Carlo ARATA, La Verità dell’essere neoparmenidea (il Destino della Verità) e il “problema” Emanuele Severino, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 27-56

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Evandro AGAZZI, Logica, verità e ontologia, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 1-25

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Essere nella verità, di Emanuele Severino – in gazzettafilosofica!

Essere nella verità   Si ha ragione quando si sa di averla, e cioè quando si sanno le proprie ragioni, perché è appunto sapendole che si può mostrare l’insostenibilità delle affermazioni contrarie.   di Emanuele Severino

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Essere nella verità – Benvenuti su gazzettafilosofica!

Emanuele Severino, Noi, ciascuno di noi, come luogo della Verità, audio del 2011 tratto dal blog di Gabriele De Ritis

audio:

tratto dal blog di Gabriele De Ritis: http://www.gabrielederitis.it/wordpress/

Vasco Ursini: Penso alla “verità” e precisamente alla definizione che ne dà Emanuele Severino …

Penso alla “verità” e precisamente alla definizione che ne dà Emanuele Severino nello splendido articolo sul Natale pubblicato su Il Corriere della Sera del 23 dicembre 2018: “Nel suo senso autentico, la verità illumina i focolari degli uomini. Essi si rifugiano presso i loro focolari e li trovano caldi e luminosi e dinanzi ad essi fan festa. Ma la pura gioia della festa ha altra provenienza: non si spegne quando il ceppo è finito e la fiamma ha lasciato il posto alla cenere”.Emanuele Severino ed io auguriamo a tutti prescindendo dal colore della pelle e dalle loro fedi di arrivare prima o poi a comprendere nei suoi fondamenti filosofici incontrovertibili il senso profondo di quella definizione di “verità”.

Quando Freud intende l’espressione di un suo paziente, «non è mia madre», come «è la madre» non compie un atto arbitrario, e neanche un atto inconfutabile nel senso debole e negativo della parola …

Quando Freud intende l’espressione di un suo paziente, «non è mia madre», come «è la madre» non compie un atto arbitrario, e neanche un atto inconfutabile nel senso debole e negativo della parola, nel senso di un’affermazione che presuppone l’inconfutabilità invece che fondarla. Il paziente si riferiva alla figura di un sogno e non aveva detto per esempio “non è mia madre, perché è mia sorella” o qualsiasi altra persona. Si trattava cioè di una figura di non facile decifrazione, come spesso avviene nei sogni, e non di una figura più determinata, come pure avviene nei sogni, sicché talvolta si dice a qualcuno: “stanotte ti ho sognato”. In quel caso, allora, il problema non era che cosa fosse la figura del sogno, ma a cosa facesse pensare. L’espressione «non è mia madre», in assenza dell’aggiunta “è mia sorella” o un’altra qualsiasi persona, va intesa come “non mi fa pensare a mia madre”. Ma non si può dire di non pensare alla propria madre, o a qualsiasi altra persona o cosa, senza pensarci: l’atto del dire di non pensarci implica necessariamente il pensarci. Ciò vuol dire che la negazione freudiana è una negazione che afferma nello stesso modo in cui nell’opera di Severino la negazione dell’esser sé e non poter diventare altro da sé di tutto ciò che è una negazione che afferma […]. Se la verità che Severino indica è una verità incontrovertibile in quanto è affermata anche dalla propria negazione, ciò risulta valere anche per la negazione freudiana…» (Dalla Conclusione)

da: https://www.psicoanalisibookshop.it/prodotto/6961-Non%20e%20mia%20madredot%20Freud%20Severino%20e%20la%20negazione%20che%20afferma

Non è mia madre. Freud, Severino e la negazione che afferma | Psicoanalisi BookShop | La prima libreria di psicoanalisi online

Vasco Ursini: Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino in cui si afferma che la verità incontrovertibile non è il prodotto di un individuo …

Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino in cui si afferma che la verità incontrovertibile non è il prodotto di un individuo, cioè non è qualcosa di cui l’individuo sia l’autore, e che ogni “io” della terra isolata, in quanto non è l’apparire del destino della verità non può capire, non può conoscere la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”:

“La Necessità”, (cioè l’esser sé di ogni essente nel suo mostrarsi come ciò la cui negazione è autonegazione) “che già da sempre si apre al di fuori dell’isolamento della terra e della storia dell’Occidente, non è una dottrina che passi da uno a un altro, e non è nemmeno qualcosa di “capito” da uno o da molti. In quanto “capita” da uno o da molti diventa semplicemente la “prospettiva” di uno o di molti, qualcosa che non può essere la Necessità. La testimonianza della Necessità può avere un “ascolto”. Ma, se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere “uno di noi”, un mortale o un dio, non può essere “il mio prossimo”. Se la Necessità non può essere ciò che “uno” ha scoperto, e che dunque sta entro i limiti dello sguardo di quest’uno, la Necessità non può essere nemmeno ciò che “un altro” o “altri” ascoltano. Se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere che la Necessità stessa. L’ascoltarsi è daccapo il suo apparire”.(‘La struttura originaria’, Introduzione 1979-81, p. 98).

Ma allora chi può conoscere la verità? A rispondere è Severino:

“Se ora “io” ne sono l’apparire (la conosco) – se cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino, ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e “gli altri”. (‘Discussioni intorno al senso della verità’, p. 80)

Il mendicante e la verità, Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p.177

Se la verità dovesse essere cercata non potrebbe mai essere trovata (giacché chi la cerca ne è al di fuori e nella non verità e sul fondamento della non verità non si può mai arrivare alla verità). Qui si deve dire che chi la cerca non la trova e a chi bussa non sarà aperto: non solo perché cerca e bussa, ma anche perché è un singolo ‘storicamente’ condizionato – un “individuo”, una “persona umana” – a pretendere di portarsi dinanzi alla verità. Ma tutto questo sottintende l’oltrepassamento dell’antropologia dominante (che fa della verità il prodotto teorico del singolo esistente), essa stessa essenzialmente legata al pensiero dominante della nostra civiltà.

(Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p.177).

Giulio Zucchelli, Wittgenstein ti risponderebbe così, in Amici di Emanuele Severino | Facebook

Giulio Zucchelli, Wittgenstein ti risponderebbe così: non è che in filosofia autentica si possa dare sfogo alle “stranezze” che gli “individui” sciorinano ogni volta che aprono bocca o agli affogamenti, ricorrenti, nel mare inesplorabile della metafisica, dove il filosofo autentico non dovrebbe mai entrare, non fosse altro perché nessuno sa ancora rispondere alla domanda che precede tutte le altre: “Perché c’è dell’essere e non piuttosto il nulla?” La stessa risoluzione della suddetta questione che ne dà il “destino della verità” affermando l’eternità di tutto ciò che appare, persino dei peli della barba, ancora non riceve il consenso da parte dell’intero pensiero contemporaneo. Ed è per lo meno strano che la verità incontrovertibile non appaia tale all’intero pensiero contemporaneo. Occorre cautela, in filosofia. Occorre prestare molta attenzione a ciò che normalmente ci viene da dire o che ci piace dire. Ma il dire è una cosa, la verità è un’altra cosa.

(2) Amici di Emanuele Severino | Facebook

UNA SCHEMATICA SINTESI DELLA POSIZIONE SEVERINIANA INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ , in E. Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS philosophica, Sesto Fiorentino 2009, pp. 21-22

1) l’opposizione, certo radicale, tra concezione tradizionale e concezione attuale della verità è sottesa da un ‘comune’ e decisivo tratto di fondo.2)Esso è portato alla luce dal pensiero filosofico, ma è l’ambito in cui cresce non solo la cultura, ma l’intera civiltà dell’Occidente e ormai del Pianeta.3) Tale tratto è, da un lato, il carattere di incontrovertibilità della verità, dall’altro lato è l’affermazione della contingenza (precarietà, storicità, temporalità, divenir altro) delle cose del mondo, cioè il loro sporgere provvisoriamente dal niente.4) Nella cultura occidentale, questo tratto comune è espresso dal “principio di non contraddizione”.5) Ma questo tratto è anche l’alienazione più radicale della verità. Il “principio di non contraddizione” è cioè essenzialmente contraddittorio. Pensare che gli enti escono e ritornano nel nulla (e si tratta di comprendere che appunto questo è affermato dal “principio di non contraddizione”) significa pensare che gli enti in quanto enti sono niente. In ciò consiste il senso autentico del nichilismo. Si tratta allora di comprendere, al di là del modo in cui la verità si è presentata storicamente, il senso non contraddittorio della non contraddizione.6) L’alienazione della verità è il fondamento di ogni potenza e violenza (teologica, scientifica, morale, ecc.).7) La non alienazione della verità è l’apparire dell’impossibilità che l’ente – un qualsiasi ente – non sia; è cioè l’apparire dell’eternità di ogni ente.8) La non alienazione è, insieme, l’apparire della necessità che il variare del mondo sia il comparire e lo scomparire degli eterni,9) Si invita al tema fondamentale, che però qui non può essere affrontato: in che senso la negazione della contraddizione non è un dogma dell’ente.(E. Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS philosophica, Sesto Fiorentino 2009, pp. 21-22).

Emanuele Severino, Non “si arriva” alla verità, né essa “arriva all’uomo, (Verso la “fondazione ulteriore” dell’eternità dell’essente in quanto essente, sta in Dike, Adelphi, Milano 2015, pp. 169-171)

“Per un primo passo verso ciò che si è incominciato a chiamare “ulteriore fondazione” dell’eternità dell’essente in quanto essente, ci si riferisca a quell’essente che è lo stesso cerchio originario del destino, ossia alla dimensione che si costituisce come struttura originaria del destino della verità.Al destino della verità – alla verità autentica – ‘non si arriva’: è impossibile, ossia è la negazione del destino stesso. Qualcosa come “l’uomo che cerca la verità, o che la trova ‘ritornando in sé stesso’ (‘in te ipsum redi’), o che “si avvicina di più ad essa”, è una negazione dell’esser sé dell’essente che appare nel cerchio originario del destino. (Così come è una siffatta negazione anche la “verità” a cui si perviene “per tentativi ed errori”. Anche questa è un degrado della verità autentica, non è la verità innegabile del destino).Infatti, se per arrivare alla verità l’ “uomo” (o l’ “amore” che è “filo-sofo”) deve compiere un tragitto, è necessario che il tragitto si svolga nella non-verità, cioè sia non-verità (e, in qualsiasi modo si configuri, è esso, in verità, la “caverna” platonica, il regno delle illusioni); ma è impossibile che la non-verità conduca alla verità, cioè ne sia il fondamento. E’ impossibile che la non-verità, in quanto negazione del destino della verità, sia ‘ciò per cui’ la verità ‘viene’ ad essere o a manifestarsi lungo un tragitto dove la non verità precede e pertanto è separata dalla verità del destino. )In questa situazione l’ “uomo” stesso è il luogo della non-verità. Ed è ancora nella non-verità che l’ “uomo” “si avvicina” alla verità, sì che, in verità, egli non gli si avvicina affatto.’Come’ è impossibile che l’ “uomo” arrivi o si avvicini alla verità del destino, ‘così’ è impossibile che sia la verità a farsi innanzi e ad arrivare o ad avvicinarsi all’ “uomo”. Anche qui, infatti, essa arriverebbe nella non-verità dell’esser “uomo”, ossia nella coscienza che appartiene all’errare; essa cioè sarebbe pensata e accolta dall’errare, quindi sarebbe errore: non può essere la verità del destino. Anche qui, è nella prospettiva dell’errore che essa possa “avvicinarsi” all’ “uomo”. E l’attesa della verità è non verità.. E l’impossibilità che la verità arrivi all’uomo è l’impossibilità che la verità abbandoni sé stessa, esca da sé e finisca,, nella non verità.( Che l’ “uomo o la “verità” debbano o possano compiere un percorso per arrivare, rispettivamente, alla “verità” e all’ “uomo” è dunque una negazione inconsapevole dell’esistenza della verità autentica. Ciò significa che tale negazione è una forma inconsapevole di scetticismo. Al di fuori del destino della verità il rilievo che lo scetticismo nega sé stesso ed è contraddizione non è però decisivo, perché lo scetticismo può replicare dicendo che esso intende precisamente affermare la contraddizione, ossia il non esser sé. Ma nel destino della verità appare il senso autentico dell’autonegazione della negazione dell’esser sé, e quindi lo scetticismo appare come siffatta negazione, a cui non è più concessa quella replica).Nemmeno è possibile che un Dio crei l’ “uomo” dal nulla, in modo che sin da che egli esiste come un essere che abita originariamente la verità, e quindi non esista alcun tempo tra il tempo in cui egli si trova al di fuori della verità e bussa alla sua porta e il tempo in cui la porta gli si apre. Nemmeno questo è possibile, perché essere inizialmente nel nulla, da parte dell’ “uomo”, è un modo di essere nella non-verità, e l’impossibilità che la non-verità divenga verità è insieme l’impossibilità che sia il nulla a diventarla.

(Emanuele Severino, Verso la “fondazione ulteriore” dell’eternità dell’essente in quanto essente, sta in Dike, Adelphi, Milano 2015, pp. 169-171).

Emanuele Severino risponde ai critici che gli attribuiscono la colpa di aver sostenuto che il suo “io empirico” sia l’unico a capire e conoscere il destino della verità

Emanuele Severino risponde ai critici che gli attribuiscono la colpa di aver sostenuto che il suo “io empirico” sia l’unico a capire e conoscere il destino della verità.

Ecco la sua risposta: ” Ogni “dialogo” che qualsiasi io della terra isolata voglia instaurare con la verità è un equivoco. È un malinteso anche la buona volontà con cui l’io empirico vuole conoscere la verità. In quanto l’io empirico non è l’apparire della verità, tale io non può “conoscere” la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”. Se ira “io” ne sono l’apparire (la conosco) – cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino. Ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e gli “altri”.”
( Questa risposta sta in: Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità).

PER INTRODURRE ALLE DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ (2). Citazione da. Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, cit., pp. 11 – 12

PER INTRODURRE ALLE DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ (2)

La parola greca che traduciamo con ” verità ” è ‘alétheia’ che propriamente significa “il non nascondersi”, e pertanto il manifestarsi, l’apparire delle cose. Ma per il pensiero greco la verità non è soltanto ‘alétheia’ (come invece ritiene Heidegger): la verità è l’apparire in cui ciò che appare è l’incontrovertibile, ossia ciò che, dice Aristotele, “non può stare altrimenti di come sta e si manifesta” (mè endéchetai àllos échein). Questo ” stare ” in modo assoluto è espresso dalla filosofia greca con la parola ‘epistéme’, dove il tema *steme (dalla radice indoeuropea *sta) indica appunto lo ” stare ” di ciò che sta e si impone ” su ” (‘epi’) ogni forza che voglia negarlo, scuoterlo, abbatterlo. Ciò che non può stare altrimenti è l’incontrovertibile, è come le cose stanno. L’esser esposti al poter essere altrimenti, cadendo, è il tremore del pensiero. Appunto per questo Parmenide dice che il ” cuore ” della verità ” non trema ” – sebbene egli, che per un verso appartiene e inaugura la storia dell’ ‘epistéme’, per altro verso sembra volgere lo sguardo verso un senso inaudito della verità, il senso che non appartiene alla storia dei ” mortali “. Il cuore dei mortali, invece, trema di fronte alla sofferenza e alla morte. Platone e Aristotele chiamano ‘thauma’ questo tremore e vedono che da ‘thauma’, cioè dall’ “angosciato stupore “, nasce la filosofia: per essere sicuri della salvezza, non ci si può accontentare del mito e la volontà (‘thymòs’, dice Parmenide all’inizio del Poema) si protende verso il ” cuore non tremante della verità “.
Da tempo il pensiero filosofico si è reso conto che la definizione tradizionale della verità come ‘adaequatio intellectus et rei’ (“adeguazione dell’intelletto e della cosa”, “adeguazione dell’intelletto alla cosa”) ha un caratttere subordinato, Infatti, per sapere che l’intelletto è adeguato alla cosa, è necessario che la cosa sia manifesta, appaia, e appaia non come contenuto di un’opinione o di una fede, ma nel suo non poter stare altrimenti, cioè nella sua incontrovertibilità. Idealismo, neoidealismo, fenomenologia sono consapevoli del carattere derivato o addirittura alterante del concetto di ‘adaequatio’; le stesse filosofie della cosiddetta ” svolta linguistica “, sebbene fatichino a riconoscerlo, vanno in questa direzione. Lo stesso pensiero greco, in cui si forma la definizione della verità come adeguazione, risale all’indietro di questa definizione e, come si è rilevato, concepisce la verità come unità di ‘alétheia’ ed ‘epistéme, dove le cose del mondo che innanzitutto si manifestano sono incontrovertibilmente mutevoli, vanno dal non essere all’essere – e in questo senso possono stare altrimenti di come stanno -, tuttavia, fino a che stanno in un certo modo, è impossibile che stiano altrimenti, e anche in quest’altro senso sono anch’esse incontrovertibili. L’ ‘epistéme’ ritiene inoltre che a partire da ciò che si manifesta sia necessario pervenire all’affermazione dellEnte immutabile e divino e delle strutture e forme immutabili che nel mondo diveniente in qualche modo rispecchiano l’immutabilità del divino (le cosiddette ” leggi di natura”, o ” diritto naturale “, la ” morale naturale “). Nell’ ‘epistéme’ lo stare del Dio e del suo rispecchiarsi nel mondo differisce dunque dalle stabilità e permanenze affermate dal mito, ossia dalla volontà di far stare un certo senso del mondo. Un Ente supremo, divino, è autenticamente immutabile solo in quanto la sua esistenza immutabile sia affermata dal sapere incontrovertibile. La filosofia vuole la verità, vuole che la verità sia l’incontrovertibile: il mito vuole (crede) che il mondo abbia un certo senso e non vede la fermezza secondo la quale il proprio volere vuole – la fermezza che, se fosse pensata, dovrebbe avere il carattere del non poter essere altrimenti da parte di ciò che è voluto e che dunque non potrebbe più essere un voluto ma qualcosa che di per se stesso ‘sta’, è incontrovertibile.
(Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, cit., pp. 11 – 12.

IL discorso continuerà in prossimi post).