VASCO URSINI, EMANUELE SEVERINO risponde a BIAGIO DE GIOVANNI, 31 marzo 2018

EMANUELE SEVERINO RISPONDE A BIAGIO DE GIOVANNI

In un post da me pubblicato su facebook dal titolo “Morte e immortalità Consolartio philosophiae e finitezza irrimediabile” (tratto dal libro di Biagio de Giovanni, “Disputa sul divenire Gentile e Severino”, Editoriale Scientifica, Napoli 2013) il de Giovanni aveva tra l’altro affermato che c’è “qualcosa di ineluttabile nella condizione mortale dell’uomo”, cioè la morte, “la prova inconfutabile, l’irrefutabile cogenza” che “l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla” – con l’inaccettabile risultato che ciò che Severino chiama ‘destino’ “si scontra con il fatto che l’uomo muore”, sì che ad esser follia, alienazione non è l’affermazione del divenire, ma il destino.
Nel suo libro “Sul Divenire Dialogo con Biagio de Giovanni (Mucchi Editore, Modena 2014) Emanuele Severino risponde a tutte le critiche rivoltegli da de Giovanni. Qui mi limiterò a riportare la risposta a de Giovanni che Severino dà nel cap IV che porta il titolo “L’apparire della morte”. Scrive Severino:
Ho mostrato i presupposti arbitrari di questo tipo di obbiezioni sin da quando me le sono poste a metà degli anni ’60 /cfr. Essenza del nichilismo, 1971, sec. ed. Adelphi, 1981). Richiamo qui la direzione complessiva della risposta che ad esse va data. Il destino della verità non nega ma è anzi l’apparire incontrovertibile della morte dell’uomo che muore, e di come muore, e del suo cadavere che resta dopo che la “vita” di quel corpo ha avuto compimento e non continua. Ma questo compimento e non continuare, che incontrovertibilmente appaiono (e ogni loro affermazione compiuta al di fuori del destino è solo fede, errare, ipotesi) non sono l’annientamento di ciò che ha avuto compimento e non continua. Testimoniando il destino, i miei scritti hanno ‘sempre’ negato che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal nulla e che la morte sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che ‘questo’ andare e venire ‘non’ è un “fatto”, come invece il linguaggio di de Giovanni afferma nel suo trovarsi iscritto nella fede dei “mortali” (il “mortale” essendo appunto chi ha questa fede e vive conformemente ad essa).
Infatti, cosa significa che il dolore, l’agonia, la morte dell’uomo (e il perire dei viventi e delle cose) sia un “fatto”? Significa che ‘se ne fa esperienza’, cioè che si manifestano, appaiono, si mostrano. ( E il destino mostra – anche qui rinvio ai miei scritti – ‘perché’ ciò che appare non può essere negato; il perché che manca alla fenomenologia, nella quale questa innegabilità rimane un dogma). E’ incontrovertibile che appaia l’orrore della morte – che è sempre la morte altrui – e che, esso manifestandosi,si faccia esperienza della radicalità del processo (che i mortali chiamano “distruzione”, “annientamento”) nel quale, dopo la legna che brucia, appare la cenere e della legna appare solo il ricordo. (E ogni vivente e ogni cosa del mondo è legna che brucia). […].
E’ impossibile che il credere che le cose vanno nel nulla sia unito al credere che, ciononostante, esse, pur annullandosi e diventate nulla, continuino ad apparire come apparivano prima di annullarsi – continuino ad essere un “fatto”. […]
La convinzione, dunque, che la morte sia annientamento è insieme (necessariamente , anche se non sempre consapevolmente) la convinzione che – pur essendoci stata esperienza dell’agonia e del restare lì del cadavere – ciò che è diventato niente è diventato anche qualcosa che non appartiene più all’esperienza, non è più un fatto. […]
La conseguenza di quanto si è rilevato – ed è conseguenza che è innanzitutto il destino a trarre con necessità – […], è che, dunque, è impossibile che l’esperienza mostro alcunché di ciò che, se è diventato nulla, è necessario che sia insieme uscito dall’esperienza. E’ impossibile che l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è uscito dall’esperienza.
Ma se ciò che si crede che sia andato nel niente è insieme uscito dall’esperienza, allora è anche impossibile che l’esperienza mostri che esso è diventato niente. Della sua sorte l’esperienza non può che tacere. Cioè l’annientamento non può essere un “fatto”, Se poi il cadavere viene bruciato e, come si dice, “diventa cenere”, allora anch’esso, ‘come tutta la vita passata di chi è morto’, che è vita altrui, esce dall’esperienza – sebbene ne rimanga il ricordo. […]
Il compimento e non proseguimento della vita altrui non sono l’annientamento di ciò che è stato, ma il completamento dell’apparire di uncerto ìinsieme’ di eventi (essenti) che è andato via via manifestandosi, e che è un passato non in quanto sia diventato niente, ma in quanto, appunto, è un che di completato, un ‘perfectum’. […]
Dunque, la convinzione che la morte sia annientamento non ha come base il contenuto che si mostra nell’esperienza, ma, anche senza rendersene conto, si fonda su costruzioni più o meno consistenti, più o meno complesse; costruzioni teorico-concettuali, cioè ‘teorie’ costituite da interpretazioni, ipotesi, abitudini, fedi, inferenze, deduzioni e costrutti ‘a priori’. Qualunque sia, il loro fondamento non è l’esperienza, l’apparire degli essenti.

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