Il “mortale” nella terra isolata, da Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73

 

Il “mortale” è l’abitatore della terra separata dal destino della verità – della terra che egli non vede e non vive come separata dalla verità, ma come la vera terra. Nella sua genesi storica la filosofia rende radicale questa separazione e, testimoniando per la prima volta l’opposizione assoluta tra essere e nulla, pensa la terra come il luogo i cui gli enti escono dal nulla e vi ritornano. L’Occidente è la testimonianza radicale dell’isolamento della terra dal destino della verità. Pensando che l’essente è nulla la filosofia come evento storico – e come anima dell’Occidente – è insieme la testimonianza della nullità della terra in cui il mortale ripone ogni fiducia.

(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73)

IL PENSIERO FILOSOFICO DI EMANUELE SEVERINO, citazioni in tema di: destino, divenire, eternità, gloria, nichilismo, parmenide, terra, nel sito http://ases.psy.unipd.it

Il motivo dominante del discorso filosofico di Severino viene per la prima volta formulato nel saggio del 1956 La metafisica classica e Aristotele:

….

vai all’intero testo:

 Pensiero – Emanuele Severino

Appunti e tracce di analisi sul concetto di TERRA ISOLATA DAL DESTINO di Emanuele Severino. Audio di Paolo Ferrario tratto da una conversazione con Doriam Battaglia, 10 marzo 2016

Antologia del TEMPO che resta

AUDIO in base alla mia PARZIALE capacità di capire questo potente pensiero filosofico

Questo post nasce da una conversazione fra Paolo Ferrario e Doriam Battaglia


da EMANUELE SEVERINO, La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente, Rizzoli, 2013

da pag. 134:

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da : A lezione di EMANUELE SEVERINO, Volontà, fede e destino a cura di Davide Grossi, 2 CD ROM e FILE AUDIO mP3, Mimesis, 2008

pag. 69:

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da LUCA GRECCHI, Nel pensiero filosofico di Emanuele Severino, Petite Plaisance editrice, 2005

p. 37:

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da GIULIO GOGGI, Emanuele Severino, Lateran University Press, 2015

pag. 221:

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La struttura concettuale che fonda l’esistenza del dispiegamnto infinito della terra – e l’esistenza di una molteplici-

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stralci da: EMANUELE SEVERINO, La morte e la terra, Adelphi,  2011

da pag. 180:

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da pag. 184:

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da pag 250:

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da pag. 333:

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da pag 476:

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IL DESTINO E GLI ETERNI. CHI E’ IL NARRANTE?, in Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, pp.46-48

 

“La grande veglia è ciò che nei miei scritti viene chiamato “destino della necessità” o “destino della verità”, o, semplicemente, “destino”. La parola ‘de-stino’ indica, in quegli scritti, lo ‘stare’: lo stare assolutamente incondizionato. Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile; e questo apparire appartiene alla dimensione dell’incontrovertibile. Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino.
Al centro di ciò che non può essere in alcun modo negato sta l’impossibilità che un qualsiasi essente (cose, eventi, stati della coscienza o della natura o di altro ancora) sia stato un nulla e torni ad esserlo.Questa impossibilità è la necessità che ogni essente – dal più umbratile e irrilevante al più grande e profondo – sia ‘eterno’. Al centro di questo centro sta l’apparire del senso autentico della impossibilità e della necessità.
Nella sua essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino; e nel cerchio del destino, in cui l’essenza dell’uomo consiste, va via via apparendo ciò che sopra abbiamo chiamato la manifestazione del mondo, cioè il grande sogno che include anche questo esser uomo che sono io e che sto scrivendo intorno ai propri ricordi.
Il grande sogno è ciò che nei miei scritti viene chiamato “la terra isolata dal destino”. Anche il grande sogno – il grande errare – è un essente eterno, ed eterno è anche ogni suo contenuto, quindi anche quella povera cosa che sono io che sto scrivendo dei miei ricordi, con la vanità, l’insincerità, la puerilità – eterne anch’esse – che accompagnano questo proposito. Una povera cosa, tuttavia, che, come la più povera della cose, se non ci fosse non ci sarebbe alcunché; se fosse nulla, tutto sarebbe nulla. Giacché, se tutto è eterno, tutto è legato a tutto, sì che, se un filo d’erba non fosse, nulla sarebbe.
Se questo è l’esser uomo, e se queste pagine intendono proporre un’autobiografia, ‘chi’ è dunque il narrante? “Autobiografia”: scrivere la propria vita. In questo caso, la mia; ma le vicende della mia vita non appartengono a me in quanto io sono l’eterno apparire del destino, ma a me in quanto appartengo al grande sogno. Come eterno apparire del destino io guardo questa appartenenza, guardo il sogno che appare in me e di cui vedo l’errare. Come ogni altra, anche questa autobiografia appartiene a quel sogno. L’io del sogno è il narrante. L’Io del destino guarda il narrante e la narrazione. Poi ci sarà il risveglio”.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, pp.46-48)

da

Amici di Emanuele Severino

“Ah, due anime abitano nel mio petto”, ‘Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust’ dice Faust [J.W. Goethe, Faust, v. 112], citazione da: Emanuele Severino, L’identita del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329-330

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n.d.s.) Severino scrive:
“Ah, due anime abitano nel mio petto”, ‘Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust’ dice Faust [J.W. Goethe, Faust, v. 112]. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma le “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti […]. Per stare alla metafora di Goethe, il “petto” appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra […]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. […]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione ‘come’ negata”.
(Emanuele Severino, L’identita del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329-330).

da

Amici di Emanuele Severino

Il “mortale” nella terra isolata, in Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73

 

Il “mortale” è l’abitatore della terra separata dal destino della verità – della terra che egli non vede e non vive come separata dalla verità, ma come la vera terra. Nella sua genesi storica la filosofia rende radicale questa separazione e, testimoniando per la prima volta l’opposizione assoluta tra essere e nulla, pensa la terra come il luogo i cui gli enti escono dal nulla e vi ritornano. L’Occidente è la testimonianza radicale dell’isolamento della terra dal destino della verità. Pensando che l’essente è nulla la filosofia come evento storico – e come anima dell’Occidente – è insieme la testimonianza della nullità della terra in cui il mortale ripone ogni fiducia.

(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73).

La Storia dei “mortali”, Emanuele Severino, Storia, Gioia, Adelphi, Milano 2016, pp. 20-21

 

Nella notte della terra isolata si svolge l’intera storia dei mortali. Sin dall’inizio l’uomo, anche quando non se ne rende conto, crede di essere un mortale: poiché crede che il variare della terra, a cui sente di appartenere, sia il diventar altro e da altro, crede nella morte delle cose e di sé stesso – il diventar altro essendo il continuo morire di ciò che diventa altro, sino a quel suo ultimo diventar altro che chiude il processo di tale diventare.

(E. Severino, Storia, Gioia, Adelphi, Milano 2016, pp. 20-21)

Emanuele Severino, Le abitazioni dell’ Occidente – da “Tecnica e architettura”, a cura di Renato Rizzi, Raffaello Cortina, Milano 2003, ‘Raumgestaltung’, pp. 89 – 91

“ Lungo l’intera tradizione occidentale la <configurazione delle spazio> (Raumgestaltung) – come ogni altra opera – è determinata dal senso del mondo che si presenta nel contenuto eterno dell’ ‘episteme’ filosofica e teologica greco-cristiana. La ‘figura’ (Gestaltung) che l’architettura conferisce allo spazio rispecchia cioè in se stessa l’Ordinamento eterno che viene mostrato da tale sapienza. Nella tradizione dell’Occidente la città, la casa, il tempio, il teatro, lo stadio, la chiesa, il castello non vogliono esistere in eterno, e tuttavia vogliono rispecchiare l’Ordinamento eterno del mondo e quindi intendono essere il meno caduchi possibile e presentarsi essi stessi con una certa qual aura di eternità. Volendo rispecchiare l’Ordinamento eterno del mondo, vogliono esserne il ‘simbolo’. L’uomo trova riparo nelle proprie abitazioni non perché riceva da esse certe prestazioni, ma perché è il loro essere simbolo dell’Eterno che consente loro di fornirle. È perché le costruisce in modo che siano simbolo dell’Eterno che egli, abitandole, si sente al riparo. Ma come può accadere che le abitazioni e le costruzioni della tradizione occidentale siano simboli dell’Eterno dell’ ‘episteme’ greco-cristiana? Come sapienza che riesce a ‘stare’( – ‘steme’), imponendosi ‘su’ (‘epi’) tutto ciò che vorrebbe smentirla e abbatterla, l’ ‘episteme’ è la misura(‘metron’) e la conoscenza(‘mathos’) a cui ogni cosa deve adeguarsi. Originariamente, il ‘mathos’ della matematica e il ‘metron’ della geometria greche appartengono all’ ‘episteme’. Certo, geometria e matematica sono già altamente sviluppate in Egitto, prima dei Greci, ma qui non sono ancora pensate, secondo quanto invece accade nella filosofia greca, come tratti della sapienza incontrovertibile e universale e in rapporto all’essere e al nulla, cioè al significato ontologico dell’uno e del molteplice. E dunque non sono nemmeno pensate in relazione all’Eterno, concepito come impossibilità di non essere.
Le costruzioni e abitazioni della tradizione occidentale possono essere simboli dell’Eterno dell’ ‘episteme’ greco-cristiana perché sono configurazioni geometrico-matematiche dello spazio, ossia perché in esse lo spazio è configurato e ordinato secondo le categorie dell’ ‘episteme’ geometrico-matematica. La regolarità geometrico-matematica è la figura che che negli edifici dell’Occidente viene data allo spazio. Il colonnato geometrico del tempio, come la gradinata semicircolare del teatro, e la disposizione regolare degli edifici nella città delimitano e determinano lo spazio vuoto; in cui dunque non ci si può muovere a caso, ma conformemente alla sua struttura geometrica, ossia a un ordine che viene percepito e vissuto come assoluto e immutabile.
Il movimento nello spazio vuoto del tempio greco(e di ogni edificio della tradizione occidentale) è il simbolo del divenire del mondo, cioè del processo in cui le cose del divenire del mondo, cioè del processo in cui le cose escono dal nulla e vi ritornano; la regolarità che il movimento è costretto ad assumere dal carattere geometrico delle costruzioni è il simbolo della regolarità a cui il divenire del mondo è sottoposto dall’eterno ordinamento divino. L’architettura umana(‘anthropine techne’) rende abitale lo spazio vuoto (cioè sopportabile l’ ‘horror vacui’), come l’architettura divina(‘theia techne’) rende abitabile il nulla e sopportabile il suo orrore, cioè rende sopportabile il soggiorno dei mortali nel nulla che, attraversando tutte le cose dell’universo visibile, produce la forma estrema dell’angoscia.”
EMANUELE SEVERINO, “Tecnica e architettura”, a cura di Renato Rizzi, Raffaello Cortina, Milano 2003, ‘Raumgestaltung’, pp. 89 – 91.

UMBERTO GALIMBERTI, Una voce proveniente dalla “terra isolata”. In: DAVIDE SPANIO (a cura di), Il destino dell’essere. Dialogo con Emanuele Severino, Morcelliana, 2014. Volume sul Convegno: Il destino dell’essere. Dialogo con (e intorno al pensiero di) EMANUELE SEVERINO, Venezia 29-30 maggio 2012. Pagine 199-204

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EMANUELE SEVERINO, Volontà, fede e destino, a cura di Davide Grossi, con un saggio introduttivo di Massimo Donà, Mimesis, 2008, p. 72. Contiene anche 18 audio delle lezioni. Indice del libro

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EMANUELE SEVERINO, Il bello, Mimesis editore, 2011, p. 48. Contiene anche un GLOSSARIO dei temi chiave. Indice del libro

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Il “mortale” nella terra isolata, citazione proposta da Vasco Ursini, in Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73

Il “mortale” nella terra isolata

Il “mortale” e l’abitatore della terra separata dal destino della verità – della terra che egli non vede e non vive come separata dalla verità, ma come la vera terra. Nella sua genesi storica la filosofia rende radicale questa separazione e, testimoniando per la prima volta l’opposizione assoluta tra essere e nulla, pensa la terra come il luogo i cui gli enti escono dal nulla e vi ritornano. L’Occidente è la testimonianza radicale dell’isolamento della terra dal destino della verità. Pensando che l’essente è nulla la filosofia come evento storico – e come anima dell’Occidente – è insieme la testimonianza della nullità della terra in cui il mortale ripone ogni fiducia.

(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73).

La Storia dei “mortali”, da Emanuele Severino, Storia, Gioia, Adelphi, Milano 2016, pp. 20-21

Vasco Ursini

La Storia dei “mortali”

Nella notte della terra isolata si svolge l’intera storia dei mortali. Sin dall’inizio l’uomo, anche quando non se ne rende conto, crede di essere un mortale: poiché crede che il variare della terra, a cui sente di appartenere, sia il diventar altro e da altro, crede nella morte delle cose e di sé stesso – il diventar altro essendo il continuo morire di ciò che diventa altro, sino a quel suo ultimo diventar altro che chiude il processo di tale diventare.

(E. Severino, Storia, Gioia, Adelphi, Milano 2016, pp. 20-21)

terra, terra isolata, terra che salva, contraddizione C, Gloria … dal Glossario delle espressioni chiave della filosofia di Emanuele Severino, in Nicoletta Cusano, Emanuele Severino – Oltre il nichiloismo, Mocelliana, Brescia 2011, pp. 528-529. Proposto da Vasco Ursini

Vasco Ursini

Glossario delle espressioni chiave della filosofia
di Emanuele Severino

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terra: la totalità degli essenti sopraggiungenti nel cerchio del destino.

terra isolata: è la terra in quanto isolata dal destino, ossia dalla sua verità. Così isolata, la terra è nulla, ovvero è il “positivo significare del nulla”.

terra che salva: si tratta della terra che libera dall’isolamento del destino. Nell’isolamento l’apparire del destino è contrastato dall’isolamento. Ciò significa che l’apparire del destino, in quanto tale, non impedisce l’apparire dell’isolamento della terra. Con l’apparire della terra che salva sopraggiunge una terra che non consiste solo nell’apparire del destino, ma nell’apparire del destino in quanto non più contrastato dall’isolamento e in questo senso “salvato”.

contraddizione C: poiché nell’Io finito del destino non può apparire l’Io infinito del destino, l’Io finito ‘isola’ l’essente dalla totalità concreta. Tale “isolamento” prende il nome di contraddizione C, giacché l’Io finito si contraddice mostrando un tutto che non è il tutto. Ma tale contraddizione è essenzialmente diversa dalla contraddizione in cui consiste l’isolamento nichilistico. L’Io finito del destino, infatti, non nega il destino come innegabile esser sé dell’essente, ma semplicemente non lo mostra nella sua totalità concreta: il destino non viene negato ma taciuto. L’isolamento nichilistico, invece, nega l’esser sé dell’essente e cioè nega il destino della verità. Mentre nel primo caso si tratta di un silenzio della verità su se stessa, nel secondo caso si tratta della negazione dello stare eterno e innegabile dell’essente (affermando il divenire altro dell’essente). Questa differenza è particolarmente importante. Infatti, se si dicesse che anche l’Io finito del destino è isolamento nel senso della negazione della verità, l’Io finito del destino non sarebbe de-stino e l’esistenza dell’Io infinito del destino, quale toglimento originario di ogni contraddizione, non potrebbe essere affermata. Ferma restando l’essenziale diversità tra le due contraddizioni, va però rilevato che la contraddizione C è la matrice originaria dell’isolamento della terra e della mortalità del mortale: se il Tutto apparisse nella sua concretezza, l’isolamento della terra dal destino non avrebbe luogo.

differenza ontologia: premesso che ogni vicinanza con la Differenza heideggeriana è puramente terminologica, la differenza ontologica severiniana indica la differenza tra l’essente in quanto appare circondato dal tutto concreto e l’essente in quanto appare nell’apparire finito, cioè separato dalla totalità concreta.

Gloria: indica la necessità che nessun essente della terra, in quanto sopraggiungente, sia “non inoltrepassabile”. Questa espressione non può essere sostituita da quella più semplice di “oltrepassabile”, perché quest’ultima indica semplicemente la ‘possibilità’ che qualcosa sia oltrepassato, mentre Severino allude all”impossibilità’ che ciò che sopraggiunge non sia oltrepassato, ossia alla necessità che ogni sopraggiungente sia oltrepassato. La Gloria è dunque l’inesauribile oltrepassare in cui la contraddizione C viene progressivamente tolta, senza poterlo mai essere completamente (in tal caso, infatti, si avrebbe l’impossibile identificazione di finito e infinito). La Gloria, come inesauribile sopraggiungere-oltrepassare di eterni, è il senso autentico del tempo.

io individuale: ‘ uno degli essenti isolati che appaiono nell’Io del destino. E’ l’apparire consistente nella (impossibile) volontà come fede nel diventare altro, ossia quale fede isolante la terra dal destino. La differenza tra Io del destino e io individuale è essenziale: mentre l’Io finito del destino è un contraddirsi (contraddizione C) che è tolto nell’apparire infinito, l’io individuale in tale apparire non è tolto come contraddizione, ma mostrato come negazione del destino.
(Il Glossario è tratto da: Nicoletta Cusano, Emanuele Severino – Oltre il nichiloismo, Mocelliana, Brescia 2011, pp. 528-529).

Vasco Ursini, La morte e la terra

La vita è essenzialmente l’attesa della morte. Giudicare, come spesso si fa, semplicemente “pessimistico” questo pensiero è cosa del tutto estranea alla “verità” che esso proclama.
Si tratta poi di verificare se la morte è “un andare nel nulla”, o se invece essa non annulla l’eternità dell’essente in quanto essente.
E’ questo il “dilemma” che sulla scia della risoluzione che Emanuele Severino ne ha dato, si sta cercando di affrontare e risolvere anche su queste pagine.

via (25) Amici di Emanuele Severino

Vasco Ursini, Il “mortale” nella terra isolata, già pubblicato in Amici a cui piace Emanuele Severino

 

Difficilissimo scorgere il luogo della verità che non è dinanzi a noi, ma alle nostre spalle. Ed è difficilissimo perché il nostro io individuale è imprigionato e fuorviato dalle mille fedi cui si aggrappa per lenire il dolore esistenziale e fronteggiare il terrore della morte. Vivere è credere, ma credere è allontanarsi dalla verità. Lo sbocco di questa pirandelliana situazione è la poesia, è la musica di alta qualità. Lo sbocco sono le “illusioni” cui ci aggrappiamo per resistere.

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino