La follia dell’esistere, Intervista a Emanuele Severino a cura di Vera Slepoj, Riza psicosomatica n. 74, aprile 1987

La follia dell’esistere
Intervista a Emanuele Severino a cura di Vera Slepoj, Riza psicosomatica n. 74, aprile 1987
Com’è diventato filosofo?
Ho sentito parlare per la prima volta di filosofia da mio fratello che era normalista all’università di Pisa, io e mio fratello avevamo otto anni di differenza, lui era del ’21; io del 29; morì nel ’41 durante la guerra, che aveva appena vent’anni. Mio fratello studiava lettere, ma ogni studente che andasse a Pisa era influenzato dal pensiero di Giovanni Gentile. Quindi, per me, il primo filosofo, il primo contatto fu con Gentile. Mio fratello era in contatto con i filosofi di quel tempo, Ruiz, Calogero e altri che conobbi quando avevo 12 anni. A quel tempo studiavo dai Gesuiti qui a Brescia e per l’ambiente di Pisa era come una boccata d’aria. Diciamo che mio fratello fu il tramite e fece sì che leggessi La logica di Gentile e le Opere, ma nel contempo coltivavo un altro interesse che era quello della musica, non come musicista ma come compositore; infatti ho studiato con Luigi Manenti, che scrisse un bel libretto di cui la prefazione fu scritta da un poeta, Francesco Mascialino, che era il padre di quella che poi è diventata mia moglie.
Come conciliava questi due interessi?
Tra le terza liceo classico e il primo anno di università scrissi il mio primo libretto: La coscienza: pensieri per una antifilosofia, naturalmente c’era Schopenhauer, Nietzsche e altri, ma soprattutto Eduard Hanslick, il teorico della musica. Avevo anche coniato un termine, quand’ero ragazzo. In opposizione al termine «eitetica» di Husserl, cioè la riflessione sui significati, il termine «aneitetica», cioè il distogliersi della musica dai significati del mondo. La musica non è un descrivere il mondo ma un ritrarsi dai significati del mondo. Anche qui, Husserl parlava di intenzionalità, cioè rivolgersi verso i significati del mondo, io avevo coniato il termine «ecstensionalità», cioè il dissolvimento dei significati. Allora ci credevo, adesso no. Poi, ho ripreso questo tema, proprio in un libro che ho scritto l’anno scorso per l’Adelphi. Tornando alla musica, essa rappresenta tutto ciò che la cultura occidentale è, cioè il divenire del mondo. Lo rappresenta in forma diversa, con il movimento, che le cose siano movimento, tempo…Questo pensavo a diciotto anni.
Che cosa successe poi?
A quei tempi l’influenza di Schopenhauer e Nietzsche era molto forte. Nel dopoguerra mi iscrissi all’università di Pavia, dove c’era Mariano Maresca, figura molto interessante di quel tempo. Fui studente universitario al famoso collegio Borromeo di cui il rettore era Cesare Angelini, molto amico di Giovanni Papini. Ricordo che un giorno, mentre stavamo mangiando, arrivò proprio con lui. C’erano docenti come Michele Federico Sciacca, poi a Maresca e Sciacca, subentrarono Gustavo Bontadini ed Enzo Paci. Mi laureai con Bontadini, e questo voleva già dire avere un interesse verso i Greci. Pubblicai la tesi che era: Heidegger e la metafisica. Nella tesi cercai di dimostrare un’omogeneità tra Gentile e Heidegger, oggi questo scandalizzerebbe; anche se Gentile era più provinciale di Heidegger, come sostanza può occupare lo stesso posto.
Quando decise di diventare filosofo?
Le decisioni vengono dopo le azioni. A quei tempi avevo già scritto un libretto Note sul problematicismo italiano, dove criticavo Abbagnano, Sciacca ecc. Ero critico verso il grossissimo baronato accademico, dove c’erano persone come Calogero, Spirito, Banfi. Era incoscienza pura, e credo di averne avuto anche dei danni. Stupisce sempre quando si vede un ragazzo di vent’anni criticare i «grandi» ma io ero convinto che uno potesse dire quello che pensava. E’ ovvio che non si può fare così. L’anno dopo la mia fidanzata, ora mia moglie, lesse casualmente che si poteva chiedere la libera docenza senza che fossero passati i cinque anni dalla laurea. Partecipai al concorso e ottenni la libera docenza, che è come ora essere professore associato. Comunque è stato tutto un caso!
Cosa vuol dire essere filosofo oggi?
Volendo stare a un livello alto, direi, che oggi non solo la filosofia, ma l’intera cultura, trae le conseguenze da un modello, che è quello greco: la scienza, la religione, il senso comune, tutte le forme della civiltà occidentale, sono tutti sostenitori della grecità, ma sono lontani dall’autentico riconoscimento del carattere determinante della grecità per l’Occidente. Ora, in questa situazione, tutte le grandi forme di pensiero filosofico sono sviluppi di questo modello. E oggi, fare filosofia in senso radicale vuol dire mettere in discussione quel modello, ma siccome quel modello rimane alla base di tutta la cultura occidentale, vuol dire metterne in discussione l’intero sviluppo. E poi qual è questo modello? E’ il termine che ha usato lei prima dell’intervista, il «Tempo», cioè la persuasione che la realtà sia storica, diveniente, processuale, temporale, che le cose nascano e muoiano, che sono, ma potrebbero non essere, che sono caduche, finite, contingenti, producibili, che sono distruttibili, creabili, annientabili. Ecco, questo concetto che è stato inventato dai Greci, anche se pochi lo sanno, è diventato una convinzione indiscutibile di tutta la nostra cultura. Chi mette in discussione questo? Nessuno. E’ all’interno di questa fede, che lo spirito critico del nostro tempo discute tutto. Bene, fare filosofia in senso radicale è mettere in discussione ciò che viene creduto di estrema evidenza, e cioè il carattere storico, temporale, finito, diveniente, della realtà. Fare filosofia in senso radicale è rendersi conto che ciò che per l’occidente, e ormai per l’intero pianeta, è evidenza suprema, è invece follia estrema, cioè alienazione estrema.
Ma qual è la funzione sociale dell’ «esser filosofo»?
Se per filosofia si intende il suo carattere storico, cioè come forma della cultura occidentale, allora, oggi la filosofia ha il compito di far uscire la civiltà della tecnica dalla fase in cui si trova, dove la scienza ancora ignora i suoi legami con la tradizione filosofica. Perché soprattutto il linguaggio scientifico ignora il proprio inconscio ontologico, cioè ciò che è presente nel linguaggio ma non è espresso semanticamente nel linguaggio stesso. Da questo punto di vista la filosofia può assumersi tale ruolo riportando la civiltà della tecnica ai Greci. Non può fare il passo successivo, cioè vedere la filosofia come cultura dominante, cioè vedere la follia presente nella fede greca del divenire. Questo la filosofia, come esistenza storica, non lo può fare, perché dovrebbe vedere la propria follia. Perché questa stessa follia, che mi riporta ai Greci, dipende dai Greci.
Che cos’è allora la follia?
La follia, nella sua forma più radicale, è credere che le cose siano «niente». D’altra parte, si trovano in molte forme di malattia mentale persone che dicono: «sono niente», «sono un niente», «tutto è niente». Alla base di questa fede nel divenire c’è il fatto che la realtà è storica. L’inconscio dell’Occidente è la persuasione che le cose siano niente e questa persuasione è legata di necessità alle fede greca nel carattere storico, diveniente della realtà. Quindi, chi dice – a livello della sua coscienza – che le cose divengono, nel suo inconscio pensa che le cose, non le cose in generale, ma le cose concrete come il divano, le sedie, la terra, siano niente. Nel proprio inconscio l’occidente, ed è la follia, pensa che le cose siano niente, e le vive come niente, e proprio perché le vive come niente può proporsi di crearle e di distruggerle. Tutti i progetti di dominio presuppongono questo. Perché lei pensa di poter dominare una situazione? Perché crede nella fluidità, nel carattere fluido e diveniente della realtà. L’agire sottintende la follia, la convinzione del carattere diveniente del mondo.
Professor Severino che cosa pensa dell’inconscio?
L’inconscio in senso freudiano è un’ipotesi di tipo induttivo, in sostanza data una certa analisi del modo in cui si comportano le rappresentazioni della mente, Freud dice che bisogna supporre una loro permanenza, anche quando non sono esplicitamente consapute, che è un’induzione di carattere ipotetico. Qui si allude a qualcosa di diverso, a un nesso necessario tra la fede nel divenire e la persuasione che le cose siano niente. Però, chi ha fede nel divenire non si rende conto di ciò che la sua fede implica, e questo è l’inconscio: il non rendersi conto di ciò che la fede nell’occidente implica di necessità. Questa parola, «necessità», sta per «destino della necessità». La cosa decisiva non è una tesi, è la fondazione di una tesi. Una tesi separata dalla giustificazione può somigliare a un’altra tesi. Però in quanto legata a un certo tipo di fondazione, che non è quella di tipo scientifico-psicologico, allora si trasfigura… Il tipo di fondazione freudiana usa quella logica analitica che è riconducibile alla logica greca. L’assonanza ci può essere nel senso dell’assonanza tra i due inconsci, ma non più che un’assonanza. La logica della scienza non è la logica del destino.
Perché usa la parola destino?
Uno psicologo sa che cosa vuol dire epistemologia, ma epistemologia è una parola moderna che ha perduto il significato fondamentale della parola episteme. Noi traduciamo epistemologia come: riflessione sulla scienza, analisi della scienza o riflessione metodica sulla scienza. Però episteme in greco significa qualcosa di diverso, cioè «lo stare che sta sopra», la capacità di stare su ogni possibile avversario, su ogni possibile negazione e quindi, su ogni possibile novità che sia introdotta dal corso del mondo. Quando noi traduciamo con episteme «verità definitiva» è un cattivo modo di esprimere il vero significato di episteme. Quindi la filosofia – cioè la filosofia dei Greci – nasce come «episteme» ma nasce insieme con l’invenzione del «divenire» e la fede nel «divenire» rende impossibile lo «stare» che l’episteme intende essere. La fede nel divenire impedisce ciò che chiamiamo verità definitiva, verità assoluta e immutabile. Prima dei Greci non si riflette, appunto, su questa opposizione infinita di «essere e niente» che è quella che consente di definire il «divenire» come «uscire dal niente e ritornare nel niente», in cui tutti credono, anche lei…Si tratta di comprendere che quando tramonta quella fede, allora ridiventa possibile l’apparire autentico dello «stare». Ridiventa possibile quello che non è stato possibile lungo la storia della verità occidentale. Questo «stare», quindi, liberato da quella fede che rende impossibile lo stare, è appunto indicato dalla parola «destino». E’ bellissima questa parola che a noi deriva dalla lingua latina, e che ad esempio, la lingua tedesca non possiede. E’ una parola costruita in modo simile a «episteme». «Stino» viene dal latino destinare che è costruito sulla radice «Sta» e quel «de» di destino sono propenso a intenderlo non come indicante un «provenire da», ma come un’intensificazione che c’è in certi verbi come deamare che vuol dire «amare molto», amare intensamente. Destino in senso di «stare molto», in modo pieno. Tutto ciò per ritornare all’uso della parola destino, per dire che il modo in cui si afferma l’inconscio è all’interno di una logica che è la logica del destino, che non è la logica dell’induzione, non è la logica scientifica, non è la logica della scienza moderna e non è nemmeno la logica della filosofia greca e della storia del pensiero filosofico. L’inconscio ha un’assonanza, ma non più che un’assonanza e la logica che lo sorregge e gli alita dentro è radicalmente diversa.
Quindi la morte che cos’è?
Per l’Occidente è l’annientamento delle cose e dell’uomo, ma nell’apparire del Destino, la morte è il contenuto di uno dei modi in cui si presenta la follia dell’Occidente, la persuasione di morire è stata inventata dai Greci. Prima dei Greci si muore in modo diverso, perché non si pensa al «niente». Con i Greci si incomincia a morire in modo radicale nel senso che si incomincia a pensare che il morire sia andare nel «niente». Questa è la follia. La morte è uno dei contenuti emergenti della follia. Questo non vuol dire che non si presentino nell’apparire delle cose tutti quei fenomeni che noi diciamo, malattia, decrepitezza arresto, ma anche tutte queste forme sono esse stesse come l’ «istante», nulla si annienta, neppure le forme orribili dell’esistenza. Siccome morte vuol dire «annientamento delle situazioni» l’ultimo annientamento è quello della vita nella sua interezza. Quando io divento infelice, muore la felicità, vuol dire che si annienta la felicità. Ecco, quando lei mi domanda che cos’è la morte – rispondo – la morte non è un’oggettività, è l’immagine che si presenta nel sogno della follia, cioè la persuasione di annientarsi, e anche la nascita, che è uscire dal «niente»…
Ma lei ha paura di morire?
Come individuo, con la mia storia occidentale nel sangue, come «non verità», anch’io sono impastato della stesa materia di tutti gli altri, quindi, anch’io posso temere la morte. Ma l’individuo non è quello che conosce la verità. Bisogna rovesciare questo concetto che io sono, qui, un fascio di luce che coglie la verità…Sono incluso nell’apparire del destino. L’individuo è «non verità», non può essere santificato, non c’è possibilità di una salvezza dell’individuo in quanto individuo.
Lei ama molto la mente umana?
Io amo molto l’errore! Come la morte, l’individuo non è una realtà oggettiva, è il contenuto di una persuasione, non esiste l’individuo. Però esiste la persuasione che dice: io sono un individuo, cioè esiste l’errore. Più ancora, esattamente, non esiste il contenuto dell’errore, ma l’errore.
E’ possibile che il filosofo sia stato in qualche modo, storicamente, il primo psicoterapeuta, magari inconscio?
Se psicoterapeuta vuol dire curatore dell’angoscia dell’anima, allora sì, la filosofia nasce per curare l’angoscia del divenire. L’episteme di cui parlavo prima è appunto la terapia, perché ciò che terrorizza è l’imprevedibilità presente nel divenire. Allora, la cura dell’angoscia è la «previsione», quindi, la prima grande forma di previsione è la filosofia in quanto «episteme» perché l’episteme definisce il senso definitivo del mondo al quale tutte le cose devono adeguarsi, quindi, è la previsione per eccellenza. Poi questa previsione epistemica sarà sostituita dalla previsione scientifica, ma il compito è sempre quello di anticipare il senso del mondo, in modo da rendere sopportabile l’angoscia e l’angoscia è per il Divenire. Anche qui, l’uomo si angoscia a partire dai Greci in modo diverso da come si angosciava prima dei Greci. Non esiste una categoria metastorica dell’angoscia come intendeva, forse, Freud, e forse anche Jung. L’angoscia occidentale invade oggi la terra perché è l’angoscia per il niente, di fronte al niente. Non occorre aspettare Kierkegaard o Heidegger per parlare dell’angoscia…Eschilo, la tesi che io ho sostenuto, è non solo uno dei primi grandi filosofi, ma è quello che dice che «la verità salva del dolore e dall’angoscia», quindi, non solo è il primo psicoterapeuta, ma sa di esserlo.
Perché l’individuo si ammala? E come guarisce?
Guarire vuol dire uscire dall’errore. La radice di ogni possibile guarigione è uscire dall’errore dell’Occidente che è sempre lo stesso errore. La storia dell’Occidente è unificata da un unico errore. L’autentica storia della follia è la permanenza della storia originale della follia. Poi, ci sono le varie rifrazioni, specificazioni, è tutto un lavoro subordinato, derivato rispetto all’origine.
Che cos’è quindi l’Essere?
L’Essere è l’oggetto di tutta la storia della filosofia. I Greci pensano l’Essere come attraversato dal «niente» e anche qui si tratta di liberarsi da questo attraversamento. Potremmo parlarne per un decennio… Però sempre l’Essere è pensato come Tempo. Il titolo che Heidegger ha dato alla sua opera, Essere e Tempo, è un titolo il cui contenuto è presente sin dall’inizio nella nostra cultura. L’Essere e Tempo è attraversato dal «niente». Il Divenire, questo è il senso folle dell’Essere.
E il significato della Psiche?
Nella storia della filosofia ad esempio, Aristotele dice che l’anima, la psiche è in un certo modo tutte le cose perché le manifesta. Nella storia della filosofia l’anima è sempre stata intesa, da un lato, come la manifestazione del divenire, e dall’altro, come centro dell’azione, il principio dell’azione. Si decide di agire solo in quanto di possiede la fede nel divenire. L’anima è una delle forme tipiche di questa fede, perché ogni forma di dominio del mondo ha nella psiche, cioè nel centro cosciente dell’individuo, il proprio principio. Quindi, è chiaro che nei miei scritti io non sia affatto d’accordo su questo modo costante d’intendere l’anima come principio attivo di riflessione nel mondo diveniente e come principio attivo d’azione. Così come la morte, l’anima è una delle espressioni tipiche della follia.
Professor Severino il simbolo che cos’è?
Il simbolo per eccellenza è il linguaggio. Il linguaggio ha dominato tutta la storia del mortale perché il quadro è più ampio di quello che le ho detto. Cioè, la fede greca nel divenire è l’espressione di una alienazione più originaria di cui l’isolamento della terra dal destino è la volontà che isola la terra dal destino, guardando se stessa dice: «io sono un mortale». Ecco, la persuasione di essere mortale sta alla radice del nichilismo, che, appunto, si esprime in quello che dicevamo (fede greca nel divenire). Il quadro totale dal quale non c’eravamo fin qui sollevati è la contesa tra l’apparire del «destino della verità» e «l’isolamento della terra dal destino della verità». Il linguaggio, cioè il simbolo che ha preso il sopravvento, è stato quello che ha nominato la terra «isolata», quindi, ogni parola è stata riservata alla «terra» isolata dal «destino». Per me, il termine «terra» non una metafora, ma è qualcosa di molto preciso. E’ tutto ciò che nell’apparire, sopraggiunge e si congeda dall’apparire, quindi, è un termine tecnico che corrisponde in parte all’uso comune della parola terra, ma è contrapposto a ciò che chiamo «lo sfondo», cioè ciò che da sempre, per sempre, appare. Il simbolo dominante nomina la «terra isolata». Nella storia del mortale il linguaggio ha nominato la «terra isolata». Anche qui, il linguaggio diverso, alternativo, è cominciare a nominare la verità, il non isolamento della terra. Un risposta concreta dovrebbe procedere da questo tema dove qui la parola singola è intesa nella forma più elementare di significato di linguaggio. Il simbolo è il linguaggio che nomina il quadro, cioè la totalità dell’essente visibile, la totalità di ciò che appare, che è ben più di quello che crediamo che appaia, che è ben più di quello che la fenomenologia o la scienza crede di rinvenire. Anche tutte le forme di psichiatria fenomenologica ispezionano solo una dimensione estremamente ridotta di ciò che appare. Non si tratta di andare al di là del visibile per trovare l’invisibile, ma si tratta di rendersi conto che nel visibile c’è molto di più di ciò che crediamo ci sia.
La Metafisica è ancora attuale?
Se per Metafisica si intende la tradizione filosofica e cioè il pensiero che a partire dal mondo diveniente sale al mondo immutabile, allora la Metafisica in questo senso è destinata a tramontare, anzi, è tramontata soprattutto nelle forme del sapere scientifico, della «società della tecnica». Se per Metafisica invece si intende, e questi significati sono entrambi presenti nel pensiero filosofico, il pensiero che si volge alla totalità dell’essere e quindi, si volge a ciò che ha fuori di sé, cioè al nulla, per questo l’essere non può essere oltrepassabile. Ci può essere un’eclisse della Metafisica, ma è impossibile prescindere dalla considerazione del tutto. Allora in questo senso non ci può essere un tramonto della Metafisica. Certo che se il tutto è la totalità che unifica il divenire, allora è inevitabile che ci siano quelle forme di critica al pensiero totalizzante che oggi vanno per la maggiore. Se il tutto è il tutto greco, se la totalità dell’Essere è la totalità greca dell’Essere, allora è inevitabile la critica a ogni forma di olismo, di pensiero totalizzante, ogni forma che pretenda di unificare il molteplice diveniente. Quindi, affinché si possa parlare di Metafisica, in questo secondo senso, come comprensione della totalità dell’essere, bisogna ancora una volta oltrepassare la fede nel divenire. Allora sì, è possibile parlare in modo non fallimentare dell’unità del Tutto, del Tutto che non lascia fuori di sé nulla, e quindi, dell’ essere. Dove essere è la totalità del positivo visto nella sua impossibilità di non essere. La totalità delle determinazioni positive viste nella loro eternità, dove ciò che è eterno è ciò il cui non essere è impossibile.

Vasco Ursini segnala: L’importante intervista della giornalista Silvia Truzzi a Emanuele Severino su Il Fatto quotidiano del 8.6.19

L’importante intervista della giornalista Silvia Truzzi a Emanuele Severino su Il Fatto quotidiano di oggi. 8.6.19
Emanuele Severino
“Come fu che Martin Heidegger studiò la mia tesi di laurea”
di Silvia Truzzi
Nei Pensieri Leopardi – che in questa casa è così di casa da avere una stanza a lui solo dedicata – spiega: “Quasi tutti i grandi uomini sono modesti, perché si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell’idea del perfetto che hanno dinnanzi allo spirito”. L’infinito compie 200 anni, splendidamente portati; il nostro ospite, che tanto si è occupato di eterno, non è da meno, avendo da poco oltrepassato il ragguardevole traguardo dei 90 anni. Per festeggiare Emanuele Severino alcuni dei suoi allievi, tra cui Ines Testoni e Giulio Goggi, hanno organizzato un convegno a Brescia (dal 13 al 15 giugno) sui rapporti tra il filosofo bresciano e Martin Heidegger. Il padre di Essere e tempo ha riflettuto sul pensiero di Severino dalla fine degli anni Cinquanta: una prima nota reca la data 1958, altre risalgono alla fine degli anni Sessanta. Ma tutto comincia nel 1948 quando il giovanissimo Emanuele mette mano alla sua tesi di laurea. Titolo: Heidegger e la metafisica. Lavoro che viene subito pubblicato e che il “il pastore dell’essere” leggerà anni dopo: ed è qui che ci mette lo zampino la leopardiana modestia di cui sopra.
Professore, perché non ha mandato a Heidegger la sua tesi?
Ero un ragazzo, per carattere non sono uno che si promuove. Erano anche altri tempi, non usava.
A quei tempi il filosofo tedesco era poco conosciuto in Italia.
Non conosciuto come meritava. A 19 anni ho dovuto fare i conti con Sein und Zeit. Il tedesco lo conoscevo perché al liceo andavo a lezione di tedesco da un gesuita: Padre Auer. E Padre Auer conosceva Hitler. Ricordo che mi raccontava i contorcimenti di Hitler quando le cose non andavano come voleva lui.
Come ha fatto a prendere la libera docenza a 21 anni?
Mi sono laureato giovane, avevo saltato la prima liceo. Dopo la guerra c’era voglia di fare tutto subito. Nell’inverno del 1950 Esterina, che l’anno dopo sarebbe diventata mia moglie, vide sul Corriere una noticina in cui si diceva che quell’anno poteva partecipare al concorso di libera docenza anche chi era laureato da meno di cinque anni. Io avevo pubblicato il libro su Heidegger e durante l’università anche Note sul Problematicismo italiano. E quel peccato di gioventù che era La coscienza. Pensieri per un’Antifilosofia…
Stiamo sempre parlando di un ragazzo di diciannove anni…
No, lì ne avevo tre di meno, ne avevo sedici e mezzo.
Quando ha deciso di studiare filosofia?
Mio fratello, morto alpino nell’ultima guerra, era normalista a Pisa e aveva come docenti Gentile, Carlini Russo e Calogero. A casa parlava dei suoi studi, io lo adoravo. Quindi direi che il mio primo contatto con la filosofia è stato con quanto mio fratello diceva di Gentile e che mi sembrava estremamente intelligente, anche se capivo poco.
Era un bimbo!
Sì, sì, ero un bimbo. Intuivo che poi, quando sarei andato al liceo, avrei capito di più. Ma quando dovetti decidere cosa fare ero indeciso tra fisica, matematica e filosofia.
Si sa com’è andata… Torniamo a Heidegger: come sappiamo che legge la sua tesi nel ‘58?
In occasione del convegno di Brescia mi ha scritto Friedrich-Wilhelm von Herrmann, illustre cattedratico dell’Università di Friburgo, e di cui è assistente il professor Francesco Alfieri dell’Università lateranense, che possiede le chiavi dell’archivio e di queste note inedite di Heidegger che saranno pubblicate. In questa lettera spiega – le leggo – che il mio nome era “costantemente presente nella mente di Martin Heidegger”, quando negli anni Sessanta lui era l’assistente di Eugen Fink prima e dello stesso Heidegger poi. “Durante i suoi incontri con il fratello Fritz, Heidegger parlava spesso di Emanuele Severino e anche il figlio di Fritz, il reverendo Heinrich Heidegger, ricorda molto precisamente quelle menzioni, perché partecipava spesso agli incontri tra i due fratelli”.
Nella lettera von Herrmann le scrive: “La sua lettura autonoma di Heidegger e la fluidità del percorso delle sue ricerche fanno di lei un maestro”.
Molto lusinghiero.
Decisamente: al convegno le consegneranno perfino la traduzione di una sua opera in cinese. Ma andiamo avanti: anche il nipote di Heidegger le ha scritto una lettera molto affettuosa in cui racconta di come zio Martin parlava di lei, di quanto era impressionato dal modo in cui lei interpretava i suoi testi.
Dice che anche il padre Fritz, che aiutava il fratello trascrivendo a macchina i suoi manoscritti, ripeteva spesso il mio nome.
“Spero – aggiunge il reverendo Heidegger – che Lei un giorno verrà a trovarmi qui a Meßkirch”. Ci andrà?
No: io ho appena compiuto 90 anni, e lui ha la mia stessa età. Gli ho risposto così: “Caro reverendo, grazie per l’invito ma credo che sarà difficile, comunque ci incontreremo… in quella che io chiamo Gioia”. Gioia è quello che si apre con la morte, morire vuol dire entrare nella Gioia.
Si è fatto un’idea del perché Heidegger è stato colpito dalla Sua interpretazione?
Ho studiato a Pavia, con un grande maestro, Gustavo Bontadini. Il quale aveva interpretato Gentile non come chiusura alla metafisica classica, ma come un pensatore che indipendentemente dalle sue convinzioni apriva la porta a tale metafisica. Ho creduto in quel periodo che lo si dovesse dire in modo ancora più adeguato di Heidegger; cioè che anche Heidegger non fosse da intendere come un filosofo che, alla Nietzsche, afferma la morte di Dio, ma come un filosofo che – lo dice esplicitamente, ad esempio, in Essere e Tempo – intende indagare la base a partire dalla quale si può costruire una metafisica.
Torniamo a Gentile, un filosofo che l’ha influenzata moltissimo: quanto lo ha danneggiato l’adesione al fascismo?
Immensamente, è stata un pretesto per non studiarlo. Intanto diciamo che era il fascismo a essere gentiliano: quando pensava, il fascismo, pensava attraverso Gentile. Faceva, anche, e purtroppo faceva male. Ma quando si metteva sul piano culturale, l’orizzonte era Gentile. È Gentile che ha scritto la voce “Fascismo” sulla Treccani. Gentile è pressoché ignoto nel mondo anglosassone: c’è un motivo. Abbiamo perduto una guerra in un modo indecente. Abbiamo avuto il Partito Comunista più forte dell’Occidente, infastidendo notevolmente il mondo capitalistico. Tutti questi sono fattori che ci hanno resi antipatici al resto del mondo.
Anche su Heidegger ha pesato la macchia dell’antisemitismo e del nazionalsocialismo.
Il fascismo è stato un pretesto per non studiare all’estero l’italiano Gentile, ma non ha impedito l’affermazione internazionale del tedesco Heidegger. Era un tedesco e i tedeschi contano di più all’estero degli italiani.
La “moda” politicamente corretta per cui non bisogna studiare un filosofo perché fascista, o non leggere Céline per le stesse ragioni, che fondamento ha?
Mi sembra una sciocchezza. Quando Heidegger scrive quelle frasi antisemite, le scrive nel contesto di una critica all’intero atteggiamento metafisico quale si è andato di fatto realizzando, e che invece egli vuole ripensare. Le critiche che rivolge agli ebrei son le stesse che rivolge al cristianesimo, ad Aristotele, alla tecnica moderna, alla dimenticanza dell’“Essere”. E quindi non è che sia caratterizzato dal suo antisemitismo. Così come nel mio discorso filosofico non è che l’avversario sia il cristianesimo: il cristianesimo appartiene a una dimensione in cui i vari protagonisti hanno in comune qualche cosa di essenziale, cioè la fede nel diventare altro delle cose, la fede nella storicità delle cose del mondo.
Secondo lei perché questi tabù si ripresentano periodicamente come stigma? Volersi rifare una verginità storica, facendo finta per esempio che tutta la colpa sia stata del duce e del re, è un modo per non fare i conti con il passato e per legittimare il “fascismo eterno” di Eco. Ma non ogni forma di intolleranza è fascismo.
Certo. Ma non parlerei di periodicità. Il nostro è un tempo interessante anche perché è un unicum. Stiamo abbandonando la tradizione. Ma la tecnica destinata al dominio non si è ancora fatta innanzi. In questa fase intermedia anche il livello di intelligenza della gente ne risente. Nel Settecento i servi origliavano alla porta delle sale dei padroni dove si eseguivano Mozart e Haydn. Stavano lì a sentire. Se adesso pensiamo che il corrispettivo di Mozart e di Haydn è la musica pop e che la gente va in estasi per la musica pop, ecco, è accaduto qualcosa di profondo. Certo, le condizioni di vita del servo del Settecento erano pessime, ma allora anche i re, se avevano mal di denti, non se la passavano bene. Però l’abbandono della tradizione, di quella tradizione che può dire alla tecnica “guarda che tu non puoi fare tutto quello che sei capace di fare”, provoca uno stato di decadenza e di smarrimento che giustifica anche i fenomeni di cui parlava lei. La superficialità del nostro tempo ha ragioni profonde.
Resta il fatto che una parte di opinione pubblica ritiene che si prospetti un regime parafascista. Ma un fenomeno storico può essere utilizzato come contenitore di tutte le malvagità? Qualunque, anche eventuale, restrizione di libertà si può dire fascismo?
Ha detto una cosa molto interessante. Vorrei osservare che il mondo diventa sempre più pericoloso per i popoli ricchi perché i poveri vogliono vivere, vogliono mangiare e quindi tendono ad andare dove ci sono risorse e benessere. Questo è in qualche modo inevitabile dal punto di vista dei popoli poveri, ma è altrettanto inevitabile che i popoli ricchi si sentano minacciati nei loro privilegi e che mettano sbarramenti, e quindi limitazioni alle libertà che, per esempio, renderebbero più agevole un fenomeno come l’immigrazione. È inevitabile che si vada verso una restrizione della libertà. È però inevitabile che non si vada verso una restrizione di tipo politico ma verso una restrizione di tipo tecnico-razionale della libertà; e altro è un dittatore politico, altro è una dittatura della ragione scientifica, la quale pensa soprattutto all’incremento della potenza come tale, e non al potenziamento di una casta o di un’ideologia .
La domanda riguardava i fenomeni storici: si ripresentano, sono reiterabili, semplicemente perché se ne ravvisano alcune tracce? Lei vede similitudini con la Germania di Weimar o l’Italia pre-mussoliniana?
Anch’io parlavo di un grande fenomeno storico, che è il contenitore di quelli più particolari e per il quale è fuori luogo parlare di analogie con la Germania di Weimar o con l’Italia pre-mussoliniana. Ho scritto da qualche parte che la politica vincente è quella che si rende conto della fine della politica. Ora una delle forme più invasive della politica, in cui la politica è strapotente rispetto a una politica di tipo democratico, è proprio la politica delle dittature, come quella fascista o nazionalsocialista. Se e poiché si sta andando verso il tempo della dominazione della tecnica, allora un atteggiamento politico che non veda questa destinazione della tecnica al dominio e invece rafforzi il carattere politico del proprio agire è destinato al fallimento. Sarebbe come se ci si trovasse su un treno che va a Roma e sul treno ci fossero dei passeggeri che credono di stare andando a Berlino. Credo di essere uno dei pochi, oggi, che considera criticamente la politica, perché in genere prevale un’ansia di rivendicare il carattere autenticamente politico rispetto alle sue degenerazioni totalitarie. Laddove no, è la politica in quanto tale a esser destinata al tramonto.
Lei ha detto al premier Conte, che è venuto qui a trovarla, “io ritengo che il suo governo sia di fatto un governo tecnico”. Lui non era molto d’accordo, in effetti.
Ma dopo il suo messaggio alla stampa del 4 giugno si è abbondantemente parlato del carattere tecnico della sua presidenza! Quando ci incontrammo qui a casa mia, egli per “governo tecnico” intendeva un governo come quelli che ci sono stati in Europa e in Italia (cioè governi pur sempre inscritti nel sistema capitalistico), mentre io intendevo che quei governi erano e sono un vago presagio della gestione tecno-scientifica della società. In altri termini, quando parlo di destinazione della tecnica al dominio non mi riferisco alla necessità che in futuro vi siano governi alla Monti. La tecnica del futuro destinata a prevalere è una tecnica che sente la voce della filosofia del nostro tempo, la quale dice: non esistono assoluti, dimensioni eterne, quindi non esistono limiti all’azione, e pertanto tu, tecnica, puoi andare avanti senza inchinarti alla saggezza tradizionale, che invece mette in guardia ammonendo che non tutto quello che si può fare è lecito fare. Oggi, invece, la tecnica domina ancora soltanto di fatto, non di diritto: la sua potenza è soltanto una pre-potenza.
La scienza triste, l’economia, ha un’importanza enorme nelle nostre vite e nel dibattito pubblico. Le nozioni economiche sono un nuovo vangelo e spesso sono utilizzate come una clava sul cittadino che non ha strumenti. Forse è già successo che la tecnica domina.
Oggi non è la tecnica a dominare, ma, come dicevo, è l’economia capitalistica che si serve della tecnica. La tecnica destinata al dominio è invece quella che, avendo come scopo l’aumento indefinito della potenza, si serve dell’economia, e può servirsi anche dell’economia capitalistica. In Cina si sono incamminati in questa direzione. Ma attenzione: nemmeno l’autentica dominazione della tecnica ha l’ultima parola.

Prof.Ursini. rileggo spesso con un piacere “lussurioso”per la mente, quasi autorimodulante nell’energìa che profonde su me, la riposta di Emanuele Severino alla Sua lettera …

Prof.Ursini. rileggo spesso con un piacere “lussurioso”per la mente, quasi autorimodulante nell’energìa che profonde su me, la riposta di Emanuele Severino alla Sua lettera, e -mi permetta- tento qui di riproporla sapendo che molti miei amici ed adepti, e moltissimi studenti e studentesse di valore, hanno avuto da me l’apoteosi prosopopeizzata dell’altissima Filosofia del Prof.Emanuele Severino che ho da sempre adorato & venerato come fosse un semiDio tra gli uomini…qui nel nostro paese…”lacerato”….invidiato da mezzo mondo : “La lettera di risposta di Severino è datata 18. 6. 2003. Ecco il testo: “Egregio e caro prof. Ursini, La ringrazio molto della sua gentilezza e della sua lettera. Grazie di cuore. E congratulazioni: lei fa dell’autentica filosofia. Mi è poi particolarmente gradita la competenza che lei mostra a proposito dei miei scritti. La sua lettera contiene la risposta a buona arte delle sue domande. E penso che nei miei scritti Lei possa trovare le risposte alle altre. Comunque: la verità, certo, non illumina l’”individuo” – non illumina il “mendicante” – perché l’”individuo” è il contenuto del sogno dell’errare, ed è impossibile che la verità illumini l’errore. Ma “noi” siamo quel “re” che Lei richiama: e pertanto non è in quanto siamo “individui”, bensì in quanto siamo “re” (cioè eterno apparire della verità del destino) che ci capiamo e siamo l’apparire dello “stesso” e possiamo “essere d’accordo”. (D’altra parte, sino a che la solitudine della terra non tramonta concretamente, rimangono, nonostante la testimonianza del destino, le angosce e le asperità di cui Lei parla). Anche scrivere libri, anche il linguaggio che testimonia la verità del destino è volontà di potenza e momento della solitudine della terra (Cfr. Oltre il linguaggio e La Gloria). Se in un altro cerchio dell’apparire del destino (ossia se in ciò che propriamente è il “prossimo”) quel linguaggio è accompagnato dal “consenso” che in tale cerchio compare rispetto a ciò che tale linguaggio dice, non è perché tale linguaggio produca, in quel cerchio, l’apparire della verità: appunto perché ogni cerchio è, eternamente, tale apparire. Quel linguaggio può essere però una condizione perché anche in quel cerchio la solitudine della terra si ritragga di quel tanto che consente al linguaggio di indicare il (già da sempre manifesto) destino della verità. Con rinnovati ringraziamenti e con i saluti più cordiali, Emanuele Severino”.

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Allieva: «Vorrei dei chiarimenti sul concetto di bene e di benessere …, dal gruppo Amici di Emanuele Severino :

Allieva: «Vorrei dei chiarimenti sul concetto di bene e di benessere, perché mi è sembrato che come aspetto fondamentale del bene venga posto quello economico e quindi che tutti gli altri aspetti del benessere dell’uomo, che possono essere la salute, la felicità, vengono messi in secondo piano, vengono visti tutti i funzione del benessere economico».

Emanuele Severino:

«Anche qui la logica capitalistica ha a sua disposizione un argomento forte. Assumere come scopo il profitto vuol dire organizzare la produzione in modo diverso da come la produzione è organizzata quando si assume come scopo la solidarietà. E alla solidarietà in sostanza, lei faceva riferimento alludendo a quelle altre forme di bene. Però l’argomento forte del capitalismo è questo: quando, almeno a parole, nel mondo sovietico la produzione della ricchezza aveva come scopo la solidarietà, cioè l’istituzione di un società senza classi, quando nel mondo sovietico si è avuto questo scopo, il prodotto di ricchezza da distribuire è risultato estremamente inferiore alla quantità di ricchezza da distribuire, quando invece in area occidentale ci si è assunti come scopo, non la solidarietà, la solidarietà tra gli uomini, ma l’efficienza. Ritorniamo al discorso di Adam Smith: il capitalismo pensa di meno all’amore per il prossimo, però produce qualcosa che serve di più al prossimo, quando il prossimo crede che, dopo tutto, avere più soldi, più benessere, più automobili, più televisione, più vacanze estive o invernali sia ciò che si intende per bene, per ricchezza. Questo è il grosso argomento che ha in mano il capitalismo. Finisco subito: ma quando lei invoca la morale contro il capitalismo, fa appello a valori che certo, in cui oggi molti credono. Per esempio la Chiesa crede. Ma questi valori morali sono l’oggetto di una fede. E allora è possibile sviluppare una critica del capitalismo sulla base di una fede. Io direi che questo tipo di critica è debole. Sulla base delle nostre esigenze, di voler bene al prossimo, che il prossimo stia bene, sono istanze morali concepite fideisticamente, che possono non essere condivise da chi invece sfrutta, ha continuato a sfruttare e continuerà a sfruttare gli uomini. Voglio dire, la critica al capitalismo deve essere più dura che non quella rivoltagli in base al semplice appello ai valori morali, più radicale».

[Da una puntata del Grillo-Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche del 1998, affrontando il tema del rapporto tra l’utile e il bene in un confronto con gli allievi del liceo “Genovesi” di Napoli.] Gazzetta filosofica

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SEVERINO-INTERVISTA a MARCO CANZIANI – L’essere, P.O., linguaggio, cerchi dell’apparire, parmenicidio – YouTube

SEVERINO-INTERVISTA a MARCO CANZIANI – L’essere, P.O., linguaggio,cerchi dell’apparire, parmenicidio

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(8719) SEVERINO-INTERVISTA a MARCO CANZIANI – L’essere, P.O., linguaggio,cerchi dell’apparire, parmenicidio – YouTube

il pensiero di Emanuele Severino su tecnologia, etica, capitalismo e felicità – intervista in Startmag

intervista al filosofo Emanuele Severino, morto il 17 gennaio, pubblicata sul numero di giugno/settembre 2018 della rivista quadrimestrale Start Magazine

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Tutto il pensiero di Emanuele Severino su tecnologia, etica, capitalismo e felicità – Startmag

I ROVELLI DI SEVERINO, Breve dialogo tra un fisico ed un filosofo Nel primo anniversario della scomparsa di #EmanueleSeverino,

da:https://www.facebook.com/danilo.breschi.148/posts/919564442199084

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«Il futuro si crea se non pensiamo solo al presente» Intervista a Emanuele Severino pubblicata su Il Messaggero del 28/12/2015

“Oggi si tende a diffidare delle previsioni a lungo raggio: l’atteggiamento generale è quello di concentrarsi sulla soluzione dei problemi immediati. Ma in questo modo il pericolo non è risolto; viene solo allontanato, differito di poco”.Emanuele Severino, uno dei maggiori filosofi italiani, analizza il nostro rapporto con il futuro, con la volontà e la capacità di progettarlo: “In nome della concretezza alla quale si ispira anche il discorso politico, ci limitiamo a previsioni a breve termine, ma non è detto che sia un bene. Provo a spiegarmi con un esempio: se in una nave che affonda l’intero equipaggio è concentrato sulla riparazione della falla, non rimane più nessuno nella cabina di pilotaggio, e si perde di vista la rotta, il progetto relativo al viaggio. Nella cultura contemporanea le previsioni sono per lo più condotte nell’ambito della probabilità, basate dunque su leggi statistiche. Non toccano la questione della direzione del mondo, la tendenza fondamentale del nostro tempo”.Molti leggono il nostro tempo attraverso la lente della sfiducia, del disincanto… “In realtà stiamo vivendo un tempo che è ben lontano dall’essere grigio, povero. Forse è anzi il più ricco della storia dell’uomo, ed è il tempo in cui si rende sempre più visibile l’addio dell’uomo occidentale alla propria tradizione. Benché sia ormai in terza o quarta posizione nelle graduatorie della forza demografica ed economica, l’Occidente, con la sua densità pratico-concettuale, ha conquistato il mondo”. È vincente e sconfitto allo stesso tempo, quindi?“Provo a riassumere brutalmente cose ovvie. Il senso centrale di quello che l’Europa era, si è travasato negli Stati Uniti e in Australia. La rivoluzione sovietica è essenzialmente occidentale: senza il marxismo non ci sarebbe stato Lenin, e il marxismo sarebbe stato impossibile senza l’idealismo tedesco e Hegel. In Sudamerica sono tuttora evidentissime le tracce della cristianizzazione operata dagli spagnoli. In Cina esiste una sorta di simbiosi tra comunismo e capitalismo, ed entrambi i fattori sono di matrice occidentale. L’India è diventata una delle maggiori democrazie planetarie, concetto ancora una volta occidentale, greco antico. La tradizione dell’Occidente è da un lato quella vetero e neo-testamentaria che ha dato luogo all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam; dall’altro lato sta il ceppo determinante della filosofia greca — questo chiarore straordinario che si produce in Grecia cinque secoli prima di Cristo: una lotta dell’uomo contro la morte, guidata non dal mito ma dalla verità”. L’atteggiamento critico, la volontà di verità: è a questo che l’Occidente dice addio? E perché? “Il nostro tempo volta le spalle alla tradizione perché si rende conto che le realtà eterne, affermate dalla tradizione stessa come i luoghi per salvarsi dalla morte, sono impossibili. Se esiste il divenire non può esistere l’eterno, se esiste il mondo non può esistere Dio. Lo spiego con un esempio: uno stato totalitario, se da un lato riconosce l’esistenza del tempo e del divenire, dall’altro lo nega, è appunto totalitario perché dice al cittadino: domani, fra un mese, fra un anno, nel futuro tu dovrai adeguarti alle leggi che io ti impongo. Lo stato totalitario tratta il futuro come luogo che dovrà sottostargli, lo occupa con le sue leggi. Alla radice delle guerre che hanno portato alla distruzione dei totalitarismi del Novecento sta questa contraddizione. Ed è in sostanza la stessa che riguarda l’idea di Dio, la sua natura assolutamente totalitaria. Sarebbe assurdo immaginare un Dio che guardando il futuro dica: chissà come andranno le cose”.In molte sue opere lei ha indicato nella tecnica la responsabile dell’addio dell’Occidente alla sua tradizione. “L’abbandono degli eterni della tradizione dice alla tecnica: puoi andare avanti senza limiti. Certo, già Keynes diceva che la tecnica può realizzare il paradiso in terra (si riferiva ai bisogni primari). Potrebbe farlo anche oggi, se non fosse condizionata dagli interessi della gestione capitalistica che gli impediscono di risolvere i problemi fondamentali della razza umana. In ogni caso, la felicità prodotta dalla tecno-scienza è una felicità basata su una logica statistico-probabilistica, su una forma di ragione ipotetica. La situazione in cui l’uomo raggiungerà la forma di benessere mai raggiunto sarà fondata su una probabilità, dunque su una non verità assoluta. Quando siamo felici, temiamo di perdere la felicità, e se lo temiamo è perché non siamo garantiti nel nostro possesso di essa. Il paradiso della tecnica, non potendo garantire la felicità che elargisce, è il luogo in cui va crescendo l’angoscia della morte; è destinato cioè a trasformarsi in un inferno in cui i popoli si rendono conto che manca loro quel che più conta, la garanzia della loro felicità. Nell’attimo in cui raggiunge il suo culmine — pur avendone avuto la pretesa — la tecnica non ha l’ultima parola”.Oltre dieci anni fa lei si è occupato, in “Dall’Islam a Prometeo”, del rapporto fra Islam e tecnica. “L’Islam è forte in quanto fede nella propria tradizione, ma la sua volontà di dominio non può prescindere dall’uso razionale della tecnica. La stessa volontà del terrorismo è quella di uscire da uno stadio artigianale, acquistando un carattere tecnologico-industriale. Ma se la tecnica è nemica della tradizione, il grande nemico dell’Islam si annida proprio nella tecnica, è lì il pericolo per la sua stessa sopravvivenza”.

“L’Occidente è la pianura della fede” – Intervista a Emanuele Severino pubblicata su Il Mattino del 30/11/2015

Professor Emanuele Severino, Papa Francesco aprendo la Porta dell’Anno Santo della Misericordia, nel cuore dell’Africa, ha testualmente detto: “Lo faccio oggi, qui, in questa capitale spirituale del mondo”. E’ un’innovazione geopolitica del Papa, oppure il Papa ha volutamente spostato l’asse della geo-spiritualità del pontificato da Roma alle periferie del mondo?

“È un papato che ormai anche con questo gesto, nel cuore dell’Africa, certifica che l’Occidente non è più il fulcro della cristianità mondiale. È, invece, quella porzione del pianeta che continua a celebrare la morte di Dio e che si è trasformata in una grande pianura della fede, sia chiaro non quella religiosa, ma quella nella civiltà della tecnica”.

Perché, secondo lei, il Papa inaugura questa geo-spiritualità delle periferie?

“Il Papa capisce quel che i suoi predecessori o non hanno capito o hanno tenuto ai margini del loro magistero”.

Che cosa non hanno capito o hanno fatto finta di non capire i predecessori di Papa Francesco?

“Non hanno capito che il processo di abbandono della tradizione occidentale non rappresentava una moda transitoria ma era un effetto della crisi del pensiero filosofico come essenza della nostra epoca. C’è stata la distruzione delle posizioni filosofiche che hanno formato la tradizione europea”.

E quale idea è prevalsa?

“L’idea dell’intima debolezza di trovare riparo in una verità assoluta”.

È una crisi che coinvolge, inevitabilmente, anche il mondo cattolico?

“Il mondo cattolico non ha fatto i conti con il vero nemico dell’Occidente, che è il relativismo, non quello che ha voluto descrivere Eugenio Scalfari dopo il suo colloquio con Papa Francesco, cioè il relativismo come scostamento concettuale da ogni verità”.

Per lei invece come si configura il relativismo?

“Non è il relativismo ingenuo che nasce da uno scetticismo ingenuo, Il vero relativismo è nemico della tradizione perché tende a restare nascosto e si muove, come un fiume carsico, nel sottosuolo del nostro tempo. Il relativismo è sapere che esso non si limita a certificare la morte di Dio ma è capace di dimostrare l’ineluttabilità di questa morte. E questo pericolo non è solo la Chiesa cattolica a non vederlo. Perché nel sottosuolo filosofico c’è il conferimento alla tecnica del diritto di considerare tutto sotto il suo dominio”.

Allora Papa Francesco comprende questa civiltà occidentale che abbandona Dio e sposta altrove il fulcro della missione della cattolicità?

“Certo, lo ha percepito più dei suoi predecessori. D’altronde Cristianesimo e Islam, in questo momento storico, sono sulla stessa barricata di resistenza al tempo e alla storia. Rispetto all’esistenza di Dio, Cristianesimo e Islam stanno dalla stessa parte. Si comportano o con una resistenza adeguata, come può avvenire con la predicazione pacifica anche nei paesi dell’Islam, oppure con una resistenza inadeguata, come quella espressa dal fondamentalismo islamico. C’è al fondo della resistenza la volontà di tenere fermo quel Dio che l’Occidente sta abbandonando”.

E la resistenza di Papa Francesco come si sta mostrando?

“Anche con gesti estemporanei ma dimostrativi di un processo in atto secondo il quale il futuro del Cristianesimo non è più nei popoli occidentali, ma in America Latina, in Africa. La stessa Italia mostra un crescente distacco dalla fede cattolica, dove i cattolici forti sono come mosche bianche”.

Qual è la differenza di Papa Francesco con il suo predecessore Benedetto XVI?

“La dottrina non si è spostata di una virgola. È difficile rintracciare nei suoi predecessori una tale intensità di pensiero e di dottrina sul capitalismo che è una forma di produzione che deve rendere più efficace il profitto”.

Qual è l’intensità di pensiero di Papa Francesco sul capitalismo?

“È quando afferma che il dovere del capitalismo, e sottolinea la parola dovere, è il bene comune. Cioè il bene comune cristiano. Ma è come se dicesse, al tempo stesso, che il capitalismo deve morire, perché l’azione non è più tale senza lo scopo che la definisce. Cioè l’obiettivo del capitalismo è il profitto privato. Può sembrare esagerato ma sono le stesse parole del comunismo, sia pure espresse con tonalità diverse. E’ come se il papa dicesse: dobbiamo annientare il capitalismo”.

Quindi una novità contraddittoria?

“Certamente, come avviene anche sul terreno del rapporto tra democrazia e Chiesa”.

Un tema che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno più volte enunciato.

“La democrazia, secondo la Chiesa, non può esserci con la libertà senza la verità. Il principio della tutela della verità cristiana per la democrazia uccide la democrazia stessa. E su questo tema c’è un conflitto della Chiesa con il mondo occidentale. È un ulteriore motivo che induce la Chiesa a spostare il baricentro dall’occidente all’America Latina e all’Africa”.

Professor Severino, l’Occidente è stanco, sconfitto o in ginocchio?

“È stanco dei valori tradizionali della sua civiltà. È sconfitto quando tenta di tenersi in vita. Non è in ginocchio”.

Perché non è in ginocchio, nonostante la stanchezza che mostra e la sconfitta che registra?

“Non è in ginocchio perché trova potenza nelle forze del sottosuolo, come le ho definite nei miei scritti, che operano contro la distruzione del pensiero filosofico. Le faccio un esempio”.

Prego.

“Rispetto all’Isis, l’Occidente ha la capacità di eleminarlo in un attimo. È una forza tecnica, non una debolezza. Basterebbe una bomba atomica. Ma l’Occidente, con la forza della tecnica e la debolezza del suo pensiero evade dai suoi valori, può annientare i suoi nemici ma mai vincere la guerra. Perché la tecnica esula dalle forze reali che governano la polis e la politica, cioè i valori”.

Ma la Chiesa può essere l’ultima frontiera di resistenza al principio del progresso come adattamento, senza valori, alla tecnica?

“È tutta la tradizione umanistica dell’Occidente che potrebbe rappresentare la resistenza. Però, c’è la grandezza della tradizione filosofica dell’Occidente che viene emarginata. Ma una tecnica invasiva senza una regione che la sostenga, dove porta l’uomo? Né la scienza, né la religione, né altro possono sostenere la tecnica. È un compito che non spetta alle fedi, un concetto ben al di là delle credenze. È sempre stato compito della filosofia rispondere alle domande poste dalla ragione. Il limite dell’Occidente è stato quello di pensare che la filosofia fosse una bazzecola della storia dalla quale potersi liberare. La filosofia del nostro tempo ha mostrato l’impossibilità di ogni verità assoluta, di ogni Dio che pretenda di sottrarsi al divenire del mondo”.

In fondo, non le sembra che anche questo Papa tenti di cambiare il mondo?

“Certo, tenta di cambiare le cose, anche i costumi degli uomini. Ma non vorrei che perdesse di vista che il mondo evade dal passato dell’Occidente”.

Professore, il discorso di Cristo lo sfiora ancora?

“Quando morì il mio carissimo amico Piero Barcellona, filosofo marxista del novecento poi convertito al Cristianesimo, sottolineai le sue parole: “Solo il discorso di cristo si può opporre al nichilismo biologico dello scientismo che cerca di cancellare ogni specificità della condizione umana””.

La condizione umana che per il cristianesimo è cosa caduca.

“Sì, ma è come se uno dicesse che la fede di fondo di tutta la cultura occidentale è l’esser convinti che l’uomo e le cose del mondo sono polvere, cenere. La Chiesa condivide questa concezione di un esser uomo caduco, è una follia”

.Come si immagina il futuro?

“Andiamo verso una fede collettiva che è la più forte, quella della tecnica. Surclasserà tutte le altre fedi, fino a far apparire come lotte di retroguardia i conflitti che oggi occupano la scena del mondo”.I

Educare al pensiero o alla vita? Dibattito tra Emanuele Severino e Massimo Borghesi – Associazione culturale Antonio Rosmini Padova

Educare al pensiero o alla vita? Dibattito tra Emanuele Severino e Massimo Borghesi 4 GENNAIO 2013

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