Vasco Ursini: Nel 2013 pubblicai il mio saggio “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni … Ho risposto ai rilievi critici di Emanuele Severino …

Ecco qui di seguito ciò che ho preannunciato qualche ora fa

Nel 2013 pubblicai il mio saggio “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, a cui rinvio.

Nel suo “Dispute sulla verità e la morte”, Rizzoli, 2018, p. 74, ed anche nel n. 02/2014 della rivista “La filosofia futura”, pp. 144-145, Emanuele Severino nel recensire quel mio saggio scrive:

“C’è anche la situazione in cui si crede di trovarsi a dover scegliere tra il destino della verità e le convinzioni che si fondano sulla terra isolata da esso. Di tale situazione è un paradigma significativo il saggio di Vasco Ursini ‘Il dilemma verità dell’essere o nichilismo? (Book Sprint Edizioni 2013). Chiedo anche qui: perché è necessario scegliere ‘o’ tale verità (che è la negazione del nichilismo) ‘o’ il nichilismo e non ‘entrambi’? Perché si rifiuta la contraddizione! (E il destino è la forma autentica della negazione della contraddizione – la forma che si mantiene al di là del modo in cui il “principio di non contraddizione” si presenta nella terra isolata.) D’altra parte, trovarsi nel “dilemma” (o nel “problema”) rispetto al destino è un modo di ‘negare’ il destino e pertanto è un ‘aver già scelto’ la terra isolata dal destino e le convinzioni che su di essa si fondano – un aver già scelto, anche se si crede di trovarsi ancora al di qua della scelta”.

Ho risposto a questi rilievi critici di Emanuele Severino nel n. 03/2014 della medesima rivista “La filosofia futura” alle pagine 123-125, ove scrivo:

“Dico subito che sono infinitamente grato a Emanuele Severino di essersi ‘piegato’ a discutere il mio saggio. Alla gratitudine si unisce un sentimento di viva soddisfazione per l’attenzione ricevuta da lui che io reputo degno di essere collocato tra i più grandi pensatori dell’umanità, tra coloro cioè che hanno preso posizione su ciò che è e significa “verità”, non su questa o quella verità, ma sulla ‘verità’ che è il mostrarsi dell’assolutamente incontrovertibile. Soltanto così,a parer mio, si fa autentica filosofia.

Premesso ciò, provo a rispondere ai rilievi critici di Severino. Nulla da osservare sulla necessità di scegliere una delle alternative del dilemma. Non mi pare invece condivisibile l’affermazione che porsi il problema di scegliere tra la verità del destino e il nichilismo “è un modo di ‘negare’ il destino e pertanto è un ‘aver già scelto la terra isolata dal destino e le convinzioni che su di essa si fondano, anche se si crede di trovarsi ancora al di qua della scelta”. No. Tentare di scegliere tra le due alternative non può essere un ‘aver già scelto’, ma è verificare se si riesce a scegliere. Nel mio caso si è cercato di verificare se è possibile ‘uscire’ dall’isolamento della terra e dal nichilismo che la pervade, partendo, da un lato, dalla consapevolezza che l’isolamento della terra non è una colpa dell’uomo ma è l’accadimento della decisione originaria, un ‘eterno, che sopraggiunge con necessità nel cerchio dell’apparire, dall’altro lato, dalla consapevolezza che due anime in perenne contrasto tra loro abitano nel nostro petto, una nascosta (l’Io del destino) e l’altra manifesta (l’io della terra isolata); due dunque sogno gli ‘inconsci’ dell’Occidente: quello, più profondo, del ‘destino della verità’ e quello, più superficiale, del ‘nichilismo’, che dunque non è esplicito e intenzionale ma completamente inconscio, nel senso che l’Occidente crede di pensare e di vivere l’ente come qualcosa che è, mentre lo pensa e lo vive come niente.

Questo insanabile contrasto dura da sempre e durerà sin quando non accadranno, se accadranno, il tramonto dell’isolamento della terra dal destino della verità e l’avvento della terra che salva. Non ci resta dunque che attendere. Ma questa “Attesa” è così lunga da sembrare eterna. Un’Attesa che comunque va al di là della dimensione temporale della vita degli uomini, mentre intanto su questa nostra vita incombe continuamente la ‘morte’ che ci terrorizza e ci angoscia. Un’Attesa infinita che giorno dopo giorno ci sfibra. A questo punto occorre chiedersi: in tali condizioni è possibile tentare di raggiungere quel primo inconscio?. Severino lo ha raggiunto ed espresso nei ‘cosiddetti’ suoi scritti. Io ho tentato e tento ancora di raggiungerlo seguendo le indicazioni che egli ci fornisce:

Quel primo inconscio “può essere raggiunto solo se non ci si mette in cammino in compagnia delle ricostruzioni storiche avanzate dalla nostra cultura. Anzi, solo se non ci si mette affatto “in cammino”, ma si lascia che i luogo della necessità (ossia la struttura originaria della Necessità) già da sempre aperto ‘al di fuori’ della struttura dell’Occidente, consenta al linguaggio di testimoniarlo e di testimoniarlo come qualcosa di abissalmente estraneo a quell’altro luogo che è appunto la struttura in cui cresce la storia dell’Occidente, Se questa struttura continua a rimanere l’inconscio essenziale della nostra civiltà, quell’altra – il luogo della necessità – è l’inconscio di questo inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente” (La struttura originaria, p. 14).

Queste indicazioni ho cercato di seguire nel mio saggio senza riuscire a compiere una scelta definitiva tra le alternative del dilemma, verità dell’essere o nichilismo. La “verità” che talvolta mi sembra di scorgere torna presto a vacillare.Non mi resta dunque che richiamare quanto ho scritto nel mio saggio: “Come Kierkegaard mi riduco a vivere in un perenne ‘forse’. Resto fuori dalle ‘Chiese’ che si fondano su granitiche certezze, disgiunto dalle fedi che muovono la turba, vittima di un pensiero vivo e lucido”, che però non rinuncia a tentare di compiere quella scelta.

LETTERA A EMANUELE SEVERINO INTORNO A UNA ETERNA LEZIONE, di Roberta De Monticelli

Sandro Lorenzotti in

Amici di Emanuele Severino

Ciao a tutti, da lontano!

Tutti noi abbiamo letto moltissimo su Emanuele Severino, questi ultimi giorni. Tantissime, belle cose.

Qui di seguito e’ quello che considero le parole piu’ belle. Parole pure.

Le ha scritte Roberta De Monticelli, filosofo ed accademica italiana.

LETTERA A EMANUELE SEVERINO INTORNO A UNA – ETERNA – LEZIONE

Caro professore, se l’essere nella Gioia, come spero, le consente di ricevere qualche lettera senza che la Gioia sia interrotta dalla noia di leggerla, lasci pure che questa mia si depositi come foglia, soffio, ombra, umana illusione, fiato di voce o scintillio d’inchiostro là dove i più fra noi, tardi di mente e innamorati del visibile, stoltamente dimorano: nel Cerchio dell’Apparenza.

Non turberà l’eternità dell’esser suo, caro professore, questo cicaleccìo di una collega invisibile, sì, proprio quella dell’aula accanto, quella del giovedì. O forse era martedì? Che cosa conta, e chissà mai perché poi avevamo quest’abitudine di onorare gli orari di lezione, questa conformistica, veramente illogica acquiescenza alla misurazione di ciò che non esiste, il tempo. Lei poi arrivava puntualissimo, molto più di me. Ben me ne accorgevo ogni volta che la folla dei suoi allievi in festosa attesa faceva barriera davanti a tutte le porte dello stretto corridoio su cui si aprivano le nostre aule, e i quattro gatti della mia classe e io restavamo bloccati per un pezzo, prima di entrare, con loro e mio rimpianto, nell’auletta degli esercizi di fenomenologia, piena di controversie e dubbi, invece che nella luce dell’incontrovertibile. Dove per due ore quelle menti giovinette e incerte, anzi certamente scosse da ogni sorta di amore e di terrore, si sarebbero spalancate alla ben rotonda verità dell’Essere, indefettibile e immobile: che sarebbe fluita senza interruzione alcuna dalle sue labbra, nel più religioso silenzio.

Lei cominciava col ben disporle, le menti, al saldissimo fondamento dell’epi-steme – diceva così, mi arrivava il suono della sua voce che inesorabilmente spezzava la parola greca, sapientemente appoggiando, con la pausa, la voce alla solidità di ciò che sta. Il sapere che sta, e non importa dove e come. Di là dalla parete, sentivo l’ombra di Socrate, smarrita, emergere come un fantasma da quella lineetta, da quella pausa che spezzava la parola, e come in un grido afono, beckettiano articolare con la bocca muta parole simili a sospiri: conoscenzaopinione vera e… giustificata… le ragioni, vi prego, le ragioni… Le ragioni per dirlo. L’evidenza per riconoscere che è vero – fino a prova contraria. Altro che stare. Quelli che stavano lì, immobili, ierocratici, erano i dignitari immensi della statuaria babilonese; a me veniva in mente ogni volta la stazione centrale di Milano, e certo subito ne arrossivo. In Grecia erano mobilissimi anche gli dei, invece, pieni di bizze e voglie, di splendori e di furia e di grazia, come i ragazzi e le ragazze che lei sapeva affascinare e render muti – come in un’estasi iniziatica.

Così, una volta che la mia lezione cominciava più tardi, l’ardente desiderio mi prese – chissà, l’invidia – di carpire il segreto di quel fascino. E assistetti alla mirabile dimostrazione “parmenidea” dell’impossibilità di far domande, con cui quel giorno si apriva il suo corso. E fremetti anche io dall’ammirazione, caro professore. Con quella voce così musicale, e insieme ieratica, quella sì, come se non si svolgesse affatto nel tempo: «Chi domanda è evidentemente nella non-verità. Ma dall’essere nella non-verità non c’è via all’essere nella verità. [Pausa]. Non c’è via. Per la contraddizione, che non la consente». Come invidiai questo modo così suadente di trasformare in un silenziatore il paradosso platonico della conoscenza, quello che introdusse nella nostra mente e nella nostra storia l’idea della ricerca, l’idea più sconvolgente e più controvertibile! Anzi controversa, al punto che bisognò morire, con Socrate, e mica una volta sola, perché l’idea vivesse, e la ricerca pure, e da questo sfacciato parricidio, da questa insolente perplessità che obietta alla ben rotonda verità dell’Essere, nascessero, come in una cosmogonia esiodea, la Disputa e l’Argomentazione, il Dubbio e la Scoperta, il disprezzo del sentito dire e la gioia del vedere, e la veglia e la critica, e il demone giocoso eppure serissimo della ragione.

Che non è affatto una dea barricadiera e neppure una prosopopea della storia, ma solo l’irriguardosa, umile, ridente e dolente giovinezza dell’età adulta, quando ancora ha freschezza e speranza per dire, ad esempio: “No, a nessun prezzo mi si imporrà questo, piuttosto morire”; oppure “E perché no? Perché mai le cose non dovrebbero avvenire così, anche se non le vedo ancora? Perché mai, contro la tesi di un famoso professore italiano del Novecento, il possibile non dovrebbe essere tale, cioè forse vero, anche se non lo vedo?”. La filosofia, mi dicevo, non è che questo doppio ricciolo interrogativo, l’essere disposti a chiedere e dare ragione di ciò che si dice e di ciò che si fa, o di ciò che ci viene detto o imposto: e la Ragione non è affatto soltanto nostra natura, anzi! È una disponibilità, non una disposizione: si risveglia soltanto con la libertà. E ancor meno somiglia, la Ragione, a quella sorta di indomabile potenza della storia che lei, professore, e il suo predecessore tedesco chiamavate “la Tecnica”. Per carità, quel suo predecessore sì che era pericoloso: il suo, di Essere, odorava lontano un miglio di Blut und Boden.

Della tecnica invece continuavamo a servirci ogni volta che dovevamo compilare i registri elettronici, e meno male, con tutti gli allievi che aveva. Per non parlare poi del sollievo di evitare i denti strappati dalle gengive deste e sanguinanti… (mi perdoni, la natura femminea si distrae sovente in pensieri banali). Che poi, se anche sostituissimo a questo nome, “la Tecnica” (preferito nei suoi elzeviri), uno degli altri e numerosi nomi divini di quella potenza assoluta che ci destina a questo e quell’altro (il Destino dell’Occidente, il Capitalismo, il Potere, il Denaro), cambierebbe poco. Sospetto che quello che le Sue parole inducevano nell’anima dei suoi ascoltatori e lettori fosse una specie di rilassamento – in tedesco mistico si dice Gelassenheit – o meglio un gesto di virtuale auto-destituzione del soggetto morale in noi, un abbandono della responsabilità. Un gesto ben nascosto dietro l’ombra della macchinazione universale che di tutto ha colpa, e libera da ogni responsabilità nell’uso delle parole noi intellettuali, giornalisti, politici, professori, studenti, pensionati… Tutti noi operai del linguaggio.

Insomma, a pensarci bene, anche questa destituzione in noi dell’agente razionale e morale, sensibile e responsabile, era un atto di libertà – peccato, però, che fosse nella direzione della più perfetta sottomissione. Sarà per questo che i suoi ragazzi amavano tanto anche Spinoza? Libertà come inchino alla necessità? Curioso equivoco, a leggere l’autore del Trattato teologico-politico e il teorico della democrazia! Ma non divaghiamo.

Perché la ragione, appunto, o meglio il suo esercizio, è una libera disposizione, cui si può spavaldamente rifiutarsi o che pavidamente si può lasciar sopire: e fatica comunque a liberarsi come il ragazzo fatica a diventare adulto. Così che molti, nei tempi antichi e in quelli moderni, negli imperi dispotici e nelle comunità tribali, consigli di facoltà compresi, nelle città ierocratiche e in quelle demagogiche, responsabili di sé e di fronte al vero non lo diventano mai, e vivono di fake news e di costumi consortili. Per questo, caro professore, è un vero peccato zittire Socrate in culla, e farlo rimangiare da Parmenide, come da un Crono divoratore dei propri figli: perché proprio da quella fessura nella ben rotonda compattezza dell’Essere, dalla possibilità del non essere, è nata la fragile bellezza della nostra mente, la sua umiltà di fronte all’inesauribile vero e la sua fierezza di consentire – o no – alla legge. Per quella fessura è passato il doppio palpito della civiltà, il cuore pratico e quello teorico del nostro domandare ragione, cioè, infine, l’etica e la logica, la democrazia e la scienza. Che passando da quella fessura si sono lentamente fatte largo, in mezzo alle tragedie dei millenni.

Perdoni, professore, sento che la sua eterna essenza oppone un cortese ma fermo diniego all’opinione che Socrate per la dolente e felice fessura del parricidio, perché di lì passasse il possibile senso e valore della vita umana, morì proprio. Come morirono molti e molti altri suoi discendenti. Quella volta, finita la lezione, lei, con la sua grande e signorile cortesia, e dopo un baciamano galante che mi spense subito in gola ogni obiezione e mi accese un sorriso di gratitudine, mi accompagnò nel corridoio, fra due ali di giovinetti plaudenti, e c’era anche qualche dame à chapeau che mi lanciò un’occhiata di invidia. Che vuole, il suo fascino ammutolì anche me, e così mi rimangiai questa lunga obiezione che per tutta la lezione avevo rimuginato. E so che non è affatto troppo tardi per rivolgerla ora alla sua essenza eterna, dal di qua al di là del cerchio delle apparenze. Poco importa, su questo sono d’accordo con lei. Continuerà, col suo sorriso (tout just un peu compatissant, comme c’est le cas avec une dame) a lasciarmi disputare con lei, con parole sempre più affannate – come ho fatto tutta la vita.

Emanuele Severino su alcuni momenti del processo del Sant’Uffizio al suo pensiero filosofico, in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 96

Prima dell’inizio del processo, i periti – “giudici”, nel linguaggio canonico – avevano avuto a disposizione alcuni mesi per stendere il loro “Voto”, che poi era un vero e proprio saggio sul mio discorso filosofico. Il “voto” di Fabro era il più ampio, ed egli ne trasse in seguito un libro, intitolato ‘L’alienazione dell’Occidente. Osservazioni sul pensiero di Emanuele Severino’, Quadrivium, 1981. È stato certo una delle figure più importanti del tomismo del Novecento – e mi si dice che tuttora sia la voce più seguita nelle Università pontificie. È stato molto amico di Ugo Spirito, che io conoscevo sin dal dicembre del 1950, quando ero andato a Roma per il concorso per la libera docenza. Spirito non era in commissione – che si riuniva nell’Istituto di Filosofia di cui egli, se ben ricordo, era direttore – ma era molto favorevole alla mia candidatura.

Da allora incominciò la mia amicizia con Spirito, che fece da collegamento nei miei rapporti con Fabro, molto cordiali nella sostanza, e che potevano anche dirsi di amicizia, sebbene altalenanti. Ma anche Bontadini aveva grande stima di Spirito, eppure lì la stima comune non fece da collegamenti tra Fabro e Bontadini.

(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 96).

Vorrei poter credere, di Raffaele Mancini. Dalla pagina facebook di Vasco Ursini

Vorrei poter credere

in Dio

come i bimbi credono

alle fiabe

per risolvere con una

preghiera

il mio tormento.

Vorrei poter credere

in Dio

come i vecchi credono

alla morte

per lenire con una

preghiera

la paura dell’gnoto.

Invece credere

non so

e non so più pregare

come tu, Madre,

m’insegnasti un giorno.

Tengo gli occhi chiusi

per vincere la

notte

e i pugni alle tempie

stretti

per non pensare.

Ma il pensiero dentro

si rivolta

e come tarlo scava

mentre

la polvere del dubbio

l’animo vela

di sottile angoscia.

Emanuele Severino ancora su “Musica e peccati di gioventù”, in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp. 21-22

Tra le vacanze dopo l’esame di maturità e i primi mesi da studente del Collegio Borromeo, iscritto al corso di laurea in Filosofia, buttai giù un volumetto, pubblicato poi nel 1948 e intitolato ‘La coscienza. Pensieri per un’antifilosofia”. L’antifilosofia era la musica. Quelle pagine su muovevano nell’orbita di Arthur Schopenhauer e di Eduard Hanslick – ma era il tipico peccato di gioventù. Sarebbe riuscito meglio se non avessi dato ascolto a un noto filosofo di quel tempo, per il quale la mia scrittura era troppo secca: mi aveva consigliato di raddolcirla – insomma di imbellettarla. In seguito ritirai dalla circolazione tutte le copie possibili – ms incontro sempre qualcuno che mi indispettisce dicendomi di averlo letto e. Dopotutto, apprezzato. Ma anch’io ho agito ambiguamente, perché in “Heidegger e la metafisica, pubblicato da Adelphi nel 1994, insieme ad altri miei saggi giovanili ho incluso lo scritto ‘Lineamenti di una fenomenologia dell”atto’ (1950), che si ricollega esplicitamente a ‘La coscienza’.(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp. 21-22).

Vasco Ursini: La verità non illumina l’individuo …

La verità non illumina l’individuo che è soltanto il contenuto del sogno dell’errare.Sono molti, moltissimi coloro che si illudono che per scorgere il destino della verità basta leggere, capire e condividere, fino a possederlo, il contenuto degli scritti di Emanulee Severino, che danno testimonianza del “destino della verità”. Costoro devono convincersi che almeno due eventi devono accadere nella terra isolata perché si riesca a porsi nello sguardo del destino: che accadano il dono del destino a se stesso, cioè al nostro esser “Io del destino” e il ritrarsi, dai vari cerchi dell’apparire, dell’isolamento della terra di quel tanto che consente al linguaggio di indicare il (già da sempre manifesto) destino della verità.

ELISABETTA CESARI È CON VASCO URSINI: “Seminai la speranza che non muore”

Elisabetta Cesari è con Vasco Ursini.

“Seminai la speranza che non muore”

Un semidio, un titano, Prometeo, mosso a pietà delle miserevoli sorti degli uomini, osa ribellarsi a Zeus e trafugare il fuoco, proprietà degli dei, per donarlo ai mortali e riscattarli dallo stato selvaggio in cui fino ad allora erano vissuti. Con il suo dono essi sarebbero usciti dalla cecità dell’ignoranza e avrebbero scoperto la via del progresso e della civiltà. Incatenato per la sua colpa e inchiodato ad una rupe a precipizio sul mare, il suo grido risuona nel silenzio della solitudine della natura non come un lamento, ma come un inno di trionfo.e se la fantasia greca è arrivata a tanto da immaginare che il progresso sia nato da un atto di amore, non meno straordinaria è la sua forza quando riconosce che tutte le arti create dalla civiltà non riusciranno mai ad appagare l’infinito desiderio dell’uomo di essere felice.Non c’è nella stessa disperazione anche il presagio di un nuovo modo di “essere uomini” che consenta di superare la sventura?A così ardue domande una risposta la trovo ancora nella solennità della poesia del Prometeo: è l’amore per l’uomo il fine del “progresso”. E al coro che fa notare al titano come il suo sacrificio non abbia liberato gli uomini dalla morte, egli dà una risposta sublime: “Seminai la speranza che non muore”. Emanuele Severino ha seminato in me l’eternità di tutte le cose. Grazie, maestro.

Vasco Ursini: Giacomo Danesi mi ha regalato questo secondo prezioso ricordo

Giacomo Danesi mi ha regalato questo secondo prezioso ricordo

Ultimo incredibile ricordo. Siamo alla fine degli anni ’80. La rivista mensile “Astra”, quella che si interessa di astrologia ed è ancora oggi in auge, organizza un convegno a Riva del Garda. Non ricordo esattamente il tema, che era di alto spessore. Oltre a Severino c’erano Franco Accame, Padre Balducci e tanti altri della cultura italiana.

Io ebbi l’onore di cenare al tavolo di Emanuele Severino, e ognuno di noi aveva un personale menu in base al proprio segno zodiacale!

Gli organizzatori avevano anche invitato un complesso che andava per la maggior in Italia: I Gatti di Vicolo Miracoli!

Questi e metà serata cominciarono a strimpellare un paio di canzoni. Le lascio immaginare con quale entusiamo gli esimi personaggi presenti alla cena seguirono le note…Ma a un certo punto avvenne un fatto stranissimo. I quattro scesero dal paco, si avviarono oguno verso un tavolo diverso verso gli ospiti e chiesero se potevano, invece di suonare, sedersi a cena con loro!

Tutti accettarono con entusiamo. E così scoprimmo che i quattro suonatori non erano degli sprovveduti ma delle persone di ottima cultura che colloquiarano tranquillamente con gli importanti personaggi.

Di quel due giorni ecco una foto ricordo. Io sono a fianco al Professor Severino. Davanti un altro collega.

Ora professore non la tormento più. Felice Pasqua.Giacomo Danesi

Poscritto a Ritornare a Parmenide in Essenza del nichilismo, Adelphi

Poscritto a Ritornare a Parmenide in Essenza del nichilismo Adelphi

Qualcosa può comparire (ossia entrare nell’apparire ) solo se qualcosa sparisce, e viceversa. E’ ancora Eraclito ad avvertire che, nel divenire, ogni cosa vive la morte e muore la vita dell’opposto (fr. 62).Proprio perché l’apparire dell’immutabile è processuale, l’immutabile si rivela in parte. Il che vuol dire che la parte non si rivela nel tutto, non appare in quella beata compagnia, in cui pur si trova; e essenzialmente si trova. L’essere nel tutto non è cioè una proprietà accidentale della parte; perché né la parte può cessare di essere, né il tutto può cessare di avvolgerla: se ciò avvenisse si realizzerebbe ciò che la verità dell’essere proibisce: che l’essere (in questo caso l’essere della parte o del tutto ) non sia. La parte è ciò che è nel tutto, ossia al suo significato – fiore, casa, stella – appartiene necessariamente il trovarsi nel tutto. Se quindi la parte appare, ma non appare il tutto in cui la parte dimora, ciò che allora appare non è la parte nel significato concreto che ad essa compete in quanto dimorante nel tutto, ma è un significato diverso dal significato concreto..Questo fondamentale principio, che racchiude l’essenza stessa della dialettica, ha portata trascendentale (…). Lo si è già sopra formulato, dicendo che se a un significato un positivo) conviene necessariamente un predicato, e se tale significato appare senza che questo predicato appaia, allora ciò che in effetti appare è un significato diverso dal significato considerato – diverso, diciamo, non semplicemente perché prima il significato appare col predicato e poi appare solo, ma perché è diverso dal significato stesso in quanto distinto dal predicato che necessariamente gli conviene e che pertanto non è più soltanto un ‘distinto’, ma un ‘separato’ dal predicato. (pag 101)

Eugenio MAZZARELLA, Che cos’è la metafisica, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 411-424

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Aniceto MOLINARO, La creazione e il nulla, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 437-448

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Virgilio MELCHIORRE, Per una metafisica del desiderio, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 425-436

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Aldo MASULLO, Nota sul detto di Giordano Bruno “mettere sotto sopra il mondo rinversato” , in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 401-410

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Umberto MARGIOTTA, La diagnosi come paradigma indiziario, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 361-400

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Romano MADERA, Alla ricerca di una genealogia, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 353-360

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