L’io empirico, in Emanuele Severino, Educare al pensiero, Editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 116

 

“Io”, come ogni “io”, sono volontà, e la volontà non è semplicemente una progettazione mentale che non abbia nulla a che fare con il corpo. Il corpo è la volontà nella sua concretezza. Quindi “io” in quanto “io” (possiamo usare la formula idealistica “io empirico”) sono volontà, cioè sono violenza, sono una forma individuata di violenza, di errore, di fede.
(Emanuele Severino, Educare al pensiero, Editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 116).

Senso e strutture dell’incontrovertibile nella prospettiva del Pensiero occidentale e nello sguardo del Destino, in Emanuele Severino, Volontà, destino, linguaggio. Il soggetto di fronte all’assoluto, Rosemberg & Sellier

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La volontà dei mortali, dal gruppo Amici di Emanuele Severino

« Ma, se la forza e la tendenza in cui consiste la volontà non è, come tale, convinzione, allora la forza, come tale, ignora ciò verso cui essa tende; e se nel suo conoscere ciò verso cui essa tende vi è un residuo, che non è un conoscere e in cui consiste l’essenza del volere, allora, ancora una volta, il volere ignora, in quanto volere ciò che esso vuole e i mezzi di cui deve servirsi per attuarlo.

[…] Dire dunque che come la volontà consiste nella certezza, così ogni certezza del mortale è volontà, consiste in un volere, significa che ogni certezza del mortale è certezza solo in quanto è certezza dell’innegabilità del proprio contenuto – ossia solo in quanto possiede quella determinazione che il linguaggio dell’Occidente chiama «volontà». »

Emanuele Severino, “Destino della necessità

da

Amici di Emanuele Severino

La “buona volontà”, in Emanuele Severino, Prefazione a “Studi della filosofia della prassi”, p. 30

<<La “buona volontà” dell’ “io” che vuole “mettere in pratica” la verità o agire conformemente a essa è soltanto una maschera della volontà di potenza.

Il destino della verità esclude che la verità sia qualcosa che possa essere “messo in pratica”: non perché la verità sia qualcosa di irreale, ma perché il “mettere in pratica” presuppone quella dominabilità degli enti che è appunto ciò che la verità nega. (…)

Ma allora cosa devo fare io?

Questa domanda presuppone che l'”io” non sia un errore: è una domanda fatta dall’errore.

E a domande errate è impossibile dare vere risposte.>>

(E. Severino, Prefazione a “Studi della filosofia della prassi”, p. 30)

L’anelare e l’attesa, citazione da: Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, p. 113

 

Se l’uomo non è il mortale, ma l’apparire del destino della verità; e se l’apparire della verità è contraddizione (contraddizione C), allora l’ “anelare” è l’irrequietezza della contraddizione e quindi l’uomo è l’anelante ‘par excellence’. Quella irrequietezza è l’apparire della necessità che ogni configurazione della terra sia oltrepassata.

L’anelare è un vedere la necessità dell’oltrepassamento del luogo in cui l’anelare si apre. Solo il destino della verità può essere quindi l’anelante. Nel linguaggio dell’Occidente l’anelare implica invece il volere, il progettare, appartiene cioè alla logica che crede nel divenir altro degli essenti e nella capacità della volontà di farli diventare altro. Per questo, i miei scritti preferiscono la parola “attesa”, perché l’attesa allude alla consapevolezza di qualcosa che non può non accadere.

(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, p. 113.)

L’io empirico, in Emanuele Severino, Educare al pensiero, Editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 116

 

“Io”, come ogni “io”, sono volontà, e la volontà non è semplicemente una progettazione mentale che non abbia nulla a che fare con il corpo. Il corpo è la volontà nella sua concretezza. Quindi “io” in quanto “io” (possiamo usare la formula idealistica “io empirico”) sono volontà, cioè sono violenza, sono una forma individuata di violenza, di errore, di fede.


(Emanuele Severino, Educare al pensiero, Editrice La Scuola, Brescia 2012, p. 116).

LA POTENZA DELLA VOLONTA’ SUL PASSATO  COME FONDAMENTO DELL’ETERNO RITORNO, in Emanuele Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, pp. 168 – 172

 

Ciò che getta in catene la volontà liberatrice è il suo sentirsi impotente di fronteallo spettacolo del passato. Per l’intera tradizione metafisico-morale, la volontà non ha alcuna potenza sul passato ” E’ impossibile che ciò che è già fatto divenga qualcosa di non fatto ” (factum infectum fieri nequit). [ … ] Allora questo principio, affermando che è impossibile che una volontà faccia diventare un non mai accaduto ciò che è accaduto, afferma insieme che è impossibile che ciò che è già accaduto divenga comunque qualcosa rispetto a cui la volontà possa ancora prendere posizione e decidere. ” Così fu ” – e rispetto a ciò che fu non c’è più nulla da decidere e da fare. Ma che esista il ” così fu ” è appunto ciò che incatena la volontà liberatrice.
Essa è impotente contro il già fatto, e ” di per sé ” è ancora imprigionata, non perché la sua natura sia assegnata all’impotenza, ma perché essa, ancora, è persuasa di essere impotente – e si trova confermata in questa sua persuasione dal modo in cui si sente interpretata dal pensiero metafisico-morale.
Rispetto alla duplice impossibilità affermata dal secondo dei due modi di intendere il ‘ factum infectum fieri nequit ‘ qui sopra indicati, il pensiero di Nietzsche mostra che è necessario negare la seconda impossibilità – cioè l’impossibilità che ciò che è accaduto divenga qualcosa rispetto a cui la volontà possa ancora decidere e tenerlo ancora in suo potere -, ma che tale negazione non implica l’assurdo della trasformazione di ciò che è accaduto in qualcosa che non è mai accaduto.
Ciò ci porta verso il compimento della ” redenzione ” quando si infrangono le catene dell’impotenza che la volontà attribuisce a se stessa. Ma, intanto, il testo dello ‘ Zarathustra ‘ sta suggerendo che il cammino che porta ‘ verso ‘il compimento della redenzione è lo stesso cammino che porta ‘ verso ‘ il compimento della ” morte di Dio “. E ci si deve preparare a scorgere nella dottrina dell’eterno rìitorno il ‘ compimento ‘ di questo cammino. Il testo sta dunque suggerendo che l’inevitabilità della distruzione di Dio è la stessa inevitabilità della distruzione dello ” spettacolo del passato ” che sta piantato dinanzi alla volontà metafisico-morale. Si tratta di portare in piena luce questa dilatazione dell’inevitabile: di comprendere cioè che l’evidenza del divenire richiede inevitabilmente non solo la ” morte di Dio “, ma anche la morte dell’impotenza della volontà rispetto al passato. E’ sul fondamento di questa inevitabilità che ci si porta verso il compimento della redenzione della volontà. [ … ]
La negazione dell’immodificabilità del passato e dell’impotenza della volontà è inevitabile. E’ inevitabile che la fede nel ” così fu ” sia una ” filastrocca della demenza “. Quando Nietzsche scrive lo Zarathustra non ha ancora steso le annotazioni relative al ” processo dell’assimilazione “, che qui sopra abbiamo introdotto, ma esse sono già tutte all’opera nell’unificazione, compiuta nel testo dello Zarathustra, della fede in Dio e della fede nell’immodificabilità e irreversibilità del passato.
La ” redenzione “, dunque, a questo punto, è innanzitutto la negazione dell’impotenza della volontà di fronte al passato: la coscienza che il sentimento di impotenza è falso, è l’effetto di un grande ” schema ” dell’ “Essere immutabile”, e che quindi la volontà può liberarsi totalmente dall’eterno, volendo essere potente anche sul passato, volendo anche il passato.
Ma in che modo? La dottrina dell’eterno ritorno risponderà a questa domanda.

(E. Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, pp. 168 – 172)

EMANUELE SEVERINO  SULLA POTENZA DELLA VOLONTA’, da: Emanuele Severino, Sul divenire – Dialogo con Biagio de Giovanni, Mucchi editore, Modena 2014, pp.43-44

Vasco Ursini

 

Si richiami – non più che un cenno, che però va forse incontro allo spirito delle domande di de Giovanni – che nella terra isolata la volontà ‘crede’ di avere la potenza di trarre gli essenti dal loro non essere e di risospingerveli, ossia ‘crede’ anche, in certi casi, di ottenerlo.
E’ soltanto un credere, perché ciò che la volontà vuole è l’impossibile, sì che la sua convinzione di ottenere è necessariamente una fede, cioè un illudersi di ottenere.
Anche perché ciò che si crede di ottenere è sempre accompagnato da infiniti altri eventi (o eterni) che la volontà non aveva né previsto né voluto e che anzi si proponeva di evitare. Per questo la volontà non è mai sazia. Crede di aver ottenuto qualcosa, ma lo corregge continuamente.
La volontà è un eterno che provoca il destino; il destino risponde inviando gli spettacoli eterni della terra isolata.
In altri termini, ciò che la volontà vuole è qualcosa di separato dal contesto che accade insieme a ciò che essa crede di ottenere. Infatti, ogni contesto non separato dal voluto conferisce al voluto un significato diverso da quello che la volontà intende ottenere, e la volontà non può proporsi di volere comne debba configurarsi l’intero contesto in cui si produce il voluto – sì che essa è appunto, esenzialmente, un separare, un isolare il voluto dal contesto che lo accompagna, Ma, poiché ogni essente è eterno, nessun essente è separato dagli altri. Quindi anche la separazione del voluto dal contesto è un illudersi di aver separato ciò che invece è l’inseparabile. Accade – incomincia ad apparire e esce dall’apparire – ciò che è destinato ad accadere, non ciò che la volontà vuole.

(Il brano è tratto da: Emanuele Severino, Sul divenire – Dialogo con Biagio de Giovanni, Mucchi editore, Modena 2014, pp.43-44).

ANCORA SULLA VOLONTA’/FEDE, di Luciano Tomagè, con una nota di Vasco Ursini

ANCORA SULLA VOLONTA’/FEDE

La forma del mortale è la Volontà. Noi, in quanto mortali, siamo individuazioni di questa forma, e come tali, contenuto di questa forma. Il mortale, cioè, è avvolto dalla Volontà.
La Volontà si esprime nell’ azione, nella prassi, nel processo infinito di decisioni (conscie e/o inconscie) che accompagnano la nostra vita.
Ora, tale Volontà presiede la logica dell’ azione individuale, cioè coordina mezzi in vista di scopi, dove tali scopi rappresentano un cambiamento, un alterazione dello stato di cose presenti prima dell’ azione.
Ciò significa che la Volontà possiede la certezza del tentativo di ottenere lo scopo, cioè di cambiare lo stato di cose esistenti. La Volontà è convinta di poter fare e, facendo, cambiare lo stato di cose non voluto, di poterlo alterare in modo conforme ai suoi desideri, alle sue preferenze, ai suoi voleri, alle sue pretese, al suo arbitrio….
La forma del mortale è una forma essenziale della nostra origine perchè esprime appunto l’ essenza del Nulla assoluto, come ogni fede del resto. Ogni fede che pure accade, ha un contenuto nullo, autonegantesi. Ma le fedi accadono, il mondo è una fede, dio è una fede….tutte fedi e ciascuna con un suo specifico contenuto. Come la Volontà. La Fede è Volontà, Volontà di potenza.
Ora la Fede, oppure la Volontà, accade innegabilmente. In questo senso, essa è essenziale, cioè occorre alla struttura originaria della Verità in quanto contraddizione necessaria, e come tale autonegantesi. Il Nichilismo è propriamente la positiva significazione di questa fede nel divenire altro, di questa volontà che le cose si trasformino: una Volontà che contraddice la Verità dell’ Essere, appunto. Verità che afferma l’ eternità di ogni cosa.
Questa contraddizione è destinata a portare il mortale oltre ogni limite mai superato prima, tranne che la morte. Perchè la morte è il contenuto della vita del mortale anche nel prossimo futuro di un mondo tecnocratico. Nel suo inconscio il mortale porta tutta la colpa del peccato d’ origine….volere la potenza, cioè illudersi circa la sua esistenza, contraddicendo la Verità dell’ essere. La Volontà che ha fede nel divenire altro delle cose del mondo è la necessaria negazione della Verità dell’ essere che ne afferma invece l’ eternità.
La forma dell’ uomo in quanto cerchio dell’ apparire finito del Destino avvolge la forma del mortale, la contiene strutturalmente già da sempre.


nota di Vasco Ursini:

Anche questo scritto di Luciano Tomagè conferma la sua straordinaria capacità di porsi nello sguardo della verità del destino e di darne chiara testimonianza con mirabile livello di possesso ed uso del mezzo linguistico. Lo scritto merita pertanto di essere collocato nel mio blog dedicato al pensiero filosofico di Emanuele Severino.

EMANUELE SEVERINO, La guerra e il mortale, a cura di Luca Taddio, con un saggio di Giorgio Brianese, Mimesis, 2010. Contiene anche 18 audio delle lezioni tenute al San Raffaele di Milano fra il 2004 e il 2005. Indice del libro

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Il volere l’impossibile, Emanuele Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, p. 26 e 33

 

Vasco Ursini

Se la violenza è la volontà che vuole l’impossibile, e se la volontà è essenzialmente un volere che qualcosa diventi altro da sé, allora – poiché il divenire altro da sé è qualcosa di impossibile (giacché l’impossibile è innanzitutto l’essere altro da sé) – la volontà è, ‘in quanto tale’, il volere l’impossibile, e cioè la volontà è, ‘in quanto tale’, violenza. La devastazione dell’uomo e della terra è la forma visibile della violenza; la carità, l’amore, la tolleranza sono forme nascoste della violenza.
(E. Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, p. 26).

La volontà che si manifesta nell’amore e nella tolleranza è violenza infinita non meno di quella presente nell’odio e nell’intolleranza. Certo, noi tutti preferiamo vivere nella tolleranza e nell’amore piuttosto che nell’odio e nell’intolleranza. Ma questa preferenza non implica che l’amore e la tolleranza siano la strada che conduce al di fuori della violenza.
(Ivi, p. 33).

EMANUELE SEVERINO, Volontà, fede e destino, a cura di Davide Grossi, con un saggio introduttivo di Massimo Donà, Mimesis, 2008, p. 72. Contiene anche 18 audio delle lezioni. Indice del libro

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EMANUELE SEVERINO, Il bello, Mimesis editore, 2011, p. 48. Contiene anche un GLOSSARIO dei temi chiave. Indice del libro

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