Una formidabile alternativa al dilagante nichilismo, citazione di Mario Ciattoni, proposta all’attenzione da Vasco Ursini

Gli scritti di Severino sono la formidabile alternativa alla dilagante persuasione nichilistica che esista soltanto il divenire e che esso sia un continuo e inesorabile diventar niente da parte di ogni cosa, persuasione che ha reso cupo il lugubre cielo della cultura contemporanea.
Un tema importante, tra i tanti sviluppati dal filosofo bresciano nel volume Destino della necessità, è costituito dalla presenza di due timbri nelle lingue indoeuropee: il timbro “dell’inflessibile” e il timbro “della flessione”.
Per comprendere le considerazioni di Severino sulla lingua della preistoria dell’Occidente, dobbiamo percorrere a ritroso la storia della volontà e immaginare il suo primo passo. La volontà di azione non agisce nel vuoto, essa vuole trasformare il mondo, ma non se lo trova davanti come una “porta aperta”: la volontà si trova originariamente circondata, da tutti i lati (sopra, sotto, davanti, dietro), da un mondo che si presenta come una barriera, una barriera immutabile, che non lascia spazio alcuno all’azione, che schiaccia la volontà, che impedisce alla volontà di “respirare” (alternanza di giorno e notte, configurazione dello spazio, mancanza di cibo, potenza indomabile degli animali, del fuoco, dei venti, delle acque, ossia la “natura”). Ma la “vita” è volontà di agire. La volontà, per evitare di restare soffocata dalla barriera, per evitare di morire, agisce per incrinarla, deve flettere l’immutabile, coordinando la coscienza, gli impulsi, gli istinti, la corporeità, la sensibilità, il linguaggio. Qui nasce il contrasto tra l’inflessibile e la volontà di agire, e tale contrasto, l’urto tra la volontà e l’inflessibile, si riflette nel linguaggio. In che modo? L’urto si riflette, appunto, con i due timbri:
“Il timbro dell’inflessibile è l’insieme delle parole indoeuropee la cui radice è costruita su una consonante occlusiva o spirante”.
“Il timbro del flessibile è l’insieme delle parole indoeuropee, la cui radice è costruita su una consonante liquida” (l, r). In particolare, aggiunge Severino, le parole che indicano la struttura dell’azione “sono costruite o sulla radicale ar o comunque in modo che la loro etimologia è riconducibile ad una radice costituita da un fonema vocalico e da una consonante liquida”.
La parola tecnica più di ogni altra esprime il senso dell’arte (ars), ma tale parola, téchne, non è costruita su una consonante liquida. Certo, questo è uno dei numerosi esempi in cui si apre il problema della violazione della regola relativa ai due timbri. La soluzione proposta da Severino circa la parola téchne, semplificando brutalmente, può essere riassunta così: in un primo momento “la téchne è stata la parola in cui veniva nominata la tiche favorevole (la pura casualità favorevole), poi la téchne è diventata la parola che esprime il dominio degli strumenti che consentono al mortale di impadronirsi di ciò che egli desidera, e viene avvertita e praticata come arte (ars)”.
Questi cenni meriterebbero ulteriori analisi che in questa sede non è il caso di proporre. Una cosa è certa: Severino, nel volume Destino della necessità, mostra non solo un’indiscutibile competenza sul piano della linguistica storica, ma egli ci fa soprattutto capire che la filosofica autentica, ossia quell’argomentare che mette in discussione ogni fede (anche la semplice fede nell’argomentare), si spinge ben al di là del sapere che la glottologia ci mette a disposizione.

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La filosofia di Penelope…: “Il nichilismo ha corroso le verità e indebolito le religioni; ma ha anche dissolto i dogmatismi e fatto cadere le ideologie” (F. Volpi, Il nichilismo. Citazione da un post di Vasco Ursini)

 

“Il nichilismo ha corroso le verità e indebolito le religioni; ma ha anche dissolto i dogmatismi e fatto cadere le ideologie, insegnandoci così a mantenere quella ragionevole prudenza del pensiero, quel paradigma di pensiero obliquo e prudente, che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà, nella traversata del divenire, nella transizione da una cultura all’altra, nella negoziazione tra un gruppo di interessi e un altro.
Dopo la caduta della trascendenza e l’entrata nel mondo moderno della tecnica e delle masse, dopo la corruzione del regno della legittimità e il passaggio a quello della convenzione, la sola condotta raccomandabile è operare con le convenzioni senza credervi troppo, il solo atteggiamento non ingenuo è la rinuncia a una sovradeterminazione ideologica e morale dei nostri comportamenti.
La nostra è una filosofia di Penelope che disfa (analyei) incessantemente la sua tela perché non sa se Ulisse ritornerà.”

(F. Volpi, Il nichilismo. Citazione da un post di Vasco Ursinii)

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Vasco Ursini: Il nichilismo “tragico”, in Amici a cui piace Emanuele Severino

Il nichilismo “tragico””L’idea di fondo del pensiero di Emanuele Severino ruota intorno ai due opposti della follia e del destino. Il problema degli uomini è la credenza nel nulla, l’illusione che tutto ciò che esiste, l’ente, prima non ci fosse e dopo non ci sarà. Dal non essere all’essere e ancora al non essere: è il ciclo della vita che diviene. Ma questa certezza nell’esistenza del divenire è una forma estrema di “nichilismo” tragico: è nichilismo perché il divenire presuppone il non essere e dunque il nulla; ed è tragico perché di fatto riduce la vita a una corsa verso la morte (il non essere, il nulla).Ma in Severino non c’è spazio per il tragico, perché la certezza nel divenire, che sta alla base della filosofia occidentale e della religione cristiana, è un’illusione, contraddetta da ragionamenti incontrovertibili. [ ,,, ]”

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Emanuele Severino, “L’alienazione – il nichilismo – non è un fenomeno limitato al pensiero filosofico, ma si allarga alla prassi e alle forme sociali dell’Occidente” …

L’alienazione – il nichilismo – non è un fenomeno limitato al pensiero filosofico, ma si allarga alla prassi e alle forme sociali dell’Occidente. La storia concreta dell’Occidente cresce all’interno della fede nichilistica che l’essere è tempo. Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola la terra – ossia la totalità di ciò che entra ed esce dall’apparire – dal destino della verità e che assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto. L’isolamento della terra dal destino della verità è la forma originaria della volontà di potenza. E l’accadimento della volontà di potenza è lo stesso accadimento dell’essere mortale del mortale. Il “mortale” è il contrasto tra l’apparire del destino della verità e l’apparire della terra isolata.
Il “tramonto” del nichilismo non è quindi la semplice correzione di un errore della coscienza filosofica, per quanto profondo ed esteso esso possa essere. Nel tramonto del nichilismo tramontano le opere del nichilismo – tramonta l’Occidente -, e innanzitutto tramonta l’isolamento della terra e quindi il contrasto in cui consiste l’essenza del mortale. Col tramonto del nichilismo l’uomo appare come ciò che egli è da sempre: l’eterno apparire del destino della verità.
(E. S.)

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… “affermare l’identità tra l’esser nulla da parte del nulla e l’esser nulla da parte dell’ente, significa affermare quell’assoluta identità dell’ente e del nulla che il nichilismo tende invece a lasciare nascosta nel proprio inconscio” … citazione da: Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 15 – 16

In una delle sue forme più coerenti il nichilismo (cfr. ‘Essenza del nichilismo’) pensa che la ‘totalità’ degli enti abbia un inizio. Avere un inizio significa, per la totalità, avere un “prima”. Se non avesse un “prima”, se non fosse nel tempo, sarebbe eterna e non qualcosa che inizia. (O in essa vi sarebbe un eterno da cui ha avuto inizio il resto – ma questa è la prospettiva epistemico- metafisico-teologica, dove il nichilismo non ha ancora raggiunto le proprie forme più coerenti). D’altra parte essere ‘nel’ tempo, per la totalità degli enti, è non essere la totalità. Appunto per questo il nichilismo intende come ‘nulla’ il “prima” che precede l’inizio della totalità
Nell’ultimo paragrafo di ‘Fondamento della contraddizione’ si mostra che, essendo necessario che il nulla sia la possibilità di ciò che incomincia ad essere e pertanto la possibilità dell’inizio della totalità degli enti, ed essendo necessario che la possibilità sia un modo di essere, allora, ponendo il nulla come possibilità, si afferma che il nulla è essere, [ …] Va detto che il possibile non è un nulla, ma una struttura positiva, un ente, sì che intendere il nulla come la possibilità del tutto – significa affermare che il nulla è un ente.
Una contraddizione, questa, ulteriore rispetto a quella che sta al centro del nichilismo e per la quale gli enti escono dal proprio nulla e vi fanno ritorno, Infatti, quando si afferma che, prima di essere, l’ente è nulla, ‘non’ si intende affermare che è il nulla ad esser nulla, ma che è l’ente ad esser nulla. Questo, anche se il nichilismo, in modo implicito, crede di poter affermare che, quando è l’ente ad esser nulla, è il nulla ad esser nulla. Ma affermare l’identità tra l’esser nulla da parte del nulla e l’esser nulla da parte dell’ente, significa affermare quell’assoluta identità dell’ente e del nulla che il nichilismo tende invece a lasciare nascosta nel proprio inconscio.
(Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 15 – 16).

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LA COERENZA DEL NICHILISMO COME ENTIFICAZIONE RESIDUALE DEL NIENTE, in Emanuele Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1980, pp. 61- 62

 

L’entificazione del niente, come anticipazione del niente richiesta dal senso stesso del divenire, si distingue formalmente dall’entificazione del niente in cui consiste il nichilismo in quanto persuasione che l’ente divenga, e ‘cioè’ sia niente – e dunque in quanto nientificazione dell’ente. Se ne distingue formalmente, ma, insieme, è ad essa necessariamente legata. La persuasione (la volontà) che l’ente esca e ritorni nel niente è persuasione che l’ente è niente. E’ dell’ente infatti che si pone il ‘suo’ esser niente (quando non è più e quando non è ancora). E ponendo la nientità dell’ente si pone l’entità del niente. [ … ] Proprio perché il nichilismo, ponendo il divenire, pone che l’ente è niente (e il niente ente), proprio per questo il senso del divenire si costituisce come dimensione che prestabilisce e perpetua il senso al quale il niente deve adeguarsi, e che dunque determina l’entificazione del niente (e la nientificazione dell’ente), come formalmente distinta dall’entificazione del niente costituita dalla posizione della nientità dell’ente, che è l’inconscio della fede nell’esistenza del divenire.
E’ dell’ ‘ente’ che il nichilismo, ponendo il divenire dell’ente, pensa che è niente. Così è del ‘niente’ che il nichilismo, ponendo il divenire dell’ente, pensa che è ente. Affermare che l’ente esce dal niente significa affermare che il ‘niente’ diventa ente. Il ‘niente’ in quanto niente diventa ente, e, divenutolo, ‘esso’ è, in quanto niente, ente.
(Emanuele Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1980, pp. 61- 62).

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L’INCONSCIO, IL NICHILISMO, LA VERITA’ (Dalle conversazioni intorno alla filosofia a cura di Ines Testoni in Emanuele Severino, La follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 63-74), a cura di Vasco Ursini, in gruppo FB  Amici a cui piace Emanuele Severino


(Indicherò con IT. le domande di Ines Testoni; con ES. le risposte di Emanuele Severino).

IT. Vuole richiamare che cosa significa, nel suo discorso, “tramonto dell’alienazione dell’Occidente”?

ES. Il tramonto dell’alienazione non può essere prodotto da uomini o da dèi, non può essere il prodotto di un agire, se si manifesta è necessità che si manifesti. Ed è qualcosa di essenzialmente più radicale del tramonto di qualsiasi epoca storica e di qualsiasi forma dell’Occidente, come il cristianesimo, il comunismo, il capitalismo
[ … ]

IT. Mi sembra che per lei la scena visibile del mondo sia il modo in cui l’Occidente ha la coscienza di sé. Al di sotto di questa scena, molto meno visibile, l’inconscio, o, come lei precisa, il “preconscio” dell’Occidente, ossia la persuasione che l’ente sia niente. Ma, ancora al di sotto di questo inconscio, quello che lei chiama “l l’inconscio dell’inconscio”, ossia l’apparire del destino. Questa verità del profondo è da sempre saputa dall’uomo.
E’ chiaro che quando lei parla di “inconscio” e di “inconscio dell’inconscio” non si riferisce ad alcunché di psicoanalitico.

ES. Sì, ma la sequenza va allungata, perché il destino è l’apparire della necessità, ma nonè l’apparire della totalità infinita delle determinazioni dell’essere. E l’apparire ‘finito’ della necessità è la ‘struttura originaria’ ma non onnicomprensiva del destino. E la ‘finitezza della struttura originaria del destino, in cui consiste l’essenza dell’uomo, è la ‘contraddizione’ originaria che è eternamente oltrepassata nell’apparire infinito del destino, ossia nella Gioia, in cui non siamo infinitamente noi stessi.
La Gioia non appare nella struttura originaria del destino, ma è la dimensione in cui tale struttura è totalmente ‘se stessa’. E dunque la Gioia è l’inconscio più profondo del Tutto, ossia è l’ ‘inconscio’ della struttura originaria del destino, la quale è a sua volta l’ ‘inconscio’ di quell’ ‘inconscio’ (“preconscio”) che è la fede dell’Occidente nel divenire. Inconscio dell’inconscio dell’inconscio.
E non si va oltre, perché il primo di questi tre termini è l’apparire infinito della totalità dell’essere che non lascia nulla al di fuori o al di sotto di sé.

IT. Non si può essere più lontani dalla psicoanalisi…

ES. Sì,… il che verrebbe più in chiaro se in questa sede potessimo – ma non è possibile – indicare la radice del discorso, ossia la connessione tra l’inconscio e l’ ‘isolamento’.

IT. La diversità dello statuto concettuale del suo discorso e di quello psicologico-psicoanalitico è comunque evidente.

ES. Infatti, nei miei scritti l’affermazione dell’esistenza e la determinazione della struttura dell’inconscio non sono ipotesi scientifiche fornite di un certo grado di conferma empirica, come invece avviene nella psicologia.
L’inconscio dell’Occidente è la fede nel divenire, che rimane sullo sfondo della coscienza che l’Occidente ha di se stesso, e quindi rimane anche sullo sfondo della psicoanalisi. Tale inconscio è il “preconscio” dell’Occidente, perché l’Occidente può prenderne coscienza senza rinunciare a se stesso, ma anzi portandosi di fronte alla propria essenza. Il linguaggio che parla dell’inconscio dell’inconscio (dove quest’ultimo inconscio è il preconscio) dell’Occidente proviene invece da ciò che sta oltre i confini dell’Occidente. Proviene dal destino.

[ … ]

IT. Ma se il nichilismo (è la fede che le cose vengono dal niente e vi ritornano – nota mia) è l’inconscio dell’Occidente, non si dovrà dire forse che il paese, che sta oltre i confini dell’Occidente e da cui proviene il linguaggio che indica l’inconscio dell’Occidente, è l’inconscio dell’inconscio dell’Occidente’?

ES. E l’inconscio del preconscio ( ossia di quell’inconscio che è il preconscio) è a sua volta sdoppiato, perché, da un lato, è l’apparire ‘finito’, dall’altro è l’apparire ‘infinito’ del destino, la terza e ultima stratificazione dell’inconscio. Ma, infine, diciamo che anche l’inconscio dell’Occidente è a sua volta sdoppiato, perché per un verso è il nichilismo dell’ontologia dell’Occidente, ma alla radice è l’isolamento della terra, l’evento in cui si manifesta l’esser mortale del mortale e che viene testimoniato dall’ontologia nichilisica dell’Occidente. [ … ]

IT. Mi sembra che sia giunto il momento di soffermarci sul senso che lei attribuisce alla parola “verità”.

ES. Proviamo a soffermarci.
Nella ‘civiltà occidentale’ la parola “verità” mantiene un significato profondamente costante.
Al di sotto delle differenze, anche vistose, la ‘verità’ è sempre, per la filosofia occidentale, la ‘potenza’ che più o meno radicalmente domina il ‘divenire’ delle cose. Se tale potenza è massima – se cioè è la legge che il divenire non può in alcun modo violare -, la verità è “assolurta”. Se è minima, non esiste alcuna legge che riesca ad imporsi definitivamente al divenire del mondo, cioè al processo in cui le cose sporgona dal nulla e vi ritornano; e si dirà allora che non esiste alcuna “verità assoluta”, oppure (ma la differenza è solo apparente) che la verità è, come pensa Heidegger, il “lasciar essere” il divenire del mondo.
in ogni caso (tra quel massimo e questo minimo il pensiero occidentale ha indicato livelli intermedi), la verità è potenza, forza, dominio.
[ … ]

Ma – vogliamo dirlo ancora una volta? – al di là della filosofia e della scienza e di ogni forma della cultura occidentale è già da sempre aperto il senso della ‘verità’ che è radicalmente diverso da quello al cui interno l’Occidente si mantiene.
La verità è l’apparire di ciò che non può essere smentito. Non è un’ipotesi. Giudica tutto e non è giudicata. Per il pensiero contemporaneo la verità non esiste. Questo rifiuto è la conseguenza inevitabile del modo in cui la verità è stata pensata all’inizio e lungo la storia dell’Occidente. Ma l’Occidente ignora il senso autentico di ciò che non può essere smentito – ignora il Contenuto autentico della verità. Tale contenuto non ha nulla a che vedere con la “verità” che resta inevitabilmente distrutta dal pensiero contemporaneo.
Oggi domina questa distruzione. In quest’epoca che nega l’esistenza della verità – cioè che nega la possibilità di un sapere incontrovertibile e definitivo – l’esito della contrapposizione tra i vari modi di pensare il mondo non può essere deciso da altro che dalla loro ‘forza’, cioè dal loro ‘successo pratico’.
In questa situazione, la parola “verità” viene usata per indicare la capacità di prevalere sugli antagonisti; e la parola “errore” indica la debolezza di chi è sconfitto.
Ma per poter dire questo bisogna partire dall’ ‘inconscio dell’ ‘inconconscio dell’Occidente’, ossia bisogna comprendere il senso autentico della verità. Solo la verità può vedere che cos’è e dov’è l’errore. Lo sguardo della verità non appartiene al deserto dell’errore. Esso vede che l’errore è il luogo in cui s’innalza la storia dell’Occidente.
Se si vuole continuare a usare la parola “filosofia” per indicare la testimonianza di questo senso inaudito della verità, allora la filosofia non è il canto del cigno, ma del gallo – e la luce del Giorno appena si intravvede – e questo canto è quanto vi è di più estraneo ai suoni del nostro tempo.

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Vasco Ursini, L’Occidente è il susseguirsi di due forme di nichilismo, da Amici a cui piace Emanuele Severino

 

Il nichilismo mette in questione sia la tradizione sia il presente. Due pertanto sono le forme di nichilismo: il nichilismo in cui consiste l’epistéme della verità e il nichilismo come distruzione dell’epistéme: nella prima forma il nichilismo, sulla base della presunta evidenza del divenire, costruisce la dimensione degli dèi, degli Immutabili, o del Dio; nella seconda forma, il nichilismo, sulla stessa base della presunta evidenza del divenire, vede l’impossibilità che esista un eterno.

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Vasco Ursini, Il dilagante nichilismo, dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino, 14 maggio 2017

Vasco Ursini, Il dilagante nichilismo

Emanuele Severino ci ha spiegato, in tutta la sua corposa e sistematica opera, che noi pensiamo e viviamo le cose come se fossero un niente. “L’Occidente pensa che le cose sono niente: il senso della cosa, che guida la storia dell’Occidente, è la nientità delle cose. L’essenza della civiltà europea è il nichilismo, poiché il senso fondamentale del nichilismo è il rendere niente le cose, la persuasione che l’ente sia niente, ed è l’agire guidato e stabilito da questa persuasione”.
Da Parmenide in poi, ci dice Severino, l’Occidente resta entro l’orizzonte del nichilismo. Nichilistiche sono dunque tutte le civiltà del pianeta, tutti i popoli e le religioni, le istituzioni sociali, le masse e gli individui che restano legati alla fede nel divenire. Tale fede nel divenire perviene, con la tecnica, alla sua forma più alta e alla sua diffusione più ampia. Non solo il pensiero, ma anche l’agire dell’uomo sono guidati dalla convinzione nichilistica che le cose sono niente nel senso che si ritiene che esse provengono dal niente e ritornano nel niente. E dunque possono essere prodotte e distrutte. La tecnica è proprio questo: essa infatti pensa che le cose possono essere prodotte dal niente e distrutte fino a farle ridiventare niente. Mentre nel passato il creare e il distruggere le cose era attribuito a Dio, nell’era contemporanea è la tecnica a svolgere questo compito. E dunque la teologia è la prima forma di tecnica e la tecnica è l’ultima forma di teologia. Alla pagina 197 de ‘La terra e l’essenza dell’uomo’ (Adelphi, Milano 1982) Severino scrive: ” Dio e la tecnica moderna sono le due fondamentali espressioni del nichilismo metafisico“.

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Il Nichilismo, testo di Vasco Ursini in  Amici a cui piace Emanuele Severino

“Nichilismo” è pensare che l’essere viene dal niente e ritorna nel niente: è pensare, assumere e vivere come niente ciò che non è un niente. Qualsiasi altra definizione di nichilismo (e la cultura europea ne è indubbiamente ricchissima) deve inevitabilmente fare i conti con questo significato centrale ed elementare del termine (Emanuele Severino).Tutta la cultura e la stessa filosofia dell’Occidente (ma ormai del pianeta) sono immerse nel nichilismo in quanto esse credendo nel tempo e nel divenire degli essenti, cioè nel loro “non essere ancora” e “non essere più”, pensano l’ente come se fosse un niente.Questo nichilismo di fondo si manifesta in tutte le forme e fasi del pensiero occidentale, tutte accumulate nel credere nell’evidenza del divenire. (Vasco Ursini).

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