Vasco Ursini, L’essere e l’élenchos

Si è visto nelle pagine precedenti che per Severino l’essenza del nichilismo è la fede nell’esistenza del divenire, inteso come oscillazione delle cose tra l’essere e il niente.

E’ da più di un cinquantennio che egli mostra che il nichilismo, nel pensare che l’essere è stato e tornerà ad essere niente, afferma che l’essere, in quanto tale, è niente.

Secondo i suo giudizio, tutta la cultura dell’Occidente, e ormai del Pianeta, si mantiene all’interno di questa fede senza metterla mai in questione.

Egli aggiunge che tale fede, che per la cultura e l’intera civiltà occidentale costituisce l’evidenza originaria e suprema, è al contrario, l’alienazione estrema. Credere che il mondo è divenire e che nel divenire gli enti incominciano ad esistere e cessano di esistere, è, per lui, la contraddizione estrema.

Se si riesce a porsi al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, allora nello sguardo del destino appare che ogni ente è ed è impossibile che non sia, appare l’eternità di ogni ente.

Per riuscire a porsi nello sguardo del destino occorre, secondo Severino, ritornare a Parmenide e, nel contempo, ripetere il parricidio compiuto da Platone rispetto a Parmenide.

Il “parricidio” deve essere ripetuto, secondo Severino, perché Parmenide affermando l’illusorietà delle differenze del mondo distrugge il mondo: ma Platone, nel riportare le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida al divenire e dunque le intende nichilisticamente, cioè come cose abbandonate al niente e alla volontà di potenza che si propone di manipolarle per risospingerle nel nulla da cui provengono.

L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica un nuovo modo di leggere i dati dell’esperienza e di intendere l’apparire. Al di fuori del nichilismo, l’innegabile variazione dei contenuti dell’esperienza non va vista come produzione e annientamento delle cose, ma come il loro apparire e scomparire dalla dimensione dell’apparire.

Severino afferma che il nichilismo non riguarda soltanto il pensiero filosofico ma si espande alla prassi, alle forme sociali e alla storia concreta dell’Occidente. Tale storia si sviluppa all’interno della fede che l’essere è tempo.

Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola la terra (ossia la totalità di ciò che entra ed esce dalla dimensione dell’apparire) dal destino della verità. Tale fede assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto.

L’isolamento della terra, che è l’eterno che sopraggiunge con necessità nel cerchio dell’apparire del destino, non è una decisione dell’uomo, ma è l’accadimento della decisione originaria. L’isolamento della terra non è dunque una colpa o una responsabilità dell’uomo.

Il pensiero può porsi al di fuori del nichilismo solo se riesce a scorgere la verità del destino, cioè lo stare di ciò che non può essere in alcun modo negato: l’essere è e non può non essere: è eterno.

Severino chiama appunto “destino ciò che sta. Lo stante è l’apparire dell’esser sé dell’essente che è in relazione all’autotoglimento della propria negazione. Dunque il destino è ciò che sta perché la negazione di esso è autonegazione.

In relazione alla connessione tra destino e autonegazione della negazione del destino emerge il tema dell’élenchos, cioè della confutazione dei negatori del principio di non contraddizione.

Severino ci ricorda che Aristotele usa il termine élenchos nel libro IV della Metafisica per dimostrare in modo confutativo che è impossibile negare il “principio di non contraddizione” perché la sua negazione lo presuppone. Aristotele dà tre formulazioni del principio di non contraddizione, ma esse sono strutturate in modo tale che non sono tre cose diverse, ma ognuna è riducibile alle altre:

a) è impossibile che allo stesso convengano e non convengano le stesse determinazioni;

b) è impossibile che lo stesso sia e non sia;

c) è impossibile che allo stesso convengano i contrari.

Dunque l’élenchos è la confutazione di chi crede di poter negare qualcosa di innegabile.

Il principio di non contraddizione “afferma che il contenuto del pensiero è determinato; ma chi nega tale principio pensa, con la sua negazione, qualcosa di determinato; ossia la sua negazione del principio, per costituirsi, deve inevitabilmente presupporre ciò che essa intende negare. L’élenchos è appunto il rilevamento di questa presupposizione inevitabile” (Emanuele Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi, Milano 1988, p. 92).

Si deve anche dire “che l’élenchos, in quanto tale, non è già esso l’affermazione dell’eternità dell’essente. L’élenchos, in quanto tale, è l’affermazione incontrovertibile della determinatezza dell’essente. e, insieme, dell’opposizione della determinatezza al niente: il determinato – l’essente – non è l’altro da sé e quindi non è nemmeno quell’altro da sé che è il niente. Che poi il (ogni) determinato sia eterno, lo si deve dire perché se si afferma che il determinato – l’essente – non è (se si afferma un tempo in cui l’essente non è). si afferma che l’essente è niente” (Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, p. 32).

Severino, pur ammettendo che Aristotele ha il merito di avere evidenziato lo “stare innegabile” del principio di non contraddizione contro il proprio negativo, denuncia con forza che tale stare è solo formalmente identico allo “stare” del destino. Per questo Severino considera Aristotele uno dei maggiori responsabili del nichilismo perché la sua formulazione del principio di non contraddizione è la negazione più radicale di tale principio:

Infatti il principio di non contraddizione, nonostante la sua forma apparente, è la negazione di sé medesimo, ossia di ciò che intende essere: esso afferma sì che l’ente in quanto ente è incontraddittorio, ma sin tanto che l’ente è, quando l’ente è. Il principio di non contraddizione ammette cioè la possibilità di un tempo in cui l’ente non è, ossia è niente. Il principio di non contraddizione ammette la possibilità della contraddizione estrema. Esso è il modo in cui il nichilismo, nascondendosi nell’inconscio del pensiero occidentale, si maschera e si presenta  nella forma della non contraddizione” (Ibidem).

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