Sean Carroll, Dall’eternità a qui. La ricerca della teoria ultima del tempo, Adelphi edizioni, pag. 486, 2011. Indice del libro

Antologia del TEMPO che resta

Indice


    Prologo                                              11

    PARTE PRIMA - IL TEMPO, L'ESPERIENZA E L'UNIVERSO

 1. Il passato è ricordo presente                        19
 2. La mano pesante dell'entropia                        36
 3. L'inizio e la fine del tempo                         54

    PARTE SECONDA - IL TEMPO NELL'UNIVERSO DI EINSTEIN

 4. Il tempo è personale                                 79
 5. Il tempo è flessibile                                95
 6. In tondo nel tempo                                  107

    PARTE TERZA - ENTROPIA E FRECCIA DEL TEMPO

 7. Il tempo a ritroso                                  135
 8. Entropia e disordine                                160
 9. Informazione e vita                                 196
10. Incubi ricorrenti                                   219
11. Il tempo dei quanti                                 244

    PARTE QUARTA - DALLA CUCINA AL MULTIVERSO

12. Buchi neri: i confini del tempo                     275
13. La vita dell'universo                               303
14. Inflazione e multiverso                             332
15. La storia futura                                    357
16. Epilogo                                             385

    Appendice: matematica                               395

    Note                                                401
    Bibliografia                                        447
    Ringraziamenti                                      465
    Indice analitico                                    467

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L’ESSERE E L’ELENCHOS, citazioni da: Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 30-33

La fede nell’esistenza del divenire – inteso come oscillazione delle cose tra l’essere e il niente – è l’essenza stessa del ‘nichilismo’. La fede che per la cultura e l’intera civiltà occidentale costituisce la stessa evidenza originaria e suprema è l’alienazione estrema. […] Scendere nel significato essenziale e tuttora completamente inesplorato del nichilismo significa comprendere che la persuasione che il mondo è un emergere dal niente e un ritornare nel niente è legata con necessità alla persuasione che gli enti in quanto enti sono niente. La prima persuasione – la fede nell’esistenza del divenire – forma la superficie, la seconda il sottosuolo, l’ “inconscio” della civiltà occidentale. Alla storia del nichilismo autentico appartengono le stesse denunce – ad esempio quelle di Nietzsche e di Hediegger – che hanno inteso smascherare il nichilismo.. La ‘contraddizione estrema’ consiste infatti nel credere che per l’ ‘intera’ cultura occidentale è assolutamente fuori discussione, cioè che il mondo è divenire e che nel divenire gli enti (cose ed eventi) incominciano ad esistere e cessano di esistere, cioè non sono, sono niente.
Affermare che, nel divenire, l’essere è stato e torna ad essere niente significa affermare che l’essere in quanto essere è niente. In quanto persuasione che l’essere è niente – e in quanto vita guidata da tale persuasione – l’alienazione estrema del nichilismo è l’estrema lontananza dalla verità. E l’ “essere” non è né il puro essere di Parmenide, separato dalle determinazioni, né l’apparire di cui parla Heidegger, ma è il non esser-niente che compete a ogni determinazione, L’essere è cioè l’esser-ente degli enti..
Ma la storia dell’Occidente, ormai divenuta storia del Pianeta, può apparire come storia del nichilismo e dell’alienazione solo se la non-alienazione, la verità, è già da sempre manifesta, e non semplicemente come una fede o un’ipotesi, ma come ‘de-stino’, ossia come lo ‘stare’ del pensiero che non può essere in alcun modo negato.
Sino a che il nichilismo domina – cioè sino a che si crede che la fede nell’esistenza del divenire sia l’evidenza originaria -, il sogno della fiilosofia di realizzarsi come verità definitiva e incontrovertibile, come sapere assoluto, è destinato a fallire – è inevitabile il crollo di ogni immutabile. Ma quando appare che l’alienazione essenziale consiste proprio in quella fede, allora si riapre la possibilità, per il pensiero, di essere il pensiero che sta, ‘de-stino’ assolutamente non smentibile. Anzi, non si tratta nemmeno del riaprirsi di una possibilità: il destino è già da sempre manifesto e non è il prodotto dell’uomo o di Dio; ed è sul fondamento di tale manifestazione che può apparire il senso autentico dell’alienazione e del nichilismo.
[,,,]
L’ ‘élenchos’ aristotelico, cioè la “confutazione” dei negatori del principio di non contraddizione, intende mostrare che tale principio non può essere negato perché anche la sua negazione lo presuppone. Ma la sintesi dell’ ‘élenchos’ e del principio di non contraddizione è uno dei modi fondamentali in cui, all’ ‘interno’ del nichilismo, viene pensato, e dunque alterato, lo stare della verità. Infatti il principio di non contraddizione, nonostante la sua forma apparente, è la negazione di se medesimo, ossia di ciò che esso intenden essere: esso aferma sì che l’ente in quanto ente è incontraddittorio, ma ‘sin tanto’ che l’ente è, ‘quando’ l’ente è. il principio di non contraddizione ammette cioè la possibilità di un tempo in cui l’ente non è, ossia è niente. Il principio di non contraddizione ammette la possibilità della contraddizione estrema.. Esso è il modo in cui il nichilismo, nascondendosi nell’inconscio del pensiero occidentale, si maschera e si presenta nella forma della non contraddizione.
Va detto inoltre che l’ “élenchos”, in quanto tale, non è già esso l’affermazione dell’eternità dell’essente, L’ ‘élenchos’, in quanto tale, è l’affermazione incontrovertibile della determinatezzaa dell’essente, e, insieme, dell’opposizione della determinatezza al niente: il determinato – l’essente – non è l’altro da sé e quindi non è nemmeno quell’altro da sé che è il niente. Che poi il (ogni) determinato sia eterno, lo si deve dire perché se si afferma che il determinato – l’essente – non è (se si afferma un tempo in cui l’essente non è) si afferma che l’essente è niente.
[…]
Al di fuori dell’alienazione dell’Occidente, appare che ‘ogni’ ente (cose, eventi, funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagfini, processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘l’eternità di ogni ente’. Questa affermazione esprime un ritorno a Parmenide, che è insieme la ripetizione del “parricidio” compiuto da Platone rispetto a Parmenide. Parmenide distrugge il mondo: afferma l’illusorietà delle differenze del mondo. Col “parricidio”, Platone intende salvare il mondo – e l’Occidente cresce al riparo di Platone. Ma il “parricidio” deve essere ripetuto, perché Platone, riportando le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida insieme al divenire, ossia le vede con l’occhio del nichilismo. Il riparo delle differenze le abbandona al niente e alla volontà di potenza che si propone di strapparle al niente e di risospingervele. Si tratta allora per il pensiero che riesce a mantenersi al di fuori del nichilismo, di salvare il mondo da Parmenide, senza affidarlo alla fede nel divenire.
L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica una comprensione dell’esperienza diversa dall’interpretazione nichilistica del divenire, dell’esperienza, dell’apparire. Al di fuori del nichilismo, la variazione del contenuto dell’esperienza non è la produzione e l’annientamento delle cose, ma il loro entrare ed uscire – eterne – dalla dimensione dell’apparire. Questo significa che solo l’eterno può divenire: appunto perché il divenire è il processo in cui gli eterni entrano ed escono dalla luce dell’apparire (e l’apparire stesso è un eterno). La pluriennale interpretazione nichilistica del divenire lo rende impensabile.
L’alienazione – il nichilismo – non è un fenomeno limitato al pensiero filosofico, ma si allarga alla prassi e alle forme sociali dell’Occidente. La storia concreta dell’Occidente cresce all’interno della fede nichilistica che l’essere è tempo. Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola terra – ossia la totalità di ciò che entra ed esce dall’apparire – dal destino della verità e che assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto. L’isolamente della terra dal destino della verità è la forma originaria della volontà di potenza. E l’accadimento della volontà di potenza è lo stesso accadimento dell’essere mortale del mortale. Il “mortale” è il contrasto tra l’apparire del destino della verità e lìapparire della terra isolata.
Il “tramonto” del nichilismo non è quindi la semplice correzione di un errore della coscienza filosofica, per quanto profondo ed esteso esso possa essere. Nel tramonto del nichilismo tramontano le opere del nichilismo – tramonta l’Occidente -, e innanzitutto tramonta l’isolamento della terra e quindi il contrasto incui consiste l’essenza del mortale. Col tramonto del nichilismo l’uomo appare come ciò che egli è da sempre: l’eterno apparire del destino della verità.
(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 30-33).

Vasco Ursini: Risposta agli amici che mi hanno chiesto come acquistare il mio libro “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo ?

Amministratore

10 maggio alle ore 22:11Tutti

Risposta agli amici che mi hanno chiesto come acquistare il mio libro “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo ?” e la rivista “La filosofia futura” n.03/2014 della Mimesis, dove c’è la mia “Risposta a Emanuele Severino, che lo aveva recensito sia nel suo “Dispute sulla verità e la morte”, Rizzoli sia nel n. O2 della suddetta rivista: TELEFONATE PER IL LIBRO A MIO NOME ALLA CASA EDITRICE BOOKSPRINT EDIZIONI A QUESTO NUMERO: 3299224923. TELEFONATE PER LA RIVISTA A MIMESIS, LA SUA CASA EDITRICE. Vi ringrazio del vostro interesse per queste mie pubblicazioni e vi abbraccio affettuosamente.

via (2) Amici di Emanuele Severino | Facebook

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Emanuele Severino, Filosofia e scuola. Grande politica e grande scuola. Trascrizione della conferenza tenuta presso la sede dell’«Istituto Regionale di Studi e Ricerca Sociale di Trento», 10 novembre 2000, in AA. VV., “La filosofia nella scuola. Tradizione e prospettive di una riforma”, a cura di Claudio Tugnoli, presentazione di Ennio Draghicchio, Franco Angeli, Milano 2001 (I ed.), pp. 27 – 28

“ Una scuola che si dimentichi del passato non esibisce il contenuto autentico, la tensione tra due poli. Una scuola come è tendenzialmente voluta dalla destra europea e americana, che accentuano la dimensione tecnico-scientifica, dimentica le ragioni del passato dal quale si vuole allontanare. Ci si può allontanare dal passato solo se il passato è ben presente: mi distacco da te solo se ti conosco anche meglio di chi ti è amico. Un navigante può allontanarsi dalla riva solo se non si dimentica dove essa sia; altrimenti da un momento all’altro potrebbe fare naufragio sulle scogliere della riva del passato dal quale intende allontanarsi. È questa l’ingenuità di una scuola che ha dinanzi soltanto quello dei due poli del contenuto essenziale che è il presente. L’ingenuità opposta e speculare è quella di una scuola «umanistica» che intenda mostrare i grandi valori e le grandi opere del passato ignorando o mettendo tra parentesi i motivi per i quali oggi la tecnica si sente sempre più autorizzata a oltrepassare ogni limite e ogni valore del passato. Sono due atteggiamenti contrastanti.
Nella scuola i contenuti specifici devono certamente venire alla luce (la scrittura, il linguaggio, il calcolo, l’agire razionale, la conoscenza della configurazione del Pianeta e delle galassie, cioè di come è fatto questo mondo, le esperienze storiche, la storia delle esperienze religiose, ecc.); ma se i contenuti specifici vengono alla luce al di fuori del contesto che è loro proprio, si alterano, cioè non rispondono ai requisiti contenuti devono venire alla luce è il loro essere presentati sin dall’inizio (sia pure in modo sempre più adeguato) come elementi della tensione di cui stiamo parlando. I contenuti specifici devono essere presentati sin dall’inizio nella loro unità.
Ma chi presenterà la tensione tra passato e presente ‹come› tensione? Questo «‹come›» è importante. I contenuti della tensione tra passato e presente devono essere esibiti fin dall’inizio nella loro unità (in modo che non sia dimenticato né il passato né il presente); ma ad indicare la tensione ‹come tale› non può essere altri che la filosofia. Nella scuola che non fa sognare un popolo, sin dall’inizio si deve indicare la tensione. Ma il compito della filosofia consiste nell’indicazione ‹formale› della tensione.
Se chi insegna a scrivere deve farlo tenendo già presente che la scrittura appartiene al contenuto essenziale, allora anche chi insegna a scrivere deve aver presente la riflessione filosofica su quel contenuto. Qualsiasi forma di insegnamento deve essere in relazione al contenuto essenziale. Quindi non solo l’insegnate di filosofia, ma ogni insegnante deve aver presente tale contenuto. Il filosofico deve essere presente in ogni momento dell’insegnamento. È necessario che dunque l’insegnante di filosofia conosca la questione filosofica centrale, che è appunto il rapporto tra il nostro tempo, distruttivo del passato, e il grande passato che è necessità distruggere. Ma non solo, oltre all’insegnate di filosofia, deve conoscere la dimensione filosofica anche l’insegnante di qualsiasi altra disciplina: se la scuola è il luogo in cui il popolo viene messo in relazione al contenuto imprescindibile, a maggior ragione le élites del Paese non possono ignorare tale contenuto e vivere in sogno; e le élites costituiscono tutto ciò che l’università produce (gli operatori in ogni campo – giuridico, economico, scientifico); sì che l’università stessa, in ogni sua facoltà, non può permettersi di prescindere dalla filosofia. La filosofia è dunque ciò che più o meno esplicitamente e profondamente è necessario che sia presente in ogni settore e grado della scuola, in quegli indirizzi che non prevedono l’insegnamento formale della filosofia. Anche se non esistesse l’insegnamento formale della filosofia, il contenuto filosofico essenziale al quale ho accennato è la dimensione senza di cui il popolo metterebbe la testa sotto la sabbia.
La necessità che la scuola renda presente questo contenuto essenziale (si può affidare all’autonomia della scuola il compito di decidere in merito ai contenuti particolari, ma non in merito a ‹questo› contenuto) è la necessità della grande politica, che è innanzi tutto la grande politica della scuola. Oggi non esiste la grande politica ma esiste o l’enfasi di chi si illude che la tecnica possa dominare il mondo dimenticandosi del passato, o l’enfasi di chi si illude (in Italia il movimento di sinistra e il cattolicesimo) di poter controllare, dominare la tecnica […]. Qui è in gioco ciò che è destinato a imporsi non solo come contenuto scolastico, ma come contenuto essenziale della civiltà europea. […] Alla grande politica deve dunque corrispondere la grande scuola.”
EMANUELE SEVERINO (1929), “La filosofia nella scuola” (trascrizione della conferenza tenuta presso la sede dell’«Istituto Regionale di Studi e Ricerca Sociale di Trento», 10 novembre 2000),
in AA. VV., “La filosofia nella scuola. Tradizione e prospettive di una riforma”, a cura di Claudio Tugnoli, presentazione di Ennio Draghicchio, Franco Angeli, Milano 2001 (I ed.), (pp. 21 – 349), pp. 27 – 28.

L’ETERNITÀ DI OGNI ENTE, testo di Vasco Ursini con riferimento a: Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 32 – 33

Questa è indubbiamente la più inaudita e sconcertante affermazione di Emanuele Severino, che però, a ben guardare, è innegabile, al di fuori dell’alienazione dell’Occidente.
Al di fuori di tale alienazione, infatti, “appare che ‘ogni’ ente (cose, eventi, funzioni, gesti, sfumature, sostanze, immagini,processi) è ed è impossibile che non sia: appare ‘l’eternità di ogni ente’.
Questa affermazione esprime un ritorno a Parmenide, che è insieme la ripetizione del “parricidio” compiuto da Platone rispetto a Parmenide. Parmenide distrugge il mondo: afferma l’illusorietà delle differenze del mondo. Col “parricidio”, Platone intende salvare il mondo – e l’Occidente cresce al riparo di Platone. Ma il “parricidio” deve essere ripetuto, perché Platone, riportando le differenze del mondo all’interno dell’essere, le affida insieme al divenire, ossia le vede con l’occhio del nichilismo. Il riparo delle differenze le abbandona al niente e alla volontà di potenza che si propone di strapparle al niente e di risospingervele. Si tratta allora, per il pensiero che riesce a mantenersi al di fuori del nichilismo, di salvare il mondo da Parmenide, senza affidarlo alla fede del divenire.
L’affermazione dell’eternità di ogni ente implica una comprensione dell’esperienza, radicalmente diversa dall’interpretazione nichilistica del divenire, dell’esperienza, dell’apparire. Al di fuori del nichilismo, la variazione del contenuto dell’esperienza non è la produzione e l’annientamento delle cose, ma il loro entrare ed uscire – eterne – dalla dimensione dell’apparire. Questo significa che solo l’eterno può divenire: appunto perché il divenire è il processo in cui gli eterni entrano ed escono dalla luce dell’apparire ( e l’apparire stesso è un eterno). La plurimillenaria interpretazione nichilistica del divenire lo rende impensabile.
L’alienazione – il nichilismo – non è un fenomeno limitato al pensiero filosofico, ma si allarga alla prassi e alle forme sociali dell’Occidente. La storia concreta dell’Occidente cresce all’interno della fede nichilistica che l’essere è tempo. Questa fede è a sua volta l’espressione dell’accadimento originario che isola la terra – ossia la totalità di ciò che entra ed esce dall’apparire – dal destino della verità e che assume la terra come ambito di ciò che può essere prodotto e distrutto. L’isolamento della terra dal destino della verità è la forma originaria della volontà di potenza. E l’accadimento della volontà di potenza è lo stesso accadimento dell’essere mortale del mortale. Il “mortale” è il contrasto tra l’apparire del destino della verità e l’apparire della terra isolata.
Il “tramonto” del nichilismo non è quindi la semplice correzione di un errore della coscienza filosofica,per quanto profondo ed esteso possa essere. Nel tramonto del nichilismo tramontano le opere del nichilismo – tramonta l’Occidente -. e innanzitutto tramonta l’isolamento della terra e quindi il contrasto in cui consiste l’essenza del mortale. Col tramonto del nichilismo l’uomo appare come ciò che egli è da sempre: l’eterno apparire del destino della verità”.
(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 32 – 33).

 EMANUELE SEVERINO: ‘alétheia’ e ‘epistéme’, dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino, a cura di Vasco Ursini

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 EMANUELE SEVERINO: ‘alétheia’ e ‘epistéme’, dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino, a cura di Vasco Ursini – Antologia del TEMPO che resta

Filosofia e psicoanalisi. Le parole e i soggetti, a cura di Davide D’Alessandro. In dialogo con: Laura Ambrosiano; Alessandro Barbano; Eugenio Borgna; Antonino Buono; Massimo Cacciari; Eva Cantarella; Adriana Cavarero; Michele Ciliberto; Giuseppe Civitarese; Domenico Cosenza; Massimo Donà; Roberto Esposito; Maurizio Ferraris; Anna Ferruta; Marisa Fiumanò; Carmelo Licitra; Rosa Silvia Lippi; Romano Màdera; Aldo Masullo; Salvatore Natoli Massimo Recalcati; Augusto Romano ; Antonio Alberto Semi; Carlo Sini; Carla Stroppa; Nicolò Terminio; Rossella Valdrè; Nicla Vassallo; Salvatore Veca; Marcello Veneziani; Renzo Zambello; Luigi Zoja. Mimesis editore. Indice del libro

Antologia del TEMPO che resta

Filosofi e analisti lavorano, da laboratori diversi, lo stesso materiale: l’uomo. E proprio dell’uomo si racconta in queste pagine. Della sua sofferenza, del suo dolore, della sua nostalgia, della sua speranza, della sua possibilità. Davide D’Alessandro interroga le menti più brillanti del nostro panorama culturale contemporaneo per addentrarsi nel vivo del rapporto tra filosofia e psicoanalisi.

IN DIALOGO CON Laura Ambrosiano – Alessandro Barbano Eugenio Borgna – Antonino Buono Massimo Cacciari – Eva Cantarella Adriana Cavarero – Michele Ciliberto Giuseppe Civitarese – Domenico Cosenza Massimo Donà – Roberto Esposito Maurizio Ferraris – Anna Ferruta Marisa Fiumanò – Carmelo Licitra Rosa Silvia Lippi – Romano Màdera Aldo Masullo – Salvatore Natoli Massimo Recalcati – Augusto Romano Antonio Alberto Semi – Carlo Sini Carla Stroppa – Nicolò Terminio Rossella Valdrè – Nicla Vassallo Salvatore Veca – Marcello Veneziani Renzo Zambello – Luigi Zoja

via Filosofia e psicoanalisi

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