Vasco Ursini, Il “mortale” nella terra isolata, già pubblicato in Amici a cui piace Emanuele Severino

 

Difficilissimo scorgere il luogo della verità che non è dinanzi a noi, ma alle nostre spalle. Ed è difficilissimo perché il nostro io individuale è imprigionato e fuorviato dalle mille fedi cui si aggrappa per lenire il dolore esistenziale e fronteggiare il terrore della morte. Vivere è credere, ma credere è allontanarsi dalla verità. Lo sbocco di questa pirandelliana situazione è la poesia, è la musica di alta qualità. Lo sbocco sono le “illusioni” cui ci aggrappiamo per resistere.

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

Il “mortale” vive credendo che la terra – ossia il luogo in cui gli essenti vanno via via apparendo – sia il terreno sicuro con cui egli ha sicuramente a che fare …, in Emanuele Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzoli, Milano 2003, p. 200

Il “mortale”

Il “mortale” vive credendo che la terra – ossia il luogo in cui gli essenti vanno via via apparendo – sia il terreno sicuro con cui egli ha sicuramente a che fare. Il “mortale” è cioè l’isolamento della terra dal destino della verità. L’isolamento della terra è l’apparire della morte e del dolore. Ma l’isolamento della terra è destinato al tramonto. Il povero non meno del ricco, l’ignorante, non meno del dotto, l’uomo d’azione, non meno del “contemplativo” che “rinuncia” all’azione, il politico, non meno dell’individualista appartengono alla terra isolata. Il tramonto della terra isolata se li lascia tutti alle spalle. Non c’è, tra essi, un privilegiato o un “giusto” a cui, per primo, sarà aperta la porta del cielo,
Eppure ognuno di noi non è quel che crede di essere, cioè, appunto, un “mortale”; ma è già da sempre, eterno, oltre il proprio esser mortale, oltre il proprio esser uomo. E’ Oltre-uomo – ma in un senso essenzialmente diverso da quello a cui guarda Nietzsche quando, con questa parola, indica la forma suprema della volontà di potenza. Anzi, ognuno di essi è oltre Dio che di volta in volta essi vanno immaginandosi. Ognuno di essi è Oltre-Dio.

(Emanuele Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzoli, Milano 2003, p. 200)

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n. d. s.) Emanuele Severino scrive:

 

“Ah, due anime abitano nel mio petto”, dice Faust [J. W. Goethe, Faust, v. 112}. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma la “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti [ … ]. Per stare alla metafora di Goethe, il petto appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra [ … ]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. [ … ]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione come negata.

(E.Severino, L’identità del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329 – 330)

Sorgente: (54) Amici a cui piace Emanuele Severino

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino, in E. Severino, L’identità del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329 – 330

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n. d. s.) Emanuele Severino scrive:

“Ah, due anime abitano nel mio petto”, dice Faust [J. W. Goethe, Faust, v. 112}. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma la “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti [ … ]. Per stare alla metafora di Goethe, il petto appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra [ … ]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. [ … ]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione come negata.

(E: Severino, L’identità del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329 – 330)

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, citazione proposta da Vasco Ursini, (Emanuele Severino, L’identita del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329-330)

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n.d.s.) Severino scrive:
“Ah, due anime abitano nel mio petto”, ‘Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust’ dice Faust [J.W. Goethe, Faust, v. 112]. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma le “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti […]. Per stare alla metafora di Goethe, il “petto” appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra […]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. […]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione ‘come’ negata”.
(Emanuele Severino, L’identita del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329-330).

EMANUELE SEVERINO, ” Tutto l’eterno che può manifestarsi nel cerchio finito dell’apparire del Destino – e dunque la Terra stessa nella sua totalità – è già da sempre tracciato nella Gioia, ossia nel Tutto Eterno, che è il toglimento eterno di ogni contraddizione”

” Tutto l’eterno che può manifestarsi nel cerchio finito dell’apparire del Destino – e dunque la Terra stessa nella sua totalità – è già da sempre tracciato nella Gioia, ossia nel Tutto Eterno, che è il toglimento eterno di ogni contraddizione”.

Emanuele Severino: ” La Gloria “. (ed Adelphi. Cap “La domanda e la risposta”, pag.29 )

citazione proposta da Giulio Zucchelli alla attenzione di:

https://www.facebook.com/groups/995555343856790/?fref=ts

Emanuele Severino, “L’io dell’individuo è l’apparire in cui consiste la fede che isola la terra dalla verità …”, in La Gloria, 2001

L’io dell’individuo è l’apparire in cui consiste la fede che isola la terra dalla verità, ossia è la forma originaria della volontà di potenza; e tale fede, rivolgendosi a sé, non si vede sin dall’inizio come quello stesso che si rivolge a sé, ma come altro, come potenza estranea che sta dinnanzi come indominabile e che di volta in volta prende il nome di “dio”, o “demone”, “gruppo umano”, “popolo”, “io individuale”, “natura”, “Stato”, “Chiesa”, “tecnica” – cioè come le diverse forme di potenza che vanno manifestandosi lungo la solitudine della terra.

(E.S. – La Gloria, 2001) p.60

Emanuele Severino, “L’io dell’individuo nel profondo, ascolta il destino, cioè lo vuole. Solo alla superficie, cioè nella solitudine della terra, il mortale vuole essere signore delle cose, e vuole e agisce, e vuole uscire dal dolore e dall’angoscia …, in La Gloria, 2001

L’io dell’individuo nel profondo, ascolta il destino, cioè lo vuole. Solo alla superficie, cioè nella solitudine della terra, il mortale vuole essere signore delle cose, e vuole e agisce, e vuole uscire dal dolore e dall’angoscia, che pur egli vuole nel profondo, usando dei “mezzi”; e dunque tentando di dar vita a un oltrepassamento del dolore e dell’angoscia – e della contraddizione – che è abissalmente diverso dall’oltrepassamento eterno che già da sempre ha il proprio compimento nella Gioia.

(E.S. – La Gloria, 2001) p.73