Vasco Ursini, Rapporto tra metafisica, episteme e destino negli scritti di Emanuele Severino

In quegli scritti, la parola “destino” indica lo stare della verità, cioè l’incontrovertibile nel cui cerchio è accolta la terra e l’isolamento della terra.

L’ “episteme” è invece il tentativo compiuto dal pensiero greco – ma inevitabilmente fallito – di evocare l’assolutamente stante.

Solo al di fuori della fede nel divenire può mostrarsi l’assoluta incontrovertibilita’ del destino. Assoluta incontrovertibilita’, che è però avvolta dalla contraddizione C. Non è di identità assoluta il rapporto tra metafisica e episteme perché nella storia dell’Occidente c’è stata episteme anche là dove non c’è stata metafisica: l’esempio principe di sapere epistemico non metafisico è il “criticismo kantiano”.

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IL DESTINO E GLI ETERNI. CHI E’ IL NARRANTE?, in Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, pp.46-48

“La grande veglia è ciò che nei miei scritti viene chiamato “destino della necessità” o “destino della verità”, o, semplicemente, “destino”. La parola ‘de-stino’ indica, in quegli scritti, lo ‘stare’: lo stare assolutamente incondizionato. Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile; e questo apparire appartiene alla dimensione dell’incontrovertibile. Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino. Al centro di ciò che non può essere in alcun modo negato sta l’impossibilità che un qualsiasi essente (cose, eventi, stati della coscienza o della natura o di altro ancora) sia stato un nulla e torni ad esserlo. Questa impossibilità è la necessità che ogni essente – dal più umbratile e irrilevante al più grande e profondo – sia ‘eterno’. Al centro di questo centro sta l’apparire del senso autentico della impossibilità e della necessità. Nella sua essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino; e nel cerchio del destino, in cui l’essenza dell’uomo consiste, va via via apparendo ciò che sopra abbiamo chiamato la manifestazione del mondo, cioè il grande sogno che include anche questo esser uomo che sono io e che sto scrivendo intorno ai propri ricordi. Il grande sogno è ciò che nei miei scritti viene chiamato “la terra isolata dal destino”. Anche il grande sogno – il grande errare – è un essente eterno, ed eterno è anche ogni suo contenuto, quindi anche quella povera cosa che sono io che sto scrivendo dei miei ricordi, con la vanità, l’insincerità, la puerilità – eterne anch’esse – che accompagnano questo proposito. Una povera cosa, tuttavia, che, come la più povera della cose, se non ci fosse non ci sarebbe alcunché; se fosse nulla, tutto sarebbe nulla. Giacché, se tutto è eterno, tutto è legato a tutto, sì che, se un filo d’erba non fosse, nulla sarebbe. Se questo è l’esser uomo, e se queste pagine intendono proporre un’autobiografia, ‘chi’ è dunque il narrante? “Autobiografia”: scrivere la propria vita. In questo caso, la mia; ma le vicende della mia vita non appartengono a me in quanto io sono l’eterno apparire del destino, ma a me in quanto appartengo al grande sogno. Come eterno apparire del destino io guardo questa appartenenza, guardo il sogno che appare in me e di cui vedo l’errare. Come ogni altra, anche questa autobiografia appartiene a quel sogno. L’io del sogno è il narrante. L’Io del destino guarda il narrante e la narrazione. Poi ci sarà il risveglio”.

Carlo ARATA, La Verità dell’essere neoparmenidea (il Destino della Verità) e il “problema” Emanuele Severino, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 27-56

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https://emanueleseverino.com/2021/01/19/le-parole-dellessere-per-emanuele-severino-a-cura-di-arnaldo-petterlini-giorgio-brianese-giulio-goggi-bruno-mondadori-2005-pagine-718-indice-del-libro/

“Nella struttura originaria del destino, …, l’affermazione che ciò che scompare non si annienta e che ciò che compare non era un niente prima d apparire, tale affermazione, dico, non è una fede”, Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000. pp. 166 – 167

Nella struttura originaria del destino, …, l’affermazione che ciò che scompare non si annienta e che ciò che compare non era un niente prima d apparire, tale affermazione, dico, non è una fede appunto perché, se si affermasse che lo scomparire dell’essente è il suo annientamento (e che il suo comparire è il suo uscire dal niente) si affermerebbe che l’essente è niente, cioè si negherebbe l’esser sé dell’essente.
[ …] Altro è affermare infondatamente l’esistenza di ciò che non appare (questa affermazione infondata è appunto la fede), altro è affermare che ciò che non appare è eterno, perché se si negasse questo si affermerebbe che l’essente è niente (affermazione quest’ultima, che, [ … ] è ‘autonegazione’).
(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000. pp. 166 – 167)

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Il “nulla” nello sguardo del destino, di Vasco Ursini

Nello sguardo del destino appare l’impossibilità di bandire il significato “nulla”.
La volontà di liberarsi di questo significato presuppone la significanza del nulla.
E infatti il discorso che afferma l’assoluta insignificanza del nulla (come fa, ad esempio, il discorso neopositivista) nega sé stesso, perché il concetto di “assoluta insignificanza” non è altro che il concetto di “nulla”.
All’interno stesso del linguaggio di coloro che vogliono liberarsi della significanza del nulla (e dunque all’interno del linguaggio ontologico), il nulla resta invincibile.
Quando infatti dicono che la parola “nulla” va eliminata perché è assolutamente insignificante, non si accorgono, non solo che stanno trattando come significante l’espressione “assolutamente insignificante”, ma capiscono la differenza che sussiste tra il significato “nulla” e tutti gli altri significati che invece essi non vogliono bandire, finendo col capire che cosa significa la parola “nulla”.

Emanuele Severino risponde ai critici che gli attribuiscono la colpa di aver sostenuto che il suo “io empirico” sia l’unico a capire e conoscere il destino della verità

Emanuele Severino risponde ai critici che gli attribuiscono la colpa di aver sostenuto che il suo “io empirico” sia l’unico a capire e conoscere il destino della verità.

Ecco la sua risposta: ” Ogni “dialogo” che qualsiasi io della terra isolata voglia instaurare con la verità è un equivoco. È un malinteso anche la buona volontà con cui l’io empirico vuole conoscere la verità. In quanto l’io empirico non è l’apparire della verità, tale io non può “conoscere” la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”. Se ira “io” ne sono l’apparire (la conosco) – cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino. Ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e gli “altri”.”
( Questa risposta sta in: Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità).

L’identità del destino non entra e non esce dal cerchio dell’apparire …, in EMANUELE SEVERINO, “Oltre il linguaggio”, Adelphi, Milano, 1992, pp. 237 – 238

Emanuele Severino.
“ L’identità del destino non entra e non esce dal cerchio dell’apparire (ossia da ciò che è un tratto del destino stesso). Tuttavia anche l’identità del destino (l’identità in cui consiste la struttura del destino della verità) appare a sua volta nella forma della parola. Anche qui l’identità è tale, rispetto alle differenze della parola. E la volontà interpretante ( che nella non verità non appare come tale, cioè come radice della non verità – l’isolamento della terra del destino è infatti l’interpretazione originaria) rinvia a infinite parole (a infiniti altri eterni) le parole che parlano del destino. Ma qui il torrente delle parole non smuove e non intacca il greto dell’identità. Non lo smuove e non lo intacca, perché, ponendosi come sua negazione, smuove e intacca se stesso.
La volontà interpretante vuole che certe cose siano parole di altre, che siano attività dell’uomo e che ne esprimano l’interiorità, che consentano a ogni individuo umano di comunicare con altri individui. E come una cosa non è parola, ma è voluta come parola, così la parola non ‘ è ‘, ma è ‘voluta’ come interpretazione (è interpretata come interpretazione). Il suo essere interpretazione – cioè una struttura teorica – è il suo stesso rinviare a un sistema di parole e ai sistemi che la circondano. Ma la problematicità del rinvio e dell’interpretare non investe l’innegabile, perché il travolgimento dell’innegabile ne è la negazione, ossia è l’autonegazione della negazione.”
EMANUELE SEVERINO, “Oltre il linguaggio”, Adelphi, Milano, 1992, pp. 237 – 238.

L’uomo e il destino, Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 100

 

L’ “uomo” si illude di capire e perfino di approvare la verità, e addirittura di capire e farsi sostenitore del destino della verità. In questa illusione mi trovavo e tuttora mi trovo (e vi si trova qualsiasi altrui esser “uomo” che creda di capire e di approvare il Contenuto del destino). Non è l’ “uomo” a capire il destino, ma è il destino stesso a capirsi e ad apparire nel proprio sguardo – e questo apparire siamo Noi nel nostro essere originariamente oltre l’ “uomo”.
Tutto ciò che il mio esser “uomo” vuole e compie in relazione al destino – soprattutto quando crede di “difenderlo” – è un equivoco, un’illusione. Il mio esser “uomo” è d’altronde un illudersi e un equivocare “in buona fede”. Anche questa autobiografia lo è: in quanto anch’essa appartiene al linguaggio che intende indicare il senso autentico del destino e salvaguardarlo e dissipare gli equivoci intorno ad esso. Il destino non ha bisogno di essere salvaguardato. È presente in ognuno – anche in Gesù e in Budda, anche nelle Chiese, anche nei credenti e negli atei, e nei bambini e negli idioti. Anche e soprattutto nei morti.
Ma da tutto questo non segue che nei miei rapporti con la Chiesa avrei potuto agire diversamente o che avrei potuto fare a meno di scrivere questa autobiografia.È impossibile agire diversamente da come si agisce.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 100)

Il destino, secondo Severino, testo di Vasco Ursini

 

Il destino, in quanto apparire dell’esser sé dell’essente, è coscienza di autocoscienza e cioè “io”: ”

Soltanto un apparire può rivolgersi a sé e vedere nel veduto lo stesso vedere, e dire “io” (La Gloria p. 60).

L’Io del destino è cioè ‘l’apparire autocosciente dell”esser sé dell’essente’; “l’apparire originario del destino è apparire di sé, autocoscienza e in questo senso “Io”; l’io del destino è la stessa verità originaria (ibi, p. 59).
Tralascio qui la circostanza che l’essere umano è anche il luogo in cui questa coscienza, nella sua verità, viene negata. In questo senso, per Severino, l’essere umano è il “mortale” quale luogo in cui questi due momenti stanno on contrasto tra loro.

Sono in molti a chiedermi come ha fatto Emanuele Severino a dare testimonianza, per più di sessanta anni, del “destino della verità”?, testo di Vasco Ursini e citazione in Emanuele Severino, il mio ricordo degli eterni – Autobiografia, Rizzoli, 2011, p. 95

Sono in molti a chiedermi come ha fatto Emanuele Severino a dare testimonianza, per più di sessanta anni, del “destino della verità”?

Rispondo che non è certamente l’ “individuo” Emanuele Severino ( che, in quanto individuo, è, come tutti gli altri individui, un errore) a dare quella testimonianza.

A darla è stato il suo “essere Io destino”. Come ciò è avvenuto ce lo dice lui stesso:

“Quel periodo (quello del processo presso il Sant’Uffizio avvenuto all’inizio del 1970 – n. d. s ) fu tra i più belli” significa: “Si mostrò la fede, il sogno, che fosse tra i più belli”. Inoltre era venuto il dono del linguaggio che testimonia il destino. Che non è espressione scioccamente immodesta, perché non è il mio esser “uomo” a ricevere il dono. Il donante è il destino ed è ancora il destino – il mio esser Io del destino – ad aver ricevuto quel dono. (Che non è una “grazia”, perché è necessità che il destino doni tutto ciò che egli dona.) (Emanuele Severino, il mio ricordo degli eterni – Autobiografia, Rizzoli, 2011, p. 95)

Senso e strutture dell’incontrovertibile nella prospettiva del Pensiero occidentale e nello sguardo del Destino, in Emanuele Severino, Volontà, destino, linguaggio. Il soggetto di fronte all’assoluto, Rosemberg & Sellier

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https://books.openedition.org/res/629?fbclid=IwAR0MR6EproQxyDf5czm4ZVIy0W61hIGiH7SZASzOfcpH0fijJ8ekMY3F8I8

Vasco Ursini: Alle molte domande che mi sono pervenute sulla questione se “l’uomo sia libero o no”, rispondo con questo illuminante scritto di Emanuele Severino, “Libertà e destino”, che io pienamente condivido.

Alle molte domande che mi sono pervenute sulla questione se “l’uomo sia libero o no”, rispondo con questo illuminante scritto di Emanuele Severino, “Libertà e destino”, che io pienamente condivido.

Sarebbe potuto esistere un mondo più felice, invece di quello che conosciamo? diverso da quello che è esistito? E anche per il futuro: la vita cui andiamo incontro è l’unica che ci attende? Quella che vivremo è l’unica che avremmo potuto vivere? Oppure la vita che vivremo è una delle molte, forse infinite, vie possibili che avremmo potuto vivere? L’uomo è in cammino: la via che egli percorre è l’unica che gli era aperta? o altre egli avrebbe potuto imboccare?
Queste domande riguardano sia gli eventi più semplici e più umili della vita, sia quelli più complessi e più grandi. Sta venendo sera e accendiamo la lampada. Avremmo potuto lasciarla spenta? Invece di questa lampada. che ora è accesa, sarebbe potuta stare ora dinanzi a noi questa lampada, spenta? Adamo ha peccato, rendendo “massa dannata” l’umanità intera. Avrebbe potuto non peccare, o la sua caduta era inevitabile?
A seconda della risposta, si afferma o si nega la “libertà” dell’uomo. Lungo la storia della cultura occidentale, la negazione della libertà ha ricevuto molti nomi. “Destino” è uno dei più noti. Il destino è la necessità che il divenire del mondo e della vita si sviluppi così come effettivamente si sviluppa: se ora si accende la lampada o si pensa alla giornata trascorsa, era inevitabile che questo gesto e questo pensiero accadessero; se Adamo ha peccato e un uomo chiamato Gesù è stato crocifisso in Palestina, se tutti i grandi imperi sono crollati, era inevitabile che tutto questo accadesse.
Lungo la storia della nostra cultura i sostenitori del destino si scontrano con i sostenitori della libertà. Per Zarathustra, il cristianesimo (o gran parte di esso), il buddismo e l’intero pensiero contemporaneo l’uomo è libero; per Makhali Gosala, il grande rivale di Budda, per lo stoicismo e Spinoza l’uomo è sottoposto a un destino ineludibile. Da un lato si dice che non tutto, o addirittura nulla, accade necessariamente; dall’altro lato si afferma che tutto accade necessariamente. L’opposizione non può essere più frontale.
Ma è proprio così? Non hanno proprio nulla in comune questi due opposti schieramenti? Non c’è proprio nulla in comune tra chi afferma e chi nega che gli eventi accadono necessariamente?
Qualcosa di comune c’è, ed è ben visibile; anche se può sembrare di poca importanza. Sia gli uni, sia gli altri affermano che ‘gli eventi accadono’. Per il cristianesimo, come per gli stoici, Nietzsche e la scienza moderna, gli eventi accadono. Ma è così importante rilevarlo? O non piuttosto qualcosa di così ovvio che non vale la pena di perderci altro tempo? Non vogliamo nemmeno ricordare che le parole “evento” e “accadere”, nel pensiero dell’Occidente, hanno un significato profondamente costante, per il quale ciò che accade è ciò che giunge ad essere – accade, nel senso che, appunto, cade sull’essere – e, cadendo, proviene dal suo non essere stato, cioè dal suo essere stato nulla? e che il cadere sull’essere è un provenire, e quindi ciò che accade è un evento che viene dal non essere e che dopo esser caduto sull’essere ricade nel non essere, ricade nel nulla?
Per il pensiero dell’Occidente, dunque, ciò che accade non è indissolubilmente legato né al suo non essere (in cui si trova prima di esistere), né al suo essere, giacché prima o poi ricade nel nulla. Per sciogliersi e liberarsi da entrambi. E’ ibero dal nulla, perché entra nell’essere; è libero dall’essere perché ricade nel nulla. Il potersi liberare sia dall’essere sia dal nulla è il significato più profondo che, nella storia del pensiero occidentale, viene conferito alla libertà. E’ la ‘libertà originaria’. Per il pensiero occidentale l’accadere è la libertà originaria degli eventi. (E poiché, per il pensiero dell’Occidente, essere una ‘cosa’ significa oscillare tra l’essere e il nulla, la cosa è la libertà originaria – è l’essere originariamente libera – e la libertà originaria è di diritto l’unica cosa possibile.)
Ma qui sopra avevamo detto che ‘sia’ i sostenitori, ‘sia’ i negatori della libertà – sia coloro che negano sia coloro che affermano che gli eventi accadono necessariamente – hanno in comune la persuasione che ‘gli eventi accadono’. Ora possiamo dunque dire: ‘sia’ gli uni ‘sia’ gli altri hanno in comune la persuasione che gli eventi siano quella libertà originaria che consiste nel loro esser liberi dall’essere e dal nulla. Sia i sostenitori del destino, sia i sostenitori della libertà hanno in comune una libertà più profonda: l’oscillazione in cui gli eventi si liberano e dall’essere e dal nulla. Per i primi gli eventi oscillano tra l’essere e il nulla seguendo un ordine inevitabile e insostituibile, per i secondi l’ordine secondo cui gli eventi del mondo oscillano effettivamente tra l’essere e il nulla è uno dei molti (e forse infiniti) ordini che gli eventi avrebbero potuto seguire invece di quello effettivamente seguito.
La contrapposizione libertà-destino si costituisce dunque all’interno della libertà originaria di ciò che, venendo nell’essere e andando nel nulla, è libero sia dall’essere sia dal nulla, Anche lo stoicismo, anche Spinoza, cioè anche le forme più radicali del fatalismo occidentale sono forme della libertà originaria dell’evento. La persuasione che l’evento sia libertà originaria guida e domina l’intera storia dell’Occidente.
Ma nello sguardo della verità – che non è lo guardo di uno di noi, ma l’apertura che rende possibile ogni guardare – appare che quella persuasione è l’alienazione estrema della verità. Credendo che le cose escono dal niente e vi ritornano – credendo che le cose sono libertà originaria – si crede che le cose sono niente: è l’estrema follia che identifica le cose e il niente.
[…]
Il pensiero che non è guidato e dominato dall’alienazione della verità si mantiene quindi al di là della contrapposizione di libertà e destino: quando parla di ‘destino’ pensa dunque “la negazione della libertà originaria’ degli eventi dell’Occidente, cioè intende qualcosa di abissalmente diverso dal destino in quanto forma della libertà originaria dell’evento […]
Il cammino degli eterni nella volta dell’apparire è unico, non lascia ai margini della via gli eterni che sarebbero potuti apparire e che invece non sono apparsi (cfr. E. S., Destino della necessità,capp. III-IV). Tutto ciò che si manifesta è necessario che si manifesti. Anche per questo motivo è opportuno usare la parola “destino”. Nel suo significato autentico, e sconosciuto all’intera civiltà occidentale, il destino no è il Giogo che opprime il divenire delle cose (cfr. E. S., Il giogo, Adelphi, 1989), non è il Padrone, il Signore, la Legge che ha sotto si sé e domina la libertà originaria delle cose Le cose stesse sono il destino. La libertà originaria è il sogno compiuto da una di esse. L’eternità non sta al di fuori e al di sopra delle cose, ma è la loro anima: la loro vocazione più profonda e, insieme, ciò che da sempre esse hanno ottenuto.

(Emanuele Severino, Libertà e destino, in Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, 1995, pp. 200-204)

 

da  (13) Amici di Emanuele Severino

Ascoltiamo Emanuele Severino su una questione centrale del suo pensiero filosofico (Brano tratto da ‘Intorno al senso del nulla’, p. 75).

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

 

 

Si ritorni ora al centro della struttura originaria del destino. ossia alla negazione della radice del nichilismo – il nichilismo essendo la forma più radicale della negazione del destino, cioè la forma più radicale dell’isolamento della terra dal destino: tale negazione è l’affermazione che un essente qualsiasi può non essere.
All’interno del destino appare che affermando che ‘un qualsiasi essente’ non è stato e non sarà – cioè che un essente è nel tempo, nel divenire, e che quindi, nel tempo, ‘non è’ – si afferma l’esistenza di un tempo (il passato, il futuro, ma anche il presente, se tale essente è stato o sarà, ma nel presente non è) in cui tale essente è ‘niente’. Il nichilismo è appunto l’identificazione dell’essente e del niente. Questa identificazione è l’ ‘impossibile’. Il nichilismo ha fede nell’esistenza dell’impossibile (senza peraltro poter sapere che ciò in cui esso ha fede è l’impossibile).

 

via (1) Amici di Emanuele Severino

La cosa e il segno. Intervista ad Emanuele Severino su linguaggio, ontologia e Destino, di Davide Grossi, link a file in formato pdf in www.academia.edu

VAI A

https://www.academia.edu/9291985/La_cosa_e_il_segno._Intervista_a_Emanuele_Severino_su_linguaggio_ontologia_e_Destino?email_work_card=interaction_paper

IL PENSIERO FILOSOFICO DI EMANUELE SEVERINO, citazioni in tema di: destino, divenire, eternità, gloria, nichilismo, parmenide, terra, nel sito http://ases.psy.unipd.it

Il motivo dominante del discorso filosofico di Severino viene per la prima volta formulato nel saggio del 1956 La metafisica classica e Aristotele:

….

vai all’intero testo:

 Pensiero – Emanuele Severino

Anche per chi cammina sul “Sentiero del Giorno” l’insidia della ricaduta nel nichilismo metafisico è sempre presente, va di pari passo con il disvelarsi della verità del destino, testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

Anche per chi cammina sul “Sentiero del Giorno” l’insidia della ricaduta nel nichilismo metafisico è sempre presente, va di pari passo con il disvelarsi della verità del destino.