Emanuele Severino risponde ai critici che gli attribuiscono la colpa di aver sostenuto che il suo “io empirico” sia l’unico a capire e conoscere il destino della verità

Emanuele Severino risponde ai critici che gli attribuiscono la colpa di aver sostenuto che il suo “io empirico” sia l’unico a capire e conoscere il destino della verità.

Ecco la sua risposta: ” Ogni “dialogo” che qualsiasi io della terra isolata voglia instaurare con la verità è un equivoco. È un malinteso anche la buona volontà con cui l’io empirico vuole conoscere la verità. In quanto l’io empirico non è l’apparire della verità, tale io non può “conoscere” la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”. Se ira “io” ne sono l’apparire (la conosco) – cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino. Ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e gli “altri”.”
( Questa risposta sta in: Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità).

PER INTRODURRE ALLE DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ (2). Citazione da. Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, cit., pp. 11 – 12

PER INTRODURRE ALLE DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ (2)

La parola greca che traduciamo con ” verità ” è ‘alétheia’ che propriamente significa “il non nascondersi”, e pertanto il manifestarsi, l’apparire delle cose. Ma per il pensiero greco la verità non è soltanto ‘alétheia’ (come invece ritiene Heidegger): la verità è l’apparire in cui ciò che appare è l’incontrovertibile, ossia ciò che, dice Aristotele, “non può stare altrimenti di come sta e si manifesta” (mè endéchetai àllos échein). Questo ” stare ” in modo assoluto è espresso dalla filosofia greca con la parola ‘epistéme’, dove il tema *steme (dalla radice indoeuropea *sta) indica appunto lo ” stare ” di ciò che sta e si impone ” su ” (‘epi’) ogni forza che voglia negarlo, scuoterlo, abbatterlo. Ciò che non può stare altrimenti è l’incontrovertibile, è come le cose stanno. L’esser esposti al poter essere altrimenti, cadendo, è il tremore del pensiero. Appunto per questo Parmenide dice che il ” cuore ” della verità ” non trema ” – sebbene egli, che per un verso appartiene e inaugura la storia dell’ ‘epistéme’, per altro verso sembra volgere lo sguardo verso un senso inaudito della verità, il senso che non appartiene alla storia dei ” mortali “. Il cuore dei mortali, invece, trema di fronte alla sofferenza e alla morte. Platone e Aristotele chiamano ‘thauma’ questo tremore e vedono che da ‘thauma’, cioè dall’ “angosciato stupore “, nasce la filosofia: per essere sicuri della salvezza, non ci si può accontentare del mito e la volontà (‘thymòs’, dice Parmenide all’inizio del Poema) si protende verso il ” cuore non tremante della verità “.
Da tempo il pensiero filosofico si è reso conto che la definizione tradizionale della verità come ‘adaequatio intellectus et rei’ (“adeguazione dell’intelletto e della cosa”, “adeguazione dell’intelletto alla cosa”) ha un caratttere subordinato, Infatti, per sapere che l’intelletto è adeguato alla cosa, è necessario che la cosa sia manifesta, appaia, e appaia non come contenuto di un’opinione o di una fede, ma nel suo non poter stare altrimenti, cioè nella sua incontrovertibilità. Idealismo, neoidealismo, fenomenologia sono consapevoli del carattere derivato o addirittura alterante del concetto di ‘adaequatio’; le stesse filosofie della cosiddetta ” svolta linguistica “, sebbene fatichino a riconoscerlo, vanno in questa direzione. Lo stesso pensiero greco, in cui si forma la definizione della verità come adeguazione, risale all’indietro di questa definizione e, come si è rilevato, concepisce la verità come unità di ‘alétheia’ ed ‘epistéme, dove le cose del mondo che innanzitutto si manifestano sono incontrovertibilmente mutevoli, vanno dal non essere all’essere – e in questo senso possono stare altrimenti di come stanno -, tuttavia, fino a che stanno in un certo modo, è impossibile che stiano altrimenti, e anche in quest’altro senso sono anch’esse incontrovertibili. L’ ‘epistéme’ ritiene inoltre che a partire da ciò che si manifesta sia necessario pervenire all’affermazione dellEnte immutabile e divino e delle strutture e forme immutabili che nel mondo diveniente in qualche modo rispecchiano l’immutabilità del divino (le cosiddette ” leggi di natura”, o ” diritto naturale “, la ” morale naturale “). Nell’ ‘epistéme’ lo stare del Dio e del suo rispecchiarsi nel mondo differisce dunque dalle stabilità e permanenze affermate dal mito, ossia dalla volontà di far stare un certo senso del mondo. Un Ente supremo, divino, è autenticamente immutabile solo in quanto la sua esistenza immutabile sia affermata dal sapere incontrovertibile. La filosofia vuole la verità, vuole che la verità sia l’incontrovertibile: il mito vuole (crede) che il mondo abbia un certo senso e non vede la fermezza secondo la quale il proprio volere vuole – la fermezza che, se fosse pensata, dovrebbe avere il carattere del non poter essere altrimenti da parte di ciò che è voluto e che dunque non potrebbe più essere un voluto ma qualcosa che di per se stesso ‘sta’, è incontrovertibile.
(Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, cit., pp. 11 – 12.

IL discorso continuerà in prossimi post).

Ancora sul destino della verità, in Emanuele Severino, ‘In margine al senso della contraddizione’, sta in ‘Scenari dell’impossibile – La contraddizione nel pensiero contemporaneo’, a cura di F: Altea e F. Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 204-205

 

L’assoluta innegabilità del destino della verità non è quantificabile: è impossibile un “di più” e un “di meno” di innegabilità. In quanto il “di più” e il “di meno” differiscono dall’assolutamente innegabile, sono entrambi negabili e il loro esser affermati è fede. All’assolutamente innegabile, pertanto, non “ci si avvicina”, né da esso “ci si allontana”. La scienza non può essere un indefinito “avvicinarsi alla verità”: per sapere che ci si avvicina o ci si allontana da essa sarebbe necessario che essa apparisse: ma allora non ci si troverebbe né vicini né lontani da essa: ci si troverebbe in essa. Tanto la “probabilità” più alta quanto la più bassa sono infinitamente lontane dall’assolutamente innegabile.
Che il destino della verità appaia (già da sempre) innanzitutto come “struttura originaria significa che essa ‘non’ è un insieme di “assiomi” o di “postulati” più o meno “intuitivamente evidenti” […] In quanto la struttura originaria del destino è l’assolutamente incontrovertibile, i suoi elementi si implicano originariamente (secondo un’implicazione che costituisce i senso originario dell’innegabilità, cioè il senso originario dell’esser sé degli essenti e del loro non esser altro da sé: il senso originario della negazione della contraddizione – tutte affermazioni, queste, che, qui, possono essere solo asserite). E’ pertanto impossibile che dalla struttura originaria del destino sia derivabile una qualsiasi contraddizione, e quando sembra che ciò accada, ciò che è derivato è, appunto, l’apparenza di una contraddizione.
(Emanuele Severino, ‘In margine al senso della contraddizione’, sta in ‘Scenari dell’impossibile – La contraddizione nel pensiero contemporaneo’, a cura di F: Altea e F. Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 204-205).

” La metafora della rete e il mare : due differenti testimonianze della Verità, Stefano Antonio MasciSegui

Stefano Antonio MasciSegui

” La metafora della rete e il mare : due differenti testimonianze della Verità

SEVERINO : quando si va a pesca la rete cattura sempre il mare, e se qualcosa esce dalla rete dev’esserci una super-rete che comunque permette di comprendere il mare.La super rete è l’impossibilità di questa contraddittoria esistenza.

PANIKKAR : anche se si andasse a pesca, ci sarebbero comunque pesci catturati e pesci di cui non si sa nulla, perché escono dalle maglie della rete; il mare non sfugge né è preso, semplicemente sta – e comunque, io non ha reti per pescare. Per me la contra-dizione non è contra-essere.

DOMANDO : Si può essere non in contraddizione in una realtà illusoria : ovvero essere al tempo stesso razionalisti e mistici ?

Sono in molti a chiedermi come ha fatto Emanuele Severino a dare testimonianza, per più di sessanta anni, del “destino della verità”?, testo di Vasco Ursini e citazione in Emanuele Severino, il mio ricordo degli eterni – Autobiografia, Rizzoli, 2011, p. 95

Sono in molti a chiedermi come ha fatto Emanuele Severino a dare testimonianza, per più di sessanta anni, del “destino della verità”?

Rispondo che non è certamente l’ “individuo” Emanuele Severino ( che, in quanto individuo, è, come tutti gli altri individui, un errore) a dare quella testimonianza.

A darla è stato il suo “essere Io destino”. Come ciò è avvenuto ce lo dice lui stesso:

“Quel periodo (quello del processo presso il Sant’Uffizio avvenuto all’inizio del 1970 – n. d. s ) fu tra i più belli” significa: “Si mostrò la fede, il sogno, che fosse tra i più belli”. Inoltre era venuto il dono del linguaggio che testimonia il destino. Che non è espressione scioccamente immodesta, perché non è il mio esser “uomo” a ricevere il dono. Il donante è il destino ed è ancora il destino – il mio esser Io del destino – ad aver ricevuto quel dono. (Che non è una “grazia”, perché è necessità che il destino doni tutto ciò che egli dona.) (Emanuele Severino, il mio ricordo degli eterni – Autobiografia, Rizzoli, 2011, p. 95)

Dialogo con Emanuele Severino sulla testimonianza della verità, Vasco Ursini 14 settembre 2017

Vasco Ursini
14 settembre 2017
Dialogo con Emanuele Severino sulla testimonianza della verità.

(D: domanda. R: risposta).

D: Chi può dare testimonianza della verità?
R: Innanzitutto, non è l’individuo che testimonia, cioè pensa esplicitamente la verità. Se fosse l’individuo a testimoniare la verità, allora la testimonianza sarebbe per definizione individuale, cioè ridotta allo spazio, al tempo e ai limiti dell’individuo. Bisogna vedere l’errore del concetto che “Io vado verso la verità” e che “se mi va bene, a un certo momento la vedrò”. No! Perché se “Io” è ad esempio il sottoscritto, con questa struttura fisica determinata, allora sarebbe come dire che che un occhio cieco può vedere la verità. Perché un occhio cieco? Appunto in quanto dominato dai condizionamenti che costituiscono l’individuo. L’apparire della verità non è la mia coscienza della verità. All’opposto: io sono uno dei contenuti che appaiono. Questo è il primo rilievo.
Poi si parlava della differenza tra ‘chi’ agisce sapendo e ‘chi’ agisce non sapendo. Ma adesso non possiamo più dire così; perché non è che ‘io’ “sappia” – io, Emanuele Severino, – e gli altri non sappiano… No! Io e gli altri siamo individui. Quindi siamo forme che stanno all’interno dell’apparire – e dell’apparire in quanto tratto della verità. Formazioni finite, e errori. Io sono un errore come te, come lui … Non si può nemmeno pensare che la verità – come invece insegna tutta la tradizione dell’Occidente – abbia il compito di “illuminare” l’individuo. Perché non si può illuminare l’errore. Invece, per tutta la tradizione della filosofia occidentale, la verità ha il compito di guidare l’uomo nella vita, e quindi di “illuminare” l’uomo.
Invece dobbiamo dire che l’individuo è il non illuminabile. Perché l’individuo è errore. Se ci si rende conto che l’individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l’errore.
D: Quindi è un errore irrimediabile…
R: E’ u errore, un aspetto dell’errore. E…
D: No, scusi se la interrompo: noi siamo abituati a pensare, quando si parla di errore, a un qualcosa di rimediabile attraverso una presa di coscienza…
R: Lei dice “errore” nel senso in cui diciamo per esempio ai nostri figli: hai commesso un errore, però puoi riscattarti, quindi rimediare…
Ma il tuo riscattarti non può far sì che l’errore che hai commesso non sia più un errore. Il tuo riscattarti è la tua capacità di non commettere più quell’errore. Ma l’errore, anche nel nostro comune modo di parlare, resta errore. A Maggior ragione, se noi, invece che in termini morali, parliamo in termini logici: “1+1 = 3 non è riscattabile (se si suppone che 1+1 = 2 sia una verità assoluta). La verità non può illuminare l’errore. La verità non fa uscire l’individuo dell’errore, perché l’errore è l’individuo […]
Non ci si può dunque domandare quale è la differenza fra la mia soggettività “illuminata” dalla verità e la tua non illuminata; perché nessun “io” (individuo) è illuminato dalla verità. All’opposto, la verità include me, e te, e gli altri come conformazioni specifiche dell’errore.
D: Ma io posso pormi oltre l’errore, una vota riconosciutelo come tale…
R: Non “io”… E’ la coscienza della verità ad essere oltre l’errore.
D: Questa coscienza per la quale la verità è, è coscienza di chi?
R: E’ un tratto della verità. La verità non è un atto soggettivo. Quindi siamo totalmente al di fuori del concetto, poniamo, aristotelico, cristiano, marxiano, che intende la coscienza come prodotto teorico dell’individuo. E’ contraddittorio che l’individui sia cosciente della verità. L’apparire della verità non è un atto individuale, ma è il mostrarsi di ciò che appare. E il mostrarsi non è il mio atto di coscienza, perché il ‘mio’ atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: “Io esisto”? Perché appaio (perché appare l’errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto.

via (1) Amici di Emanuele Severino

Il concetto di “verità” nella storia della filosofia – in Officina filosofica

Verità è una parola chiave della filosofia, un tema che si è trasformato nel tempo.
Molti sono gli interrogativi posti in rapporto alla verità.
Che cos’è la verità? Vi è una sola verità o ve ne sono tante? e se vi è la verità, possiamo realmente conoscerla oppure possiamo solo cercarla senza mai poter dire di averla trovata?

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per l’intero testo vai a

 Il concetto di verità nella storia della filosofia – Officina filosofica

IL PROBLEMA DEL FONDAMENTO, da Emanuele Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012. Il libro è un’intervista di Sara Bignotti a Emanuele Severino

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D. Ci approssimiamo al “fondamento” del suo discorso: cosa vuol dire che l’uomo è l’apparire del destino, in relazione all’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente?

R. Il destino è l’apparire dell’esser sé; è l’essenza dell’uomo – ossia ‘non’ l’essenza ‘generica’, ma ciò che ‘ogni’ uomo da ultimo è – è appunto questo apparire. L’essenza dell’uomo è il destino.
Ma proviamo a chiarire il senso dell’autonegazione della negazione dell’esser sé. Non è possibile qui chiarirlo “concettualmente”. Qui si può indicare una metafora che metta sulla strada di un approfondimento adeguato. Supponiamo che ci sia un bersaglio, e che un arciere scagli una freccia contro il bersaglio. E supponiamo che accada questo: che la freccia, invece che colpire il bersaglio, colpisca se stessa. Se questo accadesse per tutte le frecce e per tutti gli arcieri che mirano contro il bersaglio, noi di quest’ultimo dovremmo dire che non può essere colpito da nessun arciere e che qualsiasi freccia che gli fosse scagliata avrebbe questa sorte, di non colpire il bersaglio, ma di colpire se stessa. Questo colpire se stessa è l’equivalente, nella metafora, di ciò che chiamo ‘autonegazione”. Nella metafora, il bersaglio corrisponde al destino. E la freccia è il corrispettivo, nella metafora, di ciò che chiamo ‘negazione del destino’ ( la freccia è una negazione del bersaglio, lo vuole colpire). Il destino soddisfa – ‘qui’ non possiamo dire ‘ciò che più conta’ ossia il ‘perché – la struttura di questa metafora, è ciò rispetto a cui ogni negazione è la freccia che colpisce se stessa, e quindi si toglie da sé, nega se stessa. Ciò significa che il destino è l’innegabile, l’incontrovertibile, ma in senso radicale per cui – qui è uno dei meriti intramontabili della filosofia in quanto evocatrice del senso inaudito ‘dello stare’ della verità – non ci può essere cambiamento di tempo, mutamento di costumi, non ci può esser alcun Dio che modifichi il bersaglio immacolato e intangibile, che riesca a trasformarlo, a farlo diventar altro, a mostrarne la negabilità.

D. Il fondamento, appunto, è l’evidenza della verità…
R. E’ essenzialmente più che l’evidenza: è l’evidenza in ‘relazione’ all’autonegazione della sua negazione. Questo è il senso autentico del ‘fondamento’.
D. Il fondamento corrisponde a ciò che i filosofi antichi chiamavano principio primo o origine?

R. Ma riuscendo ad essere l’innegabile. Se vogliamo un’annotazione storica, è Aristotele che ha intravisto potentemente il fondamento, che lui chiama ‘Bebaiotàte arché’ (‘principium firmissimum’). […] Nella parola ‘bebaiotàte’ risuona la parola ‘epistéme’. Lo star fermo dell’ ‘epistéme?. E’ anche Aristotele, con Platone, a trattare il principio in relazione alla “confutazione” (‘élenchos’) di coloro che intendono negare il principio (che per lui è ciò che poi verrà chiamato “principio di non contraddizione”. Anche il ‘cogito’ cartesiano guarda in questa direzione).

D. Dell’élenchos si ha appunto compiuta esposizione nel libro IV della Metafisica di Aristotele, un classico da lei commentato [Il principio di non contraddizione, La Scuola, 1975], su cui si sono formate generazioni di studenti. In che senso l’élenchos è modello di pensiero che non necessita di dimostrazione?

R. Ma prima di rispondere alla sua domanda, non è più opportuno mostrare l’ ‘aporia’ del discorso che introduce l’ ‘élenchos? Per la risposta alla sua domanda è meglio rinviare ai miei scritti. Vediamo l’aporia, dunque. Aristotele tende a indicare il principio come non bisognoso di ‘élenchos’ (che significa letteralmente la punta della lancia e per noi significa l’apparire dell’autonegazione del principio). Per Aristotele il principio è per sé ‘evidente’, e quindi egli è propenso a considerare la ‘bebaiotàte arché’ come non bisognosa dell’ ‘élenchos’, il quale apparterrebbe quindi alla “dialettica” e non al principio.
Ora, non basta parlare del destino, senza vedere il senso concreto della sua innegabilità. Non basta parlare del “principio di non contraddizione”, senza vedere il senso della sua innegabilità. Tale principio come semplicemente asserito è un dogma, una semplice “evidenza”. Ossia è un dogma affermare soltanto che è evidente. Come è dogma il semplice asserire che esiste il mondo. Quindi, affinché la ‘bebaiotàte arché’ non sia un dogma deve apparire in relazione all’ ‘éelenchos’, che in quanto determinazione del destino è l’apparire dell’esser sé, in quanto l’esser sé degli essenti è in relazione alla propria autonegantesi negazione. L’élenchos è l’apparire dell’autonegazione della negazione del destino).
Aristotele asserisce che è frutto di ignoranza non sapere di quali cose ci sia dimostrazione e di quali non possa esserci: se non si fosse “ignoranti”, si capirebbe che dimostrare significa ricondurre il ‘demonstrandum’ alla ‘bebaiotàte arché’, cioè vedere che la negazione del ‘demonstrandum’ implica la negazione della ‘bebaiotàte arché’. E allora, tenendo ferma questa annotazione, il principio di non contraddizione appare come ciò che non ha bisogno di nient’altro che del suo apparire perché debba essere accettato. Per Aristotele è sufficiente la sua “evidenza”.
‘Ma così si presenta appunto come un dogma’. Dunque è necessario il suo esser visto in relazione all’ ‘élenchos’, in cui appare l’impossibilità di negare l’evidenza. Ma allora, se la ‘bebaiotàte arché’ ha bisogno dell’ ‘élenchos’, che ne mostri l’innegabilità e il suo non aver bisogno di nient’altro che di se stessa, e se d’alta parte la ‘beaiotàte arché’ è il fondamento di ogni dimostrazione, allora si presenta un’ ‘aporia’ – che a mio avviso nella storia del pensiero filosofico non solo non è stata risolta, ma non è stata nemmeno mai vista- L’aporia è che il qualcosa che sta al fondamento di tutto il sapere può apparire come siffatto fondamento, solo in quanto tale qualcosa è in relazione all’ ‘élenchos, che dunque viene a presentarsi come una sorta di fondamento di ciò che dovrebbe essere il fondamento di tutto’. Se non si sa risolvere questa aporia, è aporetico anche parlare di ‘epistéme’, di verità, di destino…

D. La “confutazione”, esposta nel libro IV della Metafisica di Aristotele, è da lei così rigorizzata: l’élenchos è l’autonegazione della contraddizione?

E’ l’autonegazione della negazione del destino. Certo: qui ormai ci siamo lasciati alle spalle la separazione tra pensiero e cosa, perché dire che il destino è l’apparire dell’esser sé dell’essente implica – ma anche qui per una struttura concettuale che non possiamo esplicitare – che è impossibile un essente che non appaia.
(A questo punto, però, qualcuno potrebbe dire che se è impossibile che un essente non appaia, allora si viene a dire che tutto coincide con quello che appare qui e ora. E invece no, a questo punto si tratterebbe di ricordare la necessità che l’Io del destino sia il cerchio ‘finito’ dell’apparire del destino, che implica con necessità la totalità infinita dell’apparire, che non coincide con la totalità che appare in tale cerchio, e nei cerchi dell’altrui esser uomo. Dovrebbe cioè farsi innanzi la figura dell’apparire infinito: l’eterno apparire infinito degli eterni).

D. Il cerchio finito implica l’apparire infinito, così come la nostra esistenza si libra tra finito e infinito. Cosa vuol dire che siamo finiti ed eterni al tempo stesso?

R. Poiché eterno è l’essente in quanto essente, eterno è anche il finito, ossia l’essente che non è la totalità degli essenti. L’Io del destino è la struttura originaria del finito, il cerchio che, accogliendo la terra, è perciò stesso finito. Nell’apparire infinito non sopraggiunge alcun eterno perché da sempre li contiene tutti.

 

da

(79) Amici di Emanuele Severino

La verità non è il prodotto di qualcuno, citazione da: Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, 2004, pp. 88-89

 

Se dire che la verità è mia significa che essa è il prodotto di un individuo umano, o qualcosa di cui il mortale può in qualche modo disporre […], allora non c’è nulla di più lontano di questa affermazione dal contenuto de ‘La struttura originaria’: in questo senso si deve dire, all’opposto, che la verità è tale solo in quanto non è mia, o tua, o di un gruppo sociale… […] in quanto ascoltata da me, cioè dalla fede in cui “io” come individuo mortale consisto, la verità non può essere verità.
(Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, 2004, pp. 88-89).

PER INTRODURRE ALLE DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ (2), citazione da: Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS, Pisa 2009, pp.11 – 22

 

La parola greca che traduciamo con “verità” è ‘alétheia’, che propriamente significa “il non nascondersi”, e pertanto il manifestarsi, l’apparire delle cose. Ma per il pensiero greco la verità non è soltanto’ alétheia’ (come invece ritiene Heidegger): la verità è l’apparire in cui ciò che appare è l’incontrovertibile, ossia ciò che, dice Aristotele, “non può stare altrimenti di come sta e si manifesta”. Questo “stare” in modo assoluto è espresso dalla filosofia greca con la parola ‘epistéme’, dove il tema ‘steme’ (dalla radice indoeuropea ‘sta’) indica appunto lo ‘stare’ di ciò che sta e che si impone ‘su’ (‘epi’) ogni forza che voglia negarlo, scuoterlo, abbatterlo. Ciò che non può stare altrimente è l’incontrovertibile, è come le cose stanno. L’esser esposti al poter essere altrimenti, cadendo, è il tremore del pensiero. Appunto per questo Parmenide dice che il “cuore” della vertà “non trema” – sebbene egli, che per un verso appartiene e inaugura la storia dell’epistéme, per altro verso sembra volgere lo sguardo verso un senso inaudito della verità, il senso che non appartiene alla storia dei “mortali”. Il cuore dei mortali, invece, trema di fronte alla sofferenza e alla morte. Platone e Aristotele chiamano ‘thauma’ questo tremore e vedono che da ‘thauma’, cioe dall’ “angosciato stupore”, nasce la filosofia: per essere sicuri della salvezza, non ci si può accontentare del mito e la volontà (thimòs, dice Parmenide all’inizio del Poema) si protende verso il “cuore non tremante della verità”.
[ … ]
Il principio di non contraddizione, che domina l’intera storia dell’Occidente, afferma [ … ] che è necessario che gli enti siano enti, ‘quando essi sono’. ma che non è necessario che gli enti siano; il che significa che è necessario che gli enti siano stati niente, prima di essere, e tornino ad esser niente, dopo essere stati. Il principio di non contraddizione è cioè, insieme, l’affermazione che gli enti che si manifestano divengono, ossia escono dal niente e vi ritornano; e a sua volta il divenire, quale è inteso nel pensiero dell’Occidente, è insieme l’affermazione del principio di non contraddizione, ossia del principio per il quale è impossibile che, quando gli enti sono, siano niente, ma che è necessario che in un tempo diverso, gli enti siano stati e tornino ad essere niente. Nella forma teologico-metafisica dell’ ‘epistéme’ solo il divino è “sempre salvo” dal nulla (come dice Aristotele): nella distruzione di tale forma, e cioè nel pensiero della “morte di Dio”, ogni ente proviene dal niente ed è destinato a ritornarvi. Ma che gli enti in quanto enti escano dal niente e vi ritornino è la verità comune sia alla tradizione dell’Occidente, sia alla distruzione di tale tradizione.
[ … ]
La presente relazione ha inteso offrire qualche premessa sui seguenti essenziali punti.
1) L’opposizione, certo radicale, tra concezione tradizionale e concezione attuale della verità è sottesa da un ‘comune’ e decisivo tratto di fondo.
2) Esso è portato alla luce dal pensiero filosofico, ma è l’ambito in cui cresce non solo la cultura, ma l’intera civiltà dell’Occidente e ormai del Pianeta.
3) Tale tratto è, da un lato, il carattere di incontrovertibilità della verità, dall’altro lato è l’affermazione della contingenza (precarietà, storicità, temporalità, divenir altro) delle cose del mondo, cioè il loro sporgere provvisoriamente dal niente.
4) Nella cultura occidentale, questo tratto comune è espresso dal “principio di non contraddizione”.
5) Ma questo tratto è anche l’alienazione più radicale della verità. Il “principio di non contraddizione” è cioè essenzialmente contraddittorio. Pensare che gli enti escono e ritornano nel nulla (e si tratta di comprendere che appunto questo è affermato dal “principio di non contraddizione”) significa pensare che gli enti in quanto enti sono niente. In ciò consiste il senso autentico del nichilismo. Si tratta allora di comprendere al di là del modo in cui la verità si è presentata storicamente, il senso non contraddittorio della non contraddizione.
6) L’alienazione della verità è il fondamento di ogni potenza e violenza (teologica, scientifica, morale, ecc.).
7) La non alienazione della verità è l’apparire dell’impossibilità che l’ente – un qualsiasi ente . non sia; è cioè l’apparire dell’eternità di ogni ente.
8) La non alienazione è, insieme, l’apparire della necessità che il variare del mondo sia il comparire e lo scomparire degli eterni.
9) Si invita al tema fondamentale, che però in questa relazione non può essere affrontato: in che senso la negazione della contraddizione non è un dogma dell’ente.


(Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della vertità, Edizioni ETS, Pisa 2009, pp.11 – 22).

via (7) Amici di Emanuele Severino

Essere nella verità, di Emanuele Severino. Passo tratti da La struttura originaria – in gazzettafilosofica

Essere nella verità

Si ha ragione quando si sa di averla, e cioè quando si sanno le proprie ragioni, perché è appunto sapendole che si può mostrare l’insostenibilità delle affermazioni contrarie.

di Emanuele Severino

vai a

Essere nella verità – Benvenuti su gazzettafilosofica!

Vasco Ursini, La nullità delle cose e l’illusione

Se la verità, ciò che è vero, è la nullità angosciante di tutte le cose, ogni smorto piacere e scialba felicità dell’uomo (di più non gli è dato ricevere) sono l’effetto di un’ “illusione”, cioè del mascheramento della verità angosciante.

La caduca e terrena salvezza dell’uomo sta nelle sue illusioni

Severino Emanuele, Testimoniando il destino, Adelphi editore, p. 376, 2019. Indice del libro

Sin dal suo inizio storico la filosofia è stata la volontà di incarnare il sapere assolutamente innegabile. Ma come è possibile «la stabile conoscenza della verità», si chiede Emanuele Severino, «in un clima come quello del nostro tempo, dove non solo la scienza, ma la filosofia stessa ha quasi ovunque voltato le spalle a ciò che essa ritiene il “sogno” di un sapere siffatto?».

In verità, già nel modo in cui la «scienza della verità» compiva i primi passi era presente l’errare più radicale in cui l’uomo possa trovarsi, quella che per Severino è la Follia estrema: «la fede nella quale si crede che le cose diventano altro da ciò che esse sono … affermando che l’evidenza suprema è che le cose escono dal nulla (dal loro non essere) e vi ritornano».

Tutta l’opera di Severino, sin dal suo primo libro (La struttura originaria), è volta dichiaratamente allo «smascheramento della Follia di questa fede», per «consentire al linguaggio di testimoniare l’assoluta innegabilità del destino della verità».

E in queste pagine l’intero percorso viene ripresentato nell’insieme dei suoi tratti fondativi, approfondendone alcuni temi centrali quali

  • l’interpretazione,
  • il rapporto tra destino e scienza,
  • l’essenza linguistica del sapere originario,
  • il senso ultimo dell’esser uomo e la storia infinita dell’uomo,
  • il senso della salvezza.

Un percorso, dunque, attraverso l’intero ‘terreno’ di Severino, da cui il lettore potrà spaziare con lo sguardo: «Non basta possedere un campo: bisogna coltivarlo. Il campo di cui qui si tratta è l’insieme dei ‘miei scritti’. Un linguaggio, dunque. E anche questo libro intende indicare l’autentica “pianura della verità”».

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vai alla scheda dell’editore Adelphi

Testimoniando il destino | Emanuele Severino – Adelphi Edizioni

Vasco Ursini, Penso alla “verità” e precisamente alla definizione che ne dà Emanuele Severino nello splendido articolo sul Natale pubblicato su Il Corriere della Sera del 23 dicembre 1983

Penso alla “verità” e precisamente alla definizione che ne dà Emanuele Severino nello splendido articolo sul Natale pubblicato  su Il Corriere della Sera del 23 dicembre 1983:

“Nel suo senso autentico, la verità illumina i focolari degli uomini. Essi si rifugiano presso i loro focolari e li trovano caldi e luminosi e dinanzi ad essi fan festa. Ma la pura gioia della festa ha altra provenienza: non si spegne quando il ceppo è finito e la fiamma ha lasciato il posto alla cenere”.

Emanuele Severino ed io auguriamo a tutti prescindendo dal colore della pelle e dalle loro fedi di arrivare prima o poi a comprendere nei suoi fondamenti filosofici incontrovertibili il senso profondo di quella definizione di “verità”


vai all’articolo di Emanuele Severino:

Emanuele Severino, IL FOCOLARE CHE NON SI SPEGNE MAI, Corriere della Sera 24 dicembre 1983

 

Emanuele Severino, Innegabile. Verità e contraddizione, Festival della filosofia di Modena/Carpi/Sassuolo, 2018, video – lezione in festivalfilosofia.it/, 49 minuti

Emanuele Severino
Innegabile. Verità e contraddizione
festivalfilosofia2018

Qual è il carattere originario della verità? È indagata l’innegabilità, ossia la caratteristica della struttura originaria che implica l’impossibilità di negare se stessa, poiché l’apparire degli essenti non è esterno alla loro totalità, ma ne comporta la verità.

vai alla video lezione

Emanuele Severino – Innegabile. Verità e contraddizione