L’ESSERE E L’ELENCHOS, citazioni da: Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 30-33

La fede nell’esistenza del divenire – inteso come oscillazione delle cose tra l’essere e il niente – è l’essenza stessa del ‘nichilismo’. La fede che per la cultura e l’intera civiltà occidentale costituisce la stessa evidenza originaria e suprema è l’alienazione estrema. […] Scendere nel significato essenziale e tuttora completamente inesplorato del nichilismo significa comprendere che la persuasione che il mondo è un emergere dal niente e un ritornare nel niente è legata con necessità alla persuasione che gli enti in quanto enti sono niente. La prima persuasione – la fede nell’esistenza del divenire – forma la superficie, la seconda il sottosuolo, l’ “inconscio” della civiltà occidentale. Alla storia del nichilismo autentico appartengono le stesse denunce – ad esempio quelle di Nietzsche e di Hediegger – che hanno inteso smascherare il nichilismo.. La ‘contraddizione estrema’ consiste infatti nel credere che per l’ ‘intera’ cultura occidentale è assolutamente fuori discussione, cioè che il mondo è divenire e che nel divenire gli enti (cose ed eventi) incominciano ad esistere e cessano di esistere, cioè non sono, sono niente.
Affermare che, nel divenire, l’essere è stato e torna ad essere niente significa affermare che l’essere in quanto essere è niente. In quanto persuasione che l’essere è niente – e in quanto vita guidata da tale persuasione – l’alienazione estrema del nichilismo è l’estrema lontananza dalla verità. E l’ “essere” non è né il puro essere di Parmenide, separato dalle determinazioni, né l’apparire di cui parla Heidegger, ma è il non esser-niente che compete a ogni determinazione, L’essere è cioè l’esser-ente degli enti..
Ma la storia dell’Occidente, ormai divenuta storia del Pianeta, può apparire come storia del nichilismo e dell’alienazione solo se la non-alienazione, la verità, è già da sempre manifesta, e non semplicemente come una fede o un’ipotesi, ma come ‘de-stino’, ossia come lo ‘stare’ del pensiero che non può essere in alcun modo negato.
Sino a che il nichilismo domina – cioè sino a che si crede che la fede nell’esistenza del divenire sia l’evidenza originaria -, il sogno della fiilosofia di realizzarsi come verità definitiva e incontrovertibile, come sapere assoluto, è destinato a fallire – è inevitabile il crollo di ogni immutabile. Ma quando appare che l’alienazione essenziale consiste proprio in quella fede, allora si riapre la possibilità, per il pensiero, di essere il pensiero che sta, ‘de-stino’ assolutamente non smentibile. Anzi, non si tratta nemmeno del riaprirsi di una possibilità: il destino è già da sempre manifesto e non è il prodotto dell’uomo o di Dio; ed è sul fondamento di tale manifestazione che può apparire il senso autentico dell’alienazione e del nichilismo.
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L’ ‘élenchos’ aristotelico, cioè la “confutazione” dei negatori del principio di non contraddizione, intende mostrare che tale principio non può essere negato perché anche la sua negazione lo presuppone. Ma la sintesi dell’ ‘élenchos’ e del principio di non contraddizione è uno dei modi fondamentali in cui, all’ ‘interno’ del nichilismo, viene pensato, e dunque alterato, lo stare della verità. Infatti il principio di non contraddizione, nonostante la sua forma apparente, è la negazione di se medesimo, ossia di ciò che esso intenden essere: esso aferma sì che l’ente in quanto ente è incontraddittorio, ma ‘sin tanto’ che l’ente è, ‘quando’ l’ente è. il principio di non contraddizione ammette cioè la possibilità di un tempo in cui l’ente non è, ossia è niente. Il principio di non contraddizione ammette la possibilità della contraddizione estrema.. Esso è il modo in cui il nichilismo, nascondendosi nell’inconscio del pensiero occidentale, si maschera e si presenta nella forma della non contraddizione.
Va detto inoltre che l’ “élenchos”, in quanto tale, non è già esso l’affermazione dell’eternità dell’essente, L’ ‘élenchos’, in quanto tale, è l’affermazione incontrovertibile della determinatezzaa dell’essente, e, insieme, dell’opposizione della determinatezza al niente: il determinato – l’essente – non è l’altro da sé e quindi non è nemmeno quell’altro da sé che è il niente. Che poi il (ogni) determinato sia eterno, lo si deve dire perché se si afferma che il determinato – l’essente – non è (se si afferma un tempo in cui l’essente non è) si afferma che l’essente è niente.
[…]
Al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, appare che ‘ogni’ ente (cose, eventi, funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagfini, processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘l’eternità di ogni ente’. Questa affermazione esprime un ritorno a Parmenide, che è insieme la ripetizione del “parricidio” compiuto da Platone rispetto a Parmenide. Parmenide distrugge il mondo: afferma l’illusorietà delle differenze del mondo. Col “parricidio”, Platone intende salvare il mondo – e l’Occidente cresce al riparo di Platone. Ma il “parricidio” deve essere ripetuto, perché Platone, riportando le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida insieme al divenire, ossia le vede con l’occhio del nichilismo. Il riparo delle differenze le abbandona al niente e alla volontà di potenza che si propone di strapparle al niente e di risospingervele. Si tratta allora per il pensiero che riesce a mantenersi al di fuori del nichilismo, di salvare il mondo da Parmenide, senza affidarlo alla fede nel divenire.
L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica una comprensione dell’esperienza diversa dall’interpretazione nichilistica del divenire, dell’esperienza, dell’apparire. Al di fuori del nichilismo, la variazione del contenuto dell’esperienza non è la produzione e l’annientamento delle cose, ma il loro entrare ed uscire – eterne – dalla dimensione dell’apparire. Questo significa che solo l’eterno può divenire: appunto perché il divenire è il processo in cui gli eterni entrano ed escono dalla luce dell’apparire (e l’apparire stesso è un eterno). La pluriennale interpretazione nichilistica del divenire lo rende impensabile.
L’alienazione – il nichilismo – non è un fenomeno limitato al pensiero filosofico, ma si allarga alla prassi e alle forme sociali dell’Occidente. La storia concreta dell’Occidente cresce all’interno della fede nichilistica che l’essere è tempo. Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola terra – ossia la totalità di ciò che entra ed esce dall’apparire – dal destino della verità e che assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto. L’isolamente della terra dal destino della verità è la forma originaria della volontà di potenza. E l’accadimento della volontà di potenza è lo stesso accadimento dell’essere mortale del mortale. Il “mortale” è il contrasto tra l’apparire del destino della verità e lìapparire della terra isolata.
Il “tramonto” del nichilismo non è quindi la semplice correzione di un errore della coscienza filosofica, per quanto profondo ed esteso esso possa essere. Nel tramonto del nichilismo tramontano le opere del nichilismo – tramonta l’Occidente -, e innanzitutto tramonta l’isolamento della terra e quindi il contrasto incui consiste l’essenza del mortale. Col tramonto del nichilismo l’uomo appare come ciò che egli è da sempre: l’eterno apparire del destino della verità.
(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 30-33).

IL PROBLEMA DEL FONDAMENTO, da Emanuele Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012. Il libro è un’intervista di Sara Bignotti a Emanuele Severino

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D. Ci approssimiamo al “fondamento” del suo discorso: cosa vuol dire che l’uomo è l’apparire del destino, in relazione all’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente?

R. Il destino è l’apparire dell’esser sé; è l’essenza dell’uomo – ossia ‘non’ l’essenza ‘generica’, ma ciò che ‘ogni’ uomo da ultimo è – è appunto questo apparire. L’essenza dell’uomo è il destino.
Ma proviamo a chiarire il senso dell’autonegazione della negazione dell’esser sé. Non è possibile qui chiarirlo “concettualmente”. Qui si può indicare una metafora che metta sulla strada di un approfondimento adeguato. Supponiamo che ci sia un bersaglio, e che un arciere scagli una freccia contro il bersaglio. E supponiamo che accada questo: che la freccia, invece che colpire il bersaglio, colpisca se stessa. Se questo accadesse per tutte le frecce e per tutti gli arcieri che mirano contro il bersaglio, noi di quest’ultimo dovremmo dire che non può essere colpito da nessun arciere e che qualsiasi freccia che gli fosse scagliata avrebbe questa sorte, di non colpire il bersaglio, ma di colpire se stessa. Questo colpire se stessa è l’equivalente, nella metafora, di ciò che chiamo ‘autonegazione”. Nella metafora, il bersaglio corrisponde al destino. E la freccia è il corrispettivo, nella metafora, di ciò che chiamo ‘negazione del destino’ ( la freccia è una negazione del bersaglio, lo vuole colpire). Il destino soddisfa – ‘qui’ non possiamo dire ‘ciò che più conta’ ossia il ‘perché – la struttura di questa metafora, è ciò rispetto a cui ogni negazione è la freccia che colpisce se stessa, e quindi si toglie da sé, nega se stessa. Ciò significa che il destino è l’innegabile, l’incontrovertibile, ma in senso radicale per cui – qui è uno dei meriti intramontabili della filosofia in quanto evocatrice del senso inaudito ‘dello stare’ della verità – non ci può essere cambiamento di tempo, mutamento di costumi, non ci può esser alcun Dio che modifichi il bersaglio immacolato e intangibile, che riesca a trasformarlo, a farlo diventar altro, a mostrarne la negabilità.

D. Il fondamento, appunto, è l’evidenza della verità…
R. E’ essenzialmente più che l’evidenza: è l’evidenza in ‘relazione’ all’autonegazione della sua negazione. Questo è il senso autentico del ‘fondamento’.
D. Il fondamento corrisponde a ciò che i filosofi antichi chiamavano principio primo o origine?

R. Ma riuscendo ad essere l’innegabile. Se vogliamo un’annotazione storica, è Aristotele che ha intravisto potentemente il fondamento, che lui chiama ‘Bebaiotàte arché’ (‘principium firmissimum’). […] Nella parola ‘bebaiotàte’ risuona la parola ‘epistéme’. Lo star fermo dell’ ‘epistéme?. E’ anche Aristotele, con Platone, a trattare il principio in relazione alla “confutazione” (‘élenchos’) di coloro che intendono negare il principio (che per lui è ciò che poi verrà chiamato “principio di non contraddizione”. Anche il ‘cogito’ cartesiano guarda in questa direzione).

D. Dell’élenchos si ha appunto compiuta esposizione nel libro IV della Metafisica di Aristotele, un classico da lei commentato [Il principio di non contraddizione, La Scuola, 1975], su cui si sono formate generazioni di studenti. In che senso l’élenchos è modello di pensiero che non necessita di dimostrazione?

R. Ma prima di rispondere alla sua domanda, non è più opportuno mostrare l’ ‘aporia’ del discorso che introduce l’ ‘élenchos? Per la risposta alla sua domanda è meglio rinviare ai miei scritti. Vediamo l’aporia, dunque. Aristotele tende a indicare il principio come non bisognoso di ‘élenchos’ (che significa letteralmente la punta della lancia e per noi significa l’apparire dell’autonegazione del principio). Per Aristotele il principio è per sé ‘evidente’, e quindi egli è propenso a considerare la ‘bebaiotàte arché’ come non bisognosa dell’ ‘élenchos’, il quale apparterrebbe quindi alla “dialettica” e non al principio.
Ora, non basta parlare del destino, senza vedere il senso concreto della sua innegabilità. Non basta parlare del “principio di non contraddizione”, senza vedere il senso della sua innegabilità. Tale principio come semplicemente asserito è un dogma, una semplice “evidenza”. Ossia è un dogma affermare soltanto che è evidente. Come è dogma il semplice asserire che esiste il mondo. Quindi, affinché la ‘bebaiotàte arché’ non sia un dogma deve apparire in relazione all’ ‘éelenchos’, che in quanto determinazione del destino è l’apparire dell’esser sé, in quanto l’esser sé degli essenti è in relazione alla propria autonegantesi negazione. L’élenchos è l’apparire dell’autonegazione della negazione del destino).
Aristotele asserisce che è frutto di ignoranza non sapere di quali cose ci sia dimostrazione e di quali non possa esserci: se non si fosse “ignoranti”, si capirebbe che dimostrare significa ricondurre il ‘demonstrandum’ alla ‘bebaiotàte arché’, cioè vedere che la negazione del ‘demonstrandum’ implica la negazione della ‘bebaiotàte arché’. E allora, tenendo ferma questa annotazione, il principio di non contraddizione appare come ciò che non ha bisogno di nient’altro che del suo apparire perché debba essere accettato. Per Aristotele è sufficiente la sua “evidenza”.
‘Ma così si presenta appunto come un dogma’. Dunque è necessario il suo esser visto in relazione all’ ‘élenchos’, in cui appare l’impossibilità di negare l’evidenza. Ma allora, se la ‘bebaiotàte arché’ ha bisogno dell’ ‘élenchos’, che ne mostri l’innegabilità e il suo non aver bisogno di nient’altro che di se stessa, e se d’alta parte la ‘beaiotàte arché’ è il fondamento di ogni dimostrazione, allora si presenta un’ ‘aporia’ – che a mio avviso nella storia del pensiero filosofico non solo non è stata risolta, ma non è stata nemmeno mai vista- L’aporia è che il qualcosa che sta al fondamento di tutto il sapere può apparire come siffatto fondamento, solo in quanto tale qualcosa è in relazione all’ ‘élenchos, che dunque viene a presentarsi come una sorta di fondamento di ciò che dovrebbe essere il fondamento di tutto’. Se non si sa risolvere questa aporia, è aporetico anche parlare di ‘epistéme’, di verità, di destino…

D. La “confutazione”, esposta nel libro IV della Metafisica di Aristotele, è da lei così rigorizzata: l’élenchos è l’autonegazione della contraddizione?

E’ l’autonegazione della negazione del destino. Certo: qui ormai ci siamo lasciati alle spalle la separazione tra pensiero e cosa, perché dire che il destino è l’apparire dell’esser sé dell’essente implica – ma anche qui per una struttura concettuale che non possiamo esplicitare – che è impossibile un essente che non appaia.
(A questo punto, però, qualcuno potrebbe dire che se è impossibile che un essente non appaia, allora si viene a dire che tutto coincide con quello che appare qui e ora. E invece no, a questo punto si tratterebbe di ricordare la necessità che l’Io del destino sia il cerchio ‘finito’ dell’apparire del destino, che implica con necessità la totalità infinita dell’apparire, che non coincide con la totalità che appare in tale cerchio, e nei cerchi dell’altrui esser uomo. Dovrebbe cioè farsi innanzi la figura dell’apparire infinito: l’eterno apparire infinito degli eterni).

D. Il cerchio finito implica l’apparire infinito, così come la nostra esistenza si libra tra finito e infinito. Cosa vuol dire che siamo finiti ed eterni al tempo stesso?

R. Poiché eterno è l’essente in quanto essente, eterno è anche il finito, ossia l’essente che non è la totalità degli essenti. L’Io del destino è la struttura originaria del finito, il cerchio che, accogliendo la terra, è perciò stesso finito. Nell’apparire infinito non sopraggiunge alcun eterno perché da sempre li contiene tutti.

 

da

(79) Amici di Emanuele Severino

EMANUELE SEVERINO, Volontà, fede e destino, a cura di Davide Grossi, con un saggio introduttivo di Massimo Donà, Mimesis, 2008, p. 72. Contiene anche 18 audio delle lezioni. Indice del libro

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EMANUELE SEVERINO, Il bello, Mimesis editore, 2011, p. 48. Contiene anche un GLOSSARIO dei temi chiave. Indice del libro

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Vasco Ursini, L’essere e l’élenchos

Si è visto nelle pagine precedenti che per Severino l’essenza del nichilismo è la fede nell’esistenza del divenire, inteso come oscillazione delle cose tra l’essere e il niente.

E’ da più di un cinquantennio che egli mostra che il nichilismo, nel pensare che l’essere è stato e tornerà ad essere niente, afferma che l’essere, in quanto tale, è niente.

Secondo i suo giudizio, tutta la cultura dell’Occidente, e ormai del Pianeta, si mantiene all’interno di questa fede senza metterla mai in questione.

Egli aggiunge che tale fede, che per la cultura e l’intera civiltà occidentale costituisce l’evidenza originaria e suprema, è al contrario, l’alienazione estrema. Credere che il mondo è divenire e che nel divenire gli enti incominciano ad esistere e cessano di esistere, è, per lui, la contraddizione estrema.

Se si riesce a porsi al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, allora nello sguardo del destino appare che ogni ente è ed è impossibile che non sia, appare l’eternità di ogni ente.

Per riuscire a porsi nello sguardo del destino occorre, secondo Severino, ritornare a Parmenide e, nel contempo, ripetere il parricidio compiuto da Platone rispetto a Parmenide.

Il “parricidio” deve essere ripetuto, secondo Severino, perché Parmenide affermando l’illusorietà delle differenze del mondo distrugge il mondo: ma Platone, nel riportare le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida al divenire e dunque le intende nichilisticamente, cioè come cose abbandonate al niente e alla volontà di potenza che si propone di manipolarle per risospingerle nel nulla da cui provengono.

L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica un nuovo modo di leggere i dati dell’esperienza e di intendere l’apparire. Al di fuori del nichilismo, l’innegabile variazione dei contenuti dell’esperienza non va vista come produzione e annientamento delle cose, ma come il loro apparire e scomparire dalla dimensione dell’apparire.

Severino afferma che il nichilismo non riguarda soltanto il pensiero filosofico ma si espande alla prassi, alle forme sociali e alla storia concreta dell’Occidente. Tale storia si sviluppa all’interno della fede che l’essere è tempo.

Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola la terra (ossia la totalità di ciò che entra ed esce dalla dimensione dell’apparire) dal destino della verità. Tale fede assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto.

L’isolamento della terra, che è l’eterno che sopraggiunge con necessità nel cerchio dell’apparire del destino, non è una decisione dell’uomo, ma è l’accadimento della decisione originaria. L’isolamento della terra non è dunque una colpa o una responsabilità dell’uomo.

Il pensiero può porsi al di fuori del nichilismo solo se riesce a scorgere la verità del destino, cioè lo stare di ciò che non può essere in alcun modo negato: l’essere è e non può non essere: è eterno.

Severino chiama appunto “destino ciò che sta. Lo stante è l’apparire dell’esser sé dell’essente che è in relazione all’autotoglimento della propria negazione. Dunque il destino è ciò che sta perché la negazione di esso è autonegazione.

In relazione alla connessione tra destino e autonegazione della negazione del destino emerge il tema dell’élenchos, cioè della confutazione dei negatori del principio di non contraddizione.

Severino ci ricorda che Aristotele usa il termine élenchos nel libro IV della Metafisica per dimostrare in modo confutativo che è impossibile negare il “principio di non contraddizione” perché la sua negazione lo presuppone. Aristotele dà tre formulazioni del principio di non contraddizione, ma esse sono strutturate in modo tale che non sono tre cose diverse, ma ognuna è riducibile alle altre:

a) è impossibile che allo stesso convengano e non convengano le stesse determinazioni;

b) è impossibile che lo stesso sia e non sia;

c) è impossibile che allo stesso convengano i contrari.

Dunque l’élenchos è la confutazione di chi crede di poter negare qualcosa di innegabile.

Il principio di non contraddizione “afferma che il contenuto del pensiero è determinato; ma chi nega tale principio pensa, con la sua negazione, qualcosa di determinato; ossia la sua negazione del principio, per costituirsi, deve inevitabilmente presupporre ciò che essa intende negare. L’élenchos è appunto il rilevamento di questa presupposizione inevitabile” (Emanuele Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi, Milano 1988, p. 92).

Si deve anche dire “che l’élenchos, in quanto tale, non è già esso l’affermazione dell’eternità dell’essente. L’élenchos, in quanto tale, è l’affermazione incontrovertibile della determinatezza dell’essente. e, insieme, dell’opposizione della determinatezza al niente: il determinato – l’essente – non è l’altro da sé e quindi non è nemmeno quell’altro da sé che è il niente. Che poi il (ogni) determinato sia eterno, lo si deve dire perché se si afferma che il determinato – l’essente – non è (se si afferma un tempo in cui l’essente non è). si afferma che l’essente è niente” (Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, p. 32).

Severino, pur ammettendo che Aristotele ha il merito di avere evidenziato lo “stare innegabile” del principio di non contraddizione contro il proprio negativo, denuncia con forza che tale stare è solo formalmente identico allo “stare” del destino. Per questo Severino considera Aristotele uno dei maggiori responsabili del nichilismo perché la sua formulazione del principio di non contraddizione è la negazione più radicale di tale principio:

Infatti il principio di non contraddizione, nonostante la sua forma apparente, è la negazione di sé medesimo, ossia di ciò che intende essere: esso afferma sì che l’ente in quanto ente è incontraddittorio, ma sin tanto che l’ente è, quando l’ente è. Il principio di non contraddizione ammette cioè la possibilità di un tempo in cui l’ente non è, ossia è niente. Il principio di non contraddizione ammette la possibilità della contraddizione estrema. Esso è il modo in cui il nichilismo, nascondendosi nell’inconscio del pensiero occidentale, si maschera e si presenta  nella forma della non contraddizione” (Ibidem).