La verità illumina o no l’individuo? citazioni del pensiero di Severino tratte dal Vasco Ursini, “Il dilemma Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni

La verità illumina o no l’individuo? Supponiamo che un individuo stia ascoltando o leggendo la “verità” che qualcuno gli sta dicendo o scrivendo. È possibile che quell’individuo comprenda la verità che quel qualcuno gli sta dicendo o che lui sta leggendo e se ne impossessi? A questa domanda Severino risponde seccamente No: “Anche scrivere libri, anche il linguaggio che testimonia la verità del destino (di cui lui ha dato testimonianza nei suoi scritti – nota mia) è volontà di potenza e momento di solitudine della terra (Cfr. Oltre il linguaggio, La Gloria). Se in un altro cerchio dell’apparire del destino (ossia se in ciò che propriamente è il “prossimo”) quel linguaggio è accompagnato dal “consenso” che in tale cerchio compare rispetto a ciò che tale linguaggio dice, non è perché tale linguaggio produca, in quel cerchio, l’apparire della verità: appunto perché ogni cerchio è, eternamente, tale apparire”. A questo punto Emanuele Severino apre a un possibile positivo passaggio della verità da un cerchio ad un altro: “Quel linguaggio (quello che testimonia la verità de destino – nota mia) può essere però una condizione perché anche in quel cerchio la solitudine della terra si ritragga di quel tanto che consente al linguaggio di indicare il (già da sempre manifesto) destino della verità”. ( Le suddette citazioni del pensiero di Severino sono tratte dal mio “Il dilemma Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013).

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Francesco TOTARO, Severino interprete di Nietzsche, e la verità in prospettiva , in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 633-646

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Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori, 2005, pagine 718. Indice del libro

Andrea TAGLIAPIETRA, Autenticità e verità nella filosofia di Emanuele Severino , in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 567-580

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Ancora sul destino della verità , da Emanuele Severino, ‘In margine al senso della contraddizione’, in ‘Scenari dell’impossibile – La contraddizione nel pensiero contemporaneo’, a cura di F. Altea e F. Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 204-205

L’assoluta innegabilità del destino della verità non è quantificabile: è impossibile un “di più” e un “di meno” di innegabilità. In quanto il “di più” e il “di meno” differiscono dall’assolutamente innegabile, sono entrambi negabili e il loro esser affermati è fede. All’assolutamente innegabile, pertanto, non “ci si avvicina”, né da esso “ci si allontana”. La scienza non può essere un indefinito “avvicinarsi alla verità”: per sapere che ci si avvicina o ci si allontana da essa sarebbe necessario che essa apparisse: ma allora non ci si troverebbe né vicini né lontani da essa: ci si troverebbe in essa. Tanto la “probabilità” più alta quanto la più bassa sono infinitamente lontane dall’assolutamente innegabile. Che il destino della verità appaia (già da sempre) innanzitutto come “struttura originaria significa che essa ‘non’ è un insieme di “assiomi” o di “postulati” più o meno “intuitivamente evidenti” […] In quanto la struttura originaria del destino è l’assolutamente incontrovertibile, i suoi elementi si implicano originariamente (secondo un’implicazione che costituisce i senso originario dell’innegabilità, cioè il senso originario dell’esser sé degli essenti e del loro non esser altro da sé: il senso originario della negazione della contraddizione – tutte affermazioni, queste, che, qui, possono essere solo asserite). E’ pertanto impossibile che dalla struttura originaria del destino sia derivabile una qualsiasi contraddizione, e quando sembra che ciò accada, ciò che è derivato è, appunto, l’apparenza di una contraddizione. (Emanuele Severino, ‘In margine al senso della contraddizione’, sta in ‘Scenari dell’impossibile – La contraddizione nel pensiero contemporaneo’, a cura di F: Altea e F. Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 204-205).

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Carlo ARATA, La Verità dell’essere neoparmenidea (il Destino della Verità) e il “problema” Emanuele Severino, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 27-56

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Evandro AGAZZI, Logica, verità e ontologia, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 1-25

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Essere nella verità, di Emanuele Severino – in gazzettafilosofica!

Essere nella verità   Si ha ragione quando si sa di averla, e cioè quando si sanno le proprie ragioni, perché è appunto sapendole che si può mostrare l’insostenibilità delle affermazioni contrarie.   di Emanuele Severino

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Essere nella verità – Benvenuti su gazzettafilosofica!

Emanuele Severino, Noi, ciascuno di noi, come luogo della Verità, audio del 2011 tratto dal blog di Gabriele De Ritis

audio:

tratto dal blog di Gabriele De Ritis: http://www.gabrielederitis.it/wordpress/

Vasco Ursini: Penso alla “verità” e precisamente alla definizione che ne dà Emanuele Severino …

Penso alla “verità” e precisamente alla definizione che ne dà Emanuele Severino nello splendido articolo sul Natale pubblicato su Il Corriere della Sera del 23 dicembre 2018: “Nel suo senso autentico, la verità illumina i focolari degli uomini. Essi si rifugiano presso i loro focolari e li trovano caldi e luminosi e dinanzi ad essi fan festa. Ma la pura gioia della festa ha altra provenienza: non si spegne quando il ceppo è finito e la fiamma ha lasciato il posto alla cenere”.Emanuele Severino ed io auguriamo a tutti prescindendo dal colore della pelle e dalle loro fedi di arrivare prima o poi a comprendere nei suoi fondamenti filosofici incontrovertibili il senso profondo di quella definizione di “verità”.

Quando Freud intende l’espressione di un suo paziente, «non è mia madre», come «è la madre» non compie un atto arbitrario, e neanche un atto inconfutabile nel senso debole e negativo della parola …

Quando Freud intende l’espressione di un suo paziente, «non è mia madre», come «è la madre» non compie un atto arbitrario, e neanche un atto inconfutabile nel senso debole e negativo della parola, nel senso di un’affermazione che presuppone l’inconfutabilità invece che fondarla. Il paziente si riferiva alla figura di un sogno e non aveva detto per esempio “non è mia madre, perché è mia sorella” o qualsiasi altra persona. Si trattava cioè di una figura di non facile decifrazione, come spesso avviene nei sogni, e non di una figura più determinata, come pure avviene nei sogni, sicché talvolta si dice a qualcuno: “stanotte ti ho sognato”. In quel caso, allora, il problema non era che cosa fosse la figura del sogno, ma a cosa facesse pensare. L’espressione «non è mia madre», in assenza dell’aggiunta “è mia sorella” o un’altra qualsiasi persona, va intesa come “non mi fa pensare a mia madre”. Ma non si può dire di non pensare alla propria madre, o a qualsiasi altra persona o cosa, senza pensarci: l’atto del dire di non pensarci implica necessariamente il pensarci. Ciò vuol dire che la negazione freudiana è una negazione che afferma nello stesso modo in cui nell’opera di Severino la negazione dell’esser sé e non poter diventare altro da sé di tutto ciò che è una negazione che afferma […]. Se la verità che Severino indica è una verità incontrovertibile in quanto è affermata anche dalla propria negazione, ciò risulta valere anche per la negazione freudiana…» (Dalla Conclusione)

da: https://www.psicoanalisibookshop.it/prodotto/6961-Non%20e%20mia%20madredot%20Freud%20Severino%20e%20la%20negazione%20che%20afferma

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Vasco Ursini: Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino in cui si afferma che la verità incontrovertibile non è il prodotto di un individuo …

Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino in cui si afferma che la verità incontrovertibile non è il prodotto di un individuo, cioè non è qualcosa di cui l’individuo sia l’autore, e che ogni “io” della terra isolata, in quanto non è l’apparire del destino della verità non può capire, non può conoscere la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”:

“La Necessità”, (cioè l’esser sé di ogni essente nel suo mostrarsi come ciò la cui negazione è autonegazione) “che già da sempre si apre al di fuori dell’isolamento della terra e della storia dell’Occidente, non è una dottrina che passi da uno a un altro, e non è nemmeno qualcosa di “capito” da uno o da molti. In quanto “capita” da uno o da molti diventa semplicemente la “prospettiva” di uno o di molti, qualcosa che non può essere la Necessità. La testimonianza della Necessità può avere un “ascolto”. Ma, se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere “uno di noi”, un mortale o un dio, non può essere “il mio prossimo”. Se la Necessità non può essere ciò che “uno” ha scoperto, e che dunque sta entro i limiti dello sguardo di quest’uno, la Necessità non può essere nemmeno ciò che “un altro” o “altri” ascoltano. Se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere che la Necessità stessa. L’ascoltarsi è daccapo il suo apparire”.(‘La struttura originaria’, Introduzione 1979-81, p. 98).

Ma allora chi può conoscere la verità? A rispondere è Severino:

“Se ora “io” ne sono l’apparire (la conosco) – se cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino, ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e “gli altri”. (‘Discussioni intorno al senso della verità’, p. 80)

Il mendicante e la verità, Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p.177

Se la verità dovesse essere cercata non potrebbe mai essere trovata (giacché chi la cerca ne è al di fuori e nella non verità e sul fondamento della non verità non si può mai arrivare alla verità). Qui si deve dire che chi la cerca non la trova e a chi bussa non sarà aperto: non solo perché cerca e bussa, ma anche perché è un singolo ‘storicamente’ condizionato – un “individuo”, una “persona umana” – a pretendere di portarsi dinanzi alla verità. Ma tutto questo sottintende l’oltrepassamento dell’antropologia dominante (che fa della verità il prodotto teorico del singolo esistente), essa stessa essenzialmente legata al pensiero dominante della nostra civiltà.

(Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p.177).

Giulio Zucchelli, Wittgenstein ti risponderebbe così, in Amici di Emanuele Severino | Facebook

Giulio Zucchelli, Wittgenstein ti risponderebbe così: non è che in filosofia autentica si possa dare sfogo alle “stranezze” che gli “individui” sciorinano ogni volta che aprono bocca o agli affogamenti, ricorrenti, nel mare inesplorabile della metafisica, dove il filosofo autentico non dovrebbe mai entrare, non fosse altro perché nessuno sa ancora rispondere alla domanda che precede tutte le altre: “Perché c’è dell’essere e non piuttosto il nulla?” La stessa risoluzione della suddetta questione che ne dà il “destino della verità” affermando l’eternità di tutto ciò che appare, persino dei peli della barba, ancora non riceve il consenso da parte dell’intero pensiero contemporaneo. Ed è per lo meno strano che la verità incontrovertibile non appaia tale all’intero pensiero contemporaneo. Occorre cautela, in filosofia. Occorre prestare molta attenzione a ciò che normalmente ci viene da dire o che ci piace dire. Ma il dire è una cosa, la verità è un’altra cosa.

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