Il “mortale” nella terra isolata, citazione proposta da Vasco Ursini, in Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73

Il “mortale” nella terra isolata

Il “mortale” e l’abitatore della terra separata dal destino della verità – della terra che egli non vede e non vive come separata dalla verità, ma come la vera terra. Nella sua genesi storica la filosofia rende radicale questa separazione e, testimoniando per la prima volta l’opposizione assoluta tra essere e nulla, pensa la terra come il luogo i cui gli enti escono dal nulla e vi ritornano. L’Occidente è la testimonianza radicale dell’isolamento della terra dal destino della verità. Pensando che l’essente è nulla la filosofia come evento storico – e come anima dell’Occidente – è insieme la testimonianza della nullità della terra in cui il mortale ripone ogni fiducia.

(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73).

La Storia dei “mortali”, da Emanuele Severino, Storia, Gioia, Adelphi, Milano 2016, pp. 20-21

Vasco Ursini

La Storia dei “mortali”

Nella notte della terra isolata si svolge l’intera storia dei mortali. Sin dall’inizio l’uomo, anche quando non se ne rende conto, crede di essere un mortale: poiché crede che il variare della terra, a cui sente di appartenere, sia il diventar altro e da altro, crede nella morte delle cose e di sé stesso – il diventar altro essendo il continuo morire di ciò che diventa altro, sino a quel suo ultimo diventar altro che chiude il processo di tale diventare.

(E. Severino, Storia, Gioia, Adelphi, Milano 2016, pp. 20-21)

terra, terra isolata, terra che salva, contraddizione C, Gloria … dal Glossario delle espressioni chiave della filosofia di Emanuele Severino, in Nicoletta Cusano, Emanuele Severino – Oltre il nichiloismo, Mocelliana, Brescia 2011, pp. 528-529. Proposto da Vasco Ursini

Vasco Ursini

Glossario delle espressioni chiave della filosofia
di Emanuele Severino

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terra: la totalità degli essenti sopraggiungenti nel cerchio del destino.

terra isolata: è la terra in quanto isolata dal destino, ossia dalla sua verità. Così isolata, la terra è nulla, ovvero è il “positivo significare del nulla”.

terra che salva: si tratta della terra che libera dall’isolamento del destino. Nell’isolamento l’apparire del destino è contrastato dall’isolamento. Ciò significa che l’apparire del destino, in quanto tale, non impedisce l’apparire dell’isolamento della terra. Con l’apparire della terra che salva sopraggiunge una terra che non consiste solo nell’apparire del destino, ma nell’apparire del destino in quanto non più contrastato dall’isolamento e in questo senso “salvato”.

contraddizione C: poiché nell’Io finito del destino non può apparire l’Io infinito del destino, l’Io finito ‘isola’ l’essente dalla totalità concreta. Tale “isolamento” prende il nome di contraddizione C, giacché l’Io finito si contraddice mostrando un tutto che non è il tutto. Ma tale contraddizione è essenzialmente diversa dalla contraddizione in cui consiste l’isolamento nichilistico. L’Io finito del destino, infatti, non nega il destino come innegabile esser sé dell’essente, ma semplicemente non lo mostra nella sua totalità concreta: il destino non viene negato ma taciuto. L’isolamento nichilistico, invece, nega l’esser sé dell’essente e cioè nega il destino della verità. Mentre nel primo caso si tratta di un silenzio della verità su se stessa, nel secondo caso si tratta della negazione dello stare eterno e innegabile dell’essente (affermando il divenire altro dell’essente). Questa differenza è particolarmente importante. Infatti, se si dicesse che anche l’Io finito del destino è isolamento nel senso della negazione della verità, l’Io finito del destino non sarebbe de-stino e l’esistenza dell’Io infinito del destino, quale toglimento originario di ogni contraddizione, non potrebbe essere affermata. Ferma restando l’essenziale diversità tra le due contraddizioni, va però rilevato che la contraddizione C è la matrice originaria dell’isolamento della terra e della mortalità del mortale: se il Tutto apparisse nella sua concretezza, l’isolamento della terra dal destino non avrebbe luogo.

differenza ontologia: premesso che ogni vicinanza con la Differenza heideggeriana è puramente terminologica, la differenza ontologica severiniana indica la differenza tra l’essente in quanto appare circondato dal tutto concreto e l’essente in quanto appare nell’apparire finito, cioè separato dalla totalità concreta.

Gloria: indica la necessità che nessun essente della terra, in quanto sopraggiungente, sia “non inoltrepassabile”. Questa espressione non può essere sostituita da quella più semplice di “oltrepassabile”, perché quest’ultima indica semplicemente la ‘possibilità’ che qualcosa sia oltrepassato, mentre Severino allude all”impossibilità’ che ciò che sopraggiunge non sia oltrepassato, ossia alla necessità che ogni sopraggiungente sia oltrepassato. La Gloria è dunque l’inesauribile oltrepassare in cui la contraddizione C viene progressivamente tolta, senza poterlo mai essere completamente (in tal caso, infatti, si avrebbe l’impossibile identificazione di finito e infinito). La Gloria, come inesauribile sopraggiungere-oltrepassare di eterni, è il senso autentico del tempo.

io individuale: ‘ uno degli essenti isolati che appaiono nell’Io del destino. E’ l’apparire consistente nella (impossibile) volontà come fede nel diventare altro, ossia quale fede isolante la terra dal destino. La differenza tra Io del destino e io individuale è essenziale: mentre l’Io finito del destino è un contraddirsi (contraddizione C) che è tolto nell’apparire infinito, l’io individuale in tale apparire non è tolto come contraddizione, ma mostrato come negazione del destino.
(Il Glossario è tratto da: Nicoletta Cusano, Emanuele Severino – Oltre il nichiloismo, Mocelliana, Brescia 2011, pp. 528-529).

Vasco Ursini, La morte e la terra

La vita è essenzialmente l’attesa della morte. Giudicare, come spesso si fa, semplicemente “pessimistico” questo pensiero è cosa del tutto estranea alla “verità” che esso proclama.
Si tratta poi di verificare se la morte è “un andare nel nulla”, o se invece essa non annulla l’eternità dell’essente in quanto essente.
E’ questo il “dilemma” che sulla scia della risoluzione che Emanuele Severino ne ha dato, si sta cercando di affrontare e risolvere anche su queste pagine.

via (25) Amici di Emanuele Severino

Vasco Ursini, Il “mortale” nella terra isolata, già pubblicato in Amici a cui piace Emanuele Severino

 

Difficilissimo scorgere il luogo della verità che non è dinanzi a noi, ma alle nostre spalle. Ed è difficilissimo perché il nostro io individuale è imprigionato e fuorviato dalle mille fedi cui si aggrappa per lenire il dolore esistenziale e fronteggiare il terrore della morte. Vivere è credere, ma credere è allontanarsi dalla verità. Lo sbocco di questa pirandelliana situazione è la poesia, è la musica di alta qualità. Lo sbocco sono le “illusioni” cui ci aggrappiamo per resistere.

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

Il “mortale” vive credendo che la terra – ossia il luogo in cui gli essenti vanno via via apparendo – sia il terreno sicuro con cui egli ha sicuramente a che fare …, in Emanuele Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzoli, Milano 2003, p. 200

Il “mortale”

Il “mortale” vive credendo che la terra – ossia il luogo in cui gli essenti vanno via via apparendo – sia il terreno sicuro con cui egli ha sicuramente a che fare. Il “mortale” è cioè l’isolamento della terra dal destino della verità. L’isolamento della terra è l’apparire della morte e del dolore. Ma l’isolamento della terra è destinato al tramonto. Il povero non meno del ricco, l’ignorante, non meno del dotto, l’uomo d’azione, non meno del “contemplativo” che “rinuncia” all’azione, il politico, non meno dell’individualista appartengono alla terra isolata. Il tramonto della terra isolata se li lascia tutti alle spalle. Non c’è, tra essi, un privilegiato o un “giusto” a cui, per primo, sarà aperta la porta del cielo,
Eppure ognuno di noi non è quel che crede di essere, cioè, appunto, un “mortale”; ma è già da sempre, eterno, oltre il proprio esser mortale, oltre il proprio esser uomo. E’ Oltre-uomo – ma in un senso essenzialmente diverso da quello a cui guarda Nietzsche quando, con questa parola, indica la forma suprema della volontà di potenza. Anzi, ognuno di essi è oltre Dio che di volta in volta essi vanno immaginandosi. Ognuno di essi è Oltre-Dio.

(Emanuele Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzoli, Milano 2003, p. 200)

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n. d. s.) Emanuele Severino scrive:

 

“Ah, due anime abitano nel mio petto”, dice Faust [J. W. Goethe, Faust, v. 112}. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma la “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti [ … ]. Per stare alla metafora di Goethe, il petto appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra [ … ]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. [ … ]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione come negata.

(E.Severino, L’identità del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329 – 330)

Sorgente: (54) Amici a cui piace Emanuele Severino

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino, in E. Severino, L’identità del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329 – 330

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n. d. s.) Emanuele Severino scrive:

“Ah, due anime abitano nel mio petto”, dice Faust [J. W. Goethe, Faust, v. 112}. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma la “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti [ … ]. Per stare alla metafora di Goethe, il petto appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra [ … ]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. [ … ]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione come negata.

(E: Severino, L’identità del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329 – 330)

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, citazione proposta da Vasco Ursini, (Emanuele Severino, L’identita del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329-330)

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n.d.s.) Severino scrive:
“Ah, due anime abitano nel mio petto”, ‘Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust’ dice Faust [J.W. Goethe, Faust, v. 112]. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma le “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti […]. Per stare alla metafora di Goethe, il “petto” appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra […]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. […]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione ‘come’ negata”.
(Emanuele Severino, L’identita del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329-330).