trascrizione integrale dell’intervento di Emanuele Severino sul tema della GLORIA, festival della filosofia 2014 | dal sito Ritiri Filosofici

trascrizione integrale dell’intervento di Emanuele Severino sul tema della Gloria tenuto sabato 13 settembre nella Piazza Grande di Modena nell’ambito del festival filosofia 2014

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Sorgente: Emanuele Severino e La Gloria al festival filosofia 2014 | Ritiri Filosofici

Emanuele Severino ha affrontato il tema della “Tecnica – rovesciamento tra mezzi e fini”, al Festival della filosofia, settembre 2017

ha affrontato il tema della “Tecnica – rovesciamento tra mezzi e fini”. «Essere ricchi per vivere bene è un atteggiamento antico – ha spiegato Severino – che risale ad Aristotele, ma in realtà lo scopo non è essere ricchi, ma essere buoni. Per condurre una vita buona, però, il corpo non deve stare male, dicono i greci, e quindi si deve essere nel benessere e nella ricchezza per vivere una vita felice. Ma così la struttura si ribalta: non più vivere bene per essere ricchi, ma essere ricchi per vivere bene». Il filosofo lombardo ha così continuato la lezione sul filone del rovesciamento tra mezzo e fine: «Oggi continuiamo a sentire dai giornali e dalle tv che la tecnica guidata dalla scienza continua a fare passi avanti nella produzione dell’intelligenza artificiale – ha detto – ma non si tiene conto del gioco che esiste tra mezzo e fine, tra quei due termini che sono i protagonisti del rovesciamento tra vita buona e ricchezza». Facendo altri esempi di rovesciamenti, Severino ha parlato «della verità che da mezzo diventa scopo

segue:

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Sorgente: Il senso del rovesciamento: quando il mezzo diventa fine – Cronaca – Gazzetta di Modena

Cos’è la verità?, Emanuele Severino IN DIALOGO CON DEI GIOVANI

SEVERINO IN DIALOGO CON DEI GIOVANI
(D = domanda; R = risposta)

D – Cos’è la verità?
R – La verità – definiamola in modo formale – è l’apertura di senso che è incontrovertibile, perché è l’unico senso che goda di questa proprietà: di essere ciò la cui negazione è autonegazione. Se ci fosse un bersaglio, tale che ogni freccia scagliata contro di esso fosse un auto-colpirsi, un distruggersi, allora quel bersaglio sarebbe l’assolutamente non colpibile. Non solo ogni freccia, ma ogni forza, ogni cosa che intendesse distruggerlo: se ci fosse una “cosa”, tale che ogni altra “cosa” gettata contro di essa fosse un negarsi, allora quella “cosa” sarebbe l’Innegabile.
Ecco: per “verità” intendo appunto la struttura concreta che in concreto mostra la propria innegabilità: nel senso che ogni ‘no’, ogni negazione di essa è autonegazione. Allora essa sta in una solitudine sovrana, perché è l’Innegabile, l’Incontrovertibile …
D – Quindi l’Incontrovertibile è dicibile…
R – Certamente. Questo non vuol dire però che il dire sia un riuscire a esprimere.
D – … o un riuscire a comprendere.
R – O un riuscire a comprendere, certo: non si può dire che il linguaggio porti nella parola la trasparenza dell’Incontrovertibile. Il linguaggio, anzi, arrischia l’Incontrovertibile nell’equivoco. La dicibilità non ha nulla a che vedere con il sogno neopositivistico della costruzione di un linguaggio perfetto che tolga gli equivoci tra gli uomini.
No, incontrovertibilità non vuol dire questo. Tutti gli uomini sono individui; e quindi il loro dialogo è essenzialmente un equivoco; e quindi è illusorio ogni tentativo degli uomini di buona volontà di mettere d’accordo l’umanità attraverso il dialogo. Questa sì che è “utopia” nel senso negativo del termine!. E’ impossibile capirci, per noi, in quanto individui! Se “dicibilità” vuol dire il capirsi fra individui, allora la verità ‘non’ è “dicibile”.

(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 235 – 236).

Sorgente: (2) Amici a cui piace Emanuele Severino

ALCUNI MOMENTI DELLA CONVERSAZIONE TRA EMANUELE SEVERINO E UN GRUPPO DI GIOVANI, 19 NOVEMBRE 1988, tratta dal gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

ALCUNI MOMENTI DELLA CONVERSAZIONE TRA EMANUELE SEVERINO E UN GRUPPO DI GIOVANI, SVOLTASI IL 19 NOVEMBRE 1988 ( LA SIGLA D. INDICA LA DOMANDA, LA SIGLA R. INDICA LA RISPOSTA DI SEVERINO).

D. La sua affermazione che “l’uomo è un errore” lascia presupporre un’antropologia “sbagliata”, relativa a un uomo come volontà di potenza che pensa se stessa. Ma, a meno che il superamento dell’errore non sia la sparizione dell’uomo, che tipo di antropologia si può pensare, in rapporto alla consapevolezza della verità?

R. Innanzitutto, non è l’individuo che testimonia, cioè pensa esplicitamente la verità. Se fosse l’individuo a testimoniare la verità, allora la testimonianza sarebbe per definizione individuale, cioè ridotta allo spazio, al tempo e ai limiti dell’individuo. Bisogna vedere l’errore del concetto che “Io vado verso la verità” e che “se mi va bene, a un certo momento la vedrò”. No! Perché se “Io” è, ad esempio, il sottoscritto, con questa struttura fisica determinata, allora sarebbe come dire che un occhio cieco può vedere la verità. Perché un occhio cieco? Appunto in quanto dominato dai condizionamenti che costituiscono l’individuo. L’apparire della verità non è la mia coscienza della verità. All’opposto: io sono uno dei contenuti che appaiono. Questo è il primo rilievo.
Poi, si parlava della differenza tra ‘chi’ agisce sapendo e ‘chi’ agisce non sapendo. Ma adesso non possiamo più dire così; perché non è che io “sappia” -. io, Emanuele Severino, – e gli altri non sappiano…No! Io e gli altri siamo individui. Quindi siamo forme che stanno all’interno dell’apparire – e dell’apparire in quanto tratto della verità. Formazioni finite, e errori. Io sono un errore come te, come lui… Non si può nemmeno pensare che la verità – come invece insegna tutta la tradizione dell’Occidente – abbia il compito di “illuminare” l’uomo.
Invece dobbiamo dire che lp’individuo è il ‘non’ illuminabile. Perché l’individuo è errore. Se ci si rende conto che l’individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l’errore.

D. Quindi è un errore irrimediabile…
R. E’ un errore, un aspetto dell’errore. E…
D. No, scusi se la interrompo: noi siamo abituati a pensare, quando si parla di errore, a un qualcosa di rimediabile attraverso una presa di coscienza…

R. Lei dice “errore” nel senso in cui diciamo per esempio ai nostri figli: hai commesso un errore, però puoi riscattarti, quindi rimediare…
Ma il tuo riscattarti non può far sì che l’errore che hai commesso non sia più un errore. Il tuo riscattarti è la tua capacità di non commettere più quell’errore. Ma l’errore, anche nel nostro comune modo di parlare, resta errore. A maggior ragione. se noi, invece che in termini morali, parliamo in termini logici: “1+1 = 3” non è riscattabile (se si suppone che “1+1 = 2” sia una verità assoluta). La verità non può illuminare l’errore. La verità non fa uscire l’individuo dall’errore, perché l’errore è l’individuo. “Errore” è la persuasione che esista l’uomo (e l’individuo); cioè la persuasione che “Io esisto”.
Non ci si può dunque domandare quale è la differenza fra la mia soggettività “illuminata” dalla verità e la tua non illuminata; perché nessun “io” (individuo) è illuminato dalla verità. All’opposto, la verità include me, e te, e gli altri come conformazioni specifiche dell’errore – include l’errore consistente nella fede nell’esistenza dell’uomo.

D. Se io mi rendo conto che la mia presunzione di potenza è un errore, da questo momento sono per ciò stesso oltre l’errore, almeno in termini di consapevolezza. Ciò nonostante…
R. Non “io”… E’ la coscienza della verità ad essere oltre l’errore.
D. Forse questo è appunto il problema: questa coscienza per la quale la verità è, è coscienza di chi?

R. E’ un tratto della verità. La verità non è un atto soggettivo. Quindi siamo totalmente al di fuori del concetto, poniamo, aristotelico, cristiano, marxiano, che intende la coscienza come prodotto teorico dell’individuo. E’ contraddittorio che l’individuo sia cosciente della verità. L’apparire della verità non è un atto individuale, ma è il mostrarsi di ciò che appare. Quale mostrarsi? Quello di Dio? No: ‘questo’ mostrarsi. Il mostrarsi non è il mio atto di coscienza, perché il ‘mio’ atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: “Io esisto”? Perché appaio (perché appare l’errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto.
Si può affermare che “io esisto”, perché appaio. E mi mostro in quale luogo? In quel luogo dove è tutto cià che si mostra. E allora io non sono il lanternaio che ‘fa’ luce sui luoghi: la luce è luce che illumina i luoghi e io appartengo a uno di questi luoghi. L’apparire della verità non è la coscienza che “uno” ha della verità.

D. Allora è un nonsenso parlare di superamento dell’errore: l’errore è connaturato all’esistere come uomini.

R. Ma questo non vuol dire che l’errore non sia negato: l’errore appare da sempre come errore: Senza l’errore la verità non può essere negazione dell’errore: Dire che l’errore è connaturato all’uomo non vuol dire che l’errore è
lasciato libero a se stesso, non giudicato, non visto come errore. No: l’errore è da sempre negato dalla verità. (Ciò che da sempre è negato dalla verità ha esso stesso una struttura complessa che include la persuasione di essere “uomo”). L’uomo non si porta oltre l’errore: è la verità che si lascia indietro l’uomo.

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

“60 anni de LA STRUTTURA ORIGINARIA (60SO)”, Congresso Internazionale a cura di ASES – Associazione di Studi Emanuele Severino , Brescia, 24‐26 febbraio 2018

Vasco Ursini segnala questo eccezionale congresso dedicato a:

Emanuele Severino, LA STRUTTURA ORIGINARIA, La Scuola, 1958. Nuova edizione ampliata: Adelphi, 1981, p. 555

 

Sito web: http://emanueleseverino.psy.unipd.it  info: assstudiemanueleseverino@gmail.com

Direzione scientifica
Ines Testoni, Vincenzo Milanesi, Giulio Goggi, Ilario Bertoletti
Referees
Giorgio Brianese, Massimo Donà, Giulio Goggi,
Leonardo Messinese, Davide Spanio, Luigi Vero Tarca, Ines Testoni
Comitato scientifico
Francesco Altea, Giuseppe Barzaghi, Enrico Berti, Francesco Berto, Sara Bignotti,
Giorgio Brianese, Hervé Cavallera, Piero Coda, Umberto Curi, Nicoletta Cusano,
Biagio de Giovanni, Massimo Donà, Adriano Fabris, Maurizio Ferraris, Umberto
Galimberti, Giulio Giorello, Sergio Givone, Giulio Goggi, Luca Illetterati, Natalino Irti,
Paul Livingston, Romano Madera, Giacomo Marramao, Leonardo Messinese,
Giuseppe Micheli, Vincenzo Milanesi, Salvatore Natoli, Federico Perelda, Ugo
Perone, Arnaldo Petterlini, Bruno Pinchard, Graham Priest, Gennaro Sasso, Carlo
Scilironi, Italo Sciuto, Pierangelo Sequeri, Davide Spanio, Andrea Tagliapietra, Luigi
Vero Tarca, Francesco Totaro, Gianni Vattimo, Mauro Visentin, Vincenzo Vitiello
Comitato organizzatore
Claudio Bragaglio, Paolo Barbieri, Mario Capanna, Vasco Ursini

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Parmenide: l’essere e il non essere,  Emanuele Severino e Vittorio Hösle – dal sito Rai Cultura Filosofia

Quali sono i segni che permettono di riconoscere l`essere?

Che cosa consegue dall`assoluta opposizione dell`essere e del non essere?

E, infine, come considerare l`asserzione di Parmenide (Elea, 510 a.C. ca. – 450 a.C.) secondo cui l`essere è e il non essere non è? Come una mera tautologia?

A queste domande rispondono Emanuele Severino (Brescia, 1929), professore di filosofia teoretica all`Università di Venezia,

e Vittorio Hösle (Milano, 1960), professore di filosofia all`Università di Essen.

vai al video:

http://www.filosofia.rai.it/embed/parmenide-lessere-e-il-non-essere/3467/default.aspx

Sorgente: Parmenide: l`essere e il non essere. – Rai Filosofia