Eugenio Montale , Nell’ombra della magnolia …

Nell’ombra della magnolia

che sempre più si restringe,

a un soffio di cerbottana

la freccia mi sfiora e si perde.

Pareva una foglia caduta

dal pioppo che a un colpo di vento

si stinge – e fors’era una mano

scorrente da lungi tra il verde.

Un riso che non m’appartiene

trapassa da fronde canute

fino al mio petto, lo scuote

un trillo che punge le vene,

e rido con te sulla ruota

deforme dell’ombra, mi allungo

disfatto di me sulle ossute

radici che sporgono e pungo

con fili di paglia il tuo viso…

La totalità degli enti ha o non ha un inizio?, Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 15 – 16

In una delle sue forme più coerenti il nichilismo (cfr. ‘Essenza del nichilismo’) pensa che la ‘totalità’ degli enti abbia un inizio. Avere un inizio significa, per la totalità, avere un “prima”. Se non avesse un “prima”, se non fosse nel tempo, sarebbe eterna e non qualcosa che inizia. (O in essa vi sarebbe un eterno da cui ha avuto inizio il resto – ma questa è la prospettiva epistemico- metafisico-teologica, dove il nichilismo non ha ancora raggiunto le proprie forme più coerenti). D’altra parte essere ‘nel’ tempo, per la totalità degli enti, è non essere la totalità. Appunto per questo il nichilismo intende come ‘nulla’ il “prima” che precede l’inizio della totalità
Nell’ultimo paragrafo di ‘Fondamento della contraddizione’ si mostra che, essendo necessario che il nulla sia la possibilità di ciò che incomincia ad essere e pertanto la possibilità dell’inizio della totalità degli enti, ed essendo necessario che la possibilità sia un modo di essere, allora, ponendo il nulla come possibilità, si afferma che il nulla è essere, [ …] Va detto che il possibile non è un nulla, ma una struttura positiva, un ente, sì che intendere il nulla come la possibilità del tutto – significa affermare che il nulla è un ente.
Una contraddizione, questa, ulteriore rispetto a quella che sta al centro del nichilismo e per la quale gli enti escono dal proprio nulla e vi fanno ritorno, Infatti, quando si afferma che, prima di essere, l’ente è nulla, ‘non’ si intende affermare che è il nulla ad esser nulla, ma che è l’ente ad esser nulla. Questo, anche se il nichilismo, in modo implicito, crede di poter affermare che, quando è l’ente ad esser nulla, è il nulla ad esser nulla. Ma affermare l’identità tra l’esser nulla da parte del nulla e l’esser nulla da parte dell’ente, significa affermare quell’assoluta identità dell’ente e del nulla che il nichilismo tende invece a lasciare nascosta nel proprio inconscio.
(Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi, Milano 2013, pp. 15 – 16).

Il mito è la fede nell’esistenza … (Emanuele Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006, pp. 19-20)

Il mito è la fede nell’esistenza della potenza capace di salvare l’uomo dal dolore e dalla morte: è la fede nel Divino. Ed è insieme la fede che l’agire dell’uomo, le sue tecniche e i suoi strumenti abbiano successo, cioè potenza, solo se usandoli l’uomo è alleato della potenza divina. Il cibo nutre e la freccia colpisce la preda solo se corrispondono al modo in cui il loro uso è previsto all’interno dell’Ordinamento divino dell’esistenza. Per millenni la certezza della fede sta al fondamento del senso mito dell’esistenza. Ma poi ci si rende conto che tale fondamento è essenzialmente insicuro e che la certezza da esso alimentata è apparente. Il dubbio si fa strada. Infatti la posta è decisiva. Circa mezzo millennio prima di Cristo, facendosi strada tra pochi, il dubbio più profondo che l’uomo abbia mai sperimentato conduce il popolo greco alla filosofia. La filosofia nasce dalla forma estrema del terrore: quella che si fa innanzi quando ci si rende conto che il rimedio costituito dal mito è soltanto apparente. (Emanuele Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006, pp. 19-20)

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L’ESSERE FUORI DEL TEMPO (Da: Gabriele Pulli, Freud e Severino, Moretti e Vitali editori, 2009, pp. 33-37)

Freud in un suo scritto del ’32 compendia in ternìni essenzialmente interrogativi il tema della a-temporalità dell’inconscio. “Questo tema può allora essere approfondito e sviluppato in diversi modi, in qualsiasi modo che appaia in grado di gettare un po’ di luce nell’oscurità, di favorire l’aprirsi del varco di cui Freud parla. In particolare, ‘l’esatta valutazione filosofica’ che Freud auspica può essere realizzata attraverso il confronto fra la sua trattazione e una riflessione filosofica sul tempo e sull’assenza del tempo, sul tempo e sull’eternità. Ora la riflessione del filosofo italiano Emanuele Severino sembra prestarsi particolarmente a tale scopo: sembra inserirsi immediatamente e naturalmente nel contesto del problema individuato da Freud. In un passo del fondamentale saggio ‘Ritornare a Parmenide’, che confluisce nel libro del 1971 ‘Essenza del nichilismo’, Severino afferma: “ci si deve mettere in cammino – un cammino che oggi non è ancora finito – per andare alla ‘ricerca’ di quell’essere che sia fuori del tempo” (Essenza del nichilismo, p. 23). Freud ritiene che la riflessione sull’essere fuori del tempo del sistema inconscio possa aprire “un varco capace di farci accedere alle massime profondità” e che l’assenza da parte dell’Es di qualsiasi “riconoscimento di uno scorrevole temporale” sia una “cosa notevolissima che attende un’esatta valutazione filosofica”. Severino – che è appunto un filosofo – si mette alla “ricerca di quell’essere che sia fuori del tempo”. In verità, Severino ha preso le distanze dalla concezione freudiana. Allo stesso tempo, tuttavia, ha riconosciuto il sussistere di un’affinità con la propria concezione. Nel suo libro del 1880 ‘Destino della necessità’, si è posto esplicitamente il problema del rapporto fra il proprio pensiero e il tema freudiano della a-temporalità dell’inconscio. in particolare, ha preso in considerazione un brano del 1929, del primo capitolo del celebre ‘Disagio della civiltà’. In questo brano, Freud si sofferma sulla “conservazione del primitivo nel campo psichico […] accanto alle trasformazioni che ne sono conseguite” (Destino della necessità, p. 168). Ora, a proposito di questo passo, Severino osserva: “Questa ipotesi della conservazione del passato psichico e della sua coesistenza alle formazioni psichiche successive si muove interamente nell’ambito del nichilismo” (ibidem). Severino dunque riconduce l’idea freudiana della “conservazione del primitivo” all’ambito del nichilismo. Laddove la sua “ricerca di quell’essere che è fuori del tempo” è l’ambizione a fuoriuscire dall’ambito del nichilismo.In questo passo, cioè, Severino prende le distanze dal modo in cui Freud intende la conservazione del primitivo, dunque l’a-temporalità dell’inconscio, lasciando intendere che l’essere fuori del tempo di cui è alla ricerca sia qualcosa di diverso dall’essere fuori del tempo dell’inconscio freudiano: il primo costituisce un superamento del nichilismo, il secondo “si muove interamente” nel suo ambito. Ciononostante, poco oltre, soggiunge “Tuttavia, l’esempio cui Freud ricorre in queste pagine per chiarire il concetto della conservazione del passato psichico ha i requisiti per evocare una dimensione del tutto impensabile dal punto di vista del nichilismo e quindi del nichilismo freudiano” (Destino della necessità, p. 169). L’idea freudiana dell’a-temporalità dell’inconscio viene definita come sostanzialmente nichilista, ma in essa viene riconosciuto qualcosa che si spinge al di là del nichilismo. Tale elemento al di là del nichilismo viene individuato nell’esempio a cui Freud ricorre per esprimerla. Si tratta della città di Roma, a proposito della quale Freud avanza “l’ipotesi fantastica” secondo cui “nulla di ciò che un tempo ha acquistato esistenza è scomparso” (Freud, Das Unbebagen in der Kultur, p. 563). […] Ciò che Severino apprezza di tale esempio è l’idea che nulla del passato venga distrutto. Mentre ciò che lo porta a considerare il concetto freudiano di a-temporalità come inserito “interamente nell’ambito del nichilismo” è il fatto che Freud ricorra a questo esempio soltanto per dare un’idea della vita psichica, non per definire la realtà ‘tout court’: “A Freud questo esempio serve solamente per chiarire quanto avviene nella ‘vita psichica’; come tale essa è una ‘fantasia’ che condice all’inimmaginabile, anzi all’assurdo” (Destino della necessità, p. 170). Laddove “Al di fuori del nichilismo […] la verità dice che ‘ogni’ ente è eterno” (ibidem). In sostanza, per Severino non soltanto una sfera psichica è a-temporale e tratta la realtà come a-temporale ma la realtà stessa, tutta la realtà, è a-temporale. E finché non si riconosce l’a-temporalità di tutta la realtà, non si fuoriesce dalla prospettiva nichilista. Freud considera l’a-temporalità dell’inconscio una fantasia, non un’interpretazione veritiera della realtà. E’ questo ciò che Severino gli rimprovera, l’obiezione che gli fa. Ora, in tale obiezione è implicita comunque una corrispondenza fra il pensiero di Severino e il concetto freudiano di a-temporalità dell’inconscio. Severino non contesta tale concetto in se stesso, contesta a Freud di non averlo preso sufficientemente sul serio. Considerata in se stessa – indipendentemente dal suo essere ritenuta non veritiera – l’a-temporalità dell’inconscio appare come un’esemplificazione della forma di pensiero che Severino auspica, come qualcosa che “pensa” nello stesso modo che Severino mira a promuovere.

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TECNICA E BESTIALITÀ DELL’UOMO, Emanuele Severino, “Il destino della tecnica”, 1998, pp. 35-36

Non si comprende che la manipolazione dell’uomo da parte delle tecnologie genetiche non è differente, nella sua essenza, dalla manipolazione in cui consiste ogni forma di educazione e cultura. La coltivazione spirituale dell’uomo può trasformare l’individuo molto più radicalmente di qualsiasi manipolazione genetica; può spingerlo molto più lontano di ciò che la tradizione occidentale considera come la “condizione naturale” dell’uomo. Negando ogni inevitabilità e ogni necessità, il pensiero contemporaneo nega anche l’esistenza di quella forma di inevitabilità che è costituita dalla “natura” dell’uomo; sì che anche la trasformazione più radicale della realtà umana perde quel carattere di violenza che invece essa mantiene quando la si commisura alla “natura” più o meno profondamente trasgredita. Se non c’è pietra di paragone, non c’è trasgressione. Emanuele Severino, “Il destino della tecnica”, 1998, pp. 35-36

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La lettura severiniana della civiltà occidentale, da: Vasco Ursini, Il Dilemma Verità dell’essere o Nichilismo?, Booksprintedizioni, 2013

Emanuele Severino, nel saggio ‘Ritornare a Parmenide’ dice di aver compiuto “il tentativo di rintraccare e portare alla luce il pensiero fondamentale che guida e raccoglie la sterminata ricchezza di categorie ed eventi in cui consiste la civiltà dell’Occidente: il pensiero in cui ormai tutto viene pensato e vissuto e che non si lascia pensare nel suo significato autentico, sino a che non ci si sappia portare al di fuori di esso, lungo un cammino ancora intentato” ( Emanuele Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 287).
‘Nichilismo’ significa pensare, secondo Severino, che le cose del mondo sono niente, che le cose vengono dal niente e ritornano nel niente. “Alla sua superficie – cioè nell’ambito di ciò che l’Occidente crede di sapere e che quindi testomonia nella sua lingua -, l’Occidente vuole che le cose della terra, in quanto cose, ‘non’ siano un niente [ … ] Ma a partire dal pensiero greco, e una volta per tutte, l’Occidente è ‘insieme’ la volontà che una cosa, in quanto tale, sia ciò che esce e rientra nel niente; sia ciò che è, ma che sarebbe potuto non essere. Questa volontà non si rende conto di ciò che in verità essa vuole. [ … ] Essa non vuole semplicemente che le cose divengano un niente ed escano dal niente: essa vuole la follia estrema: che ‘essere-una-cosa’ sia e significhi, in quanto tale, ‘essere-un niente; che un cosa, proprio perché non è un niente, sia un niente. Questo è il nichilismo che la “coscienza” dell’Occidente respinge nel proprio inconscio e non lascia affiorare nella propria lingua” (Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981,p. 15).
La civiltà occidentale non riesce dunque a pensare l’ “esser sé dell’essente”, cioè la verità dell’essere e non si accorge di non riuscirvi. Il suo nichilismo è pertanto inconscio, e ‘inconscio’ non indica “ciò che non appare, ma ciò che ancora non è stato portato nel linguaggio; sì che il linguaggio, che ne parla, ancora non appare. E la “consapevolezza” è l’apparire di questo linguaggio” (Emanuele Severino, La struttura originaria, cit., p. 15).
Ancora più sotto di quel nichilismo inconscio c’è, rileva Severino, un più profondo inconscio: è l’inconscio di quell’inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente, che consiste nella struttura originaria dell’essere: ‘l’essere è e non può non essere’: Questa è la verità dell’essere, la verità che è l’apparire dell’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente. L’essente è dunque ‘eterno’.
Il destino della verità non può essere smentito da alcun sapere, umano o divino e include originariamente il proprio apparire. Il destino della verità è già da sempre manifesto. Esso sta alle nostre spalle e dunque non ha senso mettersi in cerca della verità.
( il brano è tratto da: Vasco Ursini, Il Dilemma Verità dell’essere o Nichilismo?, Booksprintedizioni, 2013),

Anche se in cielo ci fosse un Dio … Emanuele Severino

Anche se in cielo ci fosse un Dio, è angosciante sentirsi creature effimere in mezzo al nulla, polvere che ritorna alla polvere e che solo alla libera grazia di Dio devono il proprio non essere un nulla. Quando la filosofia pone l’uomo dinanzi al nulla, l’annullamento della felicità e della vita diventa irrevocabile ed estrema l’angoscia. L’uomo tenta in ogni modo di distogliere da essa lo sguardo, ma essa c’è, e riemerge nonostante ogni rimedio e ogni illusione. (E. S.).

Carlo ROVELLI, Relatività generale, Adelphi editore. Anticipazione in: Carlo Rovelli, Capire (davvero) Einstein. La mia sfida infinita, in Corriere della Sera / Cultura, 29 giugno 2021

vai alla scheda dell’editore:

https://www.adelphi.it/libro/9788845936081

vai all’articolo sul Corriere della Sera

https://www.corriere.it/cultura/21_giugno_28/carlo-rovelli-capire-davvero-einstein-ecco-mia-sfida-infinita-fa06966e-d82f-11eb-b949-f9df7b28a0a6.shtml

Eternità dell’essente tra Parmenide, Platone e Severino, di Alberto Marini, in gruppo FB Amici di Emanuele Severino

– PARMENIDE: (A=essere); (B=essere); (C=essere).
Parmenide, per tutelare il principio secondo il quale l’essere è e non può non essere, annulla tutte le determinazioni dell’essere nel non-essere, sì che ciò che appare è solo doxa.
Ogni determinazione (A, B, C, etc.) è solo essere, sì che ogni determinazione è irrimediabilmente perduta nella indeterminatezza dell’essere.
– PLATONE: [(A=A) ovvero (A≠¬A)] ≠ [(A=essere)=(A≠nulla)].
Specificazione: la determinazione A è quella dell’essere sensibile, non dell’idea.
L’è che lega A soggetto all’A predicato, si riferisce esclusivamente a determinare l’A come ciò che è diverso da tutto ciò che non è A. Dunque, l’è non si riferisce all’essere di A, ovvero al fatto che A non sia un non-nulla, ma esclusivamente al fatto che A è A in quanto diverso da tutto ciò che non è A.
Ancora, proprio perché (A=A), ovvero (A≠¬A), (A≠essere) [essere=non-nulla], così non è problematico pensare che (A=nulla). (A è A) significa (A è diverso da ¬A); non significa (A è diverso dal nulla). Per questo motivo A è necessariamente solo mentre esiste attualmente, ma non è necessariamente in quanto tale: non è così problematico che A non sia quando non è. Platone porta le determinazioni nell’alveo dell’essere (il suo merito) lasciandole però nel tempo (la sua colpa).
– SEVERINO: [(A=A) = 1.(A=essere) e 2.(A≠¬A)]
L’è che lega l’A soggetto all’A predicato significa: 1) il non-essere-nulla di A; 2) l’esser diverso di A da ¬A. Severino sintetizza le due precedenti posizioni attribuendo il significato dell’essere parmenideo (non-essere-nulla) alla determinazione platonica (A=A≠¬A).
In questo modo la determinazione non è più compresa come esistente nel tempo: A non è necessariamente solo mentre esiste attualmente; A è necessariamente in quanto A è un non-niente. Così, tutte le determinazioni, solo ed esclusivamente in quanto tali, ovvero solo perché sono un non-nulla, non esistono temporalmente ma eternamente.
«Quando l’essere, ogni essere, si rivolge verso quella direzione, lungo la quale si lega al suo ‘è’ [..] quando cioè dell’albero non si dice (soltanto) che non è il monte, ma si dice che è e che non può accadere che non sia, allora ogni essere prende volto divino» [Ritornare a Parmenide, p. 58]
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