La tecnica è la capacità, scientificamente controllata, di produrre e distruggere le cose, da Gazzetta filosofica | Facebook

« La tecnica è la capacità, scientificamente controllata, di produrre e distruggere le cose. In linea di principio, essa considera ormai la stessa totalità delle cose come producibile e distruggibile mediante operazioni scientificamente controllate. Al fondamento del progetto tecnologico del dominio di tutte le cose sta il senso che il pensiero greco ha assegnato alla «cosa»: proporsi la produzione-distruzione scientificamente controllata di tutte le cose significa innanzitutto pensare la «cosa» come ente, ossia come ciò che può uscire e ritornare nel nulla. Il tempo è appunto questo uscire e ritornare nel nulla da parte delle cose. Solo in quanto la «cosa» è pensata come ente, cioè come essere nel tempo, è possibile il dominio tecnico delle cose. La capacità tecnica di produrre e distruggere è infatti la capacità di guidare le cose dal nulla all’essere e dall’essere al nulla. »
Emanuele Severino, “Téchne. Le radici della violenza”

Emanuele Severino – Che cos’è la verità scientifica? in “I confini della scienza. La scienza nel nuovo millennio”, 23 settembre – 16 ottobre 2005 – video YouTube

SEVERINO – I confini della scienza Nell’ambito della III edizione di Bergamoscienza (23 settembre – 16 ottobre 2005). “I confini della scienza. La scienza nel nuovo millennio”

vai a:

(1302) Emanuele Severino – Che cos’è la verità scientifica? – YouTube

Luigi LENTINI, Epistemologia postmoderna e razionalità scientifica , in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 297-326

vai alla scheda del libro:

https://emanueleseverino.com/2021/01/19/le-parole-dellessere-per-emanuele-severino-a-cura-di-arnaldo-petterlini-giorgio-brianese-giulio-goggi-bruno-mondadori-2005-pagine-718-indice-del-libro/

SI PUO’ GUARIRE CON UN VELENO? – di Emanuele Severino, Corriere della Sera – Venerdì 27 Giugno 1980

Senza una fede – si dice – non si può vivere. Sì; ma proprio perché la vita è fede, la vita è errore. Non semplicemente nel senso che la vita sia lo spazio al cui interno può accaderci di errare, ma nel senso che é proprio in quanto si vive che si erra.

La violenza è l’aspetto più visibile dell’errare. La vita è violenza proprio in quanto fede.da sempre e ovunque la vita dell’uomo è completamente immersa nella fede. Giacché, fede, non è soltanto quella religiosa, ma anche tutte le altre infinite forme di fede: anche il senso comune, il “buon senso” degli uomini; anche il non sentire alcun bisogno di Dio; e anche l’amore, l’odio, la volontà di dominio, la poesia, ogni forma di ideologia, di legge e di violazione della legge; e perfino la scienza. E’ fede anche ciò che la civiltà occidentale ha chiamato “verità”. E l’incredulità e il dubbio non sono che il risvolto di una certa fede, che rifiuta quelle antagoniste ed è indubbio su quelle che per il momento non la mettono a repentaglio.

Per evitare l’errore e la violenza dovremmo, allora, cessare di vivere? Uccidere ed ucciderci? No: l’uccidere e il distruggere sono le forme più intense di vita: insieme al generare e al produrre. Anche nelle lingue indoeuropee le parole che nominano la vita e la violenza sorgono da un fondo linguistico comune. L’antica lingua greca chiama bìos la vita e bìa la violenza; e la parola latina vis (così vicina, nella sua struttura, a vita) significa appunto “vi-olenza”.

Attenderemo allora inerti che ci raggiunga il nulla della morte? Nemmeno: che il nulla possa raggiungere le cose è la fede che ormai guida – evocata una volta per sempre dal pensiero greco – tutte le fedi della nostra civiltà. Che cosa dovremo fare, allora, per evitare l’errore e la violenza? ma è proprio necessario che si debba fare qualcosa? Il “fare” è uno dei tanti nomi della vita; e se la vita è errore, anche la domanda “che fare?” è errore ed è errore rispondervi (ma anche l’inerzia e la rinuncia alla vita sono modi di fare, cioè di vivere) Ma, è lecito continuare un discorso di questo tipo?

Il mondo si trova nel momento più drammatico della sua storia. In questo dramma è particolarmente grave la situazione in Italia. Ogni sforzo deve allora concentrarsi sui problemi reali che ci assillano. La cultura collaborare alla loro soluzione. E tale soluzione è un modo di promuovere la vita. Perché, allora, perdere altro tempo con questo discorso, dove si sentenzia che la vita è errore e violenza proprio in quanto fede?

Eppure tutti comprendono che se uno ha bevuto un bicchiere di veleno, non gliene si dà, per guarirlo, un altro mezzo bicchiere. Non gli si dà nemmeno un veleno di tipo diverso; e nemmeno uno meno forte. E se proprio questa fosse la situazione in cui si trovano le forze che si propongono di risolvere i problemi reali del nostro tempo: la situazione in cui ci si sforza di somministrare del veleno per guarire dall’avvelenamento? E se il veleno fosse proprio la fede come tale – e quindi nel suo esser presente in ogni forma di fede? E si volesse guarire dalle fedi malvagie aggrappandosi ancora una volta alla fede, alle grandi e nobili fedi che da millenni riempiono l’animo degli uomini, o alle nuove fedi che sembrano più efficaci per la promozione della vita?

Se non abbiamo troppa fretta di liquidare – prima ancora di averli capiti – discorsi che non ci fanno comodo, si deve innanzi tutto mettere in luce il rapporto tra fede e violenza. Al solito, non potrà essere che un cenno, qui – e relativo solo all’aspetto accessibile del problema. C’è violenza quando si oltrepassa un limite che non deve essere oltrepassato.

Le leggi, i comandamenti, la “voce della coscienza” stabiliscono quali sono i limiti inoltrepassabili. Il comandamento dice, ad esempio: “Non uccidere”. Dal punto di vista del comandamento, l’omicidio oltrepassa un limite inoltrepassabile, perché nell’omicidio l’uomo non viene trattato come uomo, ma com animale, pianta, pietra, manufatto. Da quel punto di vista, infatti, l’uomo è ciò che non deve essere ucciso, sì che l’ucciderlo è trattarlo come non-uomo. L’omicidio non è quindi semplicemente un’azione, ma è un giudizio che giudica l’uomo e gli dice: tu non sei un uomo. Il comandamento di non uccidere prescrive invece di trattare l’uomo come uomo.

Dal punto di vista della legge, la violazione della legge appare insieme come errore, come giudizio falso. A prima vista, la fede sembra non aver nulla a che spartire con la violenza. Aver fede significa credere, riporre la propria fiducia in qualcosa. Ma ciò in cui, credendo,, vien riposta la fiducia è sempre accompagnato dalla grande ombra del “no”, il grande uccello rapace che si libra silenzioso su tutte le cose affermate dalla fede. Tutto ciò che la fede afferma può essere una preda del “no”; può essere negato da una fede contraria. E ogni modo di vivere conformemente a una certa fede ha lo stesso valore dell’opposto modo di vivere. A riconoscere tutto questo sono le stesse forme più evolute di fede.

Ad esempio la fede cristiana e la fede scientifica. L’apostolo Paolo dice che le cose in cui si ha fede sono “invisibili” non apparentia. Non semplicemente nel senso che esse siano assenti dai nostri sensi, ma nel senso che non sanno liberarsi dall’ombra del “no”. Appunto per questo nella fede, si abita, come scrive l’apostolo, “con timore e tremore”. A sua volta la scienza contemporanea enuncia tutte le proprie leggi “con timore e tremore” in quanto è consapevole della possibilità della loro smentita. La cultura occidentale è giunta alla convinzione che tutte le conoscenze di cui l’uomo dispone sono incapaci di liberarsi dall’ombra del “no”.

C’è indubbiamente un’enorme differenza tra la conoscenza di cui è fornito un bambino e la conoscenza scientifica, ma l’una e l’altra hanno in comune l’incapacità di costituirsi come verità assolute e incontrovertibili, come il “sì” rispetto al quale dilegua il “no”. Esistono infiniti gradi di ciò che viene chiamato “ragionevolezza della fede”, ma la distanza tra il grado più alto e qual “sì” è infinita rispetto al grado più basso. Analogamente, il cristianesimo crede che il più potente dei re e il più umile degli uomini si trovino entrambi alla stessa distanza, infinita, rispetto alla gloria di Dio.

Ma più decisiva della gloria di Dio è la gloria del “sì”, giacché solo per questa la gloria di Dio potrebbe non essere minacciata dall’ombra del “no”. La minaccia, dunque, cui è sottoposta ogni fede. Ciò in cui si ha fede è dunque invisibile, oscuro, esposto alla minaccia del “no”. Cionostante la fede ripone in esso la propria fiducia. Cioè lo tratta – lo vuole – come visibile, chiaro, sottratto alla minaccia di ogni “no”: lo tratta come verità assoluta, incontrovertibile, indubitabile. Come l’omicidio dice all’uomo: “Tu non sei uomo”, così la fede (ogni fede) dice all’oscuro: “Tu non sei oscuro”. Dice a ciò che è minacciato dal “no”: “Tu sei sicuro”. Dice alla “non-verità”: “Tu sei verità”. La fede oltrepassa, così, il limite che trattiene l’oscuro nella propria oscurità e il chiaro nella propria chiarità. Un limite, anche questo, che non deve essere oltrepassato. Ma la violenza è l’oltrepassare i limiti inoltrepassabili. La fede è quindi proprio in quanto fede, violenza.

La fede oltrepassa un limite inoltrepassabile proprio nell’atto in cui essa stabilisce che certi limiti sono inoltrepassabili. All’interno della cultura occidentale, tutte le leggi, i comandamenti, le “voci della coscienza” sono divenuti contenuto della fede, cioè affermazioni esposte alla minaccia del “no”. Accade quindi che la legge, che proibendo l’omicidio prescrive di trattare l’uomo come uomo, sia insieme, in quanto essa è il contenuto di una certa fede, un trattare l’oscuro come non oscuro, il chiaro come non chiaro, Non solo, ma il limite oltrepassato dalla fede è proprio dal punto di vista di quest’ultima che non deve essere oltrepassato, giacché una fede che proibisce che l’uomo sia non-uomo non piò tollerare che l’oscuro sia non-oscuro.

E’ la fede stessa a riconoscere implicitamente di essere violenza. La legge ha, dunque, la stessa essenza del delitto che essa proibisce: la volontà di oltrepassare ciò che non deve essre oltrepassato, la volontà di trattare qualcosa come se fosse altro da ciò che esso è. Nella legge e nel delitto varia soltanto chi subisce la violenza, non la natura della violenza. Nessuna legge, quindi, in quanto essa è fede, può guarire dall’avvelenamento della violenza: la legge stessa avvelena.

Contro questa conclusione si può obiettare che il problema è male impostato. Infatti, anche supponendo che a fede (e la legge in quanto fede) sia violenza, è però fuori discussione che la violenza del comandamento di non uccidere è incomparabilmente più sopportabile della violenza dell’omicidio. Non si tratta di guarire dall’avvelenamento somministrando altro veleno, ma di organizzare la vita in modo che il veleno si sia costretti a ingerirlo a gocce, invece che a bigonce.

E’ il discorso che vien fatto da molti di coloro che hanno fede nella democrazia: la democrazia non è un bene, è il male minore. E, si aggiunge, si diffidi dei progetti che non si accontentano di perseguire il male minore, ma vogliono realizzare nella società il bene e la felicità. Questa obiezione è senz’altro un’arma che la fede nella democrazia può impugnare contro la fede nella dittatura. ma, impugnandola, ci si trova nella condizione di chi, per tenere fuori i ladri, socchiude la porta invece di lasciarla spalancata. Anche se socchiusa, la porta è pur sempre aperta. ( E anche la dittatura la lascia aperta, se non semispalancata).

La legge, in quanto fede, è una porta socchiusa davanti al delitto. Cioè aperta al delitto. Tenendo in vita sé stessa, la legge tiene in vita l’essenza della violenza, cioè l’essenza della violazione della legge; tiene in vita la condizione fondamentale perché la legge possa essere violata. Nel male minore è covata la condizione perchè esso possa diventare il massimo male (ossia ciò che è tale dal punto di vista di coloro che credono di sapere che cos’è il male). La goccia è preferibile al barile di veleno. Certo, per molti è preferibile. (Anche per me, se la cosa può avere qualche importanza). Ma come la goccia non può essere il rimedio per chi ha ingerito il barile (perché anche la goccia, come il barile, è veleno), così l’uso del veleno (cioè la fede) non può essere il principio per il quale si riesce a ingerire una dose minore di veleno. E poi: per molti, oggi, la violenza della proibizione di uccidere è certo preferibile alla violenza dell’omicidio; ma la preferenza è daccapo una fede.

Che ne sarà domani di questa fede, quando gli uomini saranno troppi e non ci sarà più posto per loro sulla Terra? Per i privilegiati che avranno la forza, la violenza del genocidio non diventerà forse preferibile alla violenza del comandamento di non uccidere? Una forma di fede è la malafede. Incomincio a sospettare che sia abbastanza diffusa tra coloro che, intervenendo pubblicamente a proposito dei miei scritti, li qualificano come un’apologia della violenza. E’ vero proprio il contrario.

I miei critici seri, e sono parecchi, lo sanno da un pezzo. Nei miei scritti (in un articolo di giornale non possono proiettarsi che riduttivamente) si mostra che le radici della violenza affondano in un sottosuolo che non può essere esplorato dalla “nostra” cultura. E’ appunto per questo che ogni rimedio contro la violenza, proposto dalla “nostra” civiltà, è destinato a fallire. Innanzitutto per quanto si è qui incominciato ad accennare: ogni rimedio è una fede e la fede ha la stessa anima della violenza.

In quanto fedele, l’uomo è l’errante. L’errore è ciò che è e che ha errato. Il latino chiama erratum l’errore. Erratum significa ex-ratum; cioè il separarsi (ex), portandosi lontano da ciò che è ratum, cioè stabile, fermo – e quindi l’andare errando. La fede è ex-ratum. Ma nella lingua latina ciò che è ratum è stabilito da uomini e da dei. Dalla loro ratio (ragione). Il ratum è ciò che la ragione stabilisce. Nella parola ratio risuona la parola ars (“arte”). Il ratum è l’artefatto: la sua stabilità è il prodotto di una volontà di potenza (cioè di una fede) Ma la fede è veramente un errare perché va errando non rispetto a ciò che è semplicemente ratum da uomini o da dei, ma rispetto a ciò che sta e che né uomini né dei possono smuovere e, così stando, riesce ad essere la gloria del “si”. Meglio che dalla parola ratum o che dalla stessa parola “verità” (in cui risuona daccapo, come nella parola greca érgon, il senso del fare e dell’artefatto), ciò che sta è nominato dalla parola destino, nella quale è visibile la radice indoeuropea shta: lo stare.

Gli astri della fede e della vita vanno errando lontano dal destino. Ma il destino attende il tramonto dell’errare.

da archivio Corriere della sera (accesso per abbonati)

http://archivio.corriere.it/Archivio/interface/slider.html#!emanuele-severino-veleno/NobwRAdghgtgpmAXGA1nAngdwPYCcAmYANGAC5wAepSYcMUEArnADZwAEAznAG5y4BLCNnZ82wsAF8AukA

Ai critici della tecnica, citazione da: E, Severino, Gli abitatori del tempo, Armando, Roma 1978, p. 417

Sono molti coloro che criticano la tecnica alla luce della dignità dell’uomo o con simili argomentazioni. A loro Emanuele Severino dice:

“Tutti coloro che appartengono alla cultura che condanna la civiltà della tecnica falliscono inevitabilmente perché sono infedeli alle loro radici autentiche (cioè all’alienazione essenziale), perché sono incoerenti rispetto alla persuasione essenziale che li avvolge: le loro istanze e i loro progetti di un mondo più umano sono i relitti che il deserto, crescendo, si lascia indietro. La filosofia, il cristianesimo, il marxismo, l’arte, sono i grandi relitti del deserto che cresce”.

(E, Severino, Gli abitatori del tempo, Armando, Roma 1978, p. 417)

La filosofia del nostro tempo è …, in E. Severino, Destino della tecnica, Rizzoli, Milano 1998, p. 187

La filosofia del nostro tempo è il fondamento essenziale della scienza e della tecnica (che dunque ignorano il senso autentico del loro rapporto con la filosofia), perché mostra che non può esistere alcuna dimensione immutabile, cioè alcun limite inoltrepassabile e dunque rende possibile la crescita indefinita della capacità di produrre scopi.

(E. Severino, Destino della tecnica, Rizzoli, Milano 1998, p. 187).

La potenza suprema, oggi …, in E. Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzoli, Milano 2003, p. 107

La potenza suprema, oggi, ‘non’ è la tecnica in quanto separata, ma in quanto unita alla filosofia contemporanea. In quanto così separata, la tecnica non può riuscire a liberarsi dalla sua sudditanza rispetto alle forze che intendono servirsi di essa.

(E. Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzoli, Milano 2003, p. 107)

Nella storia dell’Occidente tutto è stato téchne, in Emanuele Severino, L’identità della follia, Rizzoli, Milano 2007, pp. 93-94

«Nella storia dell’Occidente tutto è stato téchne – l’arte, la religione, anche la filosofia; e ciò che oggi non è considerato tecnica non è altro che l’insieme di tutte le tecniche che risultano perdenti rispetto alla tecnica contemporanea.La verità è evocata per la prima volta dal pensiero greco come strumento per ottenere la felicità. Ma strumento significa appunto tecnica. E la verità, come strumento finalizzato all’eudaimonia, è téchne».

Emanuele Severino, L’identità della follia, Rizzoli, Milano 2007, pp. 93-94

Nella storia dell’Occidente tutto è stato téchne, Emanuele Severino, L’identità della follia, Rizzoli, Milano 2007, pp. 93-94

«Nella storia dell’Occidente tutto è stato téchne – l’arte, la religione, anche la filosofia; e ciò che oggi non è considerato tecnica non è altro che l’insieme di tutte le tecniche che risultano perdenti rispetto alla tecnica contemporanea. La verità è evocata per la prima volta dal pensiero greco come strumento per ottenere la felicità. Ma strumento significa appunto tecnica. E la verità, come strumento finalizzato all’eudaimonia, è téchne».

Emanuele Severino, L’identità della follia, Rizzoli, Milano 2007, pp. 93-94.

Già da tempo […] la dimensione umana è sempre più estromessa dal sistema di mezzi che sono coinvolti nel processo produttivo … , Emanuele Severino, Capitalismo senza futuro, Rizzoli, Milano 2012, pp.90-92

«Già da tempo […] la dimensione umana è sempre più estromessa dal sistema di mezzi che sono coinvolti nel processo produttivo. Le “macchine”, si dice, sostituiscono sempre di più l’uomo. E già da tempo si delinea la possibilità che l’Apparato stesso della tecno-scienza si configuri, nel suo insieme, come qualcosa che può essere interpretato come “Coscienza”, “Sistema cosciente” o “Intelligenza Artificiale”, e che anzi […] tende a configurarsi, anche in relazione al fenomeno della “globalizzazione”, come Coscienza o Sistema intelligente planetario, tanto più potente quanto più libero da ogni forma dell’esser uomo. È questa la situazione in cui l’Apparato si presenta come “Anima” in modo analogo in cui nel passato è stata evocata l’esistenza dell’anima mundi o, in seguito, della società come “volontà generale” (Rousseau), o dell’esistenza dell’“Io trascendentale” e dello “Spirito” idealistico, o della società come coscienza collettiva irriducibile alla somma degli individui (Durkheim). È questa la situazione in cui non si crede più che l’uomo tecnico sia insostituibile (non lo “si” crede più sia da parte dello stesso uomo tecnico, sia da parte dell’Anima dell’Apparato), anche se dovrà esser stato l’uomo tecnico ad affidare se stesso e a mettersi nelle mani dell’Apparato, così come nell’Apparato razionale-metafisico-teologico l’uomo, con la ragione filosofica o con la fede o con una sorta di mescolanza delle due, si affida e si mette nelle mani di Dio. In entrambi i casi l’uomo vuole che sia fatta la volontà di ciò che di volta in volta egli crede che sia la Potenza suprema. In entrambi i casi l’uomo rimane un mezzo per realizzare l’incremento della Potenza suprema. […] L’uomo tecnico rimane un mezzo per realizzare questo potenziamento; ma questa non è una regressione dell’uomo tecnico allo stadio che precede il suo venir ad appartenere allo scopo dell’Apparato tecnico, perché l’uomo tecnico potrebbe decidere di mettersi nelle mani dell’Apparato solo se, da un lato, gli risultasse che con questa decisione otterrebbe un beneficio – una felicità – significativamente superiore a quello che otterrebbe liberandosi e uscendo dal suo ruolo di mezzo e venendo ad appartenere all’area dello scopo dell’Apparato; e, dall’altro lato, solo se l’Apparato si configurasse in modo tale da rendere revocabile la decisione umana di mettersi nelle sue mani (giacché […] nella situazione in cui la Tecnica domina il mondo l’affermazione dell’esistenza e della prosecuzione di questo dominio ha un carattere scientifico, ossia è un’ipotesi che può essere smentita da un momento all’altro – in relazione all’interpretazione in cui appare il mondo, non è un’ipotesi che la fede nel divenire del mondo, ossia il suo diventar altro, sia destinata a condurre alla dominazione della Tecnica; ma, appunto, questa conseguenza dipende dall’interpretazione all’interno della quale l’uomo crede e vive, cioè dipende da un’ipotesi».

Emanuele Severino, Capitalismo senza futuro, Rizzoli, Milano 2012, pp.90-92.

Emanuele Severino.

La scienza è una delle grandi forme della sapienza della terra isolata, in EMANUELE SEVERINO, “Testimoniando il destino”, Adelphi, Milano 2019, ‘Postille’, Seconda postilla al capitolo II ‘Fede e potenza’, p. 291

CONVERSAZIONI DI FILOSOFIA

si5nl tSpdiconriemehunmberlaedu salgollser orie r21edd:n0a0ss  · 

Emanuele Severino.

– –

“ La scienza crede di essere un opinare (più rigoroso di ogni altro e che peraltro consente di avere la maggiore potenza sulle cose del mondo); ma, proprio perché lo crede (ha fede di esserlo), non è soltanto un opinare, ossia una forma del dubitare, ma, appunto, è insieme quella negazione della fede in cui l’opinare consiste che è la fede in quanto attribuzione dell’incontrovertibilità a ciò che è controvertibile. (Come ‹fides quae creditur›, d’altra parte, la scienza è una delle grandi forme di sapienza della terra isolata, ossia della fede nel diventar altro delle cose).”

EMANUELE SEVERINO (1929 – 2020), “Testimoniando il destino”, Adelphi, Milano 2019, ‘Postille’, Seconda postilla al capitolo II ‘Fede e potenza’, p. 291.

Alle spalle della ricerca delle conoscenze empiriche si trova un fattore che contiene tutti gli spazi e tutti i tempi, Emanuele Severino Da CULTURA, CORRIERE DELLA SERA, 26 ottobre 2015, p. 32

Alle spalle della ricerca delle conoscenze empiriche si trova un fattore che contiene tutti gli spazi e tutti i tempi

C’E’ UN SAPERE CHE PRECEDE LA SCIENZA

La filosofia riguarda l’esperienza originaria della mente, che non si può ridurre a pura funzione cerebrale

di EMANUELE SEVERINO ( Da CULTURA, CORRIERE DELLA SERA, 26 ottobre 2015, p. 32). Sonoi esistiti ed esistono scienziati con interessi, competenze e attitudini filosofiche rilevanti. D’altra parte non pochi scienziati dicono che in genere i filosofi non conoscono la scienza e che questa loro ignoranza rende inconsistente e superfluo il loro lavoro. E questi scienziati hanno spesso ragione. Ma, per quanto la domanda possa sembrare inutile, che significato ha l’espressione “conoscere la scienza”? Vi sono soprattutto due modi di rispondere.Fermo restando che ormai nemmeno gli scienziati possono conoscere l’intero contenuto delle proprie discipline, conoscere la scienza – questo, il primo modo di rispondere – significa conoscere per lo meno i metodi secondo i quali essa procede, i principali risultati ai quali essa è pervenuta, la sua genesi, i suoi rapporti con le altre forme di sapere e con la socieà, i problemi che sorgono dai rapporti tra le singole discipline scientifiche e all’interno delle stessa disciplina. Se è in questo modo che i filosofi non conoscono la scienza, allora è come se essi non conoscessero l’esistenza del cielo, delle stelle, degli animali, delle piante. Non solo non sono filosofi, ma nemmeno uomini.Ma si può rispondere anche (ed è la risposta che molto spesso gli scienziati si danno) dicendo che ormai la filosofia deve porre alla propria base il sapere scientifico. Questa volta sono gli scienziati a mostrarsi ingenui. Perché questa loro risposta non esprime una prospettiva scientifica, ma filosofica, e ingenuamente filosofica. Quale disciplina scientifica, infatti, contiene la strumentazione concettuale che le consenta di affermare che la filosofia deve porre alla propria base la scienza? Nessuna. Anzi, accade qui che sia proprio la scienza a porre alla propria base una cattiva filosofia ( oggi peraltro adottata da molti filosofi). Sin dal suo inizio, invece, la filosofia intende essere la forma assolutamente radicale del sapere. E per mostrare in che consista il sapere radicalmente incontrovertibile si porta alle spalle di ogni altro sapere (mitico, artistico, economico, politico, tecnico, scientifico) e quindi esclude di porlo alla propria base. Inconsistente e superflua, dunque, è la filosofia che si fonda sulla scienza – giacché se, così fondandosi, non è inconsistente e superflua, allora non è filosofia, ma scienza. Uno degli aspetti più importanti di quel “portarsi alle spalle” di ogni altro sapere riguarda l’esperienza umana del mondo. Non esisterebbe infatti alcun sapere, quindi nemmeno quello scientifico, se il mondo non fosse manifesto, cioè non si mostrasse, non apparisse: non se ne facesse, appunto, esperienza. Certo, la scienza è una continua critica dell’esperienza. Afferma ad esempio che il sole non si muove, come sembra. Ma è necessario che questo sembrare appaia, perché la scienza possa affermare che è illusorio.La scienza però non si interessa di quel fondo che è appunto l’esperienza e da cui la scienza pur parte. Su di esso la scienza fa luce con le proprie lampade, tendendo però a dimenticare che sono sempre costruite con materiali che da quel fondo sono tratti. A quel fondo la filosofia si è invece sempre rivolta: per stabilire se, al di là delle apparenze che esso contiene, esso non custodisca in sé anche un nucleo innegabile, incontrovertibile, che stia al fondamento di ogni sapere e di ogni agire. ( E qui non dirò nulla sull’esito di questo tentativo, che sin dall’inizio concepisce la manifestazione del mondo come manifestazione della sua caducità).La filosofia “si porta alle spalle” di ogni sapere e agire dell’uomo anche in uno di quei campio oggi più frequentati nel campo della neurofisiologia e dell’intelligenza artificiale: quello del rapporto tra mente e cervello. Carl Sagan, uno dei maggiori astrofisici e astrobiologi del XX secolo ( tra i più importanti consulenti e collaboratori della Nasa) scriveva nel suo libro ‘I draghi dell’Eden’: ” La mia premessa fondamentale riguardo al cervello è che le sue attività – ciò che talora chiamiamo mente – sono una conseguenza della sua anatomia e della sua fisiologia e nulla più”. Tesi sottoscritta da una nutrita schiera di scienziati à la Francis Crik a à la Richard Dawkins, ma antichissima (risale alla filosofia greca). Si ricorda che nell’Ottocento era già sostenuta da emil Du Bois-Raymond – ma si ignora che Giacomo Leopardi aveva scritto: “Che la materia pensi è un fatto”, chiarendo il significato di questo asserto in modo da far invidia a scienziati e filosofi.Ma la “premessa fondamentale riguardo al cervello” di Sagan può essere avanzata dopo aver fatto molta strada. Infatti, come si fa a sapere che esistono cervelli e quelle “attività” che talora chiamiamo “mente”? E che quindi esistono corpi in cui cervelli si trovano e lo spazio dove tanti corpi vivono e stanno in rapporto con altre cose”. Non si può rispondere che così: si sa che tutto questo esiste, perché appartiene al mondo che si mostra, si manifesta, appare, al mondo che sperimentiamo: all’esperienza.[ … ]Certo, la parola “esperienza” può essere intesa in modi del tutto inadeguati rispetto a quanto stiamo dicendo. Qui importa ribadire che al fondo della conoscenza e dell’agire non sta semplicemente il mondo, ma la manifestazione del mondo, il suo esser noto; ed è innanzitutto a questa manifestazione e notizia che spetta di essere qualificata come “mente”. La quale, peraltro, in qualche modo contiene tutti gli spazi e tutii i tempi – altrimenti come potrebbe la scienza parlare dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande e degli infiniti universi e del big bang e degli stati che avrebbero potuto precederlo? Questa mente è la luce che illumina uno spettacolo immenso, ma alla quale gli uomini non volgono quasi mai lo sguardo, e quando si rivolgono alla propria mente considerano soltanto la dimensione “psichica” che è soltanto una parte dello spettacolo che in quella luce si mostra.[ … ]

Alle spalle della ricerca delle conoscenze empiriche si trova un fattore che contiene tutti gli spazi e tutti i tempi C’E’ UN SAPERE CHE PRECEDE LA SCIENZA, Emanuele Severino, da CULTURA, CORRIERE DELLA SERA, 26 ottobre 2015, p. 32

Alle spalle della ricerca delle conoscenze empiriche si trova un fattore che contiene tutti gli spazi e tutti i tempi C’E’ UN SAPERE CHE PRECEDE LA SCIENZA. La filosofia riguarda l’esperienza originaria della mente, che non si può ridurre a pura funzione cerebraledi EMANUELE SEVERINO ( Da CULTURA, CORRIERE DELLA SERA, 26 ottobre 2015, p. 32).

Sono esistiti ed esistono scienziati con interessi, competenze e attitudini filosofiche rilevanti. D’altra parte non pochi scienziati dicono che in genere i filosofi non conoscono la scienza e che questa loro ignoranza rende inconsistente e superfluo il loro lavoro. E questi scienziati hanno spesso ragione. Ma, per quanto la domanda possa sembrare inutile, che significato ha l’espressione “conoscere la scienza”? Vi sono soprattutto due modi di rispondere.Fermo restando che ormai nemmeno gli scienziati possono conoscere l’intero contenuto delle proprie discipline, conoscere la scienza – questo, il primo modo di rispondere – significa conoscere per lo meno i metodi secondo i quali essa procede, i principali risultati ai quali essa è pervenuta, la sua genesi, i suoi rapporti con le altre forme di sapere e con la socieà, i problemi che sorgono dai rapporti tra le singole discipline scientifiche e all’interno delle stessa disciplina. Se è in questo modo che i filosofi non conoscono la scienza, allora è come se essi non conoscessero l’esistenza del cielo, delle stelle, degli animali, delle piante. Non solo non sono filosofi, ma nemmeno uomini.Ma si può rispondere anche (ed è la risposta che molto spesso gli scienziati si danno) dicendo che ormai la filosofia deve porre alla propria base il sapere scientifico. Questa volta sono gli scienziati a mostrarsi ingenui. Perché questa loro risposta non esprime una prospettiva scientifica, ma filosofica, e ingenuamente filosofica. Quale disciplina scientifica, infatti, contiene la strumentazione concettuale che le consenta di affermare che la filosofia deve porre alla propria base la scienza? Nessuna. Anzi, accade qui che sia proprio la scienza a porre alla propria base una cattiva filosofia ( oggi peraltro adottata da molti filosofi). Sin dal suo inizio, invece, la filosofia intende essere la forma assolutamente radicale del sapere. E per mostrare in che consista il sapere radicalmente incontrovertibile si porta alle spalle di ogni altro sapere (mitico, artistico, economico, politico, tecnico, scientifico) e quindi esclude di porlo alla propria base. Inconsistente e superflua, dunque, è la filosofia che si fonda sulla scienza – giacché se, così fondandosi, non è inconsistente e superflua, allora non è filosofia, ma scienza. Uno degli aspetti più importanti di quel “portarsi alle spalle” di ogni altro sapere riguarda l’esperienza umana del mondo. Non esisterebbe infatti alcun sapere, quindi nemmeno quello scientifico, se il mondo non fosse manifesto, cioè non si mostrasse, non apparisse: non se ne facesse, appunto, esperienza. Certo, la scienza è una continua critica dell’esperienza. Afferma ad esempio che il sole non si muove, come sembra. Ma è necessario che questo sembrare appaia, perché la scienza possa affermare che è illusorio.La scienza però non si interessa di quel fondo che è appunto l’esperienza e da cui la scienza pur parte. Su di esso la scienza fa luce con le proprie lampade, tendendo però a dimenticare che sono sempre costruite con materiali che da quel fondo sono tratti. A quel fondo la filosofia si è invece sempre rivolta: per stabilire se, al di là delle apparenze che esso contiene, esso non custodisca in sé anche un nucleo innegabile, incontrovertibile, che stia al fondamento di ogni sapere e di ogni agire. ( E qui non dirò nulla sull’esito di questo tentativo, che sin dall’inizio concepisce la manifestazione del mondo come manifestazione della sua caducità).La filosofia “si porta alle spalle” di ogni sapere e agire dell’uomo anche in uno di quei campio oggi più frequentati nel campo della neurofisiologia e dell’intelligenza artificiale: quello del rapporto tra mente e cervello. Carl Sagan, uno dei maggiori astrofisici e astrobiologi del XX secolo ( tra i più importanti consulenti e collaboratori della Nasa) scriveva nel suo libro ‘I draghi dell’Eden’: ” La mia premessa fondamentale riguardo al cervello è che le sue attività – ciò che talora chiamiamo mente – sono una conseguenza della sua anatomia e della sua fisiologia e nulla più”. Tesi sottoscritta da una nutrita schiera di scienziati à la Francis Crik a à la Richard Dawkins, ma antichissima (risale alla filosofia greca). Si ricorda che nell’Ottocento era già sostenuta da emil Du Bois-Raymond – ma si ignora che Giacomo Leopardi aveva scritto: “Che la materia pensi è un fatto”, chiarendo il significato di questo asserto in modo da far invidia a scienziati e filosofi.Ma la “premessa fondamentale riguardo al cervello” di Sagan può essere avanzata dopo aver fatto molta strada. Infatti, come si fa a sapere che esistono cervelli e quelle “attività” che talora chiamiamo “mente”? E che quindi esistono corpi in cui cervelli si trovano e lo spazio dove tanti corpi vivono e stanno in rapporto con altre cose”. Non si può rispondere che così: si sa che tutto questo esiste, perché appartiene al mondo che si mostra, si manifesta, appare, al mondo che sperimentiamo: all’esperienza.[ … ]Certo, la parola “esperienza” può essere intesa in modi del tutto inadeguati rispetto a quanto stiamo dicendo. Qui importa ribadire che al fondo della conoscenza e dell’agire non sta semplicemente il mondo, ma la manifestazione del mondo, il suo esser noto; ed è innanzitutto a questa manifestazione e notizia che spetta di essere qualificata come “mente”. La quale, peraltro, in qualche modo contiene tutti gli spazi e tutii i tempi – altrimenti come potrebbe la scienza parlare dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande e degli infiniti universi e del big bang e degli stati che avrebbero potuto precederlo? Questa mente è la luce che illumina uno spettacolo immenso, ma alla quale gli uomini non volgono quasi mai lo sguardo, e quando si rivolgono alla propria mente considerano soltanto la dimensione “psichica” che è soltanto una parte dello spettacolo che in quella luce si mostra.[ … ]

Filosofia e scienza Filosofi e teologi contemporanei, Karl Jaspers 1948 da una conferenza pubblicata sulla rivista Die Wandlung | DISF.org

Filosofia e scienza Filosofi e teologi contemporanei Karl Jaspers 1948 da una conferenza pubblicata sulla rivista Die Wandlung

vai a:

Filosofia e scienza | DISF.org