Emanuele Severino, Legge e Caso, NUOVA EDIZIONE

NUOVA EDIZIONE
Emanuele Severino, Legge e Caso
«Pensiero concretissimo, pensiero che ha illuminato l’essenza del nostro presente più di centurie di economicismo e sociologismo. Che ne ha messo in luce il radicale, compiuto nihilismo, che lo ha affrontato nelle sue origini storiche e metafisiche. Il nihilismo che ci mette costantemente in debito, abitanti una vita che non è nostra, che è destinata a dissolversi come dal nulla è venuta. Il nihilismo che non ci permette neppure di pensare alla Gioia, alla Gloria, all’Eterno. Inattualità poderosa, monumentale della grande opera di questo Maestro. Cosa è possibile comprendere del dramma dell’epoca se non si legge Heidegger contra Severino? Manca il controcanto a tutte le correnti fondamentali della filosofia o post-filosofia del Novecento, se non si comprende Severino … di Verità era affamato Severino. E questa fame ha cercato, disperatamente forse, di comunicarci lungo tutta la sua vita, con le migliaia e migliaia delle sue pagine che vivono e vivranno».
(Massimo Cacciari)

In memoria del Professor Severino da poco scomparso, ecco un passo da “Legge e caso” del 1979, cap. VII

Franco Garofalo

In memoria del Professor Severino da poco scomparso, ecco un passo da “Legge e caso” del 1979, cap. VII, nel quale leggo un po’ a caso:

“L’ esistenza del divenire è l’ evidenza originaria dell’ Occidente, e l’ Occidente evoca gli immutabili appunto per dominare il divenire. E’ quindi inevitabile che questa forma di dominio – che, attraverso l’ evocazione degli immutabili giunge a cancellare il divenire sul fondamento del riconoscimento più perentorio del’ esistenza del divenire – finisca per mostrare il proprio carattere onirico e quindi la propria impotenza rispetto agfi eventi che, sopraggiungendo, lacerano la rete degli immutabili e e irrompono nell’ esistenza come imprevedibilità e novità radicali e quindi come minaccia estrema e mantenuta”.

Il pensiero del divenire, sorto con la sapienza greca, è pensiero di ciò che proviene dal niente e al niente ritorna, ciò che muta in continuazione ed è illusorio pretendere di fermare. Un così lungo scacco della ragione scientifica nel senso moderno, sorta soltanto negli ultimi trecentocinquant’ anni, pensa Severino, non è dovuto ad una qualche prematurità o immaturità dello spirito umano ma all’ angoscia, generata dalla radicale scissione fra “verità”, ovvero ciò che è saldo ed immutabile, poiché se mutasse potrebbe esistere un altrimenti della verità il che è impossibile, e la pretesa di essere degli enti che vengono dal niente ed in esso si annientano nuovamente, ed incessantemente.

 

da Amici di Emanuele Severino

indice di Legge e caso

https://emanueleseverino.com/1979/01/02/emanuele-severino-legge-e-caso-adelphi-1979-p-147/

MASSIMO CACCIARI, TRA ESSERE E DESTINO QUANDO LA FILOSOFIA È SCOMMESSA ESTREMA., pubblicato su http://www.repubblica.it/

 

In “Dike”, il suo ultimo lavoro, Emanuele Severino porta fino in fondo un’indagine metafisica che va oltre il divenire, la morte e il linguaggio
Se la filosofia nasce, sempre, dalla “meraviglia”, forse anche il discorso di un filosofo è in grado di destarla. “Meraviglia” di fronte a un problema che non ammette negligenza alcuna nell’essere affrontato. Una simile “meraviglia” suscita in me l’opera di Severino, e quest’ultimo Dike l’ha rinnovata. È un libro-summa; vi trovano sviluppo tutti i motivi fondamentali del suo pensiero, a partire dalla relazione che esso fin dall’inizio presenta con Parmenide.

vai a:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/28/tra-essere-e-destino-quando-la-filosofia-e-scommessa-estrema46.html

Vasco Ursini scrive su: Emanuele Severino, Essenza del Nichilismo (Paideia, Brescia 1972; seconda edizione ampliata, Adelphi, Milano 1982).

 

In quest’opera, che si compone di diversi studi assai importanti tra cui il discutissimo “Ritornare a Parmenide” (in “Rivista di filosofia neoscolastica”, LVI, 1964, n. 2, pp. 137-175: poi in “Essenza del Nichilismo), Severino sviluppa una dottrina dell’essere che in qualche modo si rifà all’ontologia parmenidea – che egli però corregge radicalmente – e ne ricava una diagnosi critica della storia della filosofia e della civiltà occidentale, diagnosi sicuramente inaudita, Eccola: “La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’esssere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più dificili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere” (Ritornare a Parmenide, in Essenza del Nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 19).
Le tesi espresse in questo scritto, secondo le quali tutti gli enti, in quanto “sono, sono eterni, fecero scandalo e furono condannate ufficialmente dalla Chiesa perché inconciliabili con la dottrina cattolica, in particolare con la dottrina della creazione ex nihilo.
Riallacciandosi alla fondazione dell’ontologia espressa in “La struttura originaria”, Severino mette in luce l’evidenza inoppugnabile del principio ontologico secondo il quale “l’essere è e non può non essere”. Questa incontraddittorietà dell’essere si fonda sul principio di non contraddizione e nella sua incontrovertibile validità: chi, infatti, volesse negare tale validità dovrebbe implicitamente farvi ricorso e riaffermarla attraverso la sua negazione che dunque si autoannulla. Detto in altri termini, in quanto l’essere è l’immediatamente innegabile e l’innegabilmente immediato, la struttura originaria dell’essere è la struttura della “necessità”. Tale “necessità” esprime il senso assoluto dell’innegabilità quale autonegatività immediata del proprio negativo. In quanto il proprio negativo è immediatamente autonegativo, la struttura originaria è ciò che “sta”, innegabilmente ed eternamente.
(Il discorso s’interrompe qui, ma sarà ripreso in un prossimo post).

PIERLUIGI PANZA presenta: EMANUELE SEVERINO, Testimoniando il destino, Adelphi editore, 2019, in Corriere della Sera 19 gennaio 2019

PIERLUIGI PANZA In “Testimoniando il destino» (Adelphi) il decano dei pensatori italiani rilegge, alla vigilia dei novant’anni, i testi che lo hanno imposto a partire dal 1958

segue…

Source: Corriere della Sera Cultura

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Severino Emanuele, Testimoniando il destino, Adelphi editore, p. 376, 2019. Indice del libro

Sin dal suo inizio storico la filosofia è stata la volontà di incarnare il sapere assolutamente innegabile. Ma come è possibile «la stabile conoscenza della verità», si chiede Emanuele Severino, «in un clima come quello del nostro tempo, dove non solo la scienza, ma la filosofia stessa ha quasi ovunque voltato le spalle a ciò che essa ritiene il “sogno” di un sapere siffatto?».

In verità, già nel modo in cui la «scienza della verità» compiva i primi passi era presente l’errare più radicale in cui l’uomo possa trovarsi, quella che per Severino è la Follia estrema: «la fede nella quale si crede che le cose diventano altro da ciò che esse sono … affermando che l’evidenza suprema è che le cose escono dal nulla (dal loro non essere) e vi ritornano».

Tutta l’opera di Severino, sin dal suo primo libro (La struttura originaria), è volta dichiaratamente allo «smascheramento della Follia di questa fede», per «consentire al linguaggio di testimoniare l’assoluta innegabilità del destino della verità».

E in queste pagine l’intero percorso viene ripresentato nell’insieme dei suoi tratti fondativi, approfondendone alcuni temi centrali quali

  • l’interpretazione,
  • il rapporto tra destino e scienza,
  • l’essenza linguistica del sapere originario,
  • il senso ultimo dell’esser uomo e la storia infinita dell’uomo,
  • il senso della salvezza.

Un percorso, dunque, attraverso l’intero ‘terreno’ di Severino, da cui il lettore potrà spaziare con lo sguardo: «Non basta possedere un campo: bisogna coltivarlo. Il campo di cui qui si tratta è l’insieme dei ‘miei scritti’. Un linguaggio, dunque. E anche questo libro intende indicare l’autentica “pianura della verità”».

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vai alla scheda dell’editore Adelphi

Testimoniando il destino | Emanuele Severino – Adelphi Edizioni

Vasco Ursini sull’ ultimo libro di Emanuele Severino, STORIA, GIOIA, Adelphi. Indice del libro

Molti scritti di Severino indicano un senso della “storia” profondamente diverso da quello presente nelle varie forme della cultura occidentale e ormai planetaria, del tutto restia a discutere la sua fede nell’esistenza della storia.

Per Severino, fede nell’esistenza della storia vuol dire fede nel divenire, cioè fede nell’esistenza del processo in cui le cose vengono dal niente e vi ritornano. Ed è opportuno precisare che, per Severino, negare la fede nella storia non significa negare l’esistenza di quel mondo di progetti, bisogni, angosce in cui consiste la nostre concreta esperienza, ma significa negare che in esso si manifesti la verità.

Per Severino, la storia, nel suo significato più radicale, “è l’infinito e sempre più ampio apparire degli eterni in ognuno dei “cerchi dell’apparire del destino della verità”. Ogni cerchio è l’essenza di ciò che chiamiamo “un uomo”. Gli eterni, quindi, non sono res gestae”. Che esistano res gestae – cose che son fatte esistere e che escono dall’esistenza – è la “follia estrema”.

Solo gli eterni hanno Storia, solo essi possono “morire” e rimanere eterni. Dunque la loro storia continua all’infinito anche dopo la morte. “La Storia appare all’interno della Gioia della totalità degli eterni: all’interno dell’Infinito che va mostrandosi nella Storia e, inesauribile, ne rende possibile l’infinito dispiegarsi”.


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scrive VASCO URSINI in https://www.facebook.com/vasco.ursini?fref=nf

In molti suoi scritti, e ancora più direttamente in questo suo fresco di stampa “Storia, Gioia”, Emanuele Severino delinea un senso della “storia” abissalmente diverso da quello rappresentato dalla varie forme di cultura: la storia è l’infinito e sempre più ampio apparire degli “eterni” in ciascuno dei cerchi dell’apparire del destino della verità, Ciascun cerchio è l’essenza di ciò che chiamiamo “uomo”. Conseguentemente gli “eterni” non sono “res gestae”. La “follia estrema” consiste appunto nel credere che esistano “res gestae”, cioè cose che sono fatte esistere e che poi escono dall’esistenza. Per Severino, dunque, solo gli “eterni” hanno storia. Solo essi possono “morire” e rimanere “eterni”. La loro Storia prosegue all’infinito anche dopo la loro morte. “La totalità infinita degli eterni è la Gioia, la Pianura che dà spazio all’infinito, e sempre pi ampio, apparire degli eterni nella “costellazione” dei cerchi”.

Emanuele Severino, STORIA, GIOIA, Adelphi, 2016, p. 250. Indice del libro

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scrive VASCO URSINI in https://www.facebook.com/vasco.ursini?fref=nf

In molti suoi scritti, e ancora più direttamente in questo suo fresco di stampa “Storia, Gioia”, Emanuele Severino delinea un senso della “storia” abissalmente diverso da quello rappresentato dalla varie forme di cultura: la storia è l’infinito e sempre più ampio apparire degli “eterni” in ciascuno dei cerchi dell’apparire del destino della verità, Ciascun cerchio è l’essenza di ciò che chiamiamo “uomo”. Conseguentemente gli “eterni” non sono “res gestae”. La “follia estrema” consiste appunto nel credere che esistano “res gestae”, cioè cose che sono fatte esistere e che poi escono dall’esistenza. Per Severino, dunque, solo gli “eterni” hanno storia. Solo essi possono “morire” e rimanere “eterni”. La loro Storia prosegue all’infinito anche dopo la loro morte. “La totalità infinita degli eterni è la Gioia, la Pianura che dà spazio all’infinito, e sempre pi ampio, apparire degli eterni nella “costellazione” dei cerchi”.