SE OGNI COSA DIVENTA ETERNA ANCHE LA MORTE È IMPOSSIBILE. Riflessione su «L’apparire di Dio» di Leonardo Messinese, «L’ultima nascita» di Ines Testoni e su testi di Giulio Goggi, Pierangelo Dacrema, Franco Ricordi e Nicoletta Cusano, dal Corriere della Sera, 20 giugno 2015

SE OGNI COSA DIVENTA ETERNA ANCHE LA MORTE È IMPOSSIBILE
Il nostro destino tra l’amore e il capitalismo, che soccomberà alla tecnica

dal Corriere della Sera, 20 giugno 2015

[Il diventar altro di ogni ente e il suo annientamento sono impossibili. Anche per la fisica il tempo è illusione.]

{Una riflessione su «L’apparire di Dio» di Leonardo Messinese, «L’ultima nascita» di Ines Testoni e su testi di Giulio Goggi, Pierangelo Dacrema, Franco Ricordi e Nicoletta Cusano.}

Si dice che anche quando compie ogni sforzo per non guardarla, l’uomo se la trova sempre dinanzi — la morte, ciò che più lo angoscia. Ne fa continuamente esperienza — si dice. Non vede forse il decomporsi dei suoi simili e degli animali, dei vegetali, della luce quando vien sera; e l’incessante trasformarsi di tutte le cose ed eventi, il loro diventare altro da quello che sono, cioè il loro continuo morire? Lo vede — si è sempre e ovunque pensato. L’uomo — si dice — vede l’annientamento di tutto ciò che lo circonda.

Eppure il discorso non è chiuso. Quest’ultima affermazione può sembrare una povera follia. Ma ne stiamo discutendo da mezzo secolo. Tuttavia, per la fisica, che il tempo sia illusione è un tema molto frequentato. Ma che cos’è il tempo se non il diventar altro delle cose, il loro uscire dal nulla e rientrarvi? Il loro morire? E questo non significa forse che, per la fisica, la morte è illusione?
Però la fisica tende a credere che del diventar altro si faccia esperienza — e che tale esperienza sia illusione. Da decenni nei miei scritti si mostra invece, per qualsiasi cosa (nel senso più ampio di questa parola), che il suo diventar altro e il suo annientamento sono impossibili — che cioè ogni cosa è eterna —; e che di essi non si fa ed è impossibile fare esperienza. Per quanto terribile sia e appaia l’agonia dei viventi, la morte, intesa come diventar altro e annientamento, è quindi impossibile; e non è nemmeno un evento che si mostri nella nostra esperienza. Prima si fa esperienza di un corpo vivo, poi di un cadavere; ma per quanto si mostrino simili e contigui nello spazio e nel tempo, è impossibile sperimentare che il corpo vivo sia diventato il cadavere. L’esperienza non è illusoria. Son solito chiamare «destino della verità» (o «destino della necessità») il contenuto di queste affermazioni. La negazione del destino è l’alienazione estrema della verità. In proposito, anche di recente sono apparsi vari saggi interessanti.

Professore alla Pontificia Università Lateranense e sacerdote, Leonardo Messinese si occupa da decenni dei miei scritti con grande intelligenza filosofica. Presenta ora ‘L’apparire di Dio. Per una Metafisica teologica’ (Edizioni Ets, pp. 220, 18). In un ampio contesto, dove prende le distanze dalle forme improprie di «metafisica teologica», al mio discorso filosofico dice: nec sine te, nec tecum («né senza di te, né con te»). E aggiunge di volersi pertanto differenziare dalle critiche che diffusamente ebbe a rivolgermi Cornelio Fabro, definitore del Sant’Uffizio, amico di Heidegger e figura eminente della cultura cattolica del Novecento. Ma la parte del mio discorso da cui Messinese non vuol separarsi è l’essenziale: sono i due tratti qui sopra richiamati che stanno al centro del «destino della verità» (ossia la necessità che ogni cosa sia eterna e l’impossibilità che il diventar altro delle cose si mostri nell’esperienza).

Certo, c’è anche il nec tecum. Ma non perché, se non ci fosse, Messinese non potrebbe essere né sacerdote, né professore ordinario dell’Università Lateranense, bensì perché egli sviluppa un’originale e coraggiosa «integrazione» del mio discorso, la quale a suo avviso consentirebbe di ripristinare autenticamente la «metafisica teologica», cioè la dimensione in cui si afferma la creazione divina del mondo — quella «creazione» che, invece, non può essere compatibile con l’eternità di tutte le cose. (Ma come dimenticare che chi aveva finito col capire e accettare il principio dell’eternità di tutto era stato proprio il maestro dell’Università Cattolica, Gustavo Bontadini, una delle voci più alte della filosofia del Novecento?).

Direttrice del Master in Death Studies dell’Università di Padova, anche Ines Testoni pone da tempo al fondamento delle sue ricerche l’eternità di tutte le cose e la negazione dell’esperibilità del loro diventar altro. Ricerche molto originali, ma in senso diverso da quelle di Messinese, perché non intendono alterare la configurazione del destino della verità, ma svilupparla fino a proporre un nuovo modo di intendere la ricerca psicologica. Bollati Boringhieri pubblica ora, della Testoni, il saggio ‘L’ultima nascita. Psicologia del morire e Death Education’ (Bollati Boringhieri, pp. 194, 26). La Death Education è il movimento culturale che nei Paesi anglosassoni intende render operante la meditatio mortis in ogni forma significativa della società. Il saggio della Testoni, oltre ad avere il merito di far conoscere in Italia questo movimento, lo ripensa alla luce del destino della verità, argomentando la necessità di promuoverne la conoscenza, innanzitutto, nella scuola e nei luoghi dove è stata soltanto la religione a gestire il rapporto dell’uomo con la morte. Per l’autrice ripensare la Death Education significa, innanzitutto, curare l’angoscia per la morte sapendo che la cura (l’«educazione») appartiene inevitabilmente alla malattia — ossia a quel voler far diventar altro le cose che è, esso, la matrice dell’angoscia. È la cura (e la psicologia) autentica, che differisce essenzialmente dal vano curare l’angoscia senza avvedersi di quella appartenenza.
La Lateran University Press — l’editrice del Vaticano — sta pubblicando una collana dedicata ai filosofi italiani del Novecento. Da poche settimane è uscito l’ampio e poderoso volume in cui Giulio Goggi, docente presso l’Università San Raffaele di Milano, segue in modo cristallino lo sviluppo dei miei scritti e come esso mantenga al proprio centro il tema del «destino della verità». Un libro (‘Emanuele Severino’, pp. 500, 27) capace di chiarire i nodi più complessi (esprimo il mio compiacimento per la presenza del libro di Goggi in quella collana, a conferma della cordialità con cui prosegue il dialogo tra la Chiesa e me).

Molto opportunamente questo saggio si conclude considerando il modo in cui nei miei scritti si risponde all’obiezione che si
può loro muovere: di essere anch’essi uno sviluppo dove, a volte, il linguaggio giunge a dire qualcosa che in qualche modo esso dapprima negava. Come si può essere sicuri, allora, che il linguaggio sia finalmente giunto a esprimere il contenuto del «destino della verità»? Qui non è possibile indicare, nemmeno da lontano, la risposta autentica. Mi limito a ricordare però che in essa si mostra che l’esistenza del «mondo» — all’interno del quale si trova anche lo sviluppo del linguaggio che testimonia il «destino» — non è una verità incontrovertibile, ma soltanto una fede, come Goggi non manca di sottolineare.

Una fede da cui non possiamo né vogliamo separarci (ma che non per questo diventa verità). Essa assorbe per lo più tutti i nostri interessi; è la condizione in cui l’uomo si trova e sul cui fondamento ciò che diciamo «destino della verità» è considerato una povera follia e qualcosa di completamente irrilevante. All’interno di questa fede accade l’intera storia dell’uomo. Siamo giunti all’epoca della dominazione della tecnica e all’inizio del tramonto delle grandi forze, innanzitutto il capitalismo, che si illudono di poter continuare a servirsi della tecnica per realizzare i loro scopi.

Trovo quindi estremamente interessante il volume ‘C’era una volta una scienza triste’ (Jaca Book, pp. 524, 22) di Pierangelo Dacrema, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria. Dopo aver illuminato con grande efficacia i nodi decisivi della scienza economica e dei suoi rapporti con l’agire economico, con le altre scienze e soprattutto con la filosofia, l’ultima parte del volume propone i «Lineamenti di filosofia dell’economia». Vi campeggia la tesi, che l’autore va sostenendo da tempo, della «morte del denaro»; e questa tesi vien messa in relazione al tema della tecnica. Il penultimo capitolo è appunto intitolato «Il tramonto del denaro nel destino della tecnica», dove Dacrema argomenta con penetrazione il suo concordare con la mia tesi della destinazione della tecnica al dominio. (Su queste colonne avevo richiamato alcuni mesi orsono l’analogo concordare da parte dell’economista Fabrizio Pezzani dell’Università Bocconi). In breve: la tecnica vuole incrementare la propria potenza; il capitalismo vuole invece incrementare il denaro; ma la tecnica è più potente del denaro e quindi la prima forma di volontà è destinata a prevalere sulla seconda. E Dacrema giunge ad affermare la possibilità che lo stesso «destino della verità» sia innegabile (a proposito del «destino di eternità» egli si chiede: «Se avesse ragione Severino?»).

‘L’essere per l’amore’ (Mimesis, pp. 187, 16) di Franco Ricordi accetta invece senz’altro il «destino della verità» e in particolare l’eternità di ogni cosa. Il che è molto interessante, perché, oltre che filosofo, Ricordi è attore, regista e direttore artistico di teatro, e quindi immette nella sua scrittura un insieme di esperienze culturali che arricchiscono l’impostazione del suo saggio. L’«essere per l’amore» intende essere la negazione dell’«essere per la morte» di Heidegger (e Ricordi coglie molto bene la distanza essenziale del «destino della verità» dal pensiero di Heidegger); ma intende anche esser qualcosa di più del «destino della verità»: nel senso che Ricordi accetta sì l’affermazione dell’eternità di ogni cosa, ma poi la integra con un percorso che finisce col negarla. L’amore è infatti fede (e anche su questo punto Ricordi è d’accordo con me). Sennonché la fede è volontà; e la volontà è inevitabilmente un voler far diventar altro le cose, ossia è negazione della loro eternità.

In ‘Dell’amore. Essenza e fondamento’ (Mimesis, pp. 82, 10), Nicoletta Cusano, docente all’Università San Raffaele, sviluppa appunto il tema dell’appartenenza dell’amore all’alienazione della volontà. Non è casuale che Ricordi presti una particolare attenzione a Dante, per il quale l’amore muove, e quello sommo è «l’amor che move il sole e l’altre stelle». Ma per quanto luminoso sia lo splendore di queste parole, se esse sono grandi espressioni dell’alienazione della verità (anche Lucifero è luminoso), non si dovrà dire che il destino della verità sta al di sopra di esse e ne vede l’alienazione?

Fonte: http://bit.ly/1CjKKPl

Vasco Ursini, il mio plauso e la mia gratitudine ai professori Giulio Goggi e Ines Testoni per l’alta professionalità con cui hanno organizzato, diretto e gestito il Congresso internazionale, appena concluso, “Heidegger nel pensiero di Severino”, 21 giugno 2019

Un plauso e un ringraziamento dovuti

Voglio esprimere il mio plauso e la mia gratitudine ai professori Giulio Goggi InesTestoni per l’alta professionalità con cui hanno organizzato, diretto e gestito il Congresso internazionale, appena concluso, “Heidegger nel pensiero di Severino”.
Plauso e gratitudine che vanno ovviamente estesi ai membri del Comitato organizzatore e del Comitato scientifico del Congresso e a tutti coloro che in vari modi hanno collaborato alla gestione dell’esaltante “impresa”.

ALL’ALBA DELL’ETERNITÀ. I primi 60 anni de ‘La struttura originaria’, Atti del Convegno, Brescia, 2 e 3 marzo 2018 a cura di Giulio Goggi e Ines Testoni. Indice del rapporto. Rimando alla fonte informativa in padovauniversitypress.it

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fonte informativa:

http://www.padovauniversitypress.it/publications/9788869381195

l’intero libro in formato pdf è disponibile qui:

ALL’ALBA DELL’ETERNITÀ | PADOVA UNIVERSITY PRESS

la professoressa di psicologia sociale, alla Università di Padova, INES TESTONI (che epistemologicamente parte dal pensiero di Emanuele Severino) è stata  selezionata tra le 100 scienziate più importanti nel loro  settore in Italia, per gli studi sulla morte in psicologia, 2018. Fonte informativa: 100esperte.it

La professoressa Ines Testoni (che epistemologicamente parte dal pensiero di Emanuele Severino) è stata  selezionata tra le 100 scienziate più importanti nel loro  settore in Italia, per gli studi sulla morte in psicologia.
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Psicologia e neuroscienze

Competenze: Death Education, Dignity Therapy, Photo-Therapy, Self-Determination, Terror Management Theory

Parole chiave: cure palliative, fine-vita, lutto, morte, suicidio, testamento biologico

Regione: Veneto

Professoressa associata di Psicologia sociale e Direttrice del Master in Death Studies & The End of Life all’Università degli Studi di Padova

Percorso professionale

Dopo la laurea in Psicologia con Indirizzo Applicativo, presso l’Università degli Studi di Padova nel 1989, prosegue gli studi per la Specializzazione in “Clinica e Teoria della Terapia Sistemica”, presso il “Centro Gregory Bateson”, Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano. Nel 1995 si laurea in Filosofia teoretica con il professore Emanuele Severino all’Università degli Studi Ca’ Foscari di Venezia.

segue

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100Esperte

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L’INCONSCIO, IL NICHILISMO, LA VERITA’ (Dalle conversazioni intorno alla filosofia, a cura di Ines Testoni in Emanuele Severino, La follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 63-74)

Vasco Ursini a Incontri con Emanuele Severino

 


(Indicherò con IT. le domande di Ines Testoni; con ES. le risposte di Emanuele Severino).

IT. Vuole richiamare che cosa significa, nel suo discorso, “tramonto dell’alienazione dell’Occidente”?

ES. Il tramonto dell’alienazione non può essere prodotto da uomini o da dèi, non può essere il prodotto di un agire, se si manifesta è necessità che si manifesti. Ed è qualcosa di essenzialmente più radicale del tramonto di qualsiasi epoca storica e di qualsiasi forma dell’Occidente, come il cristianesimo, il comunismo, il capitalismo
[ … ]

IT. Mi sembra che per lei la scena visibile del mondo sia il modo in cui l’Occidente ha la coscienza di sé. Al di sotto di questa scena, molto meno visibile, l’inconscio, o, come lei precisa, il “preconscio” dell’Occidente, ossia la persuasione che l’ente sia niente. Ma, ancora al di sotto di questo inconscio, quello che lei chiama “l l’inconscio dell’inconscio”, ossia l’apparire del destino. Questa verità del profondo è da sempre saputa dall’uomo.
E’ chiaro che quando lei parla di “inconscio” e di “inconscio dell’inconscio” non si riferisce ad alcunché di psicoanalitico.

ES. Sì, ma la sequenza va allungata, perché il destino è l’apparire della necessità, ma nonè l’apparire della totalità infinita delle determinazioni dell’essere. E l’apparire ‘finito’ della necessità è la ‘struttura originaria’ ma non onnicomprensiva del destino. E la ‘finitezza della struttura originaria del destino, in cui consiste l’essenza dell’uomo, è la ‘contraddizione’ originaria che è eternamente oltrepassata nell’apparire infinito del destino, ossia nella Gioia, in cui non siamo infinitamente noi stessi.
La Gioia non appare nella struttura originaria del destino, ma è la dimensione in cui tale struttura è totalmente ‘se stessa’. E dunque la Gioia è l’inconscio più profondo del Tutto, ossia è l’ ‘inconscio’ della struttura originaria del destino, la quale è a sua volta l’ ‘inconscio’ di quell’ ‘inconscio’ (“preconscio”) che è la fede dell’Occidente nel divenire. Inconscio dell’inconscio dell’inconscio.
E non si va oltre, perché il primo di questi tre termini è l’apparire infinito della totalità dell’essere che non lascia nulla al di fuori o al di sotto di sé.

IT. Non si può essere più lontani dalla psicoanalisi…

ES. Sì,… il che verrebbe più in chiaro se in questa sede potessimo – ma non è possibile – indicare la radice del discorso, ossia la connessione tra l’inconscio e l’ ‘isolamento’.

IT. La diversità dello statuto concettuale del suo discorso e di quello psicologico-psicoanalitico è comunque evidente.

ES. Infatti, nei miei scritti l’affermazione dell’esistenza e la determinazione della struttura dell’inconscio non sono ipotesi scientifiche fornite di un certo grado di conferma empirica, come invece avviene nella psicologia.
L’inconscio dell’Occidente è la fede nel divenire, che rimane sullo sfondo della coscienza che l’Occidente ha di se stesso, e quindi rimane anche sullo sfondo della psicoanalisi. Tale inconscio è il “preconscio” dell’Occidente, perché l’Occidente può prenderne coscienza senza rinunciare a se stesso, ma anzi portandosi di fronte alla propria essenza. Il linguaggio che parla dell’inconscio dell’inconscio (dove quest’ultimo inconscio è il preconscio) dell’Occidente proviene invece da ciò che sta oltre i confini dell’Occidente. Proviene dal destino.

[ … ]

IT. Ma se il nichilismo (è la fede che le cose vengono dal niente e vi ritornano – nota mia) è l’inconscio dell’Occidente, non si dovrà dire forse che il paese, che sta oltre i confini dell’Occidente e da cui proviene il linguaggio che indica l’inconscio dell’Occidente, è l’inconscio dell’inconscio dell’Occidente’?

ES. E l’inconscio del preconscio ( ossia di quell’inconscio che è il preconscio) è a sua volta sdoppiato, perché, da un lato, è l’apparire ‘finito’, dall’altro è l’apparire ‘infinito’ del destino, la terza e ultima stratificazione dell’inconscio. Ma, infine, diciamo che anche l’inconscio dell’Occidente è a sua volta sdoppiato, perché per un verso è il nichilismo dell’ontologia dell’Occidente, ma alla radice è l’isolamento della terra, l’evento in cui si manifesta l’esser mortale del mortale e che viene testimoniato dall’ontologia nichilisica dell’Occidente. [ … ]

IT. Mi sembra che sia giunto il momento di soffermarci sul senso che lei attribuisce alla parola “verità”.

ES. Proviamo a soffermarci.
Nella ‘civiltà occidentale’ la parola “verità” mantiene un significato profondamente costante.
Al di sotto delle differenze, anche vistose, la ‘verità’ è sempre, per la filosofia occidentale, la ‘potenza’ che più o meno radicalmente domina il ‘divenire’ delle cose. Se tale potenza è massima – se cioè è la legge che il divenire non può in alcun modo violare -, la verità è “assolurta”. Se è minima, non esiste alcuna legge che riesca ad imporsi definitivamente al divenire del mondo, cioè al processo in cui le cose sporgona dal nulla e vi ritornano; e si dirà allora che non esiste alcuna “verità assoluta”, oppure (ma la differenza è solo apparente) che la verità è, come pensa Heidegger, il “lasciar essere” il divenire del mondo.
in ogni caso (tra quel massimo e questo minimo il pensiero occidentale ha indicato livelli intermedi), la verità è potenza, forza, dominio.
[ … ]

Ma – vogliamo dirlo ancora una volta? – al di là della filosofia e della scienza e di ogni forma della cultura occidentale è già da sempre aperto il senso della ‘verità’ che è radicalmente diverso da quello al cui interno l’Occidente si mantiene.
La verità è l’apparire di ciò che non può essere smentito. Non è un’ipotesi. Giudica tutto e non è giudicata. Per il pensiero contemporaneo la verità non esiste. Questo rifiuto è la conseguenza inevitabile del modo in cui la verità è stata pensata all’inizio e lungo la storia dell’Occidente. Ma l’Occidente ignora il senso autentico di ciò che non può essere smentito – ignora il Contenuto autentico della verità. Tale contenuto non ha nulla a che vedere con la “verità” che resta inevitabilmente distrutta dal pensiero contemporaneo.
Oggi domina questa distruzione. In quest’epoca che nega l’esistenza della verità – cioè che nega la possibilità di un sapere incontrovertibile e definitivo – l’esito della contrapposizione tra i vari modi di pensare il mondo non può essere deciso da altro che dalla loro ‘forza’, cioè dal loro ‘successo pratico’.
In questa situazione, la parola “verità” viene usata per indicare la capacità di prevalere sugli antagonisti; e la parola “errore” indica la debolezza di chi è sconfitto.
Ma per poter dire questo bisogna partire dall’ ‘inconscio dell’ ‘inconconscio dell’Occidente’, ossia bisogna comprendere il senso autentico della verità. Solo la verità può vedere che cos’è e dov’è l’errore. Lo sguardo della verità non appartiene al deserto dell’errore. Esso vede che l’errore è il luogo in cui s’innalza la storia dell’Occidente.
Se si vuole continuare a usare la parola “filosofia” per indicare la testimonianza di questo senso inaudito della verità, allora la filosofia non è il canto del cigno, ma del gallo – e la luce del Giorno appena si intravvede – e questo canto è quanto vi è di più estraneo ai suoni del nostro tempo.

Ines Testoni, docente di Psicologia sociale, all’Università di Padova, racconta il suo libro: L’ultima nascita. Psicologia del morire e «Death Education». in Rai Filosofia

In questa intervista, realizzata in occasione del Congresso Internazionale in onore di Emanuele Severino: “All’alba dell’infinito. I primi 60 anni de La struttura originaria” (Brescia, 2 e 3 marzo 2018), Ines Testoni, docente di Psicologia sociale, all’Università di Padova, racconta il suo libro L’ultima nascita. Psicologia del morire e «Death Education».

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Ines Testoni. L`educazione alla morte – Rai Filosofia

ALL’ALBA DELL’ETERNITÀ: i primi 60 anni de “La struttura originaria”, Atti del Convegno a cura di Giulio Goggi e Ines Testoni, 2018 | PADOVA UNIVERSITY PRESS

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l’intero libro in formato pdf è disponibile sul sito della University Press:

ALL’ALBA DELL’ETERNITÀ | PADOVA UNIVERSITY PRESS

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L’INCONSCIO, IL NICHILISMO, LA VERITA’ (Dalle conversazioni intorno alla filosofia a cura di Ines Testoni in Emanuele Severino, La follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 63-74), a cura di Vasco Ursini, in gruppo FB  Amici a cui piace Emanuele Severino


(Indicherò con IT. le domande di Ines Testoni; con ES. le risposte di Emanuele Severino).

IT. Vuole richiamare che cosa significa, nel suo discorso, “tramonto dell’alienazione dell’Occidente”?

ES. Il tramonto dell’alienazione non può essere prodotto da uomini o da dèi, non può essere il prodotto di un agire, se si manifesta è necessità che si manifesti. Ed è qualcosa di essenzialmente più radicale del tramonto di qualsiasi epoca storica e di qualsiasi forma dell’Occidente, come il cristianesimo, il comunismo, il capitalismo
[ … ]

IT. Mi sembra che per lei la scena visibile del mondo sia il modo in cui l’Occidente ha la coscienza di sé. Al di sotto di questa scena, molto meno visibile, l’inconscio, o, come lei precisa, il “preconscio” dell’Occidente, ossia la persuasione che l’ente sia niente. Ma, ancora al di sotto di questo inconscio, quello che lei chiama “l l’inconscio dell’inconscio”, ossia l’apparire del destino. Questa verità del profondo è da sempre saputa dall’uomo.
E’ chiaro che quando lei parla di “inconscio” e di “inconscio dell’inconscio” non si riferisce ad alcunché di psicoanalitico.

ES. Sì, ma la sequenza va allungata, perché il destino è l’apparire della necessità, ma nonè l’apparire della totalità infinita delle determinazioni dell’essere. E l’apparire ‘finito’ della necessità è la ‘struttura originaria’ ma non onnicomprensiva del destino. E la ‘finitezza della struttura originaria del destino, in cui consiste l’essenza dell’uomo, è la ‘contraddizione’ originaria che è eternamente oltrepassata nell’apparire infinito del destino, ossia nella Gioia, in cui non siamo infinitamente noi stessi.
La Gioia non appare nella struttura originaria del destino, ma è la dimensione in cui tale struttura è totalmente ‘se stessa’. E dunque la Gioia è l’inconscio più profondo del Tutto, ossia è l’ ‘inconscio’ della struttura originaria del destino, la quale è a sua volta l’ ‘inconscio’ di quell’ ‘inconscio’ (“preconscio”) che è la fede dell’Occidente nel divenire. Inconscio dell’inconscio dell’inconscio.
E non si va oltre, perché il primo di questi tre termini è l’apparire infinito della totalità dell’essere che non lascia nulla al di fuori o al di sotto di sé.

IT. Non si può essere più lontani dalla psicoanalisi…

ES. Sì,… il che verrebbe più in chiaro se in questa sede potessimo – ma non è possibile – indicare la radice del discorso, ossia la connessione tra l’inconscio e l’ ‘isolamento’.

IT. La diversità dello statuto concettuale del suo discorso e di quello psicologico-psicoanalitico è comunque evidente.

ES. Infatti, nei miei scritti l’affermazione dell’esistenza e la determinazione della struttura dell’inconscio non sono ipotesi scientifiche fornite di un certo grado di conferma empirica, come invece avviene nella psicologia.
L’inconscio dell’Occidente è la fede nel divenire, che rimane sullo sfondo della coscienza che l’Occidente ha di se stesso, e quindi rimane anche sullo sfondo della psicoanalisi. Tale inconscio è il “preconscio” dell’Occidente, perché l’Occidente può prenderne coscienza senza rinunciare a se stesso, ma anzi portandosi di fronte alla propria essenza. Il linguaggio che parla dell’inconscio dell’inconscio (dove quest’ultimo inconscio è il preconscio) dell’Occidente proviene invece da ciò che sta oltre i confini dell’Occidente. Proviene dal destino.

[ … ]

IT. Ma se il nichilismo (è la fede che le cose vengono dal niente e vi ritornano – nota mia) è l’inconscio dell’Occidente, non si dovrà dire forse che il paese, che sta oltre i confini dell’Occidente e da cui proviene il linguaggio che indica l’inconscio dell’Occidente, è l’inconscio dell’inconscio dell’Occidente’?

ES. E l’inconscio del preconscio ( ossia di quell’inconscio che è il preconscio) è a sua volta sdoppiato, perché, da un lato, è l’apparire ‘finito’, dall’altro è l’apparire ‘infinito’ del destino, la terza e ultima stratificazione dell’inconscio. Ma, infine, diciamo che anche l’inconscio dell’Occidente è a sua volta sdoppiato, perché per un verso è il nichilismo dell’ontologia dell’Occidente, ma alla radice è l’isolamento della terra, l’evento in cui si manifesta l’esser mortale del mortale e che viene testimoniato dall’ontologia nichilisica dell’Occidente. [ … ]

IT. Mi sembra che sia giunto il momento di soffermarci sul senso che lei attribuisce alla parola “verità”.

ES. Proviamo a soffermarci.
Nella ‘civiltà occidentale’ la parola “verità” mantiene un significato profondamente costante.
Al di sotto delle differenze, anche vistose, la ‘verità’ è sempre, per la filosofia occidentale, la ‘potenza’ che più o meno radicalmente domina il ‘divenire’ delle cose. Se tale potenza è massima – se cioè è la legge che il divenire non può in alcun modo violare -, la verità è “assolurta”. Se è minima, non esiste alcuna legge che riesca ad imporsi definitivamente al divenire del mondo, cioè al processo in cui le cose sporgona dal nulla e vi ritornano; e si dirà allora che non esiste alcuna “verità assoluta”, oppure (ma la differenza è solo apparente) che la verità è, come pensa Heidegger, il “lasciar essere” il divenire del mondo.
in ogni caso (tra quel massimo e questo minimo il pensiero occidentale ha indicato livelli intermedi), la verità è potenza, forza, dominio.
[ … ]

Ma – vogliamo dirlo ancora una volta? – al di là della filosofia e della scienza e di ogni forma della cultura occidentale è già da sempre aperto il senso della ‘verità’ che è radicalmente diverso da quello al cui interno l’Occidente si mantiene.
La verità è l’apparire di ciò che non può essere smentito. Non è un’ipotesi. Giudica tutto e non è giudicata. Per il pensiero contemporaneo la verità non esiste. Questo rifiuto è la conseguenza inevitabile del modo in cui la verità è stata pensata all’inizio e lungo la storia dell’Occidente. Ma l’Occidente ignora il senso autentico di ciò che non può essere smentito – ignora il Contenuto autentico della verità. Tale contenuto non ha nulla a che vedere con la “verità” che resta inevitabilmente distrutta dal pensiero contemporaneo.
Oggi domina questa distruzione. In quest’epoca che nega l’esistenza della verità – cioè che nega la possibilità di un sapere incontrovertibile e definitivo – l’esito della contrapposizione tra i vari modi di pensare il mondo non può essere deciso da altro che dalla loro ‘forza’, cioè dal loro ‘successo pratico’.
In questa situazione, la parola “verità” viene usata per indicare la capacità di prevalere sugli antagonisti; e la parola “errore” indica la debolezza di chi è sconfitto.
Ma per poter dire questo bisogna partire dall’ ‘inconscio dell’ ‘inconconscio dell’Occidente’, ossia bisogna comprendere il senso autentico della verità. Solo la verità può vedere che cos’è e dov’è l’errore. Lo sguardo della verità non appartiene al deserto dell’errore. Esso vede che l’errore è il luogo in cui s’innalza la storia dell’Occidente.
Se si vuole continuare a usare la parola “filosofia” per indicare la testimonianza di questo senso inaudito della verità, allora la filosofia non è il canto del cigno, ma del gallo – e la luce del Giorno appena si intravvede – e questo canto è quanto vi è di più estraneo ai suoni del nostro tempo.

Sorgente: (20) Amici a cui piace Emanuele Severino

Incontro con il filosofo EMANUELE SEVERINO: presentazione dell’ASES – Associazione Studi Emanuele Severino, presso il salone Vanvitelliano nel Palazzo della Loggia, sede del Comune di Brescia, Sabato 25 febbraio 2017, ore 10-12,30. AUDIO dell’incontro

L’Associazione di Studi Emanuele Severino, in collaborazione con il Comune di Brescia, ha organizzato il 25 febbraio alle ore 10:00 presso Salone Vanvitelliano di Palazzo della Loggia

Incontro con il filosofo
EMANUELE SEVERINO

Per la presentazione, in occasione del suo compleanno, dell’Associazione a lui dedicata che ha sede a Brescia.

Presentata a Brescia

l’Associazione di Studi Emanuele Severino

Non è più solo un progetto sognato da tanti allievi e studiosi di Emanuele Severino. Adesso l’Associazione di studi Emanuele Severino (ASES) è una realtà. Sabato 25 febbraio, infatti, in occasione dell’ottantottesimo compleanno del filosofo, nel Salone Vanvitelliano di Palazzo della Loggia, sede del Municipio di Brescia, si è tenuto il primo evento pubblico, organizzato dalla neonata Associazione in collaborazione con il Comune di Brescia.

Il sindaco Emilio Del Bono ha assicurato che la collaborazione con ASES proseguirà nel tempo e ha anche annunciato che l’Associazione sarà ospitata in un locale dell’Assessorato alla Cultura (all’evento era presente anche l’Assessore Laura Castelletti) nel prestigioso complesso di Santa Giulia e che avrà poi una sede definitiva in un altrettanto importante palazzo della città.

A Ines Testoni (dicente di psicologia presso l’Università di Padova e vicepresidente di ASES) il compito di illustrare gli obbiettivi che l’organismo si pone: favorire lo studio del pensiero di Severino attraverso l’organizzazione di convegni, pubblicazioni e collaborazioni con università italiane e straniere.

Vincenzo Milanesi, Rettore emerito dell’Università di Padova e presidente dell’Associazione, nel sottolineare l’importanza della nascita di ASES ha ricordato come nel panorama della filosofia del ‘900 il pensiero di Emanuele Severino «rappresenta una punta molto alta, un pensiero forte perché parla della Verità, ed è capace di pensare insieme alla Verità il proprio tempo».

Paolo Barbieri (direttore di QuiLibri e del Comitato Fondatori) ha invece ricordato il legame tra il professore e la sua città, speso evocato nei suoi libri e reso concreto, per esempio, con la pubblicazione di suoi testi fondamentali, dalla Struttura Originaria a Essenza del nichilismo, con le case editrici di Brescia.

Claudio Bragaglio (Nuova Libreria Rinascita e Comitato Fondatori) ha sottolineato la generosità di Severino nei confronti ricordando i numerosi interventi – senza mai venir meno al suo discorso filosofico – su temi di attualità attraverso il confronto con personalità cittadine come, per esempio, Giovanni Bazoli e Mino Martinazzoli.

Il senatore Paolo Corsini già sindaco di Brescia, ha tratteggiato invece il rapporto che il filosofo ebbe con Bruno Boni, sindaco di Brescia dal 1948 al 1975. Cattolico studiò a fondo il pensiero dell’amico-filosofo e quando morì volle nella bara copia di Essenza del Nichilismo.

Il professore Giulio Goggi, autore tra l’altro del libro Emanuele Severino per la casa editrice Lateran University Press, ha ripercorso le tappe del pensiero del filosofo dalla Struttura Originaria, attraverso il saggio Ritornare a Parmenide, Destino della NecessitàGloria, Oltrepassare, La morte e la terra, Dike e Storia, Gioia.

Il Maestro ha chiuso la mattinata con il simpatico taglio della torta ma soprattutto con un breve ma profondo intervento ha ricordato come l’Associazione a lui dedicata ha un carattere strettamente culturale: «La cultura ha a che fare con l’educazione dei popoli, ovvero ciò che i popoli devono sapere per sopravvivere: il senso del mondo in cui vivono». Sul fatto che oggi non vi sia consenso sull’esistenza o meno di un senso, è per Severino il punto di partenza per il capire il mondo in cui viviamo e la crisi economica e politiche non sono spiegabili se «non si tiene contro della tradizione e della critica della stessa». Qual è, dunque il compito della filosofia? Severino lo ha spiegato con una metafora: «Ognuno di noi è come una montagna altissima: la vetta sbuca fuori dalle nuvole che si vedono stando a valle. La vetta è al sole, la valle è coperta dalle nuvole. Noi sogniamo la vetta ma parliamo da gente di montagna che sta sotto le nuvole. La filosofia è il vento che porta via le nubi».

All’evento è intervenuta anche la famiglia di Emanuele Severino: la figlia Anna con il marito Giorgio e il figlio Andrea e Federico, primogenito del Maestro.

Il primo passo è stato fatto. Già vi sono tanti progetti in cantiere che, con l’impegno di tutti, saranno sicuramente realizzati già in questo 2017.

 


AUDIO dell’incontro

  1.  Ines Testoni (Professore associato di Psicologia sociale presso Università di Padova e vicepresidente dell’Associazione di Studi Emanuele Severino)

2. Emilio Del Bono (Sindaco di Brescia)

 

3. Vincenzo Milanesi (Rettore emerito, direttore del Fisppa dell’Università di Padova e Presidente dell’Associazione di Studi Emanuele Severino)

4. Paolo Barbieri (Direttore rivista QuiLibri)

5. Claudio Bragaglio (Nuova Libreria Rinascita)

6. Paolo Corsini (Storico, già sindaco di Brescia)

7. Giulio Goggi (Professore di filosofia. Collabora con l’Università Vita-Salute San Raffaele con seminari legati al corso di Ontologia fondamentale)

8. Anna Ludovica Severino,  vice presidente della associazione

9. Valent

10 Sciuto

11 Emanuele Severino

punti chiave dell’intervento:

  • cosa vuol dire “fare educazione” oggi?
  • esibire il contrasto fra TRADIZIONE e TECNICA (tempo presente: un grande presente!)
  • alla ricerca dell’unificante per eccellenza: il “divino”
  • riflettere sugli “angeli di dio” (angelos è il messaggero)
  • temi: STATO, POLIS, DEMOCRAZIA, BELLO DELLE COSE, DIRITTO NATURALE

L’Associazione di Studi Emanuele Severino è nata su iniziativa di un gruppo di studiosi e allievi del Filosofo e ha come obiettivo quello di far conoscere attraverso convegni, pubblicazioni e borse di studio il suo pensiero .

Il Comune di Brescia sostiene l’iniziativa contribuendo all’organizzazione dell’evento del 25 febbraio anche assicurando una sede all’Associazione e garantendo una collaborazione per le future attività.
All’Associazione hanno aderito oltre 140 personalità della filosofia e della cultura italiana: da Umberto Curi a Sergio Givone, da Umberto Galimberti a Massimo Donà, Vincenzo Vitiello, Biagio Di Giovanni, Gennaro Sasso. E poi Luigi Zoja, Silvano Agosti,  Natalino Irti.
Nei mesi scorsi la casa editrice di New York, Verso Book, ha pubblicato, a cura di Alessandro Carrera e Ines Testoni, la versione inglese di ‘Essenza del nichilismo’. A testimonianza dell’interesse crescente per il pensiero di Emanuele Severino anche negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone, già numerose Università hanno dato la loro adesione all’Associazione: dalla St. John’s University di New York, all’University of Huston, e poi il King’s College di Londra, l’University of Western Ontario, l’University of Melbourne e l’University of New Mexico.


pubblicato dopo gentile segnalazione di Ines Testoni e Paolo Barbieri

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Intervista al prof. Emanuele Severino e alla prof.ssa Ines Testoni su temi inerenti il congresso “Seeing beyond in facing death”, 4 AUDIO (45 minuti) pubblicati in http://endlife.psy.unipd.it/, 2015

DSC01826Dal programma Musica Maestro” di Armando Torno su Radio 24 andato in onda domenica 14 settembre alle 21.00

segui l’intervista al prof. Emanuele Severino e alla prof.ssa Ines Testoni,

su temi inerenti il congresso “Seeing beyond in facing death”


per ascoltare gli AUDIO vai a:

Intervista al prof. Emanuele Severino e alla prof.ssa Ines Testoni

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Convegno Seeing beyond in facing death,  28 settembre 2014, Death Studies Master

Sorgente: Death Studies Master – YouTube


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Emanuele Severino, 32 LEZIONI VENEZIANE, Corso 9 ottobre 2000 – 17 gennaio 2001 tenuto nella aule di San Sebastiano alla Università Ca’ Foscari di Venezia. Pubblicate in L’IDENTITA’ DELLA FOLLIA e in L’IDENTITA’ DEL DESTINO, a cura di Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Ines Testoni, Rizzoli, 2007 e 2009. Indice del libro

Paolo: quale cura davvero enorme avete dedicato a questi due libri:

Giulio: Starei per dire che quelle “Lezioni veneziane” sono uscite così, come le si legge in quei due libri, pressoché perfette, come Minerva dalla testa di Giove.

E credo che questo lo potrebbero confermare anche Giorgio Brianese e Ines Testoni.

Un caro saluto

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