La struttura originaria e l’apparire,di Vasco Ursini 25 marzo 2018

Vasco Ursini

La struttura originaria e l’apparire

Finalmente da qualche tempo si parla spesso di “struttura originaria”. Era ora!

Ma ci si dimentica di sottolineare che anche “l’apparire” è una “struttura”, cioè un complesso logico-semantico, una unità non semplice.

L’apparire, infatti, non è qualcosa di fenologicamente “puro”, ma un’identità-innegabilita’ logica, un esser-sé che nega di non esser non-sé.

Proprio in quanto l’apparire “è” apparire il “fenomenologico” è già “logico”, così come il “logico” è già “fenomenologico” in quanto l’identità-innegabilita’ logica “appare” come identità-innegabilita’ logica.

Questa struttura fenomeno-logica si articola in 3 momenti, che costituiscono quell’unico atto che è “l’apparire”: “l’apparire dell’apparire dell’apparire”, cioè la “coscienza di autocoscienza”.

L’ente appare come ente solo se appare ciò che necessariamente gli conviene …, Emanuele Severino

L’ente appare come ente solo se appare ciò che necessariamente gli conviene, e dunque solo se appare il niente, che è momento semantico del “non essere un niente”.

Così, se le stelle sono le stelle del cielo, esse non apparirebbero come stelle, se il cielo non apparisse. In questa direzione va intesa l’unità degli opposti e pertanto l’unità dell’ente e del niente, quale si presentano nei miei scritti.
( Emanuele Severino)

L’identità del destino non entra e non esce dal cerchio dell’apparire …, in EMANUELE SEVERINO, “Oltre il linguaggio”, Adelphi, Milano, 1992, pp. 237 – 238

Emanuele Severino.
“ L’identità del destino non entra e non esce dal cerchio dell’apparire (ossia da ciò che è un tratto del destino stesso). Tuttavia anche l’identità del destino (l’identità in cui consiste la struttura del destino della verità) appare a sua volta nella forma della parola. Anche qui l’identità è tale, rispetto alle differenze della parola. E la volontà interpretante ( che nella non verità non appare come tale, cioè come radice della non verità – l’isolamento della terra del destino è infatti l’interpretazione originaria) rinvia a infinite parole (a infiniti altri eterni) le parole che parlano del destino. Ma qui il torrente delle parole non smuove e non intacca il greto dell’identità. Non lo smuove e non lo intacca, perché, ponendosi come sua negazione, smuove e intacca se stesso.
La volontà interpretante vuole che certe cose siano parole di altre, che siano attività dell’uomo e che ne esprimano l’interiorità, che consentano a ogni individuo umano di comunicare con altri individui. E come una cosa non è parola, ma è voluta come parola, così la parola non ‘ è ‘, ma è ‘voluta’ come interpretazione (è interpretata come interpretazione). Il suo essere interpretazione – cioè una struttura teorica – è il suo stesso rinviare a un sistema di parole e ai sistemi che la circondano. Ma la problematicità del rinvio e dell’interpretare non investe l’innegabile, perché il travolgimento dell’innegabile ne è la negazione, ossia è l’autonegazione della negazione.”
EMANUELE SEVERINO, “Oltre il linguaggio”, Adelphi, Milano, 1992, pp. 237 – 238.

Vasco Ursini: Sull’ “apparire dell’apparire”

Sull’ “apparire dell’apparire”

Vasco Ursini

A coloro che sostengono che l’espressione “apparire dell’apparire” sembra un’ulteriorita’ riflessiva, cioè qualcosa che si aggiunge al puro e già perfetto apparire, rispondiamo che questo loro convincimento è errato: infatti va sottolineato che un ente può apparire solo in quanto appare il suo apparire: l’ente appare, ossia è presente, in quanto questo suo essere presente è presente; se non lo fosse, il suo essere presente sarebbe un essere presente che “non è presente”, cioè l’ente non apparirebbe. Dunque, dire che un ente appare significa dire che appare il suo apparire, apparire che è un essente, che, in quanto tale, è eterno ed è presente come tale.

“ L’identità del destino non entra e non esce dal cerchio dell’apparire (ossia da ciò che è un tratto del destino stesso) …”, citazione in : EMANUELE SEVERINO, “Oltre il linguaggio”, Adelphi, Milano, 1992, pp. 237 – 238

“ L’identità del destino non entra e non esce dal cerchio dell’apparire (ossia da ciò che è un tratto del destino stesso). Tuttavia anche l’identità del destino (l’identità in cui consiste la struttura del destino della verità) appare a sua volta nella forma della parola. Anche qui l’identità è tale, rispetto alle differenze della parola. E la volontà interpretante ( che nella non verità non appare come tale, cioè come radice della non verità – l’isolamento della terra del destino è infatti l’interpretazione originaria) rinvia a infinite parole (a infiniti altri eterni) le parole che parlano del destino. Ma qui il torrente delle parole non smuove e non intacca il greto dell’identità. Non lo smuove e non lo intacca, perché, ponendosi come sua negazione, smuove e intacca se stesso.
La volontà interpretante vuole che certe cose siano parole di altre, che siano attività dell’uomo e che ne esprimano l’interiorità, che consentano a ogni individuo umano di comunicare con altri individui. E come una cosa non è parola, ma è voluta come parola, così la parola non ‘ è ‘, ma è ‘voluta’ come interpretazione (è interpretata come interpretazione). Il suo essere interpretazione – cioè una struttura teorica – è il suo stesso rinviare a un sistema di parole e ai sistemi che la circondano. Ma la problematicità del rinvio e dell’interpretare non investe l’innegabile, perché il travolgimento dell’innegabile ne è la negazione, ossia è l’autonegazione della negazione.”


EMANUELE SEVERINO, “Oltre il linguaggio”, Adelphi, Milano, 1992, pp. 237 – 238

Severino e la destinazione del finito all’infinito | rimando al sito Ritiri Filosofici, 24.11.2018

Il rapporto finito-infinito, che poi si declina in termini severiniani nella “dialettica” apparire-eterno, è uno dei nuclei problematici della filosofia di Emanuele Severino, a cui Ritiri Filosofici riserva sempre grande attenzione. In questa contraddizione, evidente anche agli occhi del filosofo bresciano, è collocata l’essenza dell’uomo – come ha mostrato Saverio Mariani negli ultimi due contributi usciti su questa rivista (parte I e parte II). Ma in tale contraddizione è collocata anche l’essenza della verità, poiché la verità è contraddizione, è testimonianza dell’eternità del tutto e della manifestazione parziale di questa.

All’interno di questo dibattito, ripubblichiamo un saggio di Cristina Pagnin uscito originariamente su Filosofia Italiana (Aracne editore), nel volume Neoparmenidismi, curato da Mattia Cardenas e Ambrogio Garofano.

vai al file in  formato pdf:

Fai clic per accedere a Pagnin.pdf

segue qui

Severino e la destinazione del finito all’infinito | Ritiri Filosofici

Perché il tutto non può apparire nella sua concreta determinatezza nel cerchio finito dell’apparire, testo di Vasco Ursini già pubblicato in Amici di Emanuele Severino

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Questa impossibilità viene affermata da Emanuele Severino in “Essenza del nichilismo”, ove se ne dà la seguente motivazione: l’apparire infinito del tutto – cioè l’apparire la cui esistenza è necessariamente affermata e in cui appare senza alcun residuo la concreta determinatezza del tutto – non può sopraggiungere nel cerchio finito dell’apparire, il cui contenuto è quello cheattualmente si mostra e che è il “destino della necessità”, ossia è l’apparire finito del destino della necessità.
Attualmente nello sguardo dell’apparire finito del destino della necessità si mostra un mondo che lascia sopraggiungere continuamente in sé altri eventi, cioè altri eterni. E proprio perché è così aperto al sopraggiungere di altri eterni, tale mondo non è la totalità infinita concretamente onnicomprensiva dell’apparire.
È proprio in quanto la totalità concretamente onnicomprensiva degli essenti non può apparire si deve affermare che la “verità originaria”, secondo cui si struttura il destino nel cerchio attuale dell’apparire, è “contraddizione” e precisamente “contraddizione C”.

 

via (2) Amici di Emanuele Severino

La struttura originaria e l’apparire, testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini

La struttura originaria e l’apparire

Finalmente da qualche tempo si parla spesso di “struttura originaria”. Era ora! Ma ci si dimentica di sottolineare che anche “l’apparire” è una “struttura”, cioè un complesso logico-semantico, una unità non semplice.

L’apparire, infatti, non è qualcosa di fenomenologicamente “puro”, ma un’identità-innegabilita’ logica, un esser-sé che nega di non esser non-sé.

Proprio in quanto l’apparire “è” apparire il “fenomenologico” è già “logico”, così come il “logico” è già “fenomenologico” in quanto l’identità-innegabilita’ logica “appare” come identità-innegabilita’ logica.

Questa struttura fenomeno-logica si articola in 3 momenti, che costituiscono quell’unico atto che è “l’apparire”:

“l’apparire dell’apparire dell’apparire”, cioè la “coscienza di autocoscienza”.

Sull’espressione “apparire dell’apparire”, di Vasco Ursini

Sull’espressione “apparire dell’apparire”

Vasco Ursini

A coloro che sostengono che l’espressione “apparire dell’apparire” sembra un’ulteriorita’ riflessiva, cioè qualcosa che si aggiunge al puro e già perfetto apparire, rispondiamo che questo loro convincimento è errato:

infatti va sottolineato che un ente può apparire solo in quanto appare il suo apparire: l’ente appare, ossia è presente, in quanto questo suo essere presente è presente; se non lo fosse, il suo essere presente sarebbe un essere presente che “non è presente”, cioè l’ente non apparirebbe.

Dunque, dire che un ente appare significa dire che appare il suo apparire, apparire che è un essente, che, in quanto tale, è eterno ed è presente come tale.

EMANUELE SEVERINO, Volontà, destino, linguaggio, a cura di Perone Ugo e Giulio Goggi, Rosenberg & Sellier, 2010. Lezioni tenute a Torino, nel corso del VI ciclo seminariale della Scuola di Alta Formazione Filosofica (SDAFF)

libri emanuele sevrino1920libri emanuele sevrino1921libri emanuele sevrino1922

L’APPARIRE, citazione proposta da Vasco Ursini in: E. Severino, Il sentiero del Giorno, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, pp.162-163

L’APPARIRE

L’apparire non è l’apparenza; anche le apparenze, come le realtà appaiono. All’opposto dell’apparenza, che nasconde, l’apparire scopre, mette in luce. Per questo lato, l’apparire è un trarsi indietro, o in disparte, come è tratto in disparte il sipario perché lo spettacolo possa essere veduto. Solo che nell’apparire non c’è traccia di ciò che si è tratto in disparte: è uno svegliarsi e anzi un essersi già da sempre svegliati a scena aperta.Una negatività, dunque. [ … ]
Questo trarsi in disparte è però solo l’aspetto negativo dell’apparire, che non può essere così indeterminato e così puro da essere nulla. Se lo Heidegger lo intende appunto come ‘nulla’, egli avverte peraltro che questo ‘nulla’ non è un ‘nihil absolutum’ (lo è anzi così poco che, per lui, il ‘nulla’ è l’ ‘essere’ stesso). La purezza e indeterminatezza dell’apparire voglion dire allora che esso non è ‘niente altro che’ apparire (non dunque un nulla, ma nulla oltre il suo essere apparire), ossia che la significanza, la particolare determinatezza dell’apparire si esauriscono nel suo essere apparire (manifestazione, presenza, apertura dell’essere).

(E, Severino, Il sentiero del Giorno, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, pp.162-163)

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

Apparire, diventar altro, decidere, Pagine da: Emanuele Severino, Volontà, destino, linguaggio, a cura di Ugo Perone e Giulio Goggi, Rosenberg & Sellier editore, 2010, pagg. 100-121

vai a:

Sorgente: Volontà, destino, linguaggio – 4. Apparire, diventar altro, decidere – Rosenberg & Sellier

Emanuele Severino, “l’apparire è un predicato che conviene necessariamente alle cose che appaiono”, citazione segnalata da Vasco Ursini nel gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

Di solito ci si rappresenta l’apparire […] come ciò cui sia consentito di non avere come contenuto se medesimo: L’apparire – si ritiene – può essere apparire delle cose senza essere apparire del loro apparire: l’apparire dell’apparire sarebbe una figura che si realizza solo ‘qualora’ si rifletta sull’apparire delle cose. Eppure l’apparire è un predicato che conviene necessariamente alle cose che appaiono: non nel senso che ogni cosa che appare non possa non apparire, ma nel senso che, apparendo, l’apparire le conviene necessariamente.

(Emanuele Severino, Poscritto, p. 95)

Sorgente: (15) Amici a cui piace Emanuele Severino