MORTE, IMMORTALITA’, citazione da Biagio De Giovanni, Disputa sul divenire, Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, Napoli 2013

 

In Severino l’esser “mortali” […] è “volontà di separare le parti dal Tutto”: l’esser mortali è prodotto dell’isolamento, questo è “la volontà di esser mortali”, (Destino della Necessità, p. 416) l’unica volontà, si potrebbe dire, che realizza il proprio volere, perché l’esser mortali è la grammatica esistenziale dell’isolamento, è la prima prevaricazione, quella esistenziale appunto, è il senso originario ed estremo del prevaricare (ivi, p. 417) che ti spinge a prender cura solo delle cose della terra, a negare il legame necessario che unisce ogni parte al Tutto. Siamo “mortali” perché abbiamo deciso di esserlo (ecco il paradosso di Severino) nel momento in cui abbiamo pensato il divenire come uscire dal nulla e precipitare nel nulla. […] Il tema, in Severino, è direttamente la morte dell’uomo, la sua “scelta” di esser mortale, che si scontra, contende con l’eternità di ogni ente e dunque anche con l’ente uomo. Nascita e morte sono possibili solo nella dimensione isolata della terra, l’ente uomo ha rinunciato alla propria identità.
Ma il paradosso di Severino è tale perché si scontra con il fatto che l’uomo muore, che ognuno di noi muore, con l’inquietudine che crea questo dissolversi della nostra esperienza, cadere nel nulla della coscienza di essere. Il ‘de consolatione philosopiae’ non sembra qui raggiungere il suo scopo. La consapevolezza della morte offre la primigenia condizione metafisica dell’ente-uomo, la tensione che essa fa dilagare va mantenuta, e di Severino si deve cogliere il lato che la mantiene, che è nell’intreccio fra orizzonte del Tutto e parzialità del vivere umano. Ma c’è in Severino, a un certo punto, come un separarsi dei due orizzonti, come se mettere l’orizzonte del Tutto nel quadro dell’Attesa eliminasse o riducesse la forza del loro dialettismo? E accetterebbe mai Severino l’espressione “dialettismo”?, e la domanda è retorica. E come incide questa possibilità ermeneutica sul tema della morte? Non c’è una forzatura nel considerare l’esser mortale come dimenticanza della propria eternità? E che cosa può scuotere chi sa che il proprio destino è la propria morte personale? Non c’è qualcosa di ineluttabile in questa fragilità, in questo cosumarsi delle cose? Che ci porta in un territorio che forse né Gentile né Severino hanno esplorato perché realmente forse inesplorabile nell’inesorabilità della sua dimensione? O che l’hanno fatto provando a esorcizzare la prepotente realtà-verità della irrimediabile finitezza del nostro tempo di vita? (Il discorso continuerà prossimamente).
(Biagio De Giovanni, Disputa sul divenire, Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, Napoli 2013).

VASCO URSINI, EMANUELE SEVERINO risponde a BIAGIO DE GIOVANNI, 31 marzo 2018

EMANUELE SEVERINO RISPONDE A BIAGIO DE GIOVANNI

In un post da me pubblicato su facebook dal titolo “Morte e immortalità Consolartio philosophiae e finitezza irrimediabile” (tratto dal libro di Biagio de Giovanni, “Disputa sul divenire Gentile e Severino”, Editoriale Scientifica, Napoli 2013) il de Giovanni aveva tra l’altro affermato che c’è “qualcosa di ineluttabile nella condizione mortale dell’uomo”, cioè la morte, “la prova inconfutabile, l’irrefutabile cogenza” che “l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla” – con l’inaccettabile risultato che ciò che Severino chiama ‘destino’ “si scontra con il fatto che l’uomo muore”, sì che ad esser follia, alienazione non è l’affermazione del divenire, ma il destino.
Nel suo libro “Sul Divenire Dialogo con Biagio de Giovanni (Mucchi Editore, Modena 2014) Emanuele Severino risponde a tutte le critiche rivoltegli da de Giovanni. Qui mi limiterò a riportare la risposta a de Giovanni che Severino dà nel cap IV che porta il titolo “L’apparire della morte”. Scrive Severino:
Ho mostrato i presupposti arbitrari di questo tipo di obbiezioni sin da quando me le sono poste a metà degli anni ’60 /cfr. Essenza del nichilismo, 1971, sec. ed. Adelphi, 1981). Richiamo qui la direzione complessiva della risposta che ad esse va data. Il destino della verità non nega ma è anzi l’apparire incontrovertibile della morte dell’uomo che muore, e di come muore, e del suo cadavere che resta dopo che la “vita” di quel corpo ha avuto compimento e non continua. Ma questo compimento e non continuare, che incontrovertibilmente appaiono (e ogni loro affermazione compiuta al di fuori del destino è solo fede, errare, ipotesi) non sono l’annientamento di ciò che ha avuto compimento e non continua. Testimoniando il destino, i miei scritti hanno ‘sempre’ negato che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal nulla e che la morte sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che ‘questo’ andare e venire ‘non’ è un “fatto”, come invece il linguaggio di de Giovanni afferma nel suo trovarsi iscritto nella fede dei “mortali” (il “mortale” essendo appunto chi ha questa fede e vive conformemente ad essa).
Infatti, cosa significa che il dolore, l’agonia, la morte dell’uomo (e il perire dei viventi e delle cose) sia un “fatto”? Significa che ‘se ne fa esperienza’, cioè che si manifestano, appaiono, si mostrano. ( E il destino mostra – anche qui rinvio ai miei scritti – ‘perché’ ciò che appare non può essere negato; il perché che manca alla fenomenologia, nella quale questa innegabilità rimane un dogma). E’ incontrovertibile che appaia l’orrore della morte – che è sempre la morte altrui – e che, esso manifestandosi,si faccia esperienza della radicalità del processo (che i mortali chiamano “distruzione”, “annientamento”) nel quale, dopo la legna che brucia, appare la cenere e della legna appare solo il ricordo. (E ogni vivente e ogni cosa del mondo è legna che brucia). […].
E’ impossibile che il credere che le cose vanno nel nulla sia unito al credere che, ciononostante, esse, pur annullandosi e diventate nulla, continuino ad apparire come apparivano prima di annullarsi – continuino ad essere un “fatto”. […]
La convinzione, dunque, che la morte sia annientamento è insieme (necessariamente , anche se non sempre consapevolmente) la convinzione che – pur essendoci stata esperienza dell’agonia e del restare lì del cadavere – ciò che è diventato niente è diventato anche qualcosa che non appartiene più all’esperienza, non è più un fatto. […]
La conseguenza di quanto si è rilevato – ed è conseguenza che è innanzitutto il destino a trarre con necessità – […], è che, dunque, è impossibile che l’esperienza mostro alcunché di ciò che, se è diventato nulla, è necessario che sia insieme uscito dall’esperienza. E’ impossibile che l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è uscito dall’esperienza.
Ma se ciò che si crede che sia andato nel niente è insieme uscito dall’esperienza, allora è anche impossibile che l’esperienza mostri che esso è diventato niente. Della sua sorte l’esperienza non può che tacere. Cioè l’annientamento non può essere un “fatto”, Se poi il cadavere viene bruciato e, come si dice, “diventa cenere”, allora anch’esso, ‘come tutta la vita passata di chi è morto’, che è vita altrui, esce dall’esperienza – sebbene ne rimanga il ricordo. […]
Il compimento e non proseguimento della vita altrui non sono l’annientamento di ciò che è stato, ma il completamento dell’apparire di uncerto ìinsieme’ di eventi (essenti) che è andato via via manifestandosi, e che è un passato non in quanto sia diventato niente, ma in quanto, appunto, è un che di completato, un ‘perfectum’. […]
Dunque, la convinzione che la morte sia annientamento non ha come base il contenuto che si mostra nell’esperienza, ma, anche senza rendersene conto, si fonda su costruzioni più o meno consistenti, più o meno complesse; costruzioni teorico-concettuali, cioè ‘teorie’ costituite da interpretazioni, ipotesi, abitudini, fedi, inferenze, deduzioni e costrutti ‘a priori’. Qualunque sia, il loro fondamento non è l’esperienza, l’apparire degli essenti.

Perché il divenire è un eterno errore. EMANUELE SEVERINO a confronto con Biagio de Giovanni, in Il Corriere della Sera, 18 dicembre 2012

Chiedo a de Giovanni di indicarmi, per uscire dalla supposta monocromia, da un lato un solo punto, nella storia dell’uomo, dove non si creda nell’esistenza della trasformazione delle cose – almeno di quelle mondane, e dall’altro lato un solo errore che non presupponga questa fede. Poi, se vorrà, potremo discutere il punto decisivo, ossia i motivi per i quali affermo che tale fede, nonostante la sua apparente plausibilità ed «evidenza» è l’Errore più profondo a cui l’uomo è stato destinato (ma dal quale l’Inconscio più profondo dell’uomo è già da sempre libero).

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Sorgente: Corriere della Sera