… “affermare l’identità tra l’esser nulla da parte del nulla e l’esser nulla da parte dell’ente, significa affermare quell’assoluta identità dell’ente e del nulla che il nichilismo tende invece a lasciare nascosta nel proprio inconscio” … citazione da: Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 15 – 16

In una delle sue forme più coerenti il nichilismo (cfr. ‘Essenza del nichilismo’) pensa che la ‘totalità’ degli enti abbia un inizio. Avere un inizio significa, per la totalità, avere un “prima”. Se non avesse un “prima”, se non fosse nel tempo, sarebbe eterna e non qualcosa che inizia. (O in essa vi sarebbe un eterno da cui ha avuto inizio il resto – ma questa è la prospettiva epistemico- metafisico-teologica, dove il nichilismo non ha ancora raggiunto le proprie forme più coerenti). D’altra parte essere ‘nel’ tempo, per la totalità degli enti, è non essere la totalità. Appunto per questo il nichilismo intende come ‘nulla’ il “prima” che precede l’inizio della totalità
Nell’ultimo paragrafo di ‘Fondamento della contraddizione’ si mostra che, essendo necessario che il nulla sia la possibilità di ciò che incomincia ad essere e pertanto la possibilità dell’inizio della totalità degli enti, ed essendo necessario che la possibilità sia un modo di essere, allora, ponendo il nulla come possibilità, si afferma che il nulla è essere, [ …] Va detto che il possibile non è un nulla, ma una struttura positiva, un ente, sì che intendere il nulla come la possibilità del tutto – significa affermare che il nulla è un ente.
Una contraddizione, questa, ulteriore rispetto a quella che sta al centro del nichilismo e per la quale gli enti escono dal proprio nulla e vi fanno ritorno, Infatti, quando si afferma che, prima di essere, l’ente è nulla, ‘non’ si intende affermare che è il nulla ad esser nulla, ma che è l’ente ad esser nulla. Questo, anche se il nichilismo, in modo implicito, crede di poter affermare che, quando è l’ente ad esser nulla, è il nulla ad esser nulla. Ma affermare l’identità tra l’esser nulla da parte del nulla e l’esser nulla da parte dell’ente, significa affermare quell’assoluta identità dell’ente e del nulla che il nichilismo tende invece a lasciare nascosta nel proprio inconscio.
(Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 15 – 16).

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LA COERENZA DEL NICHILISMO COME ENTIFICAZIONE RESIDUALE DEL NIENTE, in Emanuele Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1980, pp. 61- 62

 

L’entificazione del niente, come anticipazione del niente richiesta dal senso stesso del divenire, si distingue formalmente dall’entificazione del niente in cui consiste il nichilismo in quanto persuasione che l’ente divenga, e ‘cioè’ sia niente – e dunque in quanto nientificazione dell’ente. Se ne distingue formalmente, ma, insieme, è ad essa necessariamente legata. La persuasione (la volontà) che l’ente esca e ritorni nel niente è persuasione che l’ente è niente. E’ dell’ente infatti che si pone il ‘suo’ esser niente (quando non è più e quando non è ancora). E ponendo la nientità dell’ente si pone l’entità del niente. [ … ] Proprio perché il nichilismo, ponendo il divenire, pone che l’ente è niente (e il niente ente), proprio per questo il senso del divenire si costituisce come dimensione che prestabilisce e perpetua il senso al quale il niente deve adeguarsi, e che dunque determina l’entificazione del niente (e la nientificazione dell’ente), come formalmente distinta dall’entificazione del niente costituita dalla posizione della nientità dell’ente, che è l’inconscio della fede nell’esistenza del divenire.
E’ dell’ ‘ente’ che il nichilismo, ponendo il divenire dell’ente, pensa che è niente. Così è del ‘niente’ che il nichilismo, ponendo il divenire dell’ente, pensa che è ente. Affermare che l’ente esce dal niente significa affermare che il ‘niente’ diventa ente. Il ‘niente’ in quanto niente diventa ente, e, divenutolo, ‘esso’ è, in quanto niente, ente.
(Emanuele Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1980, pp. 61- 62).

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L’INCONSCIO, IL NICHILISMO, LA VERITA’ (Dalle conversazioni intorno alla filosofia a cura di Ines Testoni in Emanuele Severino, La follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 63-74), a cura di Vasco Ursini, in gruppo FB  Amici a cui piace Emanuele Severino


(Indicherò con IT. le domande di Ines Testoni; con ES. le risposte di Emanuele Severino).

IT. Vuole richiamare che cosa significa, nel suo discorso, “tramonto dell’alienazione dell’Occidente”?

ES. Il tramonto dell’alienazione non può essere prodotto da uomini o da dèi, non può essere il prodotto di un agire, se si manifesta è necessità che si manifesti. Ed è qualcosa di essenzialmente più radicale del tramonto di qualsiasi epoca storica e di qualsiasi forma dell’Occidente, come il cristianesimo, il comunismo, il capitalismo
[ … ]

IT. Mi sembra che per lei la scena visibile del mondo sia il modo in cui l’Occidente ha la coscienza di sé. Al di sotto di questa scena, molto meno visibile, l’inconscio, o, come lei precisa, il “preconscio” dell’Occidente, ossia la persuasione che l’ente sia niente. Ma, ancora al di sotto di questo inconscio, quello che lei chiama “l l’inconscio dell’inconscio”, ossia l’apparire del destino. Questa verità del profondo è da sempre saputa dall’uomo.
E’ chiaro che quando lei parla di “inconscio” e di “inconscio dell’inconscio” non si riferisce ad alcunché di psicoanalitico.

ES. Sì, ma la sequenza va allungata, perché il destino è l’apparire della necessità, ma nonè l’apparire della totalità infinita delle determinazioni dell’essere. E l’apparire ‘finito’ della necessità è la ‘struttura originaria’ ma non onnicomprensiva del destino. E la ‘finitezza della struttura originaria del destino, in cui consiste l’essenza dell’uomo, è la ‘contraddizione’ originaria che è eternamente oltrepassata nell’apparire infinito del destino, ossia nella Gioia, in cui non siamo infinitamente noi stessi.
La Gioia non appare nella struttura originaria del destino, ma è la dimensione in cui tale struttura è totalmente ‘se stessa’. E dunque la Gioia è l’inconscio più profondo del Tutto, ossia è l’ ‘inconscio’ della struttura originaria del destino, la quale è a sua volta l’ ‘inconscio’ di quell’ ‘inconscio’ (“preconscio”) che è la fede dell’Occidente nel divenire. Inconscio dell’inconscio dell’inconscio.
E non si va oltre, perché il primo di questi tre termini è l’apparire infinito della totalità dell’essere che non lascia nulla al di fuori o al di sotto di sé.

IT. Non si può essere più lontani dalla psicoanalisi…

ES. Sì,… il che verrebbe più in chiaro se in questa sede potessimo – ma non è possibile – indicare la radice del discorso, ossia la connessione tra l’inconscio e l’ ‘isolamento’.

IT. La diversità dello statuto concettuale del suo discorso e di quello psicologico-psicoanalitico è comunque evidente.

ES. Infatti, nei miei scritti l’affermazione dell’esistenza e la determinazione della struttura dell’inconscio non sono ipotesi scientifiche fornite di un certo grado di conferma empirica, come invece avviene nella psicologia.
L’inconscio dell’Occidente è la fede nel divenire, che rimane sullo sfondo della coscienza che l’Occidente ha di se stesso, e quindi rimane anche sullo sfondo della psicoanalisi. Tale inconscio è il “preconscio” dell’Occidente, perché l’Occidente può prenderne coscienza senza rinunciare a se stesso, ma anzi portandosi di fronte alla propria essenza. Il linguaggio che parla dell’inconscio dell’inconscio (dove quest’ultimo inconscio è il preconscio) dell’Occidente proviene invece da ciò che sta oltre i confini dell’Occidente. Proviene dal destino.

[ … ]

IT. Ma se il nichilismo (è la fede che le cose vengono dal niente e vi ritornano – nota mia) è l’inconscio dell’Occidente, non si dovrà dire forse che il paese, che sta oltre i confini dell’Occidente e da cui proviene il linguaggio che indica l’inconscio dell’Occidente, è l’inconscio dell’inconscio dell’Occidente’?

ES. E l’inconscio del preconscio ( ossia di quell’inconscio che è il preconscio) è a sua volta sdoppiato, perché, da un lato, è l’apparire ‘finito’, dall’altro è l’apparire ‘infinito’ del destino, la terza e ultima stratificazione dell’inconscio. Ma, infine, diciamo che anche l’inconscio dell’Occidente è a sua volta sdoppiato, perché per un verso è il nichilismo dell’ontologia dell’Occidente, ma alla radice è l’isolamento della terra, l’evento in cui si manifesta l’esser mortale del mortale e che viene testimoniato dall’ontologia nichilisica dell’Occidente. [ … ]

IT. Mi sembra che sia giunto il momento di soffermarci sul senso che lei attribuisce alla parola “verità”.

ES. Proviamo a soffermarci.
Nella ‘civiltà occidentale’ la parola “verità” mantiene un significato profondamente costante.
Al di sotto delle differenze, anche vistose, la ‘verità’ è sempre, per la filosofia occidentale, la ‘potenza’ che più o meno radicalmente domina il ‘divenire’ delle cose. Se tale potenza è massima – se cioè è la legge che il divenire non può in alcun modo violare -, la verità è “assolurta”. Se è minima, non esiste alcuna legge che riesca ad imporsi definitivamente al divenire del mondo, cioè al processo in cui le cose sporgona dal nulla e vi ritornano; e si dirà allora che non esiste alcuna “verità assoluta”, oppure (ma la differenza è solo apparente) che la verità è, come pensa Heidegger, il “lasciar essere” il divenire del mondo.
in ogni caso (tra quel massimo e questo minimo il pensiero occidentale ha indicato livelli intermedi), la verità è potenza, forza, dominio.
[ … ]

Ma – vogliamo dirlo ancora una volta? – al di là della filosofia e della scienza e di ogni forma della cultura occidentale è già da sempre aperto il senso della ‘verità’ che è radicalmente diverso da quello al cui interno l’Occidente si mantiene.
La verità è l’apparire di ciò che non può essere smentito. Non è un’ipotesi. Giudica tutto e non è giudicata. Per il pensiero contemporaneo la verità non esiste. Questo rifiuto è la conseguenza inevitabile del modo in cui la verità è stata pensata all’inizio e lungo la storia dell’Occidente. Ma l’Occidente ignora il senso autentico di ciò che non può essere smentito – ignora il Contenuto autentico della verità. Tale contenuto non ha nulla a che vedere con la “verità” che resta inevitabilmente distrutta dal pensiero contemporaneo.
Oggi domina questa distruzione. In quest’epoca che nega l’esistenza della verità – cioè che nega la possibilità di un sapere incontrovertibile e definitivo – l’esito della contrapposizione tra i vari modi di pensare il mondo non può essere deciso da altro che dalla loro ‘forza’, cioè dal loro ‘successo pratico’.
In questa situazione, la parola “verità” viene usata per indicare la capacità di prevalere sugli antagonisti; e la parola “errore” indica la debolezza di chi è sconfitto.
Ma per poter dire questo bisogna partire dall’ ‘inconscio dell’ ‘inconconscio dell’Occidente’, ossia bisogna comprendere il senso autentico della verità. Solo la verità può vedere che cos’è e dov’è l’errore. Lo sguardo della verità non appartiene al deserto dell’errore. Esso vede che l’errore è il luogo in cui s’innalza la storia dell’Occidente.
Se si vuole continuare a usare la parola “filosofia” per indicare la testimonianza di questo senso inaudito della verità, allora la filosofia non è il canto del cigno, ma del gallo – e la luce del Giorno appena si intravvede – e questo canto è quanto vi è di più estraneo ai suoni del nostro tempo.

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Vasco Ursini, L’Occidente è il susseguirsi di due forme di nichilismo, da Amici a cui piace Emanuele Severino

 

Il nichilismo mette in questione sia la tradizione sia il presente. Due pertanto sono le forme di nichilismo: il nichilismo in cui consiste l’epistéme della verità e il nichilismo come distruzione dell’epistéme: nella prima forma il nichilismo, sulla base della presunta evidenza del divenire, costruisce la dimensione degli dèi, degli Immutabili, o del Dio; nella seconda forma, il nichilismo, sulla stessa base della presunta evidenza del divenire, vede l’impossibilità che esista un eterno.

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Vasco Ursini, Il dilagante nichilismo, dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino, 14 maggio 2017

Vasco Ursini, Il dilagante nichilismo

Emanuele Severino ci ha spiegato, in tutta la sua corposa e sistematica opera, che noi pensiamo e viviamo le cose come se fossero un niente. “L’Occidente pensa che le cose sono niente: il senso della cosa, che guida la storia dell’Occidente, è la nientità delle cose. L’essenza della civiltà europea è il nichilismo, poiché il senso fondamentale del nichilismo è il rendere niente le cose, la persuasione che l’ente sia niente, ed è l’agire guidato e stabilito da questa persuasione”.
Da Parmenide in poi, ci dice Severino, l’Occidente resta entro l’orizzonte del nichilismo. Nichilistiche sono dunque tutte le civiltà del pianeta, tutti i popoli e le religioni, le istituzioni sociali, le masse e gli individui che restano legati alla fede nel divenire. Tale fede nel divenire perviene, con la tecnica, alla sua forma più alta e alla sua diffusione più ampia. Non solo il pensiero, ma anche l’agire dell’uomo sono guidati dalla convinzione nichilistica che le cose sono niente nel senso che si ritiene che esse provengono dal niente e ritornano nel niente. E dunque possono essere prodotte e distrutte. La tecnica è proprio questo: essa infatti pensa che le cose possono essere prodotte dal niente e distrutte fino a farle ridiventare niente. Mentre nel passato il creare e il distruggere le cose era attribuito a Dio, nell’era contemporanea è la tecnica a svolgere questo compito. E dunque la teologia è la prima forma di tecnica e la tecnica è l’ultima forma di teologia. Alla pagina 197 de ‘La terra e l’essenza dell’uomo’ (Adelphi, Milano 1982) Severino scrive: ” Dio e la tecnica moderna sono le due fondamentali espressioni del nichilismo metafisico“.

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

Il Nichilismo, testo di Vasco Ursini in  Amici a cui piace Emanuele Severino

“Nichilismo” è pensare che l’essere viene dal niente e ritorna nel niente: è pensare, assumere e vivere come niente ciò che non è un niente. Qualsiasi altra definizione di nichilismo (e la cultura europea ne è indubbiamente ricchissima) deve inevitabilmente fare i conti con questo significato centrale ed elementare del termine (Emanuele Severino).Tutta la cultura e la stessa filosofia dell’Occidente (ma ormai del pianeta) sono immerse nel nichilismo in quanto esse credendo nel tempo e nel divenire degli essenti, cioè nel loro “non essere ancora” e “non essere più”, pensano l’ente come se fosse un niente.Questo nichilismo di fondo si manifesta in tutte le forme e fasi del pensiero occidentale, tutte accumulate nel credere nell’evidenza del divenire. (Vasco Ursini).

Sorgente: (3) Amici a cui piace Emanuele Severino

Vasco Ursini, Il nichilismo. Scritto tratto da: Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013

In questo saggio (Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo? Book Sprint Edizioni, 2013) si è fatto largo uso del termine “nichilismo” al punto che si può dire che esso è intriso di nichilismo, inteso per lo più nell’accezione assegnatagli da Severino. Ne parlo nei capitoli IV, VII, X e XVI e poi ancora qua e là nello sviluppo del saggio. E’ tuttavia opportuno richiamare qui la definizione che Severino ne dà e i fondamenti che la sostengono:

“Nichilismo” è pensare che l’essere viene dal niente e ritorna nel niente: è “pensare, assumere e vivere come niente ciò che non è un niente. Qualsiasi altra definizione di nichilismo (e la cultura europea ne è indubbiamente ricchissima) deve inevitabilmente fare i conti con questo significato centrale ed elementare del termine” (La strada, la follia e la gioia, cit., p. 75).

Va pure ribadito che Severino accusa di nichilismo l’intera filosofia occidentale in quanto essa, credendo nel tempo e nel divenire degli essenti, cioè nel loro “non essere ancora” e “non essere più”, pensa l’ente come se fosse un niente.

Il pensiero di Severino è un blocco monolitico e unitario costituito nel suo nucleo essenziale da due componenti: l’analisi della struttura fondamentale dell’Occidente in quanto storia del nichilismo dimentico dell’essere, e l’analisi teoretica della struttura necessaria e incontrovertibile dell’essere nella sua radicale e assoluta differenza dal niente.

Severino – lo si è sottolineato già nelle pagine precedenti – ritiene che l’Occidente ha la sua motivazione metafisica più profonda in una struttura inconscia, che è riconducibile, nella sua essenza, alla volontà che l’ente sia niente. Questo nichilismo di fondo si manifesta in tutte le fasi del pensiero occidentale, tutte accomunate nel credere nell’evidenza del divenire.

Secondo Severino, è proprio questa fede nell’esistenza del divenire che induce a pensare che le cose siano niente. Pensare che le cose siano nel tempo, e che escano dal niente e vi ritornino, significa pensare che esse, pur essendo enti, siano state niente nel passato e torneranno a essere niente nel futuro. Pensare ciò significa ammettere che in un certo tempo (nel passato o nel futuro) l’ente sia niente. Nel pensare e dire che le cose sono nel tempo, che le cose passate non sono più e quelle future non sono ancora, noi pensiamo e diciamo che “l’ente è niente”. Ma pensando e dicendo ciò, non ci si accorge, secondo Severino, della contraddizione su cui si fonda questa nostra fede nel nichilismo:

“Per la metafisica, le cose “sono”. Il loro “essere” è il loro non essere un niente. In quanto sono, si dicono “enti” o “esseri”. Ma l’ente, come tale, è ciò che può non essere: sia nel senso che sarebbe potuto o potrebbe non essere, sia nel senso che incomincia e finisce (non era e non è più). La metafisica è il consentimento al non essere dell’ente. Affermando che l’ente non è – consentendo all’inesistenza dell’ente -, afferma che il non-niente è niente. Il pensiero fondamentale della metafisica è che l’ente, come tale, è niente” (Essenza del nichilismo, La terra e l’essenza dell’uomo, cit. p. 195).

Secondo Severino, l’Occidente, a partire da Parmenide, è entrato entro l’orizzonte di tale nichilismo e non ne è più uscito, e, ormai, vi è dentro l’intero Pianeta. Sono preda del nichilismo tutte le civiltà, tutti i popoli, le religioni, le istituzioni sociali, che rimangono legati alla fede nel divenire.

Egli in conclusione afferma che però è nella civiltà occidentale che tale fede perviene, per il dominio in essa esercitato dalla tecnica, alla sua forma più alta e alla sua diffusione più profonda e ineliminabile, E’ questo infatti il luogo dove il nichilismo perviene al suo massimo grado di sviluppo, il luogo cioè dove non solo il pensiero, ma anche l’agire dell’uomo è guidato dalla convinzione nichilistica che le cose sono niente, in quanto si crede che esse provengono dal niente e tornano nel niente e dunque possono essere fabbricate e distrutte.

La tecnica infatti presuppone che le cose possono essere prodotte (dal niente) e distrutte (nel niente), secondo il proprio volere. Questo compito di creare e distruggere le cose un tempo  prerogativa esclusiva di Dio, è ormai rivendicato dalla tecnica. Pertanto si può dire che la teologia è la prima forma di tecnica e la tecnica è l’ultima forma di teologia. E Severino può scrivere:

“Dio e la tecnica moderna sono le due fondamentali espressioni del nichilismo metafisico” (Ibi, p. 140).

Sulla base di questa concezione del nichilismo, Severino elabora la sua diagnosi critica del mondo contemporaneo e dei valori da esso prodotti. Il venire e l’andare nel niente implica inevitabilmente il dissolvimento e il tramonto di tutti gli “Immutabili” dell’Occidente, prodotti nella storia: il Dio del cristianesimo, quello di tutte le altre religioni, il capitalismo, il marxismo, tutto il pensiero filosofico da Platone ai nostri giorni. La causa del loro tramonto sta, non soltanto negli accadimenti di un processo storico-culturale, ma soprattutto nell’accettazione nichilistica, pressoché generale, del divenire.

Da quanto detto sin qui mi pare risulti evidente che la concezione del nichilismo di Severino va ben al di là dell’accezione filosofica comune del termine. Essa propone di abbandonare senza ulteriori indugi il “Sentiero della Notte” finora “seguito” e di incamminarsi nel “Sentiero del Giorno” aperto da Parmenide. Ci si pone così nella condizione di riconoscere la necessità che “l’essere è e non gli è consentito di non essere”, e che “il nulla non è e non gli è consentito di essere”. Severino propone dunque di “ritornare a Parmenide” ma correggendone la posizione, convincendosi cioè che quello che Parmenide dice dell’essere va detto degli enti, di ciascun ente.

Occorre dunque ripetere, secondo Severino, il “parricidio” con il quale Platone aveva tentato, senza riuscirvi, di salvare il mondo dei fenomeni. Occorre ripetere il parricidio per ricondurre finalmente le differenze nell’essere. Se le differenze non vengono più distinte dall’essere, come avviene in Parmenide, in Platone e nell’intera storia dell’Occidente, esse appaiono nella loro eternità.

In Destino della necessità Severino analizza il nichilismo nel suo sedimentarsi nella struttura delle lingue europee e nella modalità in cui l’Occidente, a partire da Aristotele, interpreta l’agire. Il divenire non è visto da lui come un provenire dal nulla e un ritornarvi, ma come l’apparire e lo scomparire degli eterni.

(Questo scritto è tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013).

Vasco Ursini, La lettura severiniana della civiltà occidentale (scritto tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma . Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013)

L’Occidente è la civiltà che si sviluppa all’interno del senso che il pensiero greco assegna alla cosa: ogni cosa è, in quanto cosa, niente, ogni non-niente è, in quanto non niente, niente. La persuasione che l’essente sia niente è il nichilismo. Il nichilismo è l’essenza dell’Occcidente. A dare questa lettura della civiltà occidentale è Emanuele Severino, che nel saggio Ritornare a Parmenide dice di aver compiuto

il tentativo di rintracciare e portare alla luce il pensiero fondamentale che guida e raccoglie la sterminata ricchezza di categorie ed eventi in cui consiste la civiltà dell’Occidente: il pensiero in cui ormai tutto viene pensato e vissuto e che non si lascia pensare nel suo significato autentico, sino a che non ci si sappia portare al di fuori di esso, lungo un cammino ancora intentato” (Essenza del nichilismo, gli Adelphi, Milano 1995, p. 287).

La storia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra, è per Severino la storia del nichilismo. Egli afferma che la civiltà occidentale, che pure sente orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente, e in superficie pensa che le cose escono dal niente e vi ritornano. La cultura dell’Occidente, secondo i suo giudizio, non è ancor in grado di intendere il senso autentico della parola “nichilismo” e per questo ne è completamente dominata.

Nichilismo significa pensare, secondo Severino, che le cose del mondo sono niente, che le cose vengono dal niente e ritornano nel niente. Nichilismo è un modo di pensare e di vivere che identifica inconsapevolmente l’essere e il non essere nella convinzione di contrapporli. Nichilismo è un modo di pensare che avvolge e guida i pensieri, le parole e le opere dell’intera cultura occidentale. E’ un modo di pensare che non è esplicito e intenzionale, ma è completamente inconscio:

Alla sua superficie – cioè nell’ambito di ciò che l’Occidente crede di sapere e che quindi testimonia nella sua lingua -,  l’Occidente vuole che le cose della terra, in quanto cose, non siano un niente. […] Ma a partire dal pensiero greco, e una volta per tutte, l’Occidente è insieme la volontà che una cosa, in quanto tale, sia ciò che esce e rientra nel niente; sia ciò che è, ma che sarebbe potuto non essere: Questa volontà non si rende conto di ciò che in verità essa vuole. […] Essa non vuole semplicemente che le cose divengano un niente ed escano dal niente: essa vuole la follia estrema: che essere-una-cosa sia e significhi, in quanto tale, essere un niente; che una cosa, proprio perché non è un niente, sia un niente. Questo è il nichilismo che la “coscienza” dell’Occidente respinge nel proprio inconscio e non lascia affiorare nella propria lingua” (La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981, p. 15).

La civiltà occidentale non riesce dunque a pensare l'”esser sé dell’essente”, cioè la verità dell’essere, e non si accorge di non riuscirvi. Il suo nichilismo è pertanto inconscio, e inconscio non indica

“ciò che non appare, ma ciò che ancora non è stato portato nel linguaggio; sì che il linguaggio, che ne parla, ancora non appare. E la “consapevolezza” è l’apparire di questo linguaggio” (Gli abitatori del tempo, Armando, Roma 1978, p. 161).

Ancora più sotto di quel nichilismo inconscio c’è, rileva Severino, un più profondo inconscio: è l’inconscio di quell’inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente, che consiste nella struttura originaria dell’essere: L’essere è e non può non essere. Questa è la verità dell’essere, la verità che è l’apparire dell’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente. L’essente è dunque eterno. Il destino della verità non può essere smentito dal alcun sapere, umano o divino e include originariamente il proprio apparire. Il destino della verità è già da sempre manifesto. Esso sta alle nostre spalle e dunque non ha senso mettersi in cerca della verità. Ci si deve innanzitutto convincere che

si può cogliere il fondamento nichilistico della nostra civiltà solo in quanto ci si conduca e mantenga nella testimonianza della verità dell’essere” (La struttura originaria, cit., p.13).

Affermando l’innegabilità dell’eternità dell’essere, si nega il divenire dell’essere, che invece per il nichilismo è l’evidenza suprema. Credere che l’essente diviene significa credere che l’essente è nel tempo, cioè che si dà un tempo in cui esso non è, è niente. La temporalizzazione dell’essere, per la quale l’essere è quando è e non è quando non è, fu formulata dalla metafisica platonico-aristotelica e resta ancor oggi entro l’anima della cultura nichilista dell’Occidente, e ormai di tutto il Pianeta. La civiltà occidentale inizia, secondo Severino, nel momento in cui nasce la filosofia:

Sin dall’inizio, la filosofia ha voluto scoprire la verità del mondo. Certamente il mondo era già noto prima della filosofia, ma essa gli conferisce un senso inaudito. Per la prima volta, infatti, essa esprime la contrapposizione estrema, quella tra l’essere e il niente, e concepisce il mondo come il luogo in cui le cose escono dal niente, approdano alla sponda dell’essere e ritornano nell’abisso del niente. Anche qui: le parole “essere” e “niente” esistono già nella lingua greca, prima della filosofia. E anche nelle lingue più antiche dell’Oriente. Ma il loro senso è avvolto da ombre, ambiguità” (La strada, la follia e la gioia, BUR, Milano 2008, pp. 66-67).

E’ dunque con la nascita della filosofia greca che ha inizio, secondo Severino, la civiltà occidentale. La filosofia agli inizi conserva certamente molti aspetti del mito e tuttavia se ne distacca sia perché essa, a differenza del mito, si pone come sapere certo e indubitabile e dunque innegabile, sia perché è essa, e non il mito, ad affermare per la prima volta la contrapposizione assoluta tra essere e non essere, determinando così la nascita dell’ontologia. Severino afferma che la filosofia greca, nel pensare il significato di “essere” come ciò che si contrappone al significato di “non essere”, pensa per la prima volta nella storia dell’uomo il concetto di “nulla assoluto”. Con questa scoperta

la filosofia greca ha pensato per la prima volta l’infinita distanza che contrappone l’ente al niente e l’infinita agilità che consente all’ente di percorrerla tutta, divenendo niente, e consente al niente di percorrerla tutta, diventando ente” (Gli abitatori del tempo, cit.. p. 17).

Di qui in poi la cosa è “ente” e con questo senso greco dell’ente nasce la civiltà occidentale. Civiltà occidentale che, dopo Parmenide e fino ai giorni nostri, è preda del nichilismo. Abbiamo visto che contro l’alienazione nichilistica dell’Occidente si pone il pensiero di Emanuele Severino che compie, come si vedrà, una analisi teoretica della struttura necessaria e incontrovertibile dell’essere nella sua radicale e assoluta differenza dal niente.

(Questo scritto è tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma . Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013).

Emanuele Severino: “”Nichilismo” è pensare che l’essere viene dal niente e ritorna nel niente: è pensare, assumere e vivere come un niente ciò che “non” è un niente”

“Nichilismo” è pensare che l’essere viene dal niente e ritorna nel niente: è pensare, assumere e vivere come un niente ciò che “non” è un niente. Qualsiasi altra definizione di nichilismo ( e la cultura europea ne è indubbiamente ricchissima) deve fare i conti con questo significato centrale ed elementare del termine.

L’aporia del nulla non può essere risolta con il rinunciare a porre il nulla perché se non lo si pone, non può essere posto nemmeno il principio di non contraddizione: “Non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere. Si è infatti accennato sopra che il ‘nulla’ appartiene al significato ‘essere’; sì che non porre il nulla significa non porre nemmeno l’essere, non porre l’essere significa non porre nulla. Negare la posizione del nulla significa pertanto negare l’orizzonte della totalità dell’immediato”.