Emanuele Severino, Innegabile. Verità e contraddizione, Festival della filosofia di Modena/Carpi/Sassuolo, 2018, video – lezione in festivalfilosofia.it/, 49 minuti

Emanuele Severino
Innegabile. Verità e contraddizione
festivalfilosofia2018

Qual è il carattere originario della verità? È indagata l’innegabilità, ossia la caratteristica della struttura originaria che implica l’impossibilità di negare se stessa, poiché l’apparire degli essenti non è esterno alla loro totalità, ma ne comporta la verità.

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Emanuele Severino – Innegabile. Verità e contraddizione

Affermare che la verità appare all’uomo è un modo di negare la verità, Emanuele Severino, “L’identità del destino”, Milano, Rizzoli, 2009, p. 94

“Affermare che la verità appare all’uomo è un modo di negare la verità. Perché lo sguardo umano, a cui la verità appare, è uno sguardo che, in quanto distinto dalla verità, è non verità.
Dire «la verità appare all’uomo» significa dire «la non verità pensa la verità» – e quindi non può pensare la verità.”

Emanuele Severino, “L’identità del destino”, Milano, Rizzoli, 2009, p. 94

L’INCONSCIO, IL NICHILISMO, LA VERITA’ (Dalle conversazioni intorno alla filosofia, a cura di Ines Testoni in Emanuele Severino, La follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 63-74)

Vasco Ursini a Incontri con Emanuele Severino

 


(Indicherò con IT. le domande di Ines Testoni; con ES. le risposte di Emanuele Severino).

IT. Vuole richiamare che cosa significa, nel suo discorso, “tramonto dell’alienazione dell’Occidente”?

ES. Il tramonto dell’alienazione non può essere prodotto da uomini o da dèi, non può essere il prodotto di un agire, se si manifesta è necessità che si manifesti. Ed è qualcosa di essenzialmente più radicale del tramonto di qualsiasi epoca storica e di qualsiasi forma dell’Occidente, come il cristianesimo, il comunismo, il capitalismo
[ … ]

IT. Mi sembra che per lei la scena visibile del mondo sia il modo in cui l’Occidente ha la coscienza di sé. Al di sotto di questa scena, molto meno visibile, l’inconscio, o, come lei precisa, il “preconscio” dell’Occidente, ossia la persuasione che l’ente sia niente. Ma, ancora al di sotto di questo inconscio, quello che lei chiama “l l’inconscio dell’inconscio”, ossia l’apparire del destino. Questa verità del profondo è da sempre saputa dall’uomo.
E’ chiaro che quando lei parla di “inconscio” e di “inconscio dell’inconscio” non si riferisce ad alcunché di psicoanalitico.

ES. Sì, ma la sequenza va allungata, perché il destino è l’apparire della necessità, ma nonè l’apparire della totalità infinita delle determinazioni dell’essere. E l’apparire ‘finito’ della necessità è la ‘struttura originaria’ ma non onnicomprensiva del destino. E la ‘finitezza della struttura originaria del destino, in cui consiste l’essenza dell’uomo, è la ‘contraddizione’ originaria che è eternamente oltrepassata nell’apparire infinito del destino, ossia nella Gioia, in cui non siamo infinitamente noi stessi.
La Gioia non appare nella struttura originaria del destino, ma è la dimensione in cui tale struttura è totalmente ‘se stessa’. E dunque la Gioia è l’inconscio più profondo del Tutto, ossia è l’ ‘inconscio’ della struttura originaria del destino, la quale è a sua volta l’ ‘inconscio’ di quell’ ‘inconscio’ (“preconscio”) che è la fede dell’Occidente nel divenire. Inconscio dell’inconscio dell’inconscio.
E non si va oltre, perché il primo di questi tre termini è l’apparire infinito della totalità dell’essere che non lascia nulla al di fuori o al di sotto di sé.

IT. Non si può essere più lontani dalla psicoanalisi…

ES. Sì,… il che verrebbe più in chiaro se in questa sede potessimo – ma non è possibile – indicare la radice del discorso, ossia la connessione tra l’inconscio e l’ ‘isolamento’.

IT. La diversità dello statuto concettuale del suo discorso e di quello psicologico-psicoanalitico è comunque evidente.

ES. Infatti, nei miei scritti l’affermazione dell’esistenza e la determinazione della struttura dell’inconscio non sono ipotesi scientifiche fornite di un certo grado di conferma empirica, come invece avviene nella psicologia.
L’inconscio dell’Occidente è la fede nel divenire, che rimane sullo sfondo della coscienza che l’Occidente ha di se stesso, e quindi rimane anche sullo sfondo della psicoanalisi. Tale inconscio è il “preconscio” dell’Occidente, perché l’Occidente può prenderne coscienza senza rinunciare a se stesso, ma anzi portandosi di fronte alla propria essenza. Il linguaggio che parla dell’inconscio dell’inconscio (dove quest’ultimo inconscio è il preconscio) dell’Occidente proviene invece da ciò che sta oltre i confini dell’Occidente. Proviene dal destino.

[ … ]

IT. Ma se il nichilismo (è la fede che le cose vengono dal niente e vi ritornano – nota mia) è l’inconscio dell’Occidente, non si dovrà dire forse che il paese, che sta oltre i confini dell’Occidente e da cui proviene il linguaggio che indica l’inconscio dell’Occidente, è l’inconscio dell’inconscio dell’Occidente’?

ES. E l’inconscio del preconscio ( ossia di quell’inconscio che è il preconscio) è a sua volta sdoppiato, perché, da un lato, è l’apparire ‘finito’, dall’altro è l’apparire ‘infinito’ del destino, la terza e ultima stratificazione dell’inconscio. Ma, infine, diciamo che anche l’inconscio dell’Occidente è a sua volta sdoppiato, perché per un verso è il nichilismo dell’ontologia dell’Occidente, ma alla radice è l’isolamento della terra, l’evento in cui si manifesta l’esser mortale del mortale e che viene testimoniato dall’ontologia nichilisica dell’Occidente. [ … ]

IT. Mi sembra che sia giunto il momento di soffermarci sul senso che lei attribuisce alla parola “verità”.

ES. Proviamo a soffermarci.
Nella ‘civiltà occidentale’ la parola “verità” mantiene un significato profondamente costante.
Al di sotto delle differenze, anche vistose, la ‘verità’ è sempre, per la filosofia occidentale, la ‘potenza’ che più o meno radicalmente domina il ‘divenire’ delle cose. Se tale potenza è massima – se cioè è la legge che il divenire non può in alcun modo violare -, la verità è “assolurta”. Se è minima, non esiste alcuna legge che riesca ad imporsi definitivamente al divenire del mondo, cioè al processo in cui le cose sporgona dal nulla e vi ritornano; e si dirà allora che non esiste alcuna “verità assoluta”, oppure (ma la differenza è solo apparente) che la verità è, come pensa Heidegger, il “lasciar essere” il divenire del mondo.
in ogni caso (tra quel massimo e questo minimo il pensiero occidentale ha indicato livelli intermedi), la verità è potenza, forza, dominio.
[ … ]

Ma – vogliamo dirlo ancora una volta? – al di là della filosofia e della scienza e di ogni forma della cultura occidentale è già da sempre aperto il senso della ‘verità’ che è radicalmente diverso da quello al cui interno l’Occidente si mantiene.
La verità è l’apparire di ciò che non può essere smentito. Non è un’ipotesi. Giudica tutto e non è giudicata. Per il pensiero contemporaneo la verità non esiste. Questo rifiuto è la conseguenza inevitabile del modo in cui la verità è stata pensata all’inizio e lungo la storia dell’Occidente. Ma l’Occidente ignora il senso autentico di ciò che non può essere smentito – ignora il Contenuto autentico della verità. Tale contenuto non ha nulla a che vedere con la “verità” che resta inevitabilmente distrutta dal pensiero contemporaneo.
Oggi domina questa distruzione. In quest’epoca che nega l’esistenza della verità – cioè che nega la possibilità di un sapere incontrovertibile e definitivo – l’esito della contrapposizione tra i vari modi di pensare il mondo non può essere deciso da altro che dalla loro ‘forza’, cioè dal loro ‘successo pratico’.
In questa situazione, la parola “verità” viene usata per indicare la capacità di prevalere sugli antagonisti; e la parola “errore” indica la debolezza di chi è sconfitto.
Ma per poter dire questo bisogna partire dall’ ‘inconscio dell’ ‘inconconscio dell’Occidente’, ossia bisogna comprendere il senso autentico della verità. Solo la verità può vedere che cos’è e dov’è l’errore. Lo sguardo della verità non appartiene al deserto dell’errore. Esso vede che l’errore è il luogo in cui s’innalza la storia dell’Occidente.
Se si vuole continuare a usare la parola “filosofia” per indicare la testimonianza di questo senso inaudito della verità, allora la filosofia non è il canto del cigno, ma del gallo – e la luce del Giorno appena si intravvede – e questo canto è quanto vi è di più estraneo ai suoni del nostro tempo.

Vasco Ursini, Il destino della verità e l’ateismo

 

Si è detto più volte, anzi spessissimo in questo gruppo, che nello sguardo del destino della verità appare nei vari cerchi dell’apparire l’eternità di ogni essente. E si è anche aggiunto che la molteplicità infinita dei cerchi dell’apparire è destinata a oltrepassare l’isolamento della terra verso la sempre più concreta manifestazione di ciò che esso in verità eternamente è nel proprio inconscio, cioè verso l’apparire infinito del destino della verità verso la Gioia che nel profondo noi già da sempre e eternamente siamo. La Gloria è questo infinito dispiegamento in cui si illuminano gli eterni.
Ma raramente si è detta qualche parola sull’ateismo. Per questo è dunque opportuno farlo ora affermando che l’unità della Gloria e della Gioia è abissalmente lontana da ogni pensiero del mortale. Quindi essa non ha nemmeno niente a che vedere con l’ateismo. L’ateismo non vede lo scenario dell’apparire nella sua completa dimensione, riduce il contenuto del proprio pensare, impoverisce il senso dell’essere riducendolo al mondo del divenire degli essenti. Il fondamento dell’ateismo è la fede nella caducità del mondo

da

https://www.facebook.com/groups/995555343856790/?fref=ts

UNA SCHEMATICA SINTESI DELLA POSIZIONE SEVERINIANA INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’, citazione a cura di Vasco Ursini da E. Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS philosophica, Sesto Fiorentino 2009, pp. 21-22

Vasco Ursini

 

1) l’opposizione, certo radicale, tra concezione tradizionale e concezione attuale della verità è sottesa da un ‘comune’ e decisivo tratto di fondo.
2)Esso è portato alla luce dal pensiero filosofico, ma è l’ambito in cui cresce non solo la cultura, ma l’intera civiltà dell’Occidente e ormai del Pianeta.
3) Tale tratto è, da un lato, il carattere di incontrovertibilità della verità, dall’altro lato è l’affermazione della contingenza (precarietà, storicità, temporalità, divenir altro) delle cose del mondo, cioè il loro sporgere provvisoriamente dal niente.
4) Nella cultura occidentale, questo tratto comune è espresso dal “principio di non contraddizione”.
5) Ma questo tratto è anche l’alienazione più radicale della verità. Il “principio di non contraddizione” è cioè essenzialmente contraddittorio. Pensare che gli enti escono e ritornano nel nulla (e si tratta di comprendere che appunto questo è affermato dal “principio di non contraddizione”) significa pensare che gli enti in quanto enti sono niente. In ciò consiste il senso autentico del nichilismo. Si tratta allora di comprendere, al di là del modo in cui la verità si è presentata storicamente, il senso non contraddittorio della non contraddizione.
6) L’alienazione della verità è il fondamento di ogni potenza e violenza (teologica, scientifica, morale, ecc.).
7) La non alienazione della verità è l’apparire dell’impossibilità che l’ente – un qualsiasi ente – non sia; è cioè l’apparire dell’eternità di ogni ente.
8) La non alienazione è, insieme, l’apparire della necessità che il variare del mondo sia il comparire e lo scomparire degli eterni,
9) Si invita al tema fondamentale, che però qui non può essere affrontato: in che senso la negazione della contraddizione non è un dogma dell’ente.

(E. Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS philosophica, Sesto Fiorentino 2009, pp. 21-22).

Emanuele Severino, Non “si arriva” alla verità, né essa “arriva all’uomo”, in Verso la “fondazione ulteriore” dell’eternità dell’essente in quanto essente, sta in Dike, Adelphi, Milano 2015, pp. 169-171

 

Per un primo passo verso ciò che si è incominciato a chiamare “ulteriore fondazione” dell’eternità dell’essente in quanto essente, ci si riferisca a quell’essente che è lo stesso cerchio originario del destino, ossia alla dimensione che si costituisce come struttura originaria del destino della verità.
Al destino della verità – alla verità autentica – ‘non si arriva’: è impossibile, ossia è la negazione del destino stesso. Qualcosa come “l’uomo che cerca la verità, o che la trova ‘ritornando in sé stesso’ (‘in te ipsum redi’), o che “si avvicina di più ad essa”, è una negazione dell’esser sé dell’essente che appare nel cerchio originario del destino. (Così come è una siffatta negazione anche la “verità” a cui si perviene “per tentativi ed errori”. Anche questa è un degrado della verità autentica, non è la verità innegabile del destino).
Infatti, se per arrivare alla verità l’ “uomo” (o l’ “amore” che è “filo-sofo”) deve compiere un tragitto, è necessario che il tragitto si svolga nella non-verità, cioè sia non-verità (e, in qualsiasi modo si configuri, è esso, in verità, la “caverna” platonica, il regno delle illusioni); ma è impossibile che la non-verità conduca alla verità, cioè ne sia il fondamento. E’ impossibile che la non-verità, in quanto negazione del destino della verità, sia ‘ciò per cui’ la verità ‘viene’ ad essere o a manifestarsi lungo un tragitto dove la non verità precede e pertanto è separata dalla verità del destino. )In questa situazione l’ “uomo” stesso è il luogo della non-verità. Ed è ancora nella non-verità che l’ “uomo” “si avvicina” alla verità, sì che, in verità, egli non gli si avvicina affatto.
‘Come’ è impossibile che l’ “uomo” arrivi o si avvicini alla verità del destino, ‘così’ è impossibile che sia la verità a farsi innanzi e ad arrivare o ad avvicinarsi all’ “uomo”. Anche qui, infatti, essa arriverebbe nella non-verità dell’esser “uomo”, ossia nella coscienza che appartiene all’errare; essa cioè sarebbe pensata e accolta dall’errare, quindi sarebbe errore: non può essere la verità del destino. Anche qui, è nella prospettiva dell’errore che essa possa “avvicinarsi” all’ “uomo”. E l’attesa della verità è non verità.. E l’impossibilità che la verità arrivi all’uomo è l’impossibilità che la verità abbandoni sé stessa, esca da sé e finisca,, nella non verità.
( Che l’ “uomo o la “verità” debbano o possano compiere un percorso per arrivare, rispettivamente, alla “verità” e all’ “uomo” è dunque una negazione inconsapevole dell’esistenza della verità autentica. Ciò significa che tale negazione è una forma inconsapevole di scetticismo. Al di fuori del destino della verità il rilievo che lo scetticismo nega sé stesso ed è contraddizione non è però decisivo, perché lo scetticismo può replicare dicendo che esso intende precisamente affermare la contraddizione, ossia il non esser sé. Ma nel destino della verità appare il senso autentico dell’autonegazione della negazione dell’esser sé, e quindi lo scetticismo appare come siffatta negazione, a cui non è più concessa quella replica).
Nemmeno è possibile che un Dio crei l’ “uomo” dal nulla, in modo che sin da che egli esiste come un essere che abita originariamente la verità, e quindi non esista alcun tempo tra il tempo in cui egli si trova al di fuori della verità e bussa alla sua porta e il tempo in cui la porta gli si apre. Nemmeno questo è possibile, perché essere inizialmente nel nulla, da parte dell’ “uomo”, è un modo di essere nella non-verità, e l’impossibilità che la non-verità divenga verità è insieme l’impossibilità che sia il nulla a diventarla.

(Emanuele Severino, Verso la “fondazione ulteriore” dell’eternità dell’essente in quanto essente, sta in Dike, Adelphi, Milano 2015, pp. 169-171)

via Amici di Emanuele Severino

Dialogo fra Emanuele Severino e Vasco Ursini sulla “testimonianza della verità”, 14 settembre 2017

Vasco Ursini

Dialogo con Emanuele Severino sulla testimonianza della verità.

(D: domanda. R: risposta).

D: Chi può dare testimonianza della verità?


R: Innanzitutto, non è l’individuo che testimonia, cioè pensa esplicitamente la verità. Se fosse l’individuo a testimoniare la verità, allora la testimonianza sarebbe per definizione individuale, cioè ridotta allo spazio, al tempo e ai limiti dell’individuo. Bisogna vedere l’errore del concetto che “Io vado verso la verità” e che “se mi va bene, a un certo momento la vedrò”. No! Perché se “Io” è ad esempio il sottoscritto, con questa struttura fisica determinata, allora sarebbe come dire che che un occhio cieco può vedere la verità. Perché un occhio cieco? Appunto in quanto dominato dai condizionamenti che costituiscono l’individuo. L’apparire della verità non è la mia coscienza della verità. All’opposto: io sono uno dei contenuti che appaiono. Questo è il primo rilievo.
Poi si parlava della differenza tra ‘chi’ agisce sapendo e ‘chi’ agisce non sapendo. Ma adesso non possiamo più dire così; perché non è che ‘io’ “sappia” – io, Emanuele Severino, – e gli altri non sappiano… No! Io e gli altri siamo individui. Quindi siamo forme che stanno all’interno dell’apparire – e dell’apparire in quanto tratto della verità. Formazioni finite, e errori. Io sono un errore come te, come lui … Non si può nemmeno pensare che la verità – come invece insegna tutta la tradizione dell’Occidente – abbia il compito di “illuminare” l’individuo. Perché non si può illuminare l’errore. Invece, per tutta la tradizione della filosofia occidentale, la verità ha il compito di guidare l’uomo nella vita, e quindi di “illuminare” l’uomo.
Invece dobbiamo dire che l’individuo è il non illuminabile. Perché l’individuo è errore. Se ci si rende conto che l’individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l’errore.


D: Quindi è un errore irrimediabile…


R: E’ u errore, un aspetto dell’errore. E…


D: No, scusi se la interrompo: noi siamo abituati a pensare, quando si parla di errore, a un qualcosa di rimediabile attraverso una presa di coscienza…


R: Lei dice “errore” nel senso in cui diciamo per esempio ai nostri figli: hai commesso un errore, però puoi riscattarti, quindi rimediare…
Ma il tuo riscattarti non può far sì che l’errore che hai commesso non sia più un errore. Il tuo riscattarti è la tua capacità di non commettere più quell’errore. Ma l’errore, anche nel nostro comune modo di parlare, resta errore. A Maggior ragione, se noi, invece che in termini morali, parliamo in termini logici: “1+1 = 3 non è riscattabile (se si suppone che 1+1 = 2 sia una verità assoluta). La verità non può illuminare l’errore. La verità non fa uscire l’individuo dell’errore, perché l’errore è l’individuo […]
Non ci si può dunque domandare quale è la differenza fra la mia soggettività “illuminata” dalla verità e la tua non illuminata; perché nessun “io” (individuo) è illuminato dalla verità. All’opposto, la verità include me, e te, e gli altri come conformazioni specifiche dell’errore.


D: Ma io posso pormi oltre l’errore, una vota riconosciutelo come tale…


R: Non “io”… E’ la coscienza della verità ad essere oltre l’errore.


D: Questa coscienza per la quale la verità è, è coscienza di chi?


R: E’ un tratto della verità. La verità non è un atto soggettivo. Quindi siamo totalmente al di fuori del concetto, poniamo, aristotelico, cristiano, marxiano, che intende la coscienza come prodotto teorico dell’individuo. E’ contraddittorio che l’individui sia cosciente della verità. L’apparire della verità non è un atto individuale, ma è il mostrarsi di ciò che appare. E il mostrarsi non è il mio atto di coscienza, perché il ‘mio’ atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: “Io esisto”? Perché appaio (perché appare l’errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto.

La verità è il compito dell’uomo?, testo di Vasco Ursini

 

Che la verità sia il compito dell’uomo è uno degli aspetti fondamentali dell’episteme, che, appunto lo condurrebbe dalla non-verità alla verità. Ma questo è in grave errore: un cammino che parta dalla non-verità, e proceda nella non-verità per sfociare alla fine del percorso nella verità, non potrà mai arrivare alla verità.
Il cerchio finito del destino della verità non si apre alla fine di un cammino, non è un compito da eseguire, ma è il luogo eterno da cui parte la terra, che raccoglie in sé tutti i cammini e conduce, lungo un cammino infinito – quello della Gloria- verso la Gioia.

Emanuele Severino, Verità e natura umana, al festivalfilosofia2011 di Modena, Carpi, Sassuolo. Rimando al VIDEO della lezione, 1 ora e 7 minuti

Emanuele Severino

Verità e natura umana

festivalfilosofia2011

Emanuele Severino, discute la verità della natura umana nell’epoca della sua modificabilità tecnica: senza limiti assoluti o naturali quali sono le sue frontiere?

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festivalfilosofia – video lezioni magistrali

Ancora sul DESTINO DELLA VERITA’, citazione da: EMANUELE SEVERINO, ‘In margine al senso della contraddizione’, in ‘Scenari dell’impossibile – La contraddizione nel pensiero contemporaneo’, a cura di F. Altea e F. Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 204-205. Tratto dal gruppo facebook amici di Emanuele Severino a cura di Vasco Ursini

 

L’assoluta innegabilità del destino della verità non è quantificabile: è impossibile un “di più” e un “di meno” di innegabilità. In quanto il “di più” e il “di meno” differiscono dall’assolutamente innegabile, sono entrambi negabili e il loro esser affermati è fede. All’assolutamente innegabile, pertanto, non “ci si avvicina”, né da esso “ci si allontana”. La scienza non può essere un indefinito “avvicinarsi alla verità”: per sapere che ci si avvicina o ci si allontana da essa sarebbe necessario che essa apparisse: ma allora non ci si troverebbe né vicini né lontani da essa: ci si troverebbe in essa. Tanto la “probabilità” più alta quanto la più bassa sono infinitamente lontane dall’assolutamente innegabile.
Che il destino della verità appaia (già da sempre) innanzitutto come “struttura originaria significa che essa ‘non’ è un insieme di “assiomi” o di “postulati” più o meno “intuitivamente evidenti” […] In quanto la struttura originaria del destino è l’assolutamente incontrovertibile, i suoi elementi si implicano originariamente (secondo un’implicazione che costituisce i senso originario dell’innegabilità, cioè il senso originario dell’esser sé degli essenti e del loro non esser altro da sé: il senso originario della negazione della contraddizione – tutte affermazioni, queste, che, qui, possono essere solo asserite). E’ pertanto impossibile che dalla struttura originaria del destino sia derivabile una qualsiasi contraddizione, e quando sembra che ciò accada, ciò che è derivato è, appunto, l’apparenza di una contraddizione.


(Emanuele Severino, ‘In margine al senso della contraddizione’, sta in ‘Scenari dell’impossibile – La contraddizione nel pensiero contemporaneo’, a cura di F: Altea e F. Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 204-205).

Destino della verità, EMANUELE SEVERINO in Corriere della Sera 21 febbraio 1999

 

Tanto la Chiesa quanto i suoi odierni avversari riducono la filosofia contemporanea a un “relativismo” invertebrato, a uno scetticismo ingenuo che, negando ogni verità assoluta, non sa nemmeno di avere la pretesa di valere esso come verità assoluta. La filosofia contemporanea non ha nulla a che vedere con lo scetticismo ingenuo. Nei suoi luoghi più alti (Nietzsche, Gentile e soprattutto Leopardi) essa comprende che se il mondo è divenire, creazione e annientamento delle cose e degli eventi, allora è impossibile che al di là o all’interno del mondo esista una qualsiasi realtà immutabile e una qualsiasi verità definitiva, perché essa anticiperebbe tutti gli eventi che si producono nel divenire del mondo, che pertanto sarebbe ridotto a pura illusione. Per la filosofia del nostro tempo è quindi necessario liberarsi dal cristianesimo, che vuole essere appunto la verità definitiva e suprema in cui viene affermata la realtà immutabile di Dio.

E.S.: Corriere della Sera (21 febbraio 1999)

EMANUELE SEVERINO, La guerra e il mortale, a cura di Luca Taddio, con un saggio di Giorgio Brianese, Mimesis, 2010. Con 18 lezioni in formato audio. Indice del libro e delle lezioni

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LAURA CANDIOTTO e STEFANO SANGIORGIO, Emanuele Severino: la verità in ogni cosa, in PRIMUM PHILOSOPHARI. Verità di tutti i tempi per la vita di tutti i giorni, a cura di Laura Candiotto e Luigi Vero Tarca, Mimesis, 2013, pagine 343-358

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Non vi è nulla, di ciò che accade, che si sarebbe potuto evitare, in E. Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1999, pp. 444-445

 

Vasco Ursini

L’alienazione della verità è l’accadimento nel quale l’uomo diventa un mortale; ma questa caduta dalla verità, questo fondamento e radice di ogni possibile errare non è qualcosa che “si sarebbe potuto evitare” – appunto perché non vi è nulla, di ciò che accade, che si sarebbe potuto evitare.
(E. Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1999, pp. 444-445)

Il “mortale” nella terra isolata, citazione proposta da Vasco Ursini, in Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73

Il “mortale” nella terra isolata

Il “mortale” e l’abitatore della terra separata dal destino della verità – della terra che egli non vede e non vive come separata dalla verità, ma come la vera terra. Nella sua genesi storica la filosofia rende radicale questa separazione e, testimoniando per la prima volta l’opposizione assoluta tra essere e nulla, pensa la terra come il luogo i cui gli enti escono dal nulla e vi ritornano. L’Occidente è la testimonianza radicale dell’isolamento della terra dal destino della verità. Pensando che l’essente è nulla la filosofia come evento storico – e come anima dell’Occidente – è insieme la testimonianza della nullità della terra in cui il mortale ripone ogni fiducia.

(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, Il nuovo melangolo, Genova 2002, p. 73).