“Ah, due anime abitano nel mio petto”, ‘Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust’ dice Faust [J.W. Goethe, Faust, v. 112], citazione da: Emanuele Severino, L’identita del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329-330

A proposito della contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana, n.d.s.) Severino scrive:
“Ah, due anime abitano nel mio petto”, ‘Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust’ dice Faust [J.W. Goethe, Faust, v. 112]. Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma le “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti […]. Per stare alla metafora di Goethe, il “petto” appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra […]. La terra si fa dunque avanti nella verità, ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione. […]. E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione ‘come’ negata”.
(Emanuele Severino, L’identita del destino, Rizzoli, Milano 2009, pp. 329-330).

da

Amici di Emanuele Severino

“ L’identità del destino non entra e non esce dal cerchio dell’apparire (ossia da ciò che è un tratto del destino stesso) …”, citazione in : EMANUELE SEVERINO, “Oltre il linguaggio”, Adelphi, Milano, 1992, pp. 237 – 238

“ L’identità del destino non entra e non esce dal cerchio dell’apparire (ossia da ciò che è un tratto del destino stesso). Tuttavia anche l’identità del destino (l’identità in cui consiste la struttura del destino della verità) appare a sua volta nella forma della parola. Anche qui l’identità è tale, rispetto alle differenze della parola. E la volontà interpretante ( che nella non verità non appare come tale, cioè come radice della non verità – l’isolamento della terra del destino è infatti l’interpretazione originaria) rinvia a infinite parole (a infiniti altri eterni) le parole che parlano del destino. Ma qui il torrente delle parole non smuove e non intacca il greto dell’identità. Non lo smuove e non lo intacca, perché, ponendosi come sua negazione, smuove e intacca se stesso.
La volontà interpretante vuole che certe cose siano parole di altre, che siano attività dell’uomo e che ne esprimano l’interiorità, che consentano a ogni individuo umano di comunicare con altri individui. E come una cosa non è parola, ma è voluta come parola, così la parola non ‘ è ‘, ma è ‘voluta’ come interpretazione (è interpretata come interpretazione). Il suo essere interpretazione – cioè una struttura teorica – è il suo stesso rinviare a un sistema di parole e ai sistemi che la circondano. Ma la problematicità del rinvio e dell’interpretare non investe l’innegabile, perché il travolgimento dell’innegabile ne è la negazione, ossia è l’autonegazione della negazione.”


EMANUELE SEVERINO, “Oltre il linguaggio”, Adelphi, Milano, 1992, pp. 237 – 238

L’eterno apparire del destino, articolo di Armando Torno sul libro di Emanuele Severino: Testimoniando il destino, Adelphi editore. In Il Sole 24 ORE 21 gennaio 2019

Nella «Biblioteca filosofica» di Adelphi escono gli scritti teoretici di Emanuele Severino. Fu lui a inaugurarla nel maggio 1980 con Destino della necessità. Ecco ora l’ultima sua opera dal titolo Testimoniando il destino. Severino è considerato in ambito internazionale uno dei filosofi di riferimento del nostro tempo: si stanno moltiplicando i riconoscimenti per i suoi scritti. Tra gli ultimi, in Russia Yuri Olynyk sta preparando la traduzione di Essenza del nichilismo, disponibile da un paio d’anni anche in inglese.

Testimoniando il destino sviluppa un gruppo di analisi filosofiche «voltandosi indietro e guardando un insieme di tratti essenziali del cammino percorso». Che non è stato breve e «tale cammino ha inteso indicare l’essenza autentica del fondamento di ciò che con verità può esser saputo in terra e in cielo». Un «cammino» che mette in questione ogni forma della sapienza dell’uomo e ora sono approfondite tutte le tematiche affrontate da Severino: per esempio, il senso ultimo dell’essere uomo, il rapporto tra destino e scienza, l’essenza linguistica del sapere originario, il senso della salvezza, la storia infinita dell’uomo ecc.

vai all’intero articolo qui:

L’eterno apparire del destino – Il Sole 24 ORE

Emanuele Severino, lo smascheramento della Follia (sul libro “Testimoniando il destino”) , di Davide D’Alessandro, da gruppo Amici di Emanuele Severino

“Emanuele Severino, lo smascheramento della Follia”

Con “Testimoniando il destino”, da oggi in libreria, il più importante e significativo filosofo italiano vivente ripercorre, sottolinea, chiarisce i punti nevralgici di un pensiero che da decenni si impone all’attenzione della cultura internazionale, il linguaggio di un fondamento che continua a stupire e a scuotere, come sa e deve fare la filosofia quando è vera filosofia

di Davide D’Alessandro

Emanuele Severino In Testimoniando il destino, edito da Adelphi, Emanuele Severino …testimonia la forza di un pensiero che da decenni s’impone sul panorama filosofico internazionale, volando come aquila vola.

Ho letto in anteprima e con assoluta e piacevole intensità le pagine di questo ultimo libro, oggi in uscita, per ripercorrere, sottolineare e chiarire i punti nevralgici di una storia filosofica che mai avrà fine, vorrei dire eterna, in onore al suo protagonista.

Quindici capitoli e diciannove postille per spaziare da Destino della necessità a Tecnica e architettura, passando per Dike, Essenza del nichilismo, Fondamento della contraddizione, La Gloria, La morte e la terra, La struttura originaria e altri testi che danno forma all’intero mosaico.
Continua a coltivare il campo, Severino: «Non basta possedere un campo: bisogna coltivarlo. Il campo di cui qui si tratta è l’insieme dei ‘miei scritti’. Un linguaggio, dunque. E anche questo libro intende indicare l’autentica “pianura della verità”.

Non è immodesto, perché esso è soltanto il segno che la indica. Il segno va coltivato. Quella pianura non ne ha bisogno. Non può nemmeno esser posseduta da alcuno. Essa è anzi l’essenza profonda per la quale si è qualcuno. D’altronde, che un certo individuo possegga il campo di quegli scritti è una fede, una volontà che le cose stiano in un certo modo. Essi dicono da tempo che la loro esistenza – quindi anche l’esistenza di questo loro dire – è il contenuto di una fede. È cioè un contenuto siffatto che un certo individuo ne sia l’autore e il possessore».
A chi accusa improvvidamente Severino di essersi fissato sul nulla, di ritornare sempre sullo stesso luogo del delitto, risponde Luigi Vero Tarca: «Accusare Severino di essere fissato con il nulla sarebbe come accusare Paganini di essere fissato con il violino, o Tiziano di essere fissato con il rosso. La questione del nulla sta al centro del pensiero filosofico, e dal modo in cui si tratta questo problema dipende in qualche misura tutto il resto; c’è da meravigliarsi, allora, che il filosofo torni continuamente – si dica pure “ossessivamente” – sullo stesso tema? Sia Heidegger che Wittgenstein, pur così diversi, hanno mostrato che la filosofia è caratterizzata proprio da questo infinito ritornare sullo stesso punto: “Ogni frase che scrivo intende già il tutto, e dunque sempre di nuovo la stessa cosa”, afferma il filosofo austriaco in Pensieri diversi».
La parola severiniana, il linguaggio di un fondamento che continua a stupire e a scuotere, come sa e deve fare la filosofia quando è vera filosofia, l’indugiare necessario su ciò che è e su ciò che vorrebbero (gli altri) far divenire altro, restano i nodi cruciali sui quali il filosofo non smette di meditare: «D’altra parte, poiché l’insieme dei mei scritti tende a formare un unico blocco dove il tema centrale è il destino della verità, questo libro non può non sottintendere il modo in cui essi si configurano concretamente. Sviluppa un insieme di analisi, voltandosi indietro; e guardando il cammino percorso ne approfondisce il senso. Un cammino non breve (ma la pianura del destino è infinita), che indica l’essenza autentica del fondamento di ciò che con verità può esser saputo in terra e in cielo. Indica anche alcuni tratti decisivi di ciò che è implicato da tale fondamento. Bastano a mettere in questione ogni forma della sapienza dell’ ‘uomo’».
Severino non molla la presa sulla Follia estrema, anzi insiste nel mostrarla ancora una volta con esemplare nitidezza: «L’errare avvolge anche la critica che ha condotto al tramonto il tentativo della tradizione filosofica di portare alla luce il sapere innegabile. Sia gli amici sia i nemici di esso hanno la stessa anima. Ma si può scorgere l’alienazione essenziale di quest’anima se ci si trova in una dimensione dove l’apparire dell’innegabile non è piùun sogno ma è la Veglia autentica, il destino della verità. L’alienazione essenziale, la Follia estrema – in queste pagine lo richiamiamo ancora una volta – è la fede nella quale si crede che le cose diventano altro da ciò che esse sono. La filosofia, nascendo, porta al culmine questa fede, affermando che l’evidenza suprema è che le cose escono dal nulla (dal loro non essere) e vi ritornano. All’interno di tale fede cresce la storia dell’Occidente, e ormai la storia del Pianeta: non solo la storia delle sapienze, ma anche delle istituzioni, delle opere. E si giunge alla negazione inevitabile di ogni dimensione immutabile, quindi di ogni verità innegabile. Nella sequenza dei miei scritti La struttura originaria(1958) compie in modo determinato il primo passo nella direzione dello smascheramento della Follia di questa fede. Tutti gli scritti successivi mostrano che cosa è necessariamente implicato da questo passo iniziale. Lo smascheramento della Follia è lo stesso consentire al linguaggio di testimoniare l’assoluta innegabilità del destino della verità».
Nel capitolo dal titolo Apparire e osservazione; destino e scienza segnalo un passaggio di notevole importanza su scienza e filosofia, sulla volontà di potenza della scienza, sulla volontà di verità che è la filosofia. Scrive Severino: «La tecno-scienza è destinata a ritrovarsi nella situazione che finisce col farla sfociare nella filosofia, ma che dapprima è il luogo dove la tecno-scienza vuole la potenza e non la verità; dove dunque la sua potenza sul mondo è un caso, che non cessa di essere tale anche se la scienza dispone di moltitudini di regolarità empiriche che “confermano” l’esistenza di tale potenza – ma dove la volontà di potenza non può accontentarsi di esser casualmente e oniricamente potente. Si presenta così un circolo. Che però non può ripetersi indefinitamente perché il dominio della civiltà della tecnica è una contraddizione specifica che è necessariamente tolta, prima del necessario tramonto della terra isolata (e La Gloria mostra appunto questa necessità), dal sopraggiungere dell’evento, ossia dell’eterno in cui tale contraddizione è assente – dove tale evento è il tempo in cui il destino della verità è testimoniato dai popoli, che prima del tramonto della terra isolata sono ancora volontà di potenza, ma anche conoscono la non verità di questo loro essere».
Se Popper usava il nome di Parmenide per chiamare Einstein, Severino può essere chiamato soltanto Severino, cifra e misura di originalità: «Va però tenuto presente che la “logica” in base alla quale la teoria della relatività afferma che ogni cosa è eterna è essenzialmente diversa dalla necessità a cui si rivolgono i miei scritti. Ormai la scienza — coinvolgendo quindi anche la teoria della relatività — riconosce il carattere ipotetico e provvisorio delle sue tesi, anche di quelle più “confermate”. Ed è innanzitutto in questo senso che nella sua essenza la filosofia può andare più in là della scienza (alla quale, d’altra parte, ormai interessa la potenza e non la “verità”). Resta comunque il fatto che la tesi “parmenidea” della teoria della relatività suona identica alla tesi dei miei scritti che ogni essere è eterno — anche se la fondazione delle due tesi è abissalmente diversa, sì che le tesi stesse sono diverse».
In una postilla sulla necessità che la totalità del “possibile” sia eternamente “reale” e sull’entificazione del nulla nella negazione del destino, il filosofo bresciano ritorna sul progetto tecnico: «Il progetto tecnico di produrre l’“eternità” e l’“immortalità” è ancora una forma immatura di tecnica, incapace cioè di raggiungere il culmine del nichilismo. L’“eternità” e l’“immortalità” che la tecnica riterrà di aver raggiunto saranno infatti, inevitabilmente, categorie della scienza, fondate cioè su ipotesi; saranno contenuti di una fede, e quindi qualcosa di dubbio – il dubbio da cui la fede è inseparabile. Il progetto tecnico di trasformare l’uomo in un Dio non si avvede che l’uomo, ogni uomo, è, in eterno, infinitamente più di ogni Dio».
È questa l’affermazione di tutte le affermazioni: ogni uomo è, in eterno, infinitamente più di ogni Dio. È l’affermazione che stupisce, che scuote, che allarma, ma è l’affermazione di un grande filosofo che non sogna, che (di)mostra, che indica la strada, che fa segno, che (in)segna all’interno di un impianto solido, difficilmente attaccabile, difficilmente smontabile.

A un mese dai novant’anni, Severino continua con vivida lucidità a testimoniare il destino. Il 26 febbraio, in quel di Brescia, sarà festa grande. Per lui e, soprattutto, per il suo pensiero, una stabile conoscenza della verità, della assoluta innegabilità del destino della verità.

 

(tratto da: https://www.facebook.com/groups/995555343856790/permalink/2122306624514984/)

Severino Emanuele, Testimoniando il destino, Adelphi editore, p. 376, 2019. Indice del libro

Sin dal suo inizio storico la filosofia è stata la volontà di incarnare il sapere assolutamente innegabile. Ma come è possibile «la stabile conoscenza della verità», si chiede Emanuele Severino, «in un clima come quello del nostro tempo, dove non solo la scienza, ma la filosofia stessa ha quasi ovunque voltato le spalle a ciò che essa ritiene il “sogno” di un sapere siffatto?».

In verità, già nel modo in cui la «scienza della verità» compiva i primi passi era presente l’errare più radicale in cui l’uomo possa trovarsi, quella che per Severino è la Follia estrema: «la fede nella quale si crede che le cose diventano altro da ciò che esse sono … affermando che l’evidenza suprema è che le cose escono dal nulla (dal loro non essere) e vi ritornano».

Tutta l’opera di Severino, sin dal suo primo libro (La struttura originaria), è volta dichiaratamente allo «smascheramento della Follia di questa fede», per «consentire al linguaggio di testimoniare l’assoluta innegabilità del destino della verità».

E in queste pagine l’intero percorso viene ripresentato nell’insieme dei suoi tratti fondativi, approfondendone alcuni temi centrali quali

  • l’interpretazione,
  • il rapporto tra destino e scienza,
  • l’essenza linguistica del sapere originario,
  • il senso ultimo dell’esser uomo e la storia infinita dell’uomo,
  • il senso della salvezza.

Un percorso, dunque, attraverso l’intero ‘terreno’ di Severino, da cui il lettore potrà spaziare con lo sguardo: «Non basta possedere un campo: bisogna coltivarlo. Il campo di cui qui si tratta è l’insieme dei ‘miei scritti’. Un linguaggio, dunque. E anche questo libro intende indicare l’autentica “pianura della verità”».

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vai alla scheda dell’editore Adelphi

Testimoniando il destino | Emanuele Severino – Adelphi Edizioni

Vasco Ursini, IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO SI PONE COME IL LINGUAGGIO CHE TESTIMONIA IL “DESTINO DELLA VERITA’”. Citazione da La Gloria, Adelphi, Milano 2oo1, p. 22

Severino nei suoi scritti usa spessissimo l’espressione  “destino della verità” e anche quella “verità del destino”. Sono espressioni che devono essere spiegate ad evitare equivoci interpretativi.

Severino non intende la parola “de-stino” nel suo significato usuale di corso delle cose considerato come predeterminato e indipendente dalla volontà dell’uomo, ma in quello etimologico di stare innegabile dell’essere.

Dunque il de-, per Severino, non ha un valore negativo ma affermativo e potenziante, e stino  significa stare. 

Quindi “destino” indica uno “stare che non cede”, uno “stare” che resiste ad ogni tentativo di abbatterlo e che quindi si pone come “destino della necessità”.

Questo “stare necessario del destino” indica dunque lo stare innegabile ed eterno dell’essere, cioè  l’impossibilità che l’essere non sia. Il fondamento di tale impossibilità sta nell’immediata autonegatività della sua negazione, la quale, nell’implicare la verità di ciò che esplicitamente tenta di negare, nega se stessa proprio nell’atto in cui tenta di imporsi. Dunque, se la negazione dell’essere non riesce a porsi come negazione,  ne discende che l’essere è eterno.

Ascoltiamo Severino:

“Il de-stino – che è destino della totalità dell’essente, cioè della totalità dei significati – è l’apparire della compagine che sta e non si lascia smentire da alcun sapere umano o divino: e che include originariamente il proprio apparire.E’ il destino già da sempre manifesto della verità – ossia della verità in quanto appare non nelle forme che il mortale e l’Occidente le hanno attribuito, ma nella forma che le si addice secondo il senso autentico della necessità, e alla quale forma è quindi già da sempre e per sempre destinata”

(Emanuele Severino, La Gloria, Adelphi, Milano 2oo1, p. 22)

tratto da:

https://ursinivasco.wordpress.com/2017/01/07/il-pensiero-di-emanuele-severino-si-pone-come-il-linguaggio-che-testimonua-il-destino-della-verita/

Il “nulla” nello sguardo del destino, testo di Vasco Ursini già pubblicato in Amici di Emanuele Severino

 

Nello sguardo del destino appare l’impossibilità di bandire il significato “nulla”.
La volontà di liberarsi di questo significato presuppone la significanza del nulla. E infatti il discorso che afferma l’assoluta insignificanza del nulla (come fa, ad esempio, il discorso neopositivista) nega sé stesso, perché il concetto di “assoluta insignificanza” non è altro che il concetto di “nulla”.
All’interno stesso del linguaggio di coloro che vogliono liberarsi della significanza del nulla (e dunque all’interno del linguaggio ontologico), il nulla resta invincibile. Quando infatti dicono che la parola “nulla” va eliminata perché è assolutamente insignificante, non si accorgono, non solo che stanno trattando come significante l’espressione “assolutamente insignificante”, ma capiscono la differenza che sussiste tra il significato “nulla” e tutti gli altri significati che invece essi non vogliono bandire, finendo col capire che cosa significa la parola “nulla”.

via Amici di Emanuele Severino

Ogni vivente dotato della capacità di pensare e pensarsi sta sulla terra errando tra TEMPO, LUOGO, EROS, POLIS e DESTINO, dal blog Tracce e Sentieri

 

cosa è Tracce e Sentieri

Ogni vivente dotato della capacità di pensare e pensarsi

sta sulla terra errando tra

TEMPOLUOGOEROSPOLIS e DESTINO

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Tracce e Sentieri è nato nel 2004 su Splinder.

La tonalità affettiva di questo blog è raccontata qui:

Perché vale la pena di vivere?

E’ un’ottima domanda …

Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere …
Per esempio, diremmo,

… il Genius Loci che si trova a   Coatesa 

coatesa2947

…le interpretazioni di Nina Simone, artista della musica

… la voce di Ray Charles, quasi sempre …

il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman …

le note Blues e Swing di John Lewis …

Duke Elligton che ascoltava un padre, ma anche il “meglio che in Riviera” dell’altro padre …

Paolo Conte quando dice “quanta passion …“, …

i racconti biografici di Stephen King …

i quadri di Peppo Spagnoli che mostrano che si può fare molto anche da luoghi piccoli

… l’Essere di Parmenide da cui arriva Emanuele Severino.

… il (rigoroso, ma rigido) Logos-Pensiero di Silvia Montefoschi, attenuato dal politeismo simbolico di James Hillman

e dalla libertà di cambiare di Claudio Risè 

… il minimalismo dei The Necks, per ricordarci che siamo minimi

… un pezzo di musica, suonato così e solo quella volta in quel modo, come  Prism del trio Keith Jarrett

… la lentezza ciclica delle tartarughe

ma su tutto e tutti (per Paolo) il sorriso di Luciana …

… e poi anche …

e ancora …

(ispirato da Woody Allen in Manhattan)


Chi siamo?

“Chi siamo” è complicato.

E’ più facile dire che  ”ci chiamano“:

Paolo (Ferrario)

Luciana (Quaia)

2° metà del 900 e poco oltre – Later Than Never


i “Cerchi dell’apparire”:

 

tratto da

Tracce e Sentieri – Tracce e Sentieri

Vasco Ursini, Rapporto tra metafisica, episteme e destino negli scritti di Emanuele Severino

Rapporto tra metafisica, episteme e destino negli scritti di Emanuele Severino
In quegli scritti, la parola “destino” indica lo stare della verità, cioè l’incontrovertibile nel cui cerchio è accolta la terra e l’isolamento della terra. L’ “episteme” è invece il tentativo compiuto dal pensiero greco – ma inevitabilmente fallito – do evocate l’assolutamente stante. Solo al di fuori della fede nel divenire può mostrarsi l’assoluta incontrovertibilita’ del destino. Assoluta incontrovertibilita’, che è però avvolta dalla contraddizione C.
Non è di identità assoluta il rapporto tra metafisica e episteme perché nella storia dell’Occidente c’è stata episteme anche là dove non c’è stata metafisica: l’esempio principe di sapere epistemico non metafisico è il “criticismo kantiano.

EMANUELE SEVERINO, La guerra e il mortale, a cura di Luca Taddio, con un saggio di Giorgio Brianese, Mimesis, 2010. Con 18 lezioni in formato audio. Indice del libro e delle lezioni

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EMANUELE SEVERINO, Volontà, destino, linguaggio, a cura di Perone Ugo e Giulio Goggi, Rosenberg & Sellier, 2010. Lezioni tenute a Torino, nel corso del VI ciclo seminariale della Scuola di Alta Formazione Filosofica (SDAFF)

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EMANUELE SEVERINO, La guerra e il mortale, a cura di Luca Taddio, con un saggio di Giorgio Brianese, Mimesis, 2010. Contiene anche 18 audio delle lezioni tenute al San Raffaele di Milano fra il 2004 e il 2005. Indice del libro

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