte interpretazioni hanno tuttavia in comune alcuni tratti di grande rilievo. Ne indico due.

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Sorgente: Corriere della Sera

“L’essere è immutabile non in quanto universale, ma in quanto essere … ” citazione da Studi Severiniani

“L’essere è immutabile non in quanto universale, ma in quanto essere, e pertanto è immutabile ogni aspetto dell’essere, la più irripetibile individualità non meno dell’universale”,

che può diventare quest’altra frase:

“Tutto ciò che è o esiste, è immutabile non in quanto universale, ma in quanto consiste nella propria identità, ovvero permane identico a se stesso, e pertanto è immutabile ogni aspetto di ciò che è o esiste, la più irripetibile individualità non meno dell’universale”

Sorgente: Studi Severiniani – Home

PERCHE’ NON SIAMO FIGLI DEL NULLA. Il timore della morte ci accompagna. Ma ogni cosa viene da qualcosa, di Emanuele Severino (in Corriere della Sera/Cultura, 9 aprile 2014)

Il dibattito. La scienza si affanna a investigare il senso del Tutto. Eppure è la filosofia che può rispondere all’interrogativo ultimo.
PERCHE’ NON SIAMO FIGLI DEL NULLA
Il timore della morte ci accompagna. Ma ogni cosa viene da qualcosa
di Emanuele Severino (Corriere della Sera, 9 aprile 2014, p. Cultura)

In ambito scientifico cresce l’insofferenza per la filosofia. Vi sono buone ragioni. Quanto vi è oggi di decisivo nel pensiero filosofico, infatti, tende a rimanere sullo sfondo. Accade anche, però, che insieme all’insofferenza cresca anche, nella scienza, l’interesse per i problemi che sono sempre stati propri del pensiero filosofico. Relativamente ai quali essa crede di poter andare molto più a fondo.Ad esempio. la scienza si propone di giungere finalmente a una “teoria del Tutto”. Connesso alla quale è il problema del nulla. Il Tutto è infatti la regione al di là della quale resta, appunto, nulla. E’ recente l’accesa discussione, suscitata in ambito scientifico e filosofico all’estero ma anche in Italia, del libro del fisico statunitense Lawrence Krauss ‘Un universo dal nulla’. Perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla? Krauss sostiene che il concetto di nulla è scientifico e non filosofico. Ma questo importa poco:il problema resta, qualunque nome gli si voglia dare: Tutt’al più si potrà dire che Krauss non conosce la filosofia e la sua storia (ma lo si può dire anche di certi filosofi, non pochi, del nostro tempo).
Il problema è presente in ogni ambito della scienza e della cultura. E innanzitutto nella vita dell’uomo. Egli è desiderio della vita e timore della morte. In che rapporto sta la morte col nulla? La morte è l’annullamento di ogni nostra esperienza? Per vivere occorre cibo e riparo. Per ottenerli si sono sperimentate diverse tecniche e forme economiche.Il capitalismo è divenuta quella dominante. L’economista Joseph Schumpeter ha definito il capitalismo “distruzione creatrice” (Crea nuovi mezzi di produzione, quindi nuovi rapporti sociali, e distrugge i vecchi. Ma poi ogni tecnica è distruzione creatrice).E in che rapporto stanno la “distruzione” e la “creazione” col nulla? Hanno senso queste parole se non si pensa il nulla?
Ancora. Per le religioni monoteistiche, le “religioni del libro”, il mondo è creato dal nulla – ex nihilo, dice la teologia cristiana. […] Da gran tempo la matematica ha introdotto lo zero tra i numeri. Lo zero è una forma di assenza. I Greci lo chiamavano “nulla” (oudén). Come è una forma di assenza l’ “insieme vuoto”. Zero e insieme vuoto sono i modi più visibili in cui le matematiche pensano il nulla. E l’arte! Dove l’aspetto minaccioso e insieme ineliminabile del nulla e del “silenzio nudo” si mostra nel modo più vivido. Non solo nella poesia e nella narrativa, ma anche nelle arti figurative la precarietà dell’esistenza e della sue forme positive, desiderabili, sta al centro. E l’intreccio del suono e del silenzio – della vita e della morte – è il fondamento stesso della musica. […]
Ma chiediamoci (una domanda che faccio da gran tempo): ammesso che una casa sia costruita col materiale di costruzione, col progetto dell’architetto e il lavoro degli operai, – tutte cose che esistono già prima della casa -, questo vuol forse dire che tutto ciò che la casa ora è preesisteva alla sua costruzione? NO! altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di costruirla.
C’è dunque un residuo che prima della costruzione della casa non esisteva ancora. E che significa questo suo non essere ancora? Diciamolo: questo residuo era nulla. Non in qualche senso nulla e in qualche altro no, ma era assolutamente nulla. Se le particelle provengono da stati senza particelle – ossia da qualcosa -, ciò non significa che tutto ciò che le costituisce esisteva già, prima della loro esistenza; quindi c’è un residuo che prima che esse incominciassero ad esistere era nulla, assolutamente nulla. Che le cose vengano da qualcosa e che, insieme, vengano dal loro nulla non sono dunque affermazioni incompatibili, ma l’una implica l’altra. […]
Ma una volta detto che l’uomo continua a pensare il nulla e a parlarne, il problema del nulla si presenta in tutta la sua potenza. Il nulla è la fonte dell’angoscia più profonda dell’uomo. Tuttavia, […] proprio perché pensiamo il nulla e ne parliamo, proprio per quersto il nulla ci sta dinanzi e ci dà da fare, così potente da esser la fonte della nostra angoscia. Accade cioè che il nulla sia qualcosa. Ciò che non è un “qualcosa” è “qualcosa”. E poiché ovunque noi abbiamo a che fare col nulla, ovunque noi ci troviamo nell’oscurità più profonda – giacché la piùprofonda radice di ogni oscurità è credere, appunto, che il nulla, l’assolutamente nulla, sia qualcosa, e vivere conformemente a questa convinzione. […].
Nell’oscurità, che senso possono avere la salvezza, la felicità, il piacere? Infatti, anche se non vogliamo riconoscerlo, noi, in fondo – un fondo che spesso si lascia vedere – siamo sempre scontenti di ciò che siamo ed abbiamo.
Ma non è questa l’ultima parola.
L’assurdo non ha partita vinta. Bisogna, però sapersela giocare. La si gioca male quando, ad esempio, si crede di vincerla decidendo che la parola “nulla” è assolutamente priva di senso. Qui si gioca male, perché l’espressione “ciò che è assolutamente privo di senso” è un sinonimo della parola “nulla”. Gettato dall finestra, il nulla rientra dalla porta. […] A qauesto tema si è riferirto anche lo storico della psicologia Gabriele Pulli, nel suo libro ‘Freud e Severino’, (Moretti e Vitali editori). In queste pagine interessanti il discorso sul nulla si allarga e si unisce alla tesi, sostenuta da Pulli, del carattere complementare degli scritti di Freud e dei miei. Anche in questo caso c’è da discutere.
Comunque è inevitabile che, qui, il mio discorso sul nulla rimanga in sospeso, e forse fin troppo pericolosamente in sospeso. Si tratta di scorgere il senso autentico dell’ambiguità del nulla. Giacché soprattutto di esso è necessario dire: ‘Nec tecum, nec sine te’ “.

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IL PENSIERO IN ATTO, citazione da:  G. Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, p. 82, a cura di Vasco Ursini

IL PENSIERO IN ATTO

Affinché si possa conoscere l’essenza dell’attività trascendentale dello spirito, bisogna non considerare mai questo, che è spettatore, dal di fuori; non bisogna proporselo mai, esso stesso, come oggetto della nostra esperienza; esso stesso, spettacolo. La coscienza, in quanto oggetto di coscienza, non è più coscienza; convertita in oggetto appercepito, l’appercezione originaria cessa di essere appercezione: non è più soggetto, ma oggetto: non è più Io, ma non-io. Questo appunto l’errore di Berkeley: di qui la sua incapacità a risolvere il problema. Il suo idealismo perciò è ‘empirico’.
Il punto di vista trascendentale è quello che si coglie nella realtà del nostro pensiero quando il pensiero si consideri non come atto compiuto, ma, per così dire, quasi ‘atto in atto’. Atto, che non si può assolutamente trascendere, poiché esso è la nostra stessa soggettività, cioè noi stessi; atto, che non si potrà mai e in nessun modo oggettivare. il punto di vista nuovo, infatti, a cui conviene collocarsi, è questo dell’ ‘attualità’ dell’Io, per cui non è possibile mai che si concepisca l’Io come oggetto di se medesimo. Ogni tentativo che si faccia, si può avvertirlo sin da ora, di oggettivare l’Io, il pensare, l’attività nostra interiore, in cui consiste la nostra spiritualità, è un tentativo destinato a fallire, che lascerà sempre fuori di sé quello appunto che vorrà contenere; poiché nel definire come oggetto determinato di un nostro pensiero la nostra stessa attività pensante, dobbiamo sempre ricordare che la definizione è resa possibile dal rimanere la nostra attività pensante, non come oggetto, ma come soggetto della nostra stessa definizione, in qualunque modo noi si concepisca questo concetto della nostra attività pensante. La vera attività pensante non è quella che definiamo, ma lo stesso pensiero che definisce.
(G. Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, p. 82).

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Sigmund Freud e Emanuele Severino sul tema tema della a-temporalità dell’inconscio (Da: Gabriele Pulli, Freud e Severino, Moretti e Vitali editori, 2009, pp. 33-37)

 

Abbiamo visto come il tema della a-temporalità dell’inconscio venga compendiato da Freud nel ’32 in termini essenzialmente interrogativi. Questo tema può allora essere approfondito e sviluppato in diversi modi, in qualsiasi modo che appaia in grado di gettare un po’ di luce nell’oscurità, di favorire l’aprirsi del varco di cui Freud parla. In particolare, “l’esatta valutazione filosofica” che Freud auspica può essere realizzata attraverso il confronto fra la sua trattazione e una riflessione filosofica sul tempo e sull’assenza del tempo, sul tempo e sull’eternità. Ora, la riflessione del filosofo italiano Emanuele Severino sembra prestarsi particolarmente a tale scopo: sembra inserirsi immediatamente e naturalmente nel contesto del problema individuato da Freud.
In un passo del fondamentale saggio ‘Ritornare a Parmenide’, che confluisce nel libro del 1971 ‘Essenza del nichilismo’, Severino afferma: “ci si deve mettere in cammino – un cammino che oggi non è ancora finito – per andare alla ‘ricerca’ di quell’essere che sia fuori del tempo“. Freud ritiene che la riflessione sull’essere fuori del tempo del sistema inconscio possa aprire “un varco capace di farci accedere alle massime profondità” e che l’assenza da parte dell’Es di qualsiasi “riconoscimento di uno scorrere temporale” sia una “cosa notevolissima che attende un’esatta valutazione filosofica”. Severino – che è appunto un filosofo – si mette alla “ricerca di quell’essere che sia fuori del tempo”.
In verità, Severino ha preso le distanze dalla concezione freudiana. Al tempo stesso, tuttavia, ha riconosciuto il sussistere di una affinità con la propria concezione.
Nel libro del 1980 ‘Destino della necessità’, si è posto esplicitamente il problema del rapporto fra il proprio pensiero e il tema freudiano della a-temporalità dell’inconscio. In particolare, ha preso in considerazione un brano del 1929, del primo capitolo del celebre ‘Disagio della civiltà’.
In questo brano, Freud si sofferma sulla “conservazione del primitivo nel campo psichico […] accanto alle trasformazioni che ne sono conseguite”. Ora, a proposito di questo passo, Severino osserva: “Questa ipotesi della conservazione del passato psichico e della sua coesistenza alle formazioni psichiche successive si muove interamente nell’ambito del nichilismo” (Destino della necessità, p. 168).

Severino dunque riconduce l’idea freudiana della “conservazione del primitivo” all’ambito del nichilismo. Laddove la sua “ricerca di quell’essere che è fuori del tempo” è l’ambizione a fuoriuscire dall’ambito del nichilismo. In questo passo, cioè, Severino prende le distanze dal modo in cui Freud intende la conservazione del primitivo, dunque l’a-temporalità dell’inconscio, lasciando intendere che l’essere fuori del tempo di cui è alla ricerca sia qualcosa di diverso dall’essere fuori del tempo dell’inconscio freudiano: il primo costituisce un superamento del nichilismo, il secondo “si muove interamente” nel suo ambito.
Ciononostante, poco oltre, soggiunge: “Tuttavia, l’esempio cui Freud ricorre in queste pagine per chiarire il concetto della conservazione del passato psichico ha i requisiti per evocare una dimensione del tutto impensabile dal punto di vista del nichilismo e quindi del nichilismo freudiano” (Destino della necessità, p. 169). L’idea freudiana dell’a-temporalità dell’inconscio viene definita come sostanzialmente nichilista, ma in essa viene riconosciuto qualcosa che si spinge al di là del nichilismo. Tale elemento al di là del nichilismo viene individuato nell’esempio a cui Freud ricorre per esprimerla. Si tratta della città di Roma, a proposito della quale Freud avanza “l’ipotesi fantastica” secondo cui “nulla di ciò che un tempo ha acquistato esistenza è scomparso”. Nel caso di Roma, “ciò significherebbe […] che sul Palatino i palazzi dei Cesari e il ‘Septizonium’ di Settimio Severo si ergerebbero ancora nella loro antica imponenza, che Castel Sant’Angelo porterebbe ancora sulla sua sommità le belle statue di cui fu adorno fino all’assedio dei Goti, e così via”.
Ciò che Severino apprezza di tale esempio è l’idea che nulla del passato venga distrutto. Mentre ciò che lo porta a considerare il concetto freudiano di a-temporalità come inserito “interamente nell’ambito del nichilismo” è il fatto che Freud ricorra a questo esempio soltanto per dare un’idea della vita psichica, non per definire la realtà ‘tout court’ : “A Freud questo esempio serve solamente per chiarire quanto avviene nella ‘vita psichica’: come tale essa è una ‘fantasia’ che conduce all’inimmaginabile anzi all’assurdo” (Destino della necessità, p. 170). Laddove “Al di fuori del nichilismo […] la verità dice che ‘ogni’ ente è eterno” (Ibidem).
In sostanza, per Severino non soltanto la sfera psichica è a-temporale e tratta la realtà come a-temporale ma la realtà stessa, tutta la realtà, è a-temporale. E finché non si riconosce l’a-temporalità di tutta la realtà, non si fuoriesce dalla prospettiva nichilista. Freud considera l’a-temporalità dell’inconscio una fantasia, non un’interpretazione veritiera della realtà. E’ questo ciò che Severino gli rimprovera, l’obiezione che gli fa.
Ora, in tale obiezione è implicita comunque una corrispondenza fra il pensiero di Severino e il concetto freudiano di a-temporalità dell’inconscio; Severino non contesta tale concetto in se stesso, contesta a Freud di non averlo preso sufficientemente sul serio: Considerata in se stessa – indipendentemente dal suo esser ritenuta non veritiera – l’a-temporalità dell’inconscio appare come un’esemplificazione della forma del pensiero che Severino auspica, come qualcosa che “pensa” nello stesso modo che Severino mira a promuovere.
(Il brano è tratto da: Gabriele Pulli, Freud e Severino, Moretti e Vitali, Bergamo 2009).

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