Emanuele Severino, Essenza del Nichilismo (Paideia, Brescia 1972; seconda edizione ampliata, Adelphi, Milano 1982). Scheda di Vasco Ursini

 

In quest’opera, che si compone di diversi studi assai importanti tra cui il discutissimo “Ritornare a Parmenide” (in “Rivista di filosofia neoscolastica”, LVI, 1964, n. 2, pp. 137-175: poi in “Essenza del Nichilismo), Severino sviluppa una dottrina dell’essere che in qualche modo si rifà all’ontologia parmenidea – che egli però corregge radicalmente – e ne ricava una diagnosi critica della storia della filosofia e della civiltà occidentale, diagnosi sicuramente inaudita, Eccola:

La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’esssere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più dificili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere” (Ritornare a Parmenide, in Essenza del Nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 19).
Le tesi espresse in questo scritto, secondo le quali tutti gli enti, in quanto “sono, sono eterni, fecero scandalo e furono condannate ufficialmente dalla Chiesa perché inconciliabili con la dottrina cattolica, in particolare con la dottrina della creazione ex nihilo.
Riallacciandosi alla fondazione dell’ontologia espressa in “La struttura originaria”, Severino mette in luce l’evidenza inoppugnabile del principio ontologico secondo il quale “l’essere è e non può non essere”.

Questa incontraddittorietà dell’essere si fonda sul principio di non contraddizione e nella sua incontrovertibile validità: chi, infatti, volesse negare tale validità dovrebbe implicitamente farvi ricorso e riaffermarla attraverso la sua negazione che dunque si autoannulla.

Detto in altri termini, in quanto l’essere è l’immediatamente innegabile e l’innegabilmente immediato, la struttura originaria dell’essere è la struttura della “necessità”. Tale “necessità” esprime il senso assoluto dell’innegabilità quale autonegatività immediata del proprio negativo. In quanto il proprio negativo è immediatamente autonegativo, la struttura originaria è ciò che “sta”, innegabilmente ed eternamente.

Il pensiero che, al di là del nichilismo, vede il senso autentico dell’essere – e cioè dell’ “esser cosa” delle cose – ‘non è’ dunque ateismo!, in Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, p. 286

Il pensiero che, al di là del nichilismo, vede il senso autentico dell’essere – e cioè dell’ “esser cosa” delle cose – ‘non è’ dunque ateismo! Esso non scende, come l’ateismo, al di sotto di Dio, riducendo l’essere al mondo, ma vede ciò che sta al di sopra di Dio: vede il senso autentico di ciò che è. Ciò che è – l’essere – sta al di sopra di ogni riduzione dell’essere al nulla, e quindi sta al di sopra della riduzione che agisce nella coscienza di chi afferma l’esistenza di Dio e intende Dio come una mente che crede di poter creare e annientare ciò che è. Anche “Dio” – cioè anche la coscienza che afferma Dio – riduce ‘troppo’ i confini di ciò che è: troppo, perché riduce al nulla tutte le cose. Dio non è troppo, come ritiene l’insipienza dell’ateo, ma è ‘troppo poco’.
(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, p. 286)

Il nichilismo “tragico”: “L’idea di fondo del pensiero di Emanuele Severino ruota intorno ai due opposti della follia e del destino … , Vasco Ursini in Amici di Emanuele Severino

Il nichilismo “tragico”

“L’idea di fondo del pensiero di Emanuele Severino ruota intorno ai due opposti della follia e del destino. Il problema degli uomini è la credenza nel nulla, l’illusione che tutto ciò che esiste, l’ente, prima non ci fosse e dopo non ci sarà. Dal non essere all’essere e ancora al non essere: è il ciclo della vita che diviene. Ma questa certezza nell’esistenza del divenire è una forma estrema di “nichilismo” tragico: è nichilismo perché il divenire presuppone il non essere e dunque il nulla; ed è tragico perché di fatto riduce la vita a una corsa verso la morte (il non essere, il nulla).
Ma in Severino non c’è spazio per il tragico, perché la certezza nel divenire, che sta alla base della filosofia occidentale e della religione cristiana, è un’illusione, contraddetta da ragionamenti incontrovertibili. [ ,,, ]”.

da  (5) Amici di Emanuele Severino

“L’uomo è convinto che le cose divengano altro; e in questa convinzione vi è la persuasione che le cose siano nulla. Questa è l’essenza del nichilismo”. ( Emanuele Severino)

Cosa significa “stare” ‘oltre’ il nichilismo”, Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 16

 

Stare ‘oltre’ il nichilismo significa sapere che “perpetuo” – e ‘ non’ “acquistabile” da una qualche operazione (come l’opera d’arte, o la grazia divina) – non è solo ciò che costituisce l’essenza delle cose, ma ‘tutto’ ciò che loro appartiene; e che dunque un evento consistente in “coloro ch non sono più” è soltanto il contenuto di un sogno; di un incubo. Non c’è nessuno che non sia più. Tutto è eterno.
È vero che ricordare è sognare; ma anche i sogni e ciò che essi mostrano sono eterni. Anche l’errare, la contraddizione, la stessa follia del nichilismo sono eterni. Eterno è ‘tutto’ il contenuto dei nostri ricordi, anche se, come dicevo prima, grigio, dis-tratto, sfigurato.
L”essenza del nichilismo è pensare che le cose vengono dal nulla e vi ritornano. Questo pensiero implica che si creda che gli esseri (ossia ciò che non è nulla) siano nulla. E questa è l’impossibilità estrema.
Appunto per questo i nostri morti ci attendono, come le stelle del cielo attendono che passino la notte e la nostra incapacità di vederle se non al buio.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 16)

Vasco Ursini, “Occorre convincersi che il problema del nichilismo è un tema centrale …”

Vasco Ursini

Occorre convincersi che il problema del nichilismo è un tema centrale e ineludibile, che s’impone da sé nell’ambito di una riflessione psicologica e filosofica sulla storia e sulla vita.

Soltanto se riusciremo a smettere di “mascherare” questi aspetti negativi e queste minacce implicite nella nostra esistenza, potremo forse riuscire a non rendere vani i nostri sforzi e illusorie le nostre speranze per l’avvenire

Nel contenuto che si manifesta, il grande fiume delle determinazioni che compaiono e scompaiono è trattenuto da sponde intramontabili …, in Essenza del nichilismo” (1982), Adelphi, Milano 1995, p. 199

“Nel contenuto che si manifesta, il grande fiume delle determinazioni che compaiono e scompaiono è trattenuto da sponde intramontabili: la scorta di quegli enti, il cui apparire è di necessità richiesto dall’apparire di un qualsiasi ente. Essi sono lo ‘sfondo’ intramontabile di ogni disvelamento dell’essere, lo spettacolo che sta eternamente dinanzi all’uomo e in cui si svolge ogni tempo.”

“Essenza del nichilismo” (1982), Adelphi, Milano 1995, p. 199

da

(4) Amici di Emanuele Severino

GENESI DELL’ERRORE, da: E. Severino, “Essenza del nichilismo”, Adelphi, Milano 1982, pp. 71-73

 

“La quale [ragione] è alienata perché non si avvede dell’aberrazione più profonda e più antica, che ha le sue origini nell’acme del pensiero occidentale, e cioè nel modo in cui Platone ebbe a dar vita all’oltrepassamento di Parmenide. Per il quale il determinato è non essere; ma in modo che l’essere e il determinato sono pensati come assolutamente indipendenti l’uno dall’altro, sì che il determinato, per questa sua assoluta indipendenza dall’essere, vien posto come un nulla. Perché il determinato sia posto come un nulla non è cioè sufficiente che si rilevi la sua diversità dall’essere; tanto è vero che Platone terrà ferma (e non poteva non tener ferma) questa diversità, ma insieme negherà che, per questo, il determinato debba essere inteso come nulla. Perché sia posto come nulla si richiede, ripetiamo, quell’astratta separazione che pone l’essere e il determinato come due assoluti, come due luoghi assolutamente irrelati, cosicché il determinato, come si diceva, proprio per questa sua assolutezza cade al di fuori dell’essere, nel nulla.

Ma questa astratta separazione è il modo in cui l’uomo occidentale non ha mai cessato di pensare l’essere e la determinazione dell’essere – e cioè il modo in cui non ha mai cessato di pensare l’ente, se l’ente è la sintesi dell’essere e della determinazione. Platone si è lasciato sfuggire la grande occasione per pensare la verità dell’essere, perché anche lui (e dopo di lui tutto il pensiero occidentale) lascia al fondo del pensiero dell’ente l’astratta separazione dell’essere e della determinazione: proprio lui, che si presenta come il pacificatore della scissione […]. Accade cioè che la sintesi dei due momenti venga operata rispetto a due termini posti inizialmente come separati (cioè posti come li poneva Parmenide).[…] Noi diciamo che al fondo del ripensamento platonico si nasconde quella stessa astratta separazione, dalla quale, in superficie, Platone vuole liberare il pensiero dell’essere. […]

Invece, per Platone, alla determinazione è proibito scrollarsi di dosso il suo ‘è’ non già in quanto essa sia una determinazione (ossia un qualsiasi ‘che’, che non sia nulla), ma in quanto è ιδέα, ossia è quel certo tipo di determinazione che si distingue dalla determinazione sensibile. Le cose, alle quali va imposto il sigillo di ‘essere ciò che è’ […] non sono ogni cosa […], bensì sono le essenze ideali delle cose visibili. E l’essenza ideale è posta come ente immutabile non già perché Platone si rammemori della verità di Parmenide – ossia non già perché si rammenti che l’essere (ossia ciò che esiste) non è il nulla e non può nemmeno diventare il nulla -, ma perché Platone si fonda sull’angusta evidenza dell’impossibilità che il bello, il giusto, il buono (a differenza delle cose belle, giuste, buone) non sia bello, giusto, buono; onde il bello è ὂ ἔστιν, perché non potrà mai cessare di essere il bello. Perché di qualcosa si ponga che è ὂ ἔστιν, non è sufficiente che esso sia un qualcosa, un non-nulla, ma si richiede che sia quel super-ente in cui consiste l’ιδέα. Se non è ιδέα, ed è semplicemente un qualcosa […], si riconosce che il nulla non può convenirgli, ma nel senso che non può convenirgli sin tanto che esso è, mentre può ben convenirgli quando non è. […]

La distinzione tra essere e determinazione, che in Parmenide era una separazione assoluta, resta in Platone una separazione assoluta anche se l’essere diventa predicato della determinazione.”

E. Severino, “Essenza del nichilismo”, Adelphi, Milano 1982, pp. 71-73.

[Gustave Doré, “The Shades of French Soldiers from the Past Exhort the Army to Victory on the Rhine”]

da (1) Amici di Emanuele Severino

Ascoltiamo Emanuele Severino su una questione centrale del suo pensiero filosofico (Brano tratto da ‘Intorno al senso del nulla’, p. 75).

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

 

 

Si ritorni ora al centro della struttura originaria del destino. ossia alla negazione della radice del nichilismo – il nichilismo essendo la forma più radicale della negazione del destino, cioè la forma più radicale dell’isolamento della terra dal destino: tale negazione è l’affermazione che un essente qualsiasi può non essere.
All’interno del destino appare che affermando che ‘un qualsiasi essente’ non è stato e non sarà – cioè che un essente è nel tempo, nel divenire, e che quindi, nel tempo, ‘non è’ – si afferma l’esistenza di un tempo (il passato, il futuro, ma anche il presente, se tale essente è stato o sarà, ma nel presente non è) in cui tale essente è ‘niente’. Il nichilismo è appunto l’identificazione dell’essente e del niente. Questa identificazione è l’ ‘impossibile’. Il nichilismo ha fede nell’esistenza dell’impossibile (senza peraltro poter sapere che ciò in cui esso ha fede è l’impossibile).

 

via (1) Amici di Emanuele Severino

Emanuele Severino, IL NICHILISMO, citazione da: Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 108-109

IL NICHILISMO

Il nichilismo è il pensiero che, sin dall’inizio della storia dell’Occidente, ‘isola’ le cose – le molteplici determinazioni del mondo – le une dalle altre, e così le isola perché le isola da loro ‘essere’: isola, in ‘ciò che è’, nell’ ‘essente’, il ‘ciò che’ dal suo ‘è’.
L’isolamento delle cose dal loro ‘essere’ incomincia con Parmenide (col Parmenide quale è interpretato nella tradizione platonico-aristotelico-hegeliana): appunto sul fondamento di tale isolamento egli perviene all’affermazione della nullità del molteplice. Il mondo intero e l’intera storia dell’uomo sono cioè, per lui, soltanto ‘doxa’, opinione, illusione, “nomi”, cioè sono, in quanto tali, non-essere, ‘nulla’.
La struttura originaria del destino della verità è l’apparire del senso autentico dell’impossibilità che ciò che è sia il proprio altro e ‘quindi’ non sia. L’isolamento delle differenze del mondo dal loro essere implica, invece, per Parmenide, che ognuna di esse non sia, cioè sia nulla.
Implica che le differenze siano esplicitamente poste come nulla; e implica ( con Platone e poi con l’intera storia dell’Occidente) che, essendo intese come ciò che esce dal nulla e vi ritorna, siano implicitamente poste come nulla.
Questa implicitezza custodisce il segreto dell’Occidente, cioè ‘l’essenza del nichilismo’. Rimanendo all’interno di essa non è possibile evitare la convinzione profonda e nascosta che ‘le differenze siano nulla’. E’ necessario (secondo il senso che la necessità mostra nel destino della necessità) che esse, come già Parmenide vede, si distinguano dal proprio ‘essere’; ma egli identifica la distinzione alla separazione, all’isolamento.
E anche quando intende essere la negazione più radicale della separazione – per esempio e soprattutto con Hegel -, l’essenza del nichilismo rimane prigioniera di ciò che essa nega, perché intende unire ciò che peraltro essa intende come ‘originariamente’ separato ( le determinazioni “empiriche” rimanendo per Hegel separate dal loro essere e quelle “categoriali” essendo un ‘prodursi’ in cui ognuna di esse esce dal nulla della propria specificità); sì che ogni volontà di sintesi è destinata al fallimento.
Ogni differenza del mondo, ossia ogni ‘essente’, o ‘significato’, è cioè destinata ad esser pensata e vissuta come un nulla – anche quando si ritiene che un Dio eterno onnipotente possa salvare il mondo dal nulla.

(Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 108-109).

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “nichilismo” e su alcuni altri aspetti che tale concetto richiama. citazione segnalata da Vasco Ursini in Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 83-87

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “nichilismo” e su alcuni altri aspetti che tale concetto richiama

Vattimo – Si è parlato, e si parla spesso, nella cultura contemporanea, del problema del nichilismo, che almeno in prima approssimazione, potremmo definire come il problema della presenza del nulla, o, addirittura, del trionfo del nulla nella nostra esperienza. Friedrich Nietzsche, uno dei pensatori che più profondamente hanno meditato questo tema, ha definito il nichilismo come una situazione in cui l’uomo rotola via dal centro verso la X: verso l’assenza di fondamenti, la mancanza di certezze, valori e verità stabili e date una volta per tutte, Con nichilismo si intende anche, in un senso vicino a questo, il fatto che la scienza e la tecnica riducono tutto ciò che è, tutto l’essere,a “manipolabilità”, a essere manipolabile: ogni cosa, ogni essere, ‘è’ in quanto è utilizzabile per qualche scopo, sottoposto all’azione dell’uomo. Nichilismo sarebbe allora, come lo ha definito Martin Heidegger, quel processo storico e filosofico che si inizia col filosofare dei Greci e al termine del quale dell’essere come tale “non ne è più nulla”. Noi, oggi, viviamo effettivamente in un’epoca che può definirsi nichilistica, o no? E se sì, perché? Con quali conseguenze?

Vogliamo discutere di questo problema con Emanuele Severino, uno tra i più noti filosofi italiani, che ha dedicato molte opere proprio allo studio del concetto di nichilismo, e alla riproposizione, in forme molto originali e persino provocatorie, del problema dell’essere.

Prima di lasciargli la parola, desidero proporre alcune considerazioni per la discussione. Anzitutto non deve stupire che ci si ponga il problema dell’essere e del nulla, che potrebbe sembrare un problema molto astratto. Si potrebbe effettivamente obiettare che oggi, anche in filosofia, si dovrebbe parlare di cose più concrete, più determinate. E tuttavia io credo che quando ci si chiede in che cosa consista la nostra esperienza della realtà, il concetto, se lo si può chiamare concetto, con cui ci si trova a fare i conti è proprio quello di ‘essere’.. Se non sappiamo di che cosa parliamo quando diciamo “essere”, la nostra esperienza del mondo e del reale rimane circondata da una sorta di alone oscuro. Un filosofo che ha proposto in termini reali tale questione, e al quale, credo, anche Severino si richiama in qualche maniera, è Heidegger, il quale nella sua opera principale, ?Essere e tempo?, del 1927, ha sostenuto che un carattere del pensiero moderno è proprio quello di aver dimenticato l’essere, e di non sapere più che cosa significa “essere”, in senso pieno e autentico.

Ricordare il problema dell’essere, a mio parere, non conduce necessariamente a caratterizzare la nostra civiltà come nichilista in senso negativo. In altre parole, si può riconoscere in qualche senso che dell’essere come tale la filosofia della modernità si sia occupata troppo poco, e che vi sia, come c’è effettivamente, una certa tendenza dell’essere a dissolversi, a scomparire, ad esempio nella manipolabilità tecnologica, senza per questo dover accettare che ne derivino conseguenze catastrofiche e distruttive come talvolta sostiene chi parla di nichilismo. La nostra è una civiltà nichilistica, ed è per questo che proviamo quello che Sigmund Freud chiamava il “disagio della civiltà”: nel mondo moderno, che è il mondo della scienza e, soprattutto, della tecnica dispiegata, l’uomo ha perduto punti di riferimento, sicurezze, valori stabili, e si trova in quella situazione che nel vocabolario del pensiero di derivazione hegeliana e marxista è stata definita di “alienazione”. La mia tesi sarà in generale che oggi noi non siamo a disagio perché siamo nichilisti, ma piuttosto perché siamo ancora troppo poco nichilisti, perché non sappiamo vivere sino in fondo l’esperienza della dissoluzione dell’essere: da qui quell’insieme di sensazioni di frustrazione e di disagio che si chiama alienazione. Anche se non credo che su questo il mio interlocutore sarà d’accordo:

Severino – Certamente non sono d’accordo; anche se il mio disaccordo si accompagna a molti aspetti che sono convergenti con quello che hai detto. Qui mi sembra opportuno accentuare gli aspetti del disaccordo.

Non sono d’accordo, anzitutto, a proposito della diagnosi del nichilismo. Penso che, ancora, la “nostra” cultura non sappia che cos’è il nichilismo – e che quindi ne sia completamente dominata. Dicevi poco fa che le parole “essere” e “niente” sono astratte e indeterminate. A me pare che potremmo essere anche un po’ più ottimisti: sono parole, ormai, non più così estranee al pensare comune. Tutti, più o meno, oggi sono convinti che nascere significhi venire all’ ‘esistenza’, e morire significhi andarsene dall’esistenza, cadendo nel ‘niente’. Da millenni la religione cristiana ha abituato l’uomo occidentale a pensare queste grandi categorie del pensiero greco: l’essere (l’esistenza) e il niente. Direi che si è molto imprudenti quando si crede di poter parlare – in qualsiasi forma di linguaggio, anche in quello scientifico, – indipendentemente da queste categorie. La gente sa che vivere vuol dire essere sospesi tra un niente iniziale e un niente finale. La cultura cristiana parla di “creazione dal nulla”. Queste cose le abbiamo sentite da bambini. (In un certo senso si potrebbe dire che le cose più importanti le abbiamo sentite da bambini). Ma il nulla non è il nichilismo. Altro è parlate del nulla, e altro è parlare di nichilismo. E’ vero che oggi i parla molto anche di nichilismo, ma la “nostra” cultura non è ancora in grado di intendere il senso autentico della parola “nichilismo”. ?Nichilismo’ – e non so se a questo punto ti vorrai ancora dichiarare nichilista – significa pensare che le cose del mondo e le cose concrete, e questa stanza e le stelle e le piante e gli uomini sono niente. Ecco, questo è nichilismo, pensare che le cose sono niente.

Sostengo da molto tempo che la storia dell’Occidente – e ormai di tutta la terra – è la storia del nichilismo. La civiltà occidentale, che pure ha orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente. Pensa questo, nel proprio inconscio, perché, alla superficie, pensa che le cose sorgono dal niente e vi ritornano.

Vattimo – Io proporrei una definizione di nichilista diversa da questa, una definizione in cui mi riconosco quando mi dichiaro nichilista e sostengo che dobbiamo diventare nichilisti in maniera più profonda. Con ciò non mi riferisco certamente ai nichilisti russi, o alla gioia anarchica della distruzione, lo schianto detentore della dinamite; né d’altra parte mi ritengo nichilista nel senso di chi crede o pensa che le cose siano niente. Penso invece che una concezione praticabile, ed anche positiva, di nichilismo nella nostra cultura sia quella secondo cui, affinché l’esistenza abbia un senso, l’essere non deve avere quei caratteri di stabilità, immutabilità, definitività che, a parer mio, e a parere di autorità filosofiche maggiori di me, il tradizionale pensiero metafisico gli ha conferito, dalla filosofia dei Greci in avanti..

Che l’essere possa non avere quei caratteri, è indispensabile per capire l’esistenza come storia.. Detto altrimenti: se pensiamo l’essere come stabile, immutabile, definitivo, non siamo in grado di dare un senso alla nostra esistenza, cioè non siamo in grado di pensare la nostra esistenza come ciò che essa è, vale a dire come ‘storia’. Tu hai ricordato la nostra visione da bambini e l’idea di essere come creazione dal nulla; ma allo stesso titolo si potrebbe sostenere che che è una cosa da bambini, oppure da antichi, una visione in qualche modo “ingenua” (ammesso che esista un senso in cui gli antichi si possano dire ingenui), pensare che siamo sospesi tra l’essere e il niente. Questo è un modo di vedere le cose totalmente privo della dimensione della storicità, che non tiene conto della dimensione dell’esistenza.

Siamo sempre sospesi tra un prima e un dopo: chi parla di sé racconta il proprio “prima”; che va dall’analista va a raccontare il suo “niente” – le sue insicurezze, il suo disagio, va a raccontare la sua infanzia e progetta non il niente che lo attende dopo la morte, ma il proprio “dopo”, la propria vita futura. La nostra storicità non corrisponde a questa secca alternativa metafisica tra essere e niente, corrisponde piuttosto ad un modo di esistere nel tempo che comporta una complicità di essere e niente – ciò che Heidegger aveva descritto nei termini di essere e tempo. Muovendo dalla constatazione che la tradizione metafisica, che oppone seccamente essere e nulla, non riesce a pensare l’esistenza umana in maniera adeguata, Heidegger teorizza l’esistenza di un rapporto, di una complicità fondamentale tra l’essere e il tempo: l’essere è in quanto è prima e dopo, è tempo.

Severino – Quando poco fa parlavo, a titolo di esempio, della visione dell’essere propria della cultura cristiana mi riferivo a un fatto storico: pensare la vita come creazione dal nulla (ci sia o non ci sia un creatore) non è una mia invenzione, è il modo in cui tutta la nostra cultura pensa la vita.

E’ vero che perlopiù si hanno dinanzi i piccoli momenti dell’esistenza e non il rapporto della nostra vita intera con il niente, ma anche l’uomo comune pensa alla morte. E vi pensa conformemente agli atteggiamenti di fondo della nostra cultura, che si riferiscono costantemente alla minaccia che il niente esercita sul nostro vivere. In psicoanalisi c’è una forma tipica di malattia mentale che consiste nella convinzione, da parte del malato, di essere un niente. Non è semplicemente una malattia “colta”, da intellettuale; è anche una malattia degli ignoranti. Questo sentire che la vita è minacciata dal niente non è solo un disturbo della psiche: è un atteggiamento onnipresente nella cultura occidentale. Credo sia difficile negarlo.

Ebbene, chi è convinto che l’esistenza, la vita, sia minacciata dal niente – e questa convinzione nasce col pensiero greco, e domina il cristianesimo, la scienza moderna, l’intero sviluppo della cultura e delle istituzioni occidentali – chi è convinto di questo, nel proprio inconscio è anche convinto che ‘le cose sono niente’. Questa è l’affermazione decisiva. Prima, in qualche modo sollecitato, rispondevi dicendo: “No, non si può dire che questa stanza sia niente”. Però sei convinto che questa stanza (parlo della sua caratteristica specifica, non della “energia” che, secondo la scienza, la costituisce) prima o poi diventerà un niente, ritornerà nel niente da cui è uscita quando questo edificio è stato costruito. Credi che le cose si annientino. Cioè credi che siano niente e le vivi come un niente. Questa fede sorregge l’intera civiltà occidentale, ma è l’estrema follia.

(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 83-87).

(Il discorso seguiterà in un prossimo post).

IL PENSIERO FILOSOFICO DI EMANUELE SEVERINO, citazioni in tema di: destino, divenire, eternità, gloria, nichilismo, parmenide, terra, nel sito http://ases.psy.unipd.it

Il motivo dominante del discorso filosofico di Severino viene per la prima volta formulato nel saggio del 1956 La metafisica classica e Aristotele:

….

vai all’intero testo:

 Pensiero – Emanuele Severino

“Severino ritiene che il nichilismo si basi sulla persuasione inconscia che le cose siano nulla … “, citazione da Gabriele Pulli, Freud e Severino, Moretti e Vitali editori, Bergamo 2009

 

“Severino ritiene che il nichilismo si basi sulla persuasione inconscia che le cose siano nulla.
In AAHOEIA egli non si pone il problema se il pensiero che supera il nichilismo, affermando l’eternità di tutte le cose, possa sussistere esplicitamente, in una forma consapevole di sé, o se implichi anch’esso un inconscio, o addirittura se sia di per sé inconscio. Il suo discorso è orientato esclusivamente ad evidenziare come la persuasione nichilista che le cose siano nel tempo implichi un inconscio.
In ‘Destino della necessità’, invece, se da una parte il concetto di inconscio compare negli stessi termini in cui due anni dopo ritornerà in AAHOEIA, dall’altra si presenta in un’accezione e una valenza completamente diverse.
Come abbiamo visto, secondo Severino, l’uomo occidentale non si rende conto di come al di sotto della persuasione che le cose siano temporali soggiaccia la persuasione che le cose siano nulla. Ma, naturalmente, secondo Severino, l’uomo occidentale non si rende conto neanche dell’eternità di tutte le cose. L’etenità di tutte le cose è ciò che primariamente ed essenzialmente gli sfugge. Anche questo, dunque, è il suo inconscio. E Severino, appunto, lo rileva: “Nell’autocoscienza dell’Occidente e del mortale non appare ciò che l’Occidente e il mortale sono nello sguardo del destino della verità. Ciò che essi in verità sono è il loro inconscio. Il loro inconscio si mostra nello sguardo del destino. L’ “inconscio”, qui, è ciò che non appare all’interno dell’apparire in cui l’Occidente, come interpretazione dominante, consiste” (E. Severino, ‘Destino della necessità’, p. 432). Nell’autocoscienza dell’Occidente non appare la verità, che sappiamo essere l’eternità di tutte le cose, dunque anche ciò che l’Occidente stesso è. Ciò vale anche per il mortale, cioè per chi considera le cose, e dunque anche se stesso, temporali: “anche l’esser mortale è eterno” (Ivi, p. 422). Questo essere eterni anche dell’Occidente e del mortale stessi, dunque questa verità che l’Occidente il mortale stessi sono, al di là della loro tendenza a negarla, è “il loro inconscio”.
In questo caso, dunque, l’inconscio non è qualcosa che partecipa alla negazione della verità. Al contrario è qualcosa che racchiude la verità in sé, che la custodisce. Più ancora: è esso stesso la verità negata dall’Occidente, inteso come “interpretazione dominante”, poiché è esso stesso l’affermazione dell’eternità di tutte le cose.
In un capitolo successivo, Severino afferma: “L’inconscio più profondo e più nascosto è la chiarità estrema dell’illuminarsi del tutto” (Ivi, p. 592). Abbiamo già visto come Severino rilevi che la parte risplende in virtù del suo legame con il tutto, in quanto avvolta dal tutto. In questo caso è il tutto stesso a risplendere.
Ciò non esclude il risplendere della parte, ma ne cosituisce l’espressione più compiuta. Non soltanto, infatti, la parte risplende in quanto “attraversata” e “avvolta dal tutto” (E. Severino, Essenza del nichilismo, p. 102; supra, p. 23) ma in quanto la “parte è il Tutto, nel senso che il Tutto è l’esser veramente sé della parte” (Ivi, p. 590).
Il tema del “Tutto” è il tema del riscatto del dolore, perché il “Tutto” è l’ambito dell’eterno, in cui non è possibile alcuna contraddizione, e – come afferma – Severino – “ogni pena è una contraddizione”. Mentre “come oltrepassamento della totalità della contraddizione del finito, il Tutto è la Gioia” (Ivi, p. 102). Sicché, poco oltre, Severino afferma: “La Gloria è destinata a rimanere l’inconscio del mortale e del cerchio finito del destino: ma in questo cerchio, il destino è l’eterno apparire del proprio essere, nella propria essenza nascosta, La Gioia” (Ivi, p. 597).