Alessandro ha letto il mio saggio: Vasco Ursini, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, BookSprint Edizioni, 2013

Alessandro ha letto il mio saggio: Vasco Ursini, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, BookSprint Edizioni, 2013

Ho terminato il suo stupendissimo libro-compendio filosofico. Le cose da dire sarebbero talmente tante e talmente difficile per me da esprimere che è molto meglio mi astenga del tutto, tranne dal dirle la mia gratitudine per alcuni fatti certi: è la prima panoramica esaustiva della filolosofia contemporanea ‘onesta’, nel senso che mostra tutto ciò che c’è da sapere in modo semplice (perciò il più chiaro ed essenziale) e non tergiversa mai sui punti nodali, anche quando dichiara la posizione del “forse” oppure il propendere per una versione maggiormente che per un’altra. Sul pensiero di Severino si à scritto relativamente tanto ma quasi mai permettendo una parafrasi degli aspetti più ostici senza tradirli. Prima di lei, a mio personale parere, solo Vero Tarca si era cimentato in questo compito esemplificativo ma non riduttivo. Soprattutto credo che molte persone si riconosceranno in aspetti laceranti di questa diatriba interiore, su cui non riescono mai del tutto a trarsi fuori con sicurezza definitiva, a quanto pare neppure la persona (io empirico) di Severino ci riuscì del tutto. Quindi saremo assolti! Avendola letta più con calma ho potuto apprezzare quella stessa immediatezza antimanieristica di presentare il pensiero del Maestro e dell’altro maestro Heidegger, che avevo colto nella sua relazione. E’ mia convinzione che questo approccio alla materia permetta di espandere grandemente la diffusione nelle generazioni successive alla sua, come lo sono io, e quella che viene dopo la mia, della immensa ricchezza di pensiero insito nel Discorso sul Destino. Sarà un ponte formidabile che eviterà tra l’altro alle correnti neo(realistico-positivistico-materialistiche-postmoderniste) di liquidare quella teoresi a prezzo ribassato. Costituirà il suo scritto un ostacolo al giudizio approssimativo che spesso si dà nell’accostare Severino poco più cha a un trombone arzigogolante postcattolico e neoscolastico postmetafisico. Senza dirle nulla di personale in merito al mio modo di aver accolto in me (almeno in parte) la Verità del Destino, e restando in superficie della questione ultima, porto un enorme rammarico rispetto al vuoto speculativo (serio però) che si è prodotto anche per volontà di Severino stesso, sulle comparazioni in senso radicale col pensiero del misticismo orientale ed iniziatico in genere. So cosa ne ha detto Lui, ma è l’unica cosa che per me resta da compiere per la vera comprensione sul Destino è andare a cercare le coincidenze e le divergenze in modo approfondito non tanto e non solo con il monumentale Sapere pratico teorico di alcune di quelle metafisiche-nonmetafiche, ma soprattuto con l’esperienza diretta testimoniata da migliaia di anni di esseri umani che hanno attraversato stati coscienziali quasi identici a quelli indicati in quelle Scritture, testimoniandoli come ricorrenti e progressivi in un ordine invariato, e che – mio modesto parere – solo e proprio negli Scritti di Severino trovano la spiegazione più completa e corrispondete, ancor più che nelle loro stesse scritture. Tale convergenza de facto, seppur respinta per ragioni note sul piano teoeretico, è l’anello mancante vero per trasformare quel “forse” in un sì. Per portarsi fuori dal Nichilismo non solo in senso filosofico ma esistenziale, per sentire che lo sdoppiamento io-Io non è tale come appare. Che siamo già quell’eterno apparire degli eterni, ma in modo consapevole possiamo esserlo. Posso solo dirle che il suo libro mi ha finito di convincere proprio su questo tema, che ancora non riuscivo a rappresentarmi in modo chiaro nel senso di escludere ed emendare le interferenze depistanti. A me la verità del Destino non mi è giunta tramite studio dei testi, nei testi ho trovato la spiegazione di esperienze avute in stati non ordinari di Coscienza, o intuizioni sconvolgenti in momenti di estremo dolore, e solo poi dopo molti anni e tanto frequentare il sapere orientale e le sue pratiche, ho trovato che il Destino era l’unica descrizione appropriata e coerente di quelle stesse percezioni divenute stabili modi di fruire il senso della cosiddetta esistenza. Scusi la lungaggine ma volevo almeno darle un paio di motivi per farle sentire quanto e perchè ho così apprezzato questa lettura. Buon lavoro, in attesa di altre sue meditazioni pubbliche.
Alessandro
La suddetta recensione è dell’amico Alessandro Rossi che recentemente, dopo aver letto con grande attenzione e forte interesse il mio saggio, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, ha voluto manifestarmi tutto ciò che ne ha ricavato in termini di acquisizione e/o problematizzazione delle questioni filosofiche in esso affrontate”. Non nascondo il piacere e la gratitudine che questa sua robusta recensione mi procura.
Anzi ho deciso di trasferirla nel mio blog.
Vasco Ursini

Luciano Tomagè, I DUE SGUARDI DI GIANO

I DUE SGUARDI DI GIANO
L’antico dio romano Giano “bifronte” volgeva lo sguardo in avanti e all’ indietro, cioè verso il futuro e verso il passato. Nelle sapienze che nutrono la storia del mortale in questa landa desolata che è l’ Occidente, l’ immagine del dio Giano esprime un valore simbolico di grande pregnanza ontologica, poichè il passato e il futuro rappresentano gli estremi punti di contatto con le cose che oscillano tra l’ essere e il nulla rispetto al presente. In altre parole, la testa bifronte di Giano è il simbolo del tempo e della dominazione sul tempo che lo sguardo divino, lo sguardo dell’ eterno, intende esercitare.
La forma alienata della verità prende corpo nelle sapienze dei mortali che abitano il tempo e che percorrono (inconsapevolmente) il sentiero della notte alla ricerca di un farmaco per la loro malattia terminale. Giano è un rimedio simbolico per la ferita originaria insaputa, quella della verità. E lo sguardo in avanti e all’ indietro del dio Giano è la testimonianza simbolica di una fede essenziale che costituisce il mortale, la fede nella capacità di dominare l’ oscillazione delle cose tra l’ essere e il nulla, cioè il divenire altro di tutte le cose del mondo, se ci si identifica allo sguardo dell’ eterno, allo sguardo divino. La felicità, per il mortale che vive lungo i millenni, consiste nel premio di questa virtù fondamentale: il sapere assoluto, sciolto dalle catene del divenire.
Fino a due secoli fa, la filosofia è stata la pratica di questa virtù, meglio: ha inteso esserlo. Allora concludiamo sul significato dell’ immagine bifronte del dio, dicendo che:
se il suo senso simbolico testimonia della Follia del mortale che ha fede nel dominio metafisico sul tempo e che questa fede è possibile solo sul fondamento di una fede più originaria che è quella nel divenire altro delle cose, allora l’ immagine bifronte del dio Giano si offre anche ad un’ altra interpretazione che non soggiace alla persuasione dei mortali ma che indica la direzione dell’ altro sguardo, dell’ altra fronte del dio, la direzione del destino che siamo veramente. Non del tempo in cui abitiamo come mortali, che è appunto il tempo del nulla essenziale che lo costituisce all’ interno della sua Volontà, della sua fede.
L’ ALTRO VOLTO del dio Giano è una traccia che il destino lascia sul corpo martoriato della Terra isolata, un segno che traccia il solco dove piantare il seme della verità. L’ altro sguardo di Giano è opposto al suo opposto, è altro dal suo altro, è lo sguardo che vede l’ apparire dell’ apparire dell’apparire della verità. Una traccia del destino che ci indica in quale misura la dolorosa lacerazione nel petto del mortale si consuma: si, perchè il “mortale” è una forma essenziale dell’ alienazione nichilistica della verità ma vive insieme all’ altro sguardo, quello dell’ apparire del destino. Di più: il mortale appare SOLO alla luce della Verità del destino, che ne rappresenta il fondamento incontrovertibile della sua smentita.
Uno sguardo nega l’ altro, ecco. Gli sguardi opposti sono uniti nell’ apparire della verità, che siamo noi. All’ interno di questo orizzonte si colloca il nulla del divenire altro che appare all’ altro sguardo e che, nella testa dei mortali occupa l’ intero spazio della prospettiva.
Così va il destino, ha bisogno dell’ errore per confermare la sua verità e la necessità che il suo contenuto sia necessario, non contingente! Contingente, libero, precario, transeunte, è invece tutto ciò che appare all’ altro sguardo, quello del mortale che portiamo dentro ineliminabilmente. INELIMINABILMENTE.

daAmici di Emanuele Severino | Facebook

Severino una volta disse che era in attesa di un tipo di arte dove si potesse scorgere la differenza tra l’arte che sa della propria follia e quella che non lo sa … post di Riccardo Messina

Severino una volta disse che era in attesa di un tipo di arte dove si potesse scorgere la differenza tra l’arte che sa della propria follia e quella che non lo sa.
Non so se prima di morire fosse riuscito a vederla… io da artista, nel mio piccolo e con molta umiltà, penso che l’Arte ha sempre saputo della sua propria follia, e che è proprio questa sua consapevolezza a renderla ció che essa è, un’elogio alla mortalità che porta con se anche delle tracce dell’eternità dell’ente e della verità del Destino.
Quello sforzo enorme ed assurdo del mortale, che cerca con il suo ingegno e con la tecnica, di cogliere l’eternità di un “frame” dell’apparire, in tutta la sua bellezza o mostrosuità o astrattezza.
In questo sforzo Infinito dell’artista, peró, che non arriva mai a compiersi del tutto, c’è sempre un margine di miglioramento, un tendere infinitamente all’auto-miglioramento. Spero che vi piaccia questo acquerello realizzato in onore di un grande maestro, una guida, un faro di Luce in questa terra isolata (mi dispiace che Facebook ne ha ridotto la qualità e la risoluzione).
Un piccolo tributo personale per un grande uomo

 

da Facebook

Sean Carroll, Dall’eternità a qui. La ricerca della teoria ultima del tempo, Adelphi edizioni, pag. 486, 2011. Indice del libro

Antologia del TEMPO che resta

Indice


    Prologo                                              11

    PARTE PRIMA - IL TEMPO, L'ESPERIENZA E L'UNIVERSO

 1. Il passato è ricordo presente                        19
 2. La mano pesante dell'entropia                        36
 3. L'inizio e la fine del tempo                         54

    PARTE SECONDA - IL TEMPO NELL'UNIVERSO DI EINSTEIN

 4. Il tempo è personale                                 79
 5. Il tempo è flessibile                                95
 6. In tondo nel tempo                                  107

    PARTE TERZA - ENTROPIA E FRECCIA DEL TEMPO

 7. Il tempo a ritroso                                  135
 8. Entropia e disordine                                160
 9. Informazione e vita                                 196
10. Incubi ricorrenti                                   219
11. Il tempo dei quanti                                 244

    PARTE QUARTA - DALLA CUCINA AL MULTIVERSO

12. Buchi neri: i confini del tempo                     275
13. La vita dell'universo                               303
14. Inflazione e multiverso                             332
15. La storia futura                                    357
16. Epilogo                                             385

    Appendice: matematica                               395

    Note                                                401
    Bibliografia                                        447
    Ringraziamenti                                      465
    Indice analitico                                    467

vai a  TecaLibri: Sean Carroll: Dall’eternità a qui.

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PENSIERI DI JUNGER E HEIDEGGER SU “OLTRE LA LINEA DEL NICHILISMO”

“Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del Niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca”. (Junger)
“La pietra di paragone più dura, ma anche meno ingannevole, per saggiare il carattere genuino e la forza di un filosofo è se egli esperisca subito e dalle fondamenta, nell’essere dell’ente, la vicinanza del Niente. Colui al quale questa esperienza rimane preclusa sta definitivamente e senza speranza fuori dalla filosofia”.
(Heidegger)
“L’attraversamento della linea, il passaggio del punto zero ‘divide’ lo spettacolo; esso indica il punto mediano, non la fine. La sicurezza è ancora molto lontana”.
(Junger)
“Il tentativo di attraversare la linea resta in balìa di un rappresentare che appartiene all’ambito in cui domina la dimenticanza dell’essere. Ed è per questo che esso si esprime ancora con i concetti fondamentali della metafisica (forma, valore, trascendenza)”.
(Heidegger)
“Se chiudo gli occhi, scorgo a volte un paesaggio tetro ai margini dell’infinito, con pietre, scogliere e montagne. Sullo sfondo, ai bordi di un mare nero, riconosco me stesso, una figura minuscola, quasi tratteggiata a gesso. Quello è il mio avamposto, prossimo al Nulla, – laggiù, nell’abisso, io conduco da solo la mia lotta”.
(Junger)
“Il proprio petto: qui sta un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il Nulla si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso”.
(Junger)

da   Amici di Emanuele Severino | Facebook

L’ESSERE E L’ELENCHOS, citazioni da: Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 30-33

La fede nell’esistenza del divenire – inteso come oscillazione delle cose tra l’essere e il niente – è l’essenza stessa del ‘nichilismo’. La fede che per la cultura e l’intera civiltà occidentale costituisce la stessa evidenza originaria e suprema è l’alienazione estrema. […] Scendere nel significato essenziale e tuttora completamente inesplorato del nichilismo significa comprendere che la persuasione che il mondo è un emergere dal niente e un ritornare nel niente è legata con necessità alla persuasione che gli enti in quanto enti sono niente. La prima persuasione – la fede nell’esistenza del divenire – forma la superficie, la seconda il sottosuolo, l’ “inconscio” della civiltà occidentale. Alla storia del nichilismo autentico appartengono le stesse denunce – ad esempio quelle di Nietzsche e di Hediegger – che hanno inteso smascherare il nichilismo.. La ‘contraddizione estrema’ consiste infatti nel credere che per l’ ‘intera’ cultura occidentale è assolutamente fuori discussione, cioè che il mondo è divenire e che nel divenire gli enti (cose ed eventi) incominciano ad esistere e cessano di esistere, cioè non sono, sono niente.
Affermare che, nel divenire, l’essere è stato e torna ad essere niente significa affermare che l’essere in quanto essere è niente. In quanto persuasione che l’essere è niente – e in quanto vita guidata da tale persuasione – l’alienazione estrema del nichilismo è l’estrema lontananza dalla verità. E l’ “essere” non è né il puro essere di Parmenide, separato dalle determinazioni, né l’apparire di cui parla Heidegger, ma è il non esser-niente che compete a ogni determinazione, L’essere è cioè l’esser-ente degli enti..
Ma la storia dell’Occidente, ormai divenuta storia del Pianeta, può apparire come storia del nichilismo e dell’alienazione solo se la non-alienazione, la verità, è già da sempre manifesta, e non semplicemente come una fede o un’ipotesi, ma come ‘de-stino’, ossia come lo ‘stare’ del pensiero che non può essere in alcun modo negato.
Sino a che il nichilismo domina – cioè sino a che si crede che la fede nell’esistenza del divenire sia l’evidenza originaria -, il sogno della fiilosofia di realizzarsi come verità definitiva e incontrovertibile, come sapere assoluto, è destinato a fallire – è inevitabile il crollo di ogni immutabile. Ma quando appare che l’alienazione essenziale consiste proprio in quella fede, allora si riapre la possibilità, per il pensiero, di essere il pensiero che sta, ‘de-stino’ assolutamente non smentibile. Anzi, non si tratta nemmeno del riaprirsi di una possibilità: il destino è già da sempre manifesto e non è il prodotto dell’uomo o di Dio; ed è sul fondamento di tale manifestazione che può apparire il senso autentico dell’alienazione e del nichilismo.
[,,,]
L’ ‘élenchos’ aristotelico, cioè la “confutazione” dei negatori del principio di non contraddizione, intende mostrare che tale principio non può essere negato perché anche la sua negazione lo presuppone. Ma la sintesi dell’ ‘élenchos’ e del principio di non contraddizione è uno dei modi fondamentali in cui, all’ ‘interno’ del nichilismo, viene pensato, e dunque alterato, lo stare della verità. Infatti il principio di non contraddizione, nonostante la sua forma apparente, è la negazione di se medesimo, ossia di ciò che esso intenden essere: esso aferma sì che l’ente in quanto ente è incontraddittorio, ma ‘sin tanto’ che l’ente è, ‘quando’ l’ente è. il principio di non contraddizione ammette cioè la possibilità di un tempo in cui l’ente non è, ossia è niente. Il principio di non contraddizione ammette la possibilità della contraddizione estrema.. Esso è il modo in cui il nichilismo, nascondendosi nell’inconscio del pensiero occidentale, si maschera e si presenta nella forma della non contraddizione.
Va detto inoltre che l’ “élenchos”, in quanto tale, non è già esso l’affermazione dell’eternità dell’essente, L’ ‘élenchos’, in quanto tale, è l’affermazione incontrovertibile della determinatezzaa dell’essente, e, insieme, dell’opposizione della determinatezza al niente: il determinato – l’essente – non è l’altro da sé e quindi non è nemmeno quell’altro da sé che è il niente. Che poi il (ogni) determinato sia eterno, lo si deve dire perché se si afferma che il determinato – l’essente – non è (se si afferma un tempo in cui l’essente non è) si afferma che l’essente è niente.
[…]
Al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, appare che ‘ogni’ ente (cose, eventi, funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagfini, processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘l’eternità di ogni ente’. Questa affermazione esprime un ritorno a Parmenide, che è insieme la ripetizione del “parricidio” compiuto da Platone rispetto a Parmenide. Parmenide distrugge il mondo: afferma l’illusorietà delle differenze del mondo. Col “parricidio”, Platone intende salvare il mondo – e l’Occidente cresce al riparo di Platone. Ma il “parricidio” deve essere ripetuto, perché Platone, riportando le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida insieme al divenire, ossia le vede con l’occhio del nichilismo. Il riparo delle differenze le abbandona al niente e alla volontà di potenza che si propone di strapparle al niente e di risospingervele. Si tratta allora per il pensiero che riesce a mantenersi al di fuori del nichilismo, di salvare il mondo da Parmenide, senza affidarlo alla fede nel divenire.
L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica una comprensione dell’esperienza diversa dall’interpretazione nichilistica del divenire, dell’esperienza, dell’apparire. Al di fuori del nichilismo, la variazione del contenuto dell’esperienza non è la produzione e l’annientamento delle cose, ma il loro entrare ed uscire – eterne – dalla dimensione dell’apparire. Questo significa che solo l’eterno può divenire: appunto perché il divenire è il processo in cui gli eterni entrano ed escono dalla luce dell’apparire (e l’apparire stesso è un eterno). La pluriennale interpretazione nichilistica del divenire lo rende impensabile.
L’alienazione – il nichilismo – non è un fenomeno limitato al pensiero filosofico, ma si allarga alla prassi e alle forme sociali dell’Occidente. La storia concreta dell’Occidente cresce all’interno della fede nichilistica che l’essere è tempo. Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola terra – ossia la totalità di ciò che entra ed esce dall’apparire – dal destino della verità e che assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto. L’isolamente della terra dal destino della verità è la forma originaria della volontà di potenza. E l’accadimento della volontà di potenza è lo stesso accadimento dell’essere mortale del mortale. Il “mortale” è il contrasto tra l’apparire del destino della verità e lìapparire della terra isolata.
Il “tramonto” del nichilismo non è quindi la semplice correzione di un errore della coscienza filosofica, per quanto profondo ed esteso esso possa essere. Nel tramonto del nichilismo tramontano le opere del nichilismo – tramonta l’Occidente -, e innanzitutto tramonta l’isolamento della terra e quindi il contrasto incui consiste l’essenza del mortale. Col tramonto del nichilismo l’uomo appare come ciò che egli è da sempre: l’eterno apparire del destino della verità.
(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 30-33).