All’alba dell’eternità – Il “principio di non contraddizione” – video 2 h e 32 m

All’alba dell’eternità – Il “principio di non contraddizione”

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(204) All’alba dell’eternità – Il “principio di non contraddizione” – YouTube

Uno studente, nel corso di un dibattito, ha rivolto a Emanuele Severino la seguente domanda: “Nella sua filosofia, insomma nella verità dell’essere, non c’è nessuno spazio per dio?”. Emanuele Severino gli ha risposto …

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Anche in “Ritornare a Parmenide” viene usata la parola dio come figura del nichilismo. Però anche questo, che è il tema dei temi, qui non l’abbiamo neanche sfiorato. La costellazione dei cerchi implica necessariamente l’ “apparire infinito”, cioè quell’apparire che non solo è eterno, ma non è nemmeno il luogo in cui qualcosa va sopraggiungendo, giacché è già tutto presente, contenuto in quel cerchio. Allora il discorso che abbiamo fatto non consiste nel dire: non c’è altro che la costellazione dei cerchi. Non consiste nel dire: c’è soltanto l’apparire finito. Non c’è soltanto l’apparire finito, secondo quanto si è voluto ricordare, che è finito in quanto accoglie il sopraggiungere della terra, ma – e questo non l’abbiamo neanche sfiorato – “l’apparire finito, la costellazione dell’apparire finito,implica necessariamente l’apparire infinito”.
Se la coscienza religiosa – e a volte accade – capisce questo, allora può instaurarsi un dialogo con la coscienza religiosa, perché l’apparire infinito non siamo noi, ma insieme (peccato che ormai è finito) siamo noi. In che senso? Noi siamo attualmente il luogo della contraddizione; la figura del contrasto tra destino e terra isolata è la “figura emergente” della contraddizione.
La figura del linguaggio che vuol designate il destino è una contraddizione. Se io chiedessi: poiché noi siamo il luogo della contraddizione, non indeterminata,, bensì quella in cui il protagonista della contraddizione sono niente di meno che il mortale (il protagonista negativo) e il destino (il protagonista positivo), allora il luogo in cui è tolta ogni contraddizione non è forse ciò che noi veramente siamo? Allora l’apparire infinito “non” è la costellazione dei cerchi finiti, “però lo” è – cioè l’infinito è il finito -, perché la contraddizione del finito è tolta nel luogo in cui il finito è ciò che esso veramente è. Quindi, in questo senso, dio è ciò che noi veramente siamo, se vogliamo chiamare dio l’apparire infinito.

(Emanuele Severino, Lezioni milanesi, Il nichilismo e la terra (2015-2016), a cura di Nicoletta Cusano, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp.191-193).

via (2) Amici di Emanuele Severino

Un confronto mancato, di VASCO URSINI

Vasco Ursini

Amministratore · 16 agosto alle ore 22:18

Un confronto mancato.

Al congresso internazionale “Heidegger nel pensiero di Severino”, svoltosi a Brescia lo scorso mese di giugno 2019, molto si è discusso sul fatto che Heidegger leggeva le opere del primo Severino, “Heidegger e la metafisica” e “Ritornare a Parmenide”. Al congresso il confronto tra Heidegger e Severino si è limitato a affrontare le questioni poste dal primo lontanissimo scritto (che è la tesi di laurea del filosofo bresciano), senza toccare, se non assai parzialmente, le opere successive di quei due giganti del pensiero, che nella loro totalità configurano con assoluta chiarezza le loro rispettive posizioni filosofiche.
È un lavoro dunque da farsi ancora più accuratamente di quanto sia già stato fatto. Noi siamo determinati a fornire il nostro contributo alla realizzazione di questo prezioso confronto delle due posizioni filosofiche, senza escludere che alla fine si possa pervenire a mostrare quale delle due risponda meglio al bisogno di verità.

link youtube a tutti i Video del congresso internazionale “HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO” che si è svolto a Brescia 13-15 giugno 2019. A cura della Associazione di Studi Emanuele Severino (Ases). Segnalazione di Paolo Barbieri del 26 agosto 2019

L’Associazione di Studi Emanuele Severino (Ases*) ha il piacere di inviare a tutti i soci i filmati del congresso internazionale “Heidegger nel pensiero di Severino” che si è svolto a Brescia nel giugno scorso.Tutti i filmati sono stati realizzati da Alfonso Carotenuto dell’Università degli Studi di Padovaper iniziativa della vicepresidente professoressa Ines Testoni.Un caro saluto a tuttiPaolo BarbieriP.S.: Ricordo che anche sul sito RaiCultura è possibile scaricare alcuni filmati realizzatidallo staff della Rai.

Di seguito i link:

01 – Heidegger nel pensiero di Severino – saluti istituzionali
https://youtu.be/3_uOZnI66J8

02 – Il filo rosso tra Heidegger e Severino – Friedrich-Wilhem Von Herrmann
https://youtu.be/tKiISqapsxE

03 – Il filo rosso tra Heidegger e Severino – Francesco Alfieri
https://youtu.be/A8FpIiWuSwo

04 – Il filo rosso tra Heidegger e Severino – Giampaolo Azzoni
https://youtu.be/qXPhFYV9cxg

05 – Heidegger nel pensiero di Severino – intervento di Emanuele Severino
https://youtu.be/3_qdaGrSRCg

06 – Nichilismo e destino – Ines Testoni
https://youtu.be/ATHxnQ-Zxvw

07 – Nichilismo e destino – Giulio Goggi
https://youtu.be/cijU_9UZpDA

08 – La domanda metafisica – Leonardo Messinese
https://youtu.be/t_0s9a1m2Q4

09 – La domanda metafisica – Sergio Givone
https://youtu.be/kpJ47YcMXa0

10 – La domanda metafisica – Francesco Totaro
https://youtu.be/iWRIxofgVzM

11 – La differenza Ontologica – Gaetano Chiurazzi
https://youtu.be/eWTXNj6Ay9U

12 – La differenza Ontologica – Nicoletta Cusano
https://youtu.be/vOiqWVhGwek

13 – La differenza Ontologica – Davide Spanio
https://youtu.be/fWQvTaWjYoQ

14 – La differenza Ontologica – Discussione
https://youtu.be/6dqEK-ksl4I

15 – Pensiero ed essere – Massimo Marassi
https://youtu.be/Zh54xdBfSXQ

16 – – Pensiero ed essere – Michele Lenoci
https://youtu.be/LXU2udLFTGI

17 – Pensiero ed essere – Vittorio Possenti
https://youtu.be/SFVdfNLXdP0

18 – Pensiero ed essere – Discussione
https://youtu.be/F_QScF0KQHY

19 – Fenomenologia ed ermeneutica – Alessandro Carrera
https://youtu.be/f2h6MlVzX5o

20 – Fenomenologia ed ermeneutica – Pedro Manuel Bortoluzzi
https://youtu.be/eFWvjS4zSAE

21 – Fenomenologia ed ermeneutica – Gian Luigi Paltrinieri
https://youtu.be/6V-p7nHJzGU

22 – Eternità e tempo – Eugenio Mazzarella
https://youtu.be/w3G7gjUqpX0

23 – Eternità e tempo – Luigi Vero Tarca
https://youtu.be/aHq97tIMjsM

24 – Eternità e tempo – Francesc Morató
https://youtu.be/RLUYrTu5GJQ

25 – Eternità e tempo – Federico Perelda – Filippo Casati
https://youtu.be/66YJhvmngx4

26 – Metafisica, Nichilismo, Tecnica – Carlo Sini
https://youtu.be/uOwwa1ULJxc

27 – Metafisica, Nichilismo, Tecnica – Massimo Donà
https://youtu.be/1OE8hrC46lc

28 – Metafisica, Nichilismo, Tecnica – Andrea Tagliapietra
https://youtu.be/9oWcG46kiO4

29 – Metafisica, Nichilismo, Tecnica – Discussione
https://youtu.be/3skDaixbFhM

IL RAPPORTO TRA PENSIERO E LINGUAGGIO NELLA FILOSOFIA DI EMANUELE SEVERINO, XVIII ritiro filosofico, 21, 22 settembre 2019, a Nocera Umbra (PG). Informazione in http://www.ritirifilosofici.it

Il XVII ritiro filosofico di quest’anno intende approfondire la questione del fondamento a partire dal rapporto tra pensiero e linguaggio nella filosofia di Emanuele Severino.

Per fare ciò ci rivolgeremo in modo sistematico al suo libro fondamentale, la Struttura originaria ….

Per tutte le informazioni vai a:

Francesco Alfieri: Martin Heidegger interprete di Emanuele Severino – in Filosofia – Rai Cultura

Francesco Alfieri. Martin Heidegger interprete di Emanuele Severino

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Francesco Alfieri. Martin Heidegger interprete di Emanuele Severino – Filosofia – Rai Cultura

Speciale realizzato da Rai Cultura sul congresso internazionale organizzato dall’ Associazione di Studi Emanuele Severino (Ases): Heidegger nel pensiero di Severino. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, che si è tenuto dal 13 al 15 giugno 2019 a Brescia. Video di 32 minuti

Speciale realizzato da Rai Cultura sul congresso internazionale organizzato dall’ Associazione di Studi Emanuele Severino (Ases):
Heidegger nel pensiero di Severino. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, che si è tenuto dal 13 al 15 giugno a Brescia

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Heidegger nel pensiero di Severino – Filosofia – Rai Cultura

Vasco Ursini con il filosofo Gaetano Chiurazzi: FOTOGRAFIA in occasione della sua relazione al congresso HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO, Brescia, 13-15 giugno 2019

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VAI ALLA RELAZIONE:

URSINI Vasco, Essere e Tempo di Martin Heidegger. Intervento al Congresso internazionale: HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica. A cura dell’ASES – Associazione Studi Emanuele Severino. BRESCIA, 13-15 giugno 2019

Vasco Ursini con il prof. Von Hermann e signora e il prof. Francesco Alfieri, in occasione del congresso di Brescia «Heidegger nel pensiero di Severino», 13-15 giugno 2019

con il prof. Von Hermann e signora:

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con il prof. Francesco Alfieri:

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Rileggere Severino (sul congresso di Brescia «Heidegger nel pensiero di Severino» – articolo in Corriere.it, 17 giugno 2019

Il congresso «Heidegger nel pensiero di Severino» conclusosi ieri ha fatto luce sulla fitta trama che lega i due pensatori nella filosofia novecentesca. Biografica: se è noto che Emanuele Severino si è laureato con una tesi pionieristica su Martin Heidegger, solo ora si è potuto documentare il ricorrere del suo nome nei colloqui familiari del filosofo tedesco. Storico-filologica: si è iniziato a discutere il peso di tre citazioni inedite di Heidegger riguardanti Severino – scoperte da Francesco Alfieri e Friedrich von Herrmann nel lavoro di edizione delle Opere complete di Heidegger in Germania – rispetto allo sviluppo del pensiero heideggeriano, e non solo la lettura che Severino di quest’ultimo elabora.

vai all’intero articolo

Rileggere Severino – Corriere.it

FESTIVAL “FILOSOFI LUNGO L’OGLIO: Giovedì 20 giugno 2019 chiuderà la terza settimana di incontri il celebre filosofo EMANUELE SEVERINO con “Genesis”, nella suggestiva cornice del Monastero di San Bernardino a Caravaggio in provincia di Bergamo

 

 

Il 17,18 e 20 giugno interverranno Stefano Zamagni, Duccio Demetrio ed Emanuele Severino per declinare il tema “generare” al festival “filosofi lungo l’oglio”.

Il 17,18 e 20 giugno interverranno Stefano Zamagni, Duccio Demetrio ed Emanuele Severino per declinare il tema “generare” al festival “filosofi lungo l’oglio”.

Gli Atti del Congresso “Heidegger nel pensiero di Severino”, a cura di Ines Testoni e Giulio Goggi, Brescia 13-15 giugno 2019. Disponibili sul sito padovauniversitypress.it

Gli Atti del Congresso “Heidegger nel pensiero di Severino” svoltosi a Brescia nei giorni 13-15 giugno 2019

vai al file in formato pdf (198 pagine):  http://bit.ly/2KmCJrM

oppure clicca su:

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URSINI Vasco, Essere e Tempo di Martin Heidegger. Intervento al Congresso internazionale: HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica. A cura dell’ASES – Associazione Studi Emanuele Severino. BRESCIA, 13-15 giugno 2019

Ursini Vasco

Laurea in Pedagogia – Professore di Lettere in pensione

vascoursini@alice.it

Essere e Tempo di Martin Heidegger

Essere e tempo è l’opera che più di ogni altra, assieme al Tractatus di Wittegenstein, ha caratterizzato la riflessione filosofica contemporanea fino a interessare e coinvolgere nei propri contenuti molte correnti filosofiche esistenti e ha determinato la nascita di movimenti nuovi di filosofia teoretica ed anche pratica. Uno scritto dunque importantissimo, che costituisce l’inizio di un percorso lungo e intenso che condurrà Heidegger verso il compimento della sua prospettiva teoretica, che dovrà misurarsi con quella rappresentata dal «destino della verità» nel prossimo congresso internazionale di giugno 2019, che ha appunto per tema «Martin Heidegger nel pensiero di Emanuele Severino».

Si è soliti suddividere il pensiero di Heidegger in due fasi. C’è una prima fase cosiddetta «esistenziale» che ha come opera di riferimento proprio Essere e tempo che è l’oggetto di questa indagine. C’è poi una seconda fase, cosiddetta «ontologica», i cui testi di riferimento sono quelli scritti dopo il 1930, nel periodo della cosiddetta «Kehre» («Svolta»), che alcuni critici fanno iniziare al 1936, anno di pubblicazione dello scritto Hölderlin e l’essenza della poesia, e altri critici invece all’anno dell’uscita dello scritto «Sull’essenza della verità», composto nel 1930 ma pubblicato nel 1943. C’è infine da richiamare la posizione critica di Franco Volpi che vede le radici della «svolta» già nella parte finale di Essere e tempo.

L’obiettivo di fondo di Essere e tempo è, secondo Heidegger, il riprendere a interrogarsi sul senso dell’essere, riesaminandolo da capo, visto l’oblio che l’ha avvolto per tutto il corso della metafisica, a cominciare da Platone fino ai giorni nostri, in cui dell’essere non è più niente. E aggiunge che per comprendere l’essere occorre partire dal «tempo», ma la sua è una concezione del tempo nuova e diversa rispetto a quella della metafisica tradizionale: la realtà dell’essere non è più presenza ma «possibilità», e l’essere del tempo non è più il presente ma l’«esistenza»; inoltre la determinazione fondamentale del tempo non è più il presente ma il «futuro», inteso non come «non ancora presente», ma come «possibilità, progetto»: «Il progettarsi in-avanti nell’in-vista di se stesso», progettarsi che si fonda nell’avvenire, è un carattere essenziale dell’esistenzialità. Il senso primario dell’essenzialità è l’avvenire» (M. Heidegger, Essere e tempo. L’essenza del fondamento, a cura di Pietro Chiodi, Utet, Torino 1978, p. 617).

Ritornare a discutere sul problema dell’essere significa, per Heidegger, prima di tutto, evidenziare la differenza che separa ma non divide l’essere dall’ente. Questa è per Heidegger la «differenza ontologica», che è senza alcun dubbio il fulcro dell’intera riflessione heideggeriana, per la quale l’essere è altro da ogni ente e nessun ente può essere equiparato all’essere. L’essere deve essere distinto dall’ente proprio perché è l’essere dell’ente. E, dopo la «svolta» si vedrà più chiaramente – scrive Severino – che « l’«essere», per Heidegger, non è nessuno degli enti; non è nemmeno quel Super-ente che è il Dio della tradizione occidentale. È invece ciò che si manifesta nel «disvelamento» […] Il «disvelamento» non è un atto umano. Heidegger lo interpreta come una luce che sorge dall’oscurità (a cui è quindi essenzialmente unita) e che illumina le cose. E aggiunge, spintovi dal senso greco di quella parola, che tale luce, ancor prima di illuminare le cose, quindi indipendentemente da esse, apre una «radura» luminosa che non è costituita da alcun ente e non rappresenta alcun ente, ma è, appunto, l’«essere» di ogni ente. Rifacendosi ai primi pensatori greci, Heidegger intende affermare la «differenza ontologica» tra «essere» e «essente». Però, sia dell’«essere» sia dell’«essente» esclude che siano un nihil absolutum. Questo, anche se l’«essere», che non è un nihil absolutum, è Nichts, «nulla dell’«essente» (nulla relativo). Un tratto essenziale, dunque, accomuna i termini della «differenza ontologia»: il loro non essere un Nihil absolutum». (Emanuele Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006, pp. 109-110).

Severino, continuando la sua analisi, aggiunge: «Ciò significa che l’ontologia autentica si rivolge a un senso dell’essente essenzialmente più ampio dell’«essente» di cui parla Heidegger, cioè include non solo ogni differenza, ma anche la «differenza ontologica» (ivi, p. 110).

In conclusione Severino scrive: «Rivolgendosi a questo senso essenzialmente più ampio dell’essente, il linguaggio, nei miei scritti, indica i tratti concreti che costituiscono l’impossibilità che l’essere non sia – ossia che costituiscono la necessità del suo essere, la sua «eternità» […] Heidegger, all’opposto – unendosi all’intero pensiero dell’Occidente -, pensa che se l’«essente», quando è, non è un nihil absolutum, tuttavia esso sarebbe potuto rimanere un nihil absolutum, e lo è stato, e lo ridiventerà sicuramente. E questo va detto anche dell’«essere», che è «evento», Ereignis, il cui mantenersi al di fuori del nihil absolutum non ha alcuna garanzia » (ivi, pp. 110-111).

Riprendendo l’analisi heideggeriana, aggiungo che nell’interrogarsi sulla questione dell’essere per definire cosa esso sia, occorre interrogare l’ente. Ma a quale ente bisogna porre la domanda «cosa è l’essere?». Heidegger risponde che in ogni domanda si può individuare un «cercato» (ciò che si domanda), un «ricercato» (ciò che si trova) e un «interrogato» (ciò a cui si domanda) ; che qui il «cercato» è l’essere, il «ricercato» è il senso dell’essere e l’«interrogato» non può che essere una cosa, un ente, perché l’essere, in quanto trascendentale, è sempre «l’essere di un ente».

L’« interrogato » è quindi un ente. Ma quale ente? Heidegger chiama questo ente l’«Esserci» («Dasein»), che ha « un primato in vari sensi rispetto ad ogni altro ente. In primo luogo ha un primato ontico: questo essere è determinato nel suo essere dall’esistenza. In secondo luogo ha un primato ontologico: per il suo essere determinato dall’esistenza, l’Esserci è in sé ontologico ». (Martin Heidegger, Essere e tempo, a cura di Pietro Chiodi, Longanesi 1976, p. 30).

In relazione al tema dell’«analitica dell’esserci», si deve dire che «l’essenza dell’Esserci consiste nella sua esistenza». Per esistenza non si intende una «proprietà», cioè la semplice presenza di qualcosa come questo o quell’essere umano. Per esistenza si intende ogni modo d’essere dell’uomo (esserci). «Esserci» non indica dunque l’uomo in quanto singolo (questo o quello), ma il suo «essere» in quanto «esistente» (esistente umano). L’esserci non è dunque una proprietà ma il nostro modo d’essere: noi possiamo conquistarlo o perderlo. Possiamo cioè essere noi stessi, appropriarci di noi stessi autenticamente o inautenticamente. Per passare da un’esistenza inautentica a una esistenza autentica, l’esserci deve basare la sua vita sull’unica possibilità certa, assoluta, insormontabile che lo caratterizza: la morte, che riguarda propriamente ciascuno di noi. Quindi il nostro «essere-nel-mondo» deve diventare un «essere-per-la-morte», nel senso che si deve tenere sempre presente e viva nella nostra coscienza questa possibilità ultima.

Ovviamente questa consapevolezza della ineluttabilità della morte è fonte di « angoscia» perché mette l’uomo al cospetto del nulla. Ma se l’uomo riesce ad accettare che la sua vita ha un termine e che niente può fare per modificare questo suo destino, l’«angoscia» può diventare «positiva», nel senso che l’uomo, proprio perché si è convinto di trovarsi nella situazione di non avere a sua disposizione un tempo infinito, può essere indotto a compiere con continuità delle scelte capaci di dare senso alla sua vita.

In conclusione, voglio richiamare questa osservazione critica di Emanuele Severino: «Ora, sono a tutt’oggi convinto che in Essere e tempo il metodo fenomenologico non sia in grado di reggere tutto quello che in quest’opera viene affermato. Gran parte delle tesi di Essere e tempo non hanno cioè carattere fenomenologico, ma inferenziale. Non solo: la stessa struttura di fondo di quest’opera ha un carattere inferenziale. E il motivo essenziale è che essa non si limita a descrivere la dimensione ontologica accanto alla dimensione ontica, ma pone la dimensione ontologica come condizione, fondamento della dimensione ontica, cioè come qualcosa senza di cui quest’ultima non potrebbe costituirsi; e l’esistenza della « condizione », del «fondamento», del «ciò senza di cui non», non può essere il contenuto di un’affermazione fenomenologica, la quale non può che affermare l’esserci di fatto di un contenuto, ma non la necessità del suo esserci». (Emanuele Severino, Heidegger e la metafisica, Adelphi, Milano 1994, p. 23).

BIBLIOGRAFIA

  1. Martin Heidegger, Essere e tempo, a cura di Pietro Chiodi, Longanesi 1976.

  2. Martin Heidegger, Essere e tempo. L’essenza del fondamento, a cura di Pietro Chiodi, Utet, Torino 1978.

  3. Emanuele Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006.

  4. Emanuele Severino, Heidegger e la metafisica, Adelphi, Milano 1994.

  5. Nicoletta Cusano, Sintesi e separazione, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2017.


TRATTO DA:

Atti del Congresso “Heidegger nel pensiero di Severino” svoltosi a Brescia nei giorni 13-15 giugno 2019

vai al file in formato pdf (198 pagine): http://bit.ly/2KmCJrM

La prima giornata del Congresso internazionale: HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica. A cura dell’ASES – Associazione Studi Emanuele Severino. BRESCIA, 13-15 giugno 2019.- Articolo di Nicola Rocchi in La Repubblica 14 giugno 2019

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«Heiddeger mi leggeva». Intervista a Emanuele Severino, articolo di Antonio Gnoli in La Repubblica 13 giugno 2019

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«Heiddeger mi leggeva». Intervista a Emanuele Severino

Martin Heidegger, il filosofo più osannato in Italia, non amava la filosofia italiana. Distante dalle radici greche, la giudicava irrilevante. Unica eccezione, a quanto pare, il pensiero di Emanuele Severino che nel 1950 pubblicò la sua tesi di laurea: Heidegger e la metafisica .

Sia quel testo, che il lungo saggio Ritornare a Parmenide del 1964 sono stati ritrovati, con degli appunti, negli scaffali della biblioteca di Heidegger. Quale fu il loro rapporto? Se ne discute da oggi al 15 giugno, presso l’Università Cattolica di Brescia in un convegno internazionale (curato da Ines Testoni e Giulio Goggi).

Professor Severino, come arrivò a occuparsi di Heidegger?

«Tramite il mio maestro Gustavo Bontadini. Alla Cattolica di Milano si studiava seriamente Heidegger. E a me sembrava che il suo pensiero aprisse nuovi orizzonti alla metafisica classica».

È stato Cornelio Fabro, allora potente professore della Cattolica, a inviare i suoi due scritti a Heidegger?

«È una leggenda che li avesse ricevuti da Fabro. So che si conoscevano e so che nei rari incontri, avvenuti soprattutto a Roma, Fabro gli parlava della filosofia italiana. Da una lettera che mi scrisse il nipote di Heidegger, il reverendo Heinrich Heidegger, si capisce che il filosofo tedesco era piuttosto tiepido nei confronti di Fabro».

Un atteggiamento che estendeva a tutta la filosofia italiana?

«Non credo ci fosse disinteresse, oltretutto con lui lavoravano anche alcuni allievi italiani. Più semplicemente penso che se ne interessasse a suo modo.

Concentrandosi sui problemi filosofici più che sulle scuole di provenienza».

Heidegger fu ospite per alcuni giorni a Roma nel 1936 in occasione di un convegno durante il quale tenne una conferenza su Hölderlin.

Era presente anche Giovanni Gentile. Ma il loro incontro sfumò in un nulla di fatto. Pensa che le loro filosofie fossero incompatibili?

«Negli anni in cui scrivevo la mia tesi pensavo che la sua filosofia, come quella di Gentile, fosse la base per la metafisica classica. Quindi che non fossero così incompatibili. La verità è che ognuno dei due era troppo legato al proprio linguaggio perché potessero davvero comprendersi.

Gentile e Heidegger erano troppo concentrati sul loro pensiero per poter prendere in considerazione l’idea che qualcuno spiegasse la filosofia dell’altro».

Benedetto Croce fu tra i critici più severi della filosofia di Heidegger.

Ritiene che fosse una critica ingenerosa e comunque discutibile?

«Ma è discutibile anche il modo in cui Heidegger tratta il neohegelismo europeo, quindi anche Croce. Tra gli italiani Croce e Gentile da una parte e Heidegger dall’altra di amicizia ce ne fu ben poca».

Alla fine come pensa che i suoi due scritti siano arrivati a Heidegger?

«Von Hermann, allievo di Heidegger e curatore delle sue opere, fu testimone diretto di un certo interesse del maestro per il mio pensiero. E il nipote di Heidegger, Heinrich, sentì in più di un’occasione pronunciare il mio nome dallo zio.

Ma resta irrisolto il modo in cui ricevette i miei due scritti».

Francesco Alfieri, allievo e assistente di von Hermann, sostiene che il vero tramite tra Heidegger e lei sia stato Gadamer.

«Gadamer adorava l’Italia, conosceva perfettamente la nostra lingua ed è plausibile che avesse parlato, tra le altre cose, anche di me. Da una ricerca di Alfieri risulterebbe che nei primissimi anni Novanta Gadamer scrisse su Civiltà delle macchine un articolo sui miei scritti».

C’è una questione politica che nella lettura del pensiero heideggeriano ha preso il sopravvento. Le sembra inaggirabile la vecchia questione del suo antisemitismo?

«È appunto una questione invecchiata. Le critiche di Heidegger agli ebrei sono le stesse che egli rivolge al cristianesimo, alla metafisica occidentale, alla tecnica.

Non sono l’”avversario”, ma appartengono alla grande dimensione dalla quale Heidegger intende prendere le distanze: la generale dimenticanza dell’Essere».

Che giudizio complessivo dà dei “Quaderni neri”, in cui la questione dell’antisemitismo è tornata fuori prepotentemente?

«Sono decifrabili solo se si conoscono i Contributi alla filosofia che Heidegger compose quasi subito dopo Essere e tempo . I Quaderni neri erano un suo strumento di lavoro.

Non mi pare che aggiungano qualcosa di decisivo al suo pensiero.

Il loro antisemitismo è un equivoco in cui sono incappati certi critici».

Per alcuni pensatori lei ricorre all’immagine del sottosuolo. Quasi a voler dar loro una forza speculativa straordinaria.

Heidegger è un pensatore del sottosuolo?

«Nonostante la sua grandezza direi di no. I pensatori di questo sottosuolo sono coloro che conferiscono la massima coerenza e potenza alla follia che avvolge l’uomo da quando abita la terra. Pensatori del sottosuolo furono soprattutto Gentile, Nietzsche, Leopardi».

Perché non Heidegger?

«La sua “follia” fu incoerente. E tutt’altro che estrema. Alla fine si accontentò della speranza che “solo un Dio ci può salvare”».

Follia intesa in che senso?

«Non come un’esperienza psichiatrica. Ma come il tratto dell’Occidente, per cui è ovvia la convinzione che le cose nascono dal nulla e tornino nel nulla».

Tutto il suo lavoro si oppone dunque a questa follia?

«I miei scritti indicano la “non-follia”, allo stesso modo che un semplice gesto della mano indica l’immenso sistema montuoso. La “non-follia” è perciò il manifestarsi dell’eternità di tutte le cose, di tutti gli stati e gli istanti del mondo e della nostra coscienza. È la risposta al nichilismo».
ANTONIO GNOLI

intervista a Emanuele Severino, di Silvia Truzzi, in Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2019

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Il Fatto 8.6.19

Emanuele Severino

“Come fu che Martin Heidegger studiò la mia tesi di laurea”

di Silvia Truzzi

Nei Pensieri Leopardi – che in questa casa è così di casa da avere una stanza a lui solo dedicata – spiega: “Quasi tutti i grandi uomini sono modesti, perché si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell’idea del perfetto che hanno dinnanzi allo spirito”. L’infinito compie 200 anni, splendidamente portati; il nostro ospite, che tanto si è occupato di eterno, non è da meno, avendo da poco oltrepassato il ragguardevole traguardo dei 90 anni. Per festeggiare Emanuele Severino alcuni dei suoi allievi, tra cui Ines Testoni e Giulio Goggi, hanno organizzato un convegno a Brescia (dal 13 al 15 giugno) sui rapporti tra il filosofo bresciano e Martin Heidegger. Il padre di Essere e tempo ha riflettuto sul pensiero di Severino dalla fine degli anni Cinquanta: una prima nota reca la data 1958, altre risalgono alla fine degli anni Sessanta. Ma tutto comincia nel 1948 quando il giovanissimo Emanuele mette mano alla sua tesi di laurea. Titolo: Heidegger e la metafisica. Lavoro che viene subito pubblicato e che il “il pastore dell’essere” leggerà anni dopo: ed è qui che ci mette lo zampino la leopardiana modestia di cui sopra.

Professore, perché non ha mandato a Heidegger la sua tesi?

Ero un ragazzo, per carattere non sono uno che si promuove. Erano anche altri tempi, non usava.

A quei tempi il filosofo tedesco era poco conosciuto in Italia.

Non conosciuto come meritava. A 19 anni ho dovuto fare i conti con Sein und Zeit. Il tedesco lo conoscevo perché al liceo andavo a lezione di tedesco da un gesuita: Padre Auer. E Padre Auer conosceva Hitler. Ricordo che mi raccontava i contorcimenti di Hitler quando le cose non andavano come voleva lui.

Come ha fatto a prendere la libera docenza a 21 anni?

Mi sono laureato giovane, avevo saltato la prima liceo. Dopo la guerra c’era voglia di fare tutto subito. Nell’inverno del 1950 Esterina, che l’anno dopo sarebbe diventata mia moglie, vide sul Corriere una noticina in cui si diceva che quell’anno poteva partecipare al concorso di libera docenza anche chi era laureato da meno di cinque anni. Io avevo pubblicato il libro su Heidegger e durante l’università anche Note sul Problematicismo italiano. E quel peccato di gioventù che era La coscienza. Pensieri per un’Antifilosofia…

Stiamo sempre parlando di un ragazzo di diciannove anni…

No, lì ne avevo tre di meno, ne avevo sedici e mezzo.

Quando ha deciso di studiare filosofia?

Mio fratello, morto alpino nell’ultima guerra, era normalista a Pisa e aveva come docenti Gentile, Carlini Russo e Calogero. A casa parlava dei suoi studi, io lo adoravo. Quindi direi che il mio primo contatto con la filosofia è stato con quanto mio fratello diceva di Gentile e che mi sembrava estremamente intelligente, anche se capivo poco.

Era un bimbo!

Sì, sì, ero un bimbo. Intuivo che poi, quando sarei andato al liceo, avrei capito di più. Ma quando dovetti decidere cosa fare ero indeciso tra fisica, matematica e filosofia.

Si sa com’è andata… Torniamo a Heidegger: come sappiamo che legge la sua tesi nel ‘58?

In occasione del convegno di Brescia mi ha scritto Friedrich-Wilhelm von Herrmann, illustre cattedratico dell’Università di Friburgo, e di cui è assistente il professor Francesco Alfieri dell’Università lateranense, che possiede le chiavi dell’archivio e di queste note inedite di Heidegger che saranno pubblicate. In questa lettera spiega – le leggo – che il mio nome era “costantemente presente nella mente di Martin Heidegger”, quando negli anni Sessanta lui era l’assistente di Eugen Fink prima e dello stesso Heidegger poi. “Durante i suoi incontri con il fratello Fritz, Heidegger parlava spesso di Emanuele Severino e anche il figlio di Fritz, il reverendo Heinrich Heidegger, ricorda molto precisamente quelle menzioni, perché partecipava spesso agli incontri tra i due fratelli”.

Nella lettera von Herrmann le scrive: “La sua lettura autonoma di Heidegger e la fluidità del percorso delle sue ricerche fanno di lei un maestro”.

Molto lusinghiero.

Decisamente: al convegno le consegneranno perfino la traduzione di una sua opera in cinese. Ma andiamo avanti: anche il nipote di Heidegger le ha scritto una lettera molto affettuosa in cui racconta di come zio Martin parlava di lei, di quanto era impressionato dal modo in cui lei interpretava i suoi testi.

Dice che anche il padre Fritz, che aiutava il fratello trascrivendo a macchina i suoi manoscritti, ripeteva spesso il mio nome.

“Spero – aggiunge il reverendo Heidegger – che Lei un giorno verrà a trovarmi qui a Meßkirch”. Ci andrà?

No: io ho appena compiuto 90 anni, e lui ha la mia stessa età. Gli ho risposto così: “Caro reverendo, grazie per l’invito ma credo che sarà difficile, comunque ci incontreremo… in quella che io chiamo Gioia”. Gioia è quello che si apre con la morte, morire vuol dire entrare nella Gioia.

Si è fatto un’idea del perché Heidegger è stato colpito dalla Sua interpretazione?

Ho studiato a Pavia, con un grande maestro, Gustavo Bontadini. Il quale aveva interpretato Gentile non come chiusura alla metafisica classica, ma come un pensatore che indipendentemente dalle sue convinzioni apriva la porta a tale metafisica. Ho creduto in quel periodo che lo si dovesse dire in modo ancora più adeguato di Heidegger; cioè che anche Heidegger non fosse da intendere come un filosofo che, alla Nietzsche, afferma la morte di Dio, ma come un filosofo che – lo dice esplicitamente, ad esempio, in Essere e Tempo – intende indagare la base a partire dalla quale si può costruire una metafisica.

Torniamo a Gentile, un filosofo che l’ha influenzata moltissimo: quanto lo ha danneggiato l’adesione al fascismo?

Immensamente, è stata un pretesto per non studiarlo. Intanto diciamo che era il fascismo a essere gentiliano: quando pensava, il fascismo, pensava attraverso Gentile. Faceva, anche, e purtroppo faceva male. Ma quando si metteva sul piano culturale, l’orizzonte era Gentile. È Gentile che ha scritto la voce “Fascismo” sulla Treccani. Gentile è pressoché ignoto nel mondo anglosassone: c’è un motivo. Abbiamo perduto una guerra in un modo indecente. Abbiamo avuto il Partito Comunista più forte dell’Occidente, infastidendo notevolmente il mondo capitalistico. Tutti questi sono fattori che ci hanno resi antipatici al resto del mondo.

Anche su Heidegger ha pesato la macchia dell’antisemitismo e del nazionalsocialismo.

Il fascismo è stato un pretesto per non studiare all’estero l’italiano Gentile, ma non ha impedito l’affermazione internazionale del tedesco Heidegger. Era un tedesco e i tedeschi contano di più all’estero degli italiani.

La “moda” politicamente corretta per cui non bisogna studiare un filosofo perché fascista, o non leggere Céline per le stesse ragioni, che fondamento ha?

Mi sembra una sciocchezza. Quando Heidegger scrive quelle frasi antisemite, le scrive nel contesto di una critica all’intero atteggiamento metafisico quale si è andato di fatto realizzando, e che invece egli vuole ripensare. Le critiche che rivolge agli ebrei son le stesse che rivolge al cristianesimo, ad Aristotele, alla tecnica moderna, alla dimenticanza dell’“Essere”. E quindi non è che sia caratterizzato dal suo antisemitismo. Così come nel mio discorso filosofico non è che l’avversario sia il cristianesimo: il cristianesimo appartiene a una dimensione in cui i vari protagonisti hanno in comune qualche cosa di essenziale, cioè la fede nel diventare altro delle cose, la fede nella storicità delle cose del mondo.

Secondo lei perché questi tabù si ripresentano periodicamente come stigma? Volersi rifare una verginità storica, facendo finta per esempio che tutta la colpa sia stata del duce e del re, è un modo per non fare i conti con il passato e per legittimare il “fascismo eterno” di Eco. Ma non ogni forma di intolleranza è fascismo.

Certo. Ma non parlerei di periodicità. Il nostro è un tempo interessante anche perché è un unicum. Stiamo abbandonando la tradizione. Ma la tecnica destinata al dominio non si è ancora fatta innanzi. In questa fase intermedia anche il livello di intelligenza della gente ne risente. Nel Settecento i servi origliavano alla porta delle sale dei padroni dove si eseguivano Mozart e Haydn. Stavano lì a sentire. Se adesso pensiamo che il corrispettivo di Mozart e di Haydn è la musica pop e che la gente va in estasi per la musica pop, ecco, è accaduto qualcosa di profondo. Certo, le condizioni di vita del servo del Settecento erano pessime, ma allora anche i re, se avevano mal di denti, non se la passavano bene. Però l’abbandono della tradizione, di quella tradizione che può dire alla tecnica “guarda che tu non puoi fare tutto quello che sei capace di fare”, provoca uno stato di decadenza e di smarrimento che giustifica anche i fenomeni di cui parlava lei. La superficialità del nostro tempo ha ragioni profonde.

Resta il fatto che una parte di opinione pubblica ritiene che si prospetti un regime parafascista. Ma un fenomeno storico può essere utilizzato come contenitore di tutte le malvagità? Qualunque, anche eventuale, restrizione di libertà si può dire fascismo?

Ha detto una cosa molto interessante. Vorrei osservare che il mondo diventa sempre più pericoloso per i popoli ricchi perché i poveri vogliono vivere, vogliono mangiare e quindi tendono ad andare dove ci sono risorse e benessere. Questo è in qualche modo inevitabile dal punto di vista dei popoli poveri, ma è altrettanto inevitabile che i popoli ricchi si sentano minacciati nei loro privilegi e che mettano sbarramenti, e quindi limitazioni alle libertà che, per esempio, renderebbero più agevole un fenomeno come l’immigrazione. È inevitabile che si vada verso una restrizione della libertà. È però inevitabile che non si vada verso una restrizione di tipo politico ma verso una restrizione di tipo tecnico-razionale della libertà; e altro è un dittatore politico, altro è una dittatura della ragione scientifica, la quale pensa soprattutto all’incremento della potenza come tale, e non al potenziamento di una casta o di un’ideologia .

La domanda riguardava i fenomeni storici: si ripresentano, sono reiterabili, semplicemente perché se ne ravvisano alcune tracce? Lei vede similitudini con la Germania di Weimar o l’Italia pre-mussoliniana?

Anch’io parlavo di un grande fenomeno storico, che è il contenitore di quelli più particolari e per il quale è fuori luogo parlare di analogie con la Germania di Weimar o con l’Italia pre-mussoliniana. Ho scritto da qualche parte che la politica vincente è quella che si rende conto della fine della politica. Ora una delle forme più invasive della politica, in cui la politica è strapotente rispetto a una politica di tipo democratico, è proprio la politica delle dittature, come quella fascista o nazionalsocialista. Se e poiché si sta andando verso il tempo della dominazione della tecnica, allora un atteggiamento politico che non veda questa destinazione della tecnica al dominio e invece rafforzi il carattere politico del proprio agire è destinato al fallimento. Sarebbe come se ci si trovasse su un treno che va a Roma e sul treno ci fossero dei passeggeri che credono di stare andando a Berlino. Credo di essere uno dei pochi, oggi, che considera criticamente la politica, perché in genere prevale un’ansia di rivendicare il carattere autenticamente politico rispetto alle sue degenerazioni totalitarie. Laddove no, è la politica in quanto tale a esser destinata al tramonto.

Lei ha detto al premier Conte, che è venuto qui a trovarla, “io ritengo che il suo governo sia di fatto un governo tecnico”. Lui non era molto d’accordo, in effetti.

Ma dopo il suo messaggio alla stampa del 4 giugno si è abbondantemente parlato del carattere tecnico della sua presidenza! Quando ci incontrammo qui a casa mia, egli per “governo tecnico” intendeva un governo come quelli che ci sono stati in Europa e in Italia (cioè governi pur sempre inscritti nel sistema capitalistico), mentre io intendevo che quei governi erano e sono un vago presagio della gestione tecno-scientifica della società. In altri termini, quando parlo di destinazione della tecnica al dominio non mi riferisco alla necessità che in futuro vi siano governi alla Monti. La tecnica del futuro destinata a prevalere è una tecnica che sente la voce della filosofia del nostro tempo, la quale dice: non esistono assoluti, dimensioni eterne, quindi non esistono limiti all’azione, e pertanto tu, tecnica, puoi andare avanti senza inchinarti alla saggezza tradizionale, che invece mette in guardia ammonendo che non tutto quello che si può fare è lecito fare. Oggi, invece, la tecnica domina ancora soltanto di fatto, non di diritto: la sua potenza è soltanto una pre-potenza.

La scienza triste, l’economia, ha un’importanza enorme nelle nostre vite e nel dibattito pubblico. Le nozioni economiche sono un nuovo vangelo e spesso sono utilizzate come una clava sul cittadino che non ha strumenti. Forse è già successo che la tecnica domina.

Oggi non è la tecnica a dominare, ma, come dicevo, è l’economia capitalistica che si serve della tecnica. La tecnica destinata al dominio è invece quella che, avendo come scopo l’aumento indefinito della potenza, si serve dell’economia, e può servirsi anche dell’economia capitalistica. In Cina si sono incamminati in questa direzione. Ma attenzione: nemmeno l’autentica dominazione della tecnica ha l’ultima parola.